
Amico mio, di tante traversie,
per l’anagrafe Sante, ma Santino
per noi che aspettavamo il tuo apparire
all’edicola della buona stampa:
ricordi, solo tu riuscivi a fare
con “Famiglia Cristiana” il conto giusto,
dopo la corsa giù dal presbiterio,
dall’ambone parlante, a dare avvisi
che nessuno ascoltava, eppure tutti
ricordavano sempre, se eri tu,
il piccolo Zaccheo, arrampicato
sull’albero spietato della Croce;
il tuo lungo calvario ti ha inchiodato,
con Enrica al tuo fianco, con don Mario.
Grazie, per quello che sei stato.
Archivio mensile:Novembre 2016
72. Il potere dell’amore

Lo scenario previsto si delineava a poco a poco: le elezioni del presidente americano, i primi, chiari segnali di un malcontento nella Chiesa, la stessa natura, che pareva agitarsi e contorcersi senza trovar pace. Era come se sotto la maschera imposta dai media, e dai loro manipolatori a volte insospettabili, prorompesse qualcosa che non era più possibile frenare. Del resto, il senso profondo della storia non si sarebbe fatto fermare dalle macchine oliate del politically correct: la verità cominciava a farsi strada, fuoriusciva tra gli spazi angusti delle gaffes, negli interstizi delle censure inaccettabili, nelle crepe cui una visione ambigua e opportunista della vita non poteva impedire di allargarsi, quasi a vista d’occhio. I soliti organi del pensiero unico continuavano a suonare il piffero di una rivoluzione ormai fallita, per le coscienze vigili di molti: le contraddizioni erano sotto gli occhi di tutti, anche se i fans delle lobby potenti si ergevano a difesa di posizioni indifendibili.
Nel nostro piccolo, davamo un contributo alla causa del Progetto: nella predicazione, nella catechesi, nell’ascolto di un Vangelo che proprio in quei giorni sciorinava testi apocalittici, quasi a conferma di un mondo nuovo che sarebbe sorto dalle macerie delle umane velleità. Il segno del Cristo emergente era la gioia che si faceva largo tra i colpi e le ferite, un sentimento profondo e radicale, che nasceva dall’unione col Re dell’Universo, il cui unico, immenso potere era quello dell’amore.
Il merlo ammazzato
§ Il merlo ammazzato

Quella mattina, Luca P. ammazzò un merlo con la macchina, mentre portava la figlia a scuola. Assillato dal costante, fastidioso ritardo, che spingeva lui a una guida nervosa e impaziente – ma non per questo più veloce – e la figlia a corse precipitose oltre il cancello e su per le scale, sotto il peso, eccessivo, dello zainetto sulla schiena, impattò con il pennuto a una curva. Ruzzava, il merlo, con un compagno – maschio, perché le femmine son bige, non di quel nero brillante – in mezzo alla strada e si era distratto, appena un secondo di troppo. Stecchito sull’asfalto, le piume lucide e nerissime, il becco giallo, la gola aperta, poche gocce di sangue vermiglio, rossissimo. L’altro uccello al margine della carreggiata, sotto shock, era rimasto attonito davanti all’improvvisa tragedia.
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SUL TAMBURO n.28: Pasquale Vitagliano, “Habeas corpus”
Pasquale Vitagliano, Habeas corpus, Lavagna (Genova), Edizioni Zona, 2015
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L’habeas corpus come pratica giuridica, introdotta per la prima volta il 15 giugno del 1215 per effetto della ratifica della Magna Charta ad opera del re Giovanni Senza Terra, costretto ad accettarla dalla volontà imperiosa dei suoi baroni in rivolta, è una delle pietre miliari del diritto e della civiltà europea, soprattutto nei paesi dove vige la Common Law e in cui tale principio è stato applicato ininterrottamente fin da allora. La sua base applicativa implica l’impossibilità di essere accusati senza un’accusa precisa e di essere detenuti sulla base di un semplice sospetto dovuto all’arbitrio di un giudice o di un sovrano. Grazie all’habeas corpus, non è possibile in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America incarcerare nessuno senza un’accusa precisa e senza un mandato giudiziario – la richiesta di arresto, quindi, deve essere suffragata da accuse precise.
Ma perché intitolare ad esso un libro di liriche appassionate come è questo di Vitagliano?
71. Repressioni

Ogni tanto, pareva s’aprisse uno spiraglio. Per vie paradossali, come sempre. Nei giorni precedenti era scoppiato il caso del domenicano incappato nell’ira funesta del politically correct , ormai imperante anche in certi, battuti corridoi della Curia Romana. Aveva osato pronunciare la parola “castighi”, peraltro presente nella nota preghiera che milioni di fedeli pronunciavano al termine della confessione, l’Atto di dolore. Ma il malcapitato non si era sognato di parlare di castigo in senso, come tecnicamente si suol dire, “afflittivo” – ossia come punizione diretta del peccato -, ma in termini, dogmaticamente ineccepibili, di appello alla conversione personale. Il direttore della radio, dai cui microfoni era partito il cosiddetto “anatema”, si era affrettato a cacciare il religioso, sospendendone la trasmissione ipso facto e latae sententiae. L’attacco deciso, anche da parte di alcuni vescovi imprudenti – che non avevano nemmeno letto il testo dell’intervento del domenicano -, aveva sortito, come spesso accade, l’effetto contrario, suscitando nei più accorti un’ondata di sdegno di fronte a tanto sfoggio di autoritarismo. Erano stupiti dalla negazione del diritto all’esistenza di un pensiero diverso, di una nota stonata rispetto al mainstream del momento. Si parlava di come difendere la radio, del resto apprezzata dal popolo di Dio, forte del suo “sensus fidei”. Gli animi cominciavano ad accendersi, di fronte a tanta solerzia nel sopprimere i germogli di una profezia piantata nel ciglio a strapiombo sull’abisso.
Gesù era un marinaio e camminava sull’acqua
Luigi Maria Corsanico legge Jorge Luis Borges
[youtube=https://youtu.be/FalqzDHM6Iw]
da qui
Jorge Luis Borges
Le cose
da Elogio dell’ombra, Einaudi, Torino, 1971
(Traduzione di Francesco Tentori Montalto) Continua a leggere
RIPRENDIAMOCI LA SOVRANITA’ E LA DEMOCRAZIA

IL CONTESTO REFERENDARIO DI QUESTI MESI NON E’ SOLO UN’OCCASIONE STORICA PER RAGIONARE SULLO STATO REALE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA E SOVRANITA’, RISPETTO A QUELLE DISEGNATE SULLA CARTA COSTITUZIONALE, E COME ANDREBBERO A CAMBIARE A SEGUITO DELLA RIFORMA. QUESTO BRAINSTORMING QUOTIDIANO – TRA INTERPRETAZIONI E INTERVENTI DA PARTE DEI MASSIMI ESPERTI, PROPAGANDA E INFORMAZIONE SUI MEDIA, E LIBERO E INTENSO CONFRONTO SUI SOCIAL NETWORK – STA ORIGINANDO UNA MAGGIORE CONOSCENZA DEL TEMA E DUNQUE UNA CONSAPEVOLEZZA PIU’ DIFFUSA, NEI CITTADINI, CHE POTREBBE APRIRE AL CAMBIAMENTO ATTRAVERSO L’ELABORAZIONE DI MIGLIORI REGOLE CHE GARANTISCANO UNA SOCIETA’ PIU’ DEMOCRATICA E MENO INGIUSTA.
Il regionalismo è morto, ha affermato qualche settimana fa il prof. Valerio Onida (Presidente emerito della Corte Costituzionale) in una trasmissione di La7, perché il Parlamento non ha mai voluto emanare i principi riguardanti le materie di legislazione concorrente. L’art. 117 Cost. recita infatti: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principî fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”. Continua a leggere
Claudio Morandini: “Neve, cane, piede”

Adelmo Farandola, ultimo dei solitari e eroe del recente Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Premio Procida 2016, Exòrma, pp. 138, euro 13) è un uomo dei tempi lunghi, dell’inverno senza fine sfiorante l’eternità. Eremita di montagna che rende leggendaria la vita lassù, egli non scherza mai, è vendicativo e testardo, un residuo di quelle antiche “generazioni che la povertà e la limitatezza degli orizzonti rendevano ostinate”. Confonde sogno e realtà, un po’ per diffidenza, un po’ per le strenue astinenze dal cibo, un po’ perché la solitudine lo ha reso afasico e smemorato. Di tanto in tanto, all’epoca del disgelo o prima del grande freddo, Adelmo lascia il romitaggio dell’alpe e scende in paese per provviste, acquattato dietro ai muri a spiare con riserve la vita altrui, dai ritmi e dalla ‘pulizia’ formale cozzante con il filosofico sudiciume che invece separa e protegge Adelmo dal resto del mondo. Da anni ormai conduce questa vita, da quando, lustri prima, l’odore della guerra l’aveva spinto in alto, “nelle combe più nascoste e ingrate” e egli, di nascondiglio in nascondiglio, s’era infine inchiocciolato nel petroso esofago di una miniera di manganese, imparando “il conforto di parlarsi da solo” sulle linee di una retorica semplice ove appendono i loro “cenci scuri” il Sonno, la Fame, il Freddo. Continua a leggere
Vivalascuola. Un NO per difendere la Costituzione
(Rielaborazione grafica dell’immagine di Francesco Mele)
La maggioranza di Governo si esprime insistentemente come se fosse un reato avere una opinione diversa, ad esempio dire NO alla “riforma costituzionale”. Questo è scandaloso, ed è ancor più scandaloso che susciti poco scandalo. Pensiamo ai “padri costituenti”. Forse Togliatti, Parri e Pertini la pensavano allo stesso modo di De Gasperi, Einaudi e La Malfa? Oppure di Calamandrei, Saragat e Dossetti? Eppure sono stati in grado di lavorare per dare alla Nazione una Costituzione che è stato luogo comune definire “la più bella del mondo”. La mancanza di ampie vedute e di capacità di mediazione va tutta a disonore dei “nuovi costituenti” ed è indice di grave incapacità politica. Come persone di scuola, questo ci preoccupa molto, e la “riforma costituzionale” ci allarma al pari della “Buona Scuola”, di cui quest’anno i disastri sono sotto gli occhi di tutti, perché l’una e l’altra prefigurano un paese privato degli spazi di democrazia e di partecipazione che già soffriamo nella nostra quotidianità. Questa puntata di vivalascuola presenta dichiarazioni per il NO di docenti universitari e una riflessione di Giovanna Lo Presti. I docenti universitari che vogliano aderire possono scriverci 10 righe a [email protected].
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70. Il battito

Il battito del cuore: era questo il punto da cui la preghiera s’innalzava, come un grumo di vita donata, una traccia indelebile e viva dell’amore di Dio. Il cuore non lo puoi comandare, batte da solo; è stato messo lì da qualcun altro; qualcun altro ti dà il potere, ogni giorno, di sperimentare la gioia e la sofferenza, le delusioni e le sorprese, la sfida quotidiana che mette alla prova e fa fare un passo avanti verso la salvezza. Solo al ritmo di quel battito era lecito ricorrere ai criteri consueti della crescita interiore: l’analisi dei pensieri inconsci, la cura dei fini e delle motivazioni, la verifica finale dei comportamenti. Il battito del cuore era l’appello ininterrotto a dare priorità alla vita, a non ingolfarsi in acrobazie dell’intelletto o della volontà. Comprendevamo sempre meglio che per trasmettere amore non bastava sentirsi sicuri, impeccabili, difesi da incursioni esterne; ma semplicemente abbandonarsi all’amore più grande del Creatore, che si china sulla creatura comunicandole energia, guarendo le ferite, profondendo senso ai momenti più duri e in apparenza assurdi. Lo insegnavamo agli altri: ascolta il battito del cuore, fai spazio alla vita come dono. Il Regno di Dio era il sorgere improvviso di un’immagine, un ricordo, il segno di una presenza inconfondibile, il respiro del cosmo: tutto in un punto così infinitesimamente trascurabile, eppure ricco di una dignità senza misura.
I fatti inspiegabili
I fatti inspiegabili possono presentarsi nelle forme più diverse, ma i più citati sono probabilmente i presagi che, in forma esplicita o sotto metafora, sembrano prefigurare il futuro. Anche in questo caso bisogna sottolineare che si tratta di fenomeni tutt’altro che rari.
Quante volte ci è capitato di commentare: “me lo sentivo che sarebbe andata così!”. Quante volte ci siamo rammaricati: “ah, se avessi dato retta al mio presentimento!”. Con queste espressioni amareggiate è come se chiudessimo la pratica: è andata così, pazienza. E non approfondiamo, perché temiamo di inoltrarci in un terreno cosparso di trappole e sabbie mobili. Continua a leggere
LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano
Bienvenu don Tonino
Monseigneur Bienvenu si chinava su tutto ciò che geme, su tutto ciò che espia. L’universo gli appariva come un’immensa malattia; sentiva dovunque la febbre, ascoltava dovunque la sofferenza, e senza cercare di indovinare l’enigma, si studiava di curare la piaga. Il grandioso spettacolo delle cose create era per lui oggetto di compassione. Ci sono degli uomini che lavorano per estrarre l’oro. Lui lavorava a estrarre la pietà.
69. Quale bellezza

Diventava importante capire come potessero convivere la bellezza della vita e l’epoca di sofferenza che si annunciava con maggior chiarezza. Eravamo sempre più coscienti di come bello, buono e vero fossero le vie d’accesso imprescindibili alla dimensione dello spirito. Rileggevamo le sintesi aggiornate di ontologia e metafisica, riferimenti certi nel contesto di confusione generale sulle basi della vita. La filosofia dell’essere era un farmaco provvidenziale nella perdita dei punti fermi, sintomo e causa di malattie spirituali di ogni tipo.
Ma come si potevano congiungere bellezza e dolore? Come coniugare l’ottimismo realistico di Dio con le tensioni, i conflitti, la violenza dilagante nelle strade della storia?
Avremmo dovuto chiederci, in preghiera, cosa turbasse il bello contemplato e vissuto nell’ottica “altra” del Vangelo. Fin qui, la risposta era scontata: la coscienza di un orizzonte oscuro, che incombeva sul mondo, era più che sufficiente a gettare un’ombra sulle nostre aspettative. Ma in che modo intravedere, sullo sfondo inquietante, la luce della speranza cristiana?
La risposta non poteva essere che una: in Dio, bello, buono e vero convergono perfettamente. Avremmo dovuto rivedere, dunque, la nostra concezione di bellezza, confrontarla con la Pasqua del Cristo, rivelarne la partecipazione alle sofferenze della Chiesa, l’unione alla Passione di Gesù. In questa prospettiva, si scopriva una bellezza nuova, che attingeva all’Essere di Dio, alla sua eterna verità e bontà. Oltre l’oscurità terribile del Venerdì Santo e il silenzio tombale del Sabato, si profilava la lama di luce dell’alba della Domenica mattina.
Luigi Maria Corsanico legge Clemente Rebora
[youtube=https://youtu.be/hVFmDIwSKJ4]
da qui
a cura di Luigi Maria Corsanico
Clemente Rebora
Dall’immagine tesa (1920)
Canti anonimi – 1922
Edizioni “Il Convegno di Milano“ Continua a leggere
Per Gregorio, barbone morto sotto un treno
di Flavio Tannozzini
Manca soltanto un treno, per tornare a casa
e non sentire più
quel fischio che mi fa impazzire,
il rumore di ferraglia nella testa,
il rombo dei convogli sui binari freddi, in gallerìa,
lo stridore dei freni, che mi graffia i timpani e la faccia
al suono di sirene.
Tutto questo è nel vino, come sempre: lo so che non esiste,
e nemmeno succede,
è solo uno scherzo del pensiero. Continua a leggere
SUL TAMBURO n.27: Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, “Chirù”
Il fascino discreto della pedagogia. Michela Murgia, Chirù, Torino, Einaudi, 2015
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È singolare come il percorso letterario e tematico di Michela Murgia coincida (ma in modo palindromicamente rovesciato) con quello di uno scrittore da lei molto lontano come Flaubert. All’inizio, la scrittrice sarda ha redatto uno Sciocchezzaio o Dizionario dei luoghi comuni con il suo libro d’esordio (Tutto il mondo deve sapere, Milano, Isbn Edizioni, 2006 – una raccolta vibrante di aneddoti di cronaca vissuta e di (mal)costume cui si è ispirato anche il regista Paolo Virzì per un suo film non troppo ben riuscito, Tutta la vita davanti del 2008). Poi si è cimentata con il suo Salammbô (la Sardegna ancora arcaica dei riti e delle credenze in un mondo soprannaturale dove c’è spazio per chi, da psicopompa, accompagna i non ancora defunti nel regno dei morti) e anche con una possibile Madame Bovary sempre con lo stesso, magnifico romanzo, Accabadora (Torino, Einaudi, 2009) dedicato com’è alla descrizione dell’infanzia e del passato remoto riletto nel presente.
E ora con questo suo ultimo Chirù prova a redigere la propria, personale Educazione sentimentale, anche se non ci riesce del tutto compiutamente.
Il politico dovrebbe sempre rispondere al Paese di ciò che fa
Michele Caccamo e l’impossibile salvezza
- Anima ferita
Michele Caccamo è uno che ha provato di tutto, sappiamo dei suoi tre anni drammatici trascorsi in carcere, delle sue resistenze contro le infamie della mafia calabrese , della “maledizione che tuttora vive negli occhi che sanguinano ogni giorno senza conoscerne il motivo, nel terrore delle voci e delle ombre, della sua bocca piena di scheletri del passato e del suo petto su cui grava un’incudine di ferro che toglie il fiato a ogni protesta, del suo urlare e mordere le vene nei pugni, la lingua, le scarpe. Continua a leggere






