Archivio mensile:Ottobre 2017

Sera di ottobre, dall’autobus

di Stefanie Golisch

Breve storia di una finestra illuminata
con gatto sdraiato decorativamente sul
davanzale. A cena si mangia con le mani
aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza. Ognuno
parla per conto suo e a un certo punto si
accendono le luci e c’è chi all’improvviso
sembra più bello e chi sparisce svergognato
dietro gli specchi. Anche tu sei cresciuto
in questo vicolo cieco all’odore di verdure
cotte e mele al forno. Uno, a occhi chiusi,
comincia a fischiare e uno si gratta la
schiena con la matita. Tentiamo di essere
sempre noi stessi, recita una voce da vecchio,
ma la sagezza non è di tutti, si sa. A letto
si va sempre alla stessa ora: chi è già nato
e chi impaziente attende ancora. Tutti insieme
ci infiliamo sotto coperte pesanti di notti
altrui come se il destino fosse uno soltanto

Esercizi


Immaginare fa bene. Chi ci vieta, per esempio, d’intravedere l’odio mutato in amore, il rifiuto in accoglienza, la violenza in mitezza?
Di punto in bianco, quella persona potrebbe salutarti, l’impianto acustico del Santuario sarebbe rinnovato, un progetto di viabilità cancellerebbe gli incubi dell’Ardeatina o della Cristoforo Colombo. Il dittatore coreano, alzandosi dal letto, si scoprirebbe più maturo; le manovre clericali, i sotterfugi, la prassi di farsi le scarpe ad ogni piè sospinto (metafora ardita), sarebbero sostituiti da azioni trasparenti e coraggiose. I mendicanti sarebbero assunti in servizi socialmente utili, i cellulari non squillerebbero al momento della consacrazione, la pia donna intonerebbe il canto con la nota giusta.
Più seriamente, i malati guarirebbero, i giornalisti direbbero la verità, i politici si occuperebbero del bene comune.
Chi vieta di immaginare un mondo senza guerre, università senza baroni, società senza mafie? E perché non sognare miliardari filantropi che abolissero la fame nel mondo, librerie con più clienti dei Bingo, Superenalotto in cui vincessero i poveri?
In fondo anche Dio ha concepito un uomo che sa amare, una natura rispettata, una vita eterna per tutti…

Paura che non lascia senza parole

Parla, mia paura, Simona Vinci, Einaudi Stile libero Big, 2017

L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno.

Quando si ha paura ci si sente disorientati, la vita perde il suo centro e ci si sente sbilanciati, sull’orlo di un precipizio, come la donna nella stupenda copertina di Re Falcinelli.

Simona Vinci, in dieci capitoli, ha dato una voce profonda e generosa alle sue paure, prendendoci tutti per mano; per farci capire meglio come affrontarle? Per condividere un’esperienza? Per dirci in faccia ciò che non avremmo il coraggio di chiedere, o di ascoltare, di fronte a un parente, un amico depresso o che progetta di morire? Per capire come affrontare le angosce?

L’autrice ha dato voce alle paure, ai sentimenti sepolti sotto quel tappeto dell’anima che si cerca di non spostare mai. Perché quando si sposta, vengono fuori i mostri. Continua a leggere→

La poesia di Lingomania. Brevi riflessioni sul nuovo album Lingosphere


di Guido Michelone

 

Fa piacere constare che riemerga di nuovo un bel gruppo musicale italiano a distanza di oltre un quarto di secolo. E che tale rinascita avvenga con un album, Lingosphere, di tutto rispetto nel panorama jazzistico internazionale. Dopo il quintetto Perigeo, attivo negli anni Settanta, Lingomania va infatti ritenuta la miglior fusion band nel cosiddetto sincopato tricolore; in vita fra la seconda metà degli Eighties, con tre dischi eccellenti – Riverberi (1986), Grr…expanders (1987), Camminando (1989) – la formazione all’inizio comprende Maurizio Giammarco, Umberto Fiorentino, Furio Di Castri, Roberto Gatto e Flavio Boltro; successivamente escono Boltro e Di Castri sostituiti da Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli; infine ne esce Gatto rimpiazzato da Alberto D’Anna. Continua a leggere→

Viaggiare


“Tuttavia non esiste uno stile ben definito, la brevità è la linea guida sin dall’antichità, ma esistono aforismi composti da poche parole (micro aforismi) come ad esempio «Soffrire è produrre conoscenza» di Emil Cioran, fino ad arrivare ad aforismi che potrebbero riempire intere pagine, come quelli di Arthur Schopenhauer”. (da Wikipedia, voce “aforisma”).
Ho chiesto a un amico professore a che genere potrebbero rifarsi le bazzecole che scrivo ogni giorno. Mi ha detto che sono aforismi.
Mi piace concentrare in poche righe un pezzo di mondo, come fosse possibile comprenderlo solo in minuscole porzioni. Forse, mettendo insieme le tessere effimere di un mosaico in corso di realizzazione, ne risulterebbe una verità di qualche peso.
O forse l’aforisma fa pensare gli altri, è un appello a venire allo scoperto, a calare sul tavolo le carte per entrare nel vivo della sfida, per scoprire un altro scorcio, un’inedita e intrigante prospettiva.
E perché non pensare a una sorta di enciclopedia a puntate, stile Wikipedia, in cui ognuno proponga una quota di sapere, nella speranza, sempre frustrata, di giungere all’essenza della situazione, della persona o della cosa?
In mezzo a questa ridda di ipotesi, io seguito a scrivere, condividendo l’intuizione che un mio omonimo ha consegnato a una canzone nomade: per la stessa ragione del viaggio viaggiare.

Luigi Maria Corsanico legge Paul Éluard. 2

[youtube=https://m.youtube.com/watch?v=u22KJEgueqc]

da qui

Paul Éluard(1895-1952)
Ti alzi…
(Facile) 1935
Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Anne W Brigman
The Bubble, 1907. Source

Scriabin – Prelude Op. 15, No. 4 in E major

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La loro vera storia


Molti sognano di scrivere il libro che nessuno ha scritto, di dire parole che nessuno ha detto, perché a nessuno interessa il già scritto, o il già detto. Il mondo è pieno di frasi usate, di trame logore, di personaggi apparsi vecchi sulla scena. A volte, si ha la sensazione di recitare una commedia in cui ognuno ha un ruolo ben preciso, che deve rispettare. La mancanza di creatività intristisce, perché siamo a immagine e somiglianza di Dio, il Creativo per antonomasia.
Bisognerebbe prendere Lui come modello, il suo Libro intramontabile. Si obietterà: la Bibbia l’hanno scritta gli uomini; sì, ma ispirati da Lui, com’e chiaro ne “L’evangelista Matteo” del Caravaggio – prima versione – dove un uomo, all’apparenza rozzo, viene assistito passo passo da un angelo che guida la sua mano. Il problema, infatti, non è ripetere parole dette, scrivere cose già scritte, ma lasciarsi visitare, fidarsi, in modo che anche un semplice saluto risulti un evento tutto nuovo.
La Parola di Dio non stanca perché è il dono di una mano che ti fa incidere una lettera alla volta, come accadeva da bambini. Torniamo sempre là: davanti a Dio siamo piccoli che coccola e accarezza, finché non comincino a scrivere, sorprendendo tutti, la loro vera storia.

L’approccio alla parola. Un (audace) accostamento tra la poesia e il pensiero ebraico


di Raffaela Fazio

Iniziamo dalla parola. Parola in ebraico è DaBaR (si scrive DBR, perché la scrittura ebraica è solo consonantica). Ma DaBaR, parola, vuol dire anche evento. Una parola evento. Come fa la parola a diventare evento? Iscrivendosi nel tempo, non rimanendo “lettera morta”, accettando i rischi del divenire e dell’incontro. Come la parola poetica, che, per vivere, si apre a molteplici letture e interpretazioni, cerca un’accoglienza che la rinnovi, non una comprensione che ne fossilizzi il senso. Continua a leggere→

Desideri


Mettiamo che non ci fossero i preti. Che il sacro fosse bandito. Che proibissero di parlare di Dio. Chi venisse trovato in possesso di una Bibbia, verrebbe passato per le armi, senza accesso al sacramento della confessione. Non ci sarebbero chiese, templi, simboli anche solo vagamente collegati a realtà trascendenti. Non si potrebbe pregare, perché leggerebbero i pensieri, né compiere alcuna attività connessa, magari con fili sottilissimi, alla prassi religiosa: fare l’elemosina, organizzare una lotteria benefica o una fiera del dolce. Sarebbe interdetto parlare male di qualcuno, diffondere pettegolezzi, dire guarda questo e guarda quello, in quanto abitudini diffuse in contesti religiosi, com’e noto. S’impedirebbe d’iniziare un discorso con cari fratelli e di concluderlo con sia lodato Gesù Cristo. Nessuno potrebbe pentirsi, sperare, perdonare, dire Oddio!, congiungere le mani, benedire, chiedere una cosa a una suora – non ci sarebbero suore – , fermarsi davanti a un’edicola della Madonna – non si troverebbero più edicole, forse nemmeno di giornali, e certamente sparirebbero Famiglia Cristiana, il Bollettino Salesiano e gli Araldi del Vangelo. Proibirebbero di credere in qualunque cosa: nell’onestà dei politici o in una vita dopo la morte.
In quel giorno, il desiderio di andare a messa, di dire un Padre Nostro, di affidarsi a Dio, sarebbe così forte che qualcuno potrebbe morirne, approdando in paradiso senza permessi, concessioni o certificati da esibire. Solo perché lo desidera davvero.

Cambiamenti


In quel tempo, essere razzisti era un dovere. Se incontravi uno zingaro – li chiamavano così – non dovevi salutarlo né parlarci, anzi, eri tenuto a guardarlo di traverso, comunicando un senso di disprezzo. Se una persona non era pronta a comprendere quello che dicevi – da dietro uno sportello, in una sala d’attesa, dall’altra parte del confessionale – dovevi irriderla, infierire sulla sua dabbenaggine, convincerla a farsi curare da uno bravo. Se qualcuno era in difficoltà economiche, bisognava fare di tutto per sprofondarlo in un abisso senza uscita, aumentando le tasse, i ticket, il canone sul televisore fuori uso. Se era anziano e guidava, bisognava tampinarlo, suonare il clacson a distesa, costringerlo a finire fuori strada ed evitare accuratamente di soccorrerlo. Si doveva tenere il punto su conquiste faticosamente raggiunte: la violenza sulle donne, la discriminazione dei disabili, la colpevolizzazione sistematica dello straniero. Se un bambino, in classe, non reggeva i ritmi degli altri, bisognava metterlo dietro la lavagna con le orecchie d’asino e costringerlo a ragliare ogni mezz’ora. La vita era semplice: i più ricchi e sani avevano ragione e i deboli dovevano pagarla: come si permettevano d’intralciare il traffico, di far perdere tempo alla gente che contava, di pesare sul bilancio degli altri?
Non ricordo come andò a finire, quell’andazzo. So che, oggi, il presidente del consiglio è dislessico, il Papa è balbuziente, come Mosè, e il canone Rai lo paga solo chi ha un televisore che funziona.

Legione


Dovremmo esercitarci a togliere. Sono rimasto all’improvviso senza cellulare, per un problema al display, e si sono aperti scenari inusuali: potenzialità accresciute, tempo dilatato, orizzonti interiori ampliati e rifioriti.
Il male tende a restringere la visuale, a fissare una sola prospettiva: la pubblicità attira l’attenzione in modalità ripetitive. È il famoso uomo a una dimensione, schiacciato sul lato materiale delle cose. La molteplicità carnale s’impossessa di te, diventi un fascio d’istinti, che finiscono col dominarti: come ti chiami? Il mio nome è Legione, perché siamo in molti, risponde a Gesù l’indemoniato di Gerasa.
Ecco il senso del digiuno: togliere, orientarsi all’essenziale, ritrovare il gusto dei sapori, degli odori, del tatto, riscoprire a uno a uno i sensi interiori. “Certi demoni si scacciano solo con la preghiera e col digiuno”, ossia con la relazionalità e la sobrietà.
Gli istinti portano al vizio: quello dell’ossesso geraseno era la violenza, insita in tanti atteggiamenti di persone prese dalle “cose”. Ecco perché è importante il cammino contrario, verso la virtù. Oggi persino il termine è in disuso, figuriamoci l’esperienza concreta. Eppure l’alternativa è secca: o cadi nel vizio o persegui la virtù.
Personalmente parlando (“imparate da me”), Gesù ne proponeva due: la mitezza e l’umiltà. Potremmo partire da qui, cioè da Lui, che è l’Inizio e la Fine, per cui dove peschi, peschi bene.

Un fiore


Certe volte, ti vengono in mente i fallimenti. Ti chiedi come hai potuto compiere quel gesto, cosa ti ha spinto a pronunciare quella frase, quale oscura energia ti ha travolto in eventi da cui oggi fuggiresti. La vita è spesso un mistero inafferrabile, sul quale non abbiamo potere.
È bene non poter cambiare ciò che è stato, bere fino alla feccia il calice del male, sentirne il sapore rivoltante, il bruciore che esplode nello stomaco e ti toglie il respiro.
I Padri parlavano del penthos, l’energia potente che si oppone alle seduzioni del demonio, alla falsa bellezza del peccato. Il pentimento ci connette alla natura originaria, ci espone alla Pasqua, alla trasfigurazione che il Signore opera con la sua morte in croce. Il suo drammatico, apparente fallimento ingloba ogni nostro insuccesso, le disfatte in cui abbiamo ceduto agli attacchi del Nemico.
Solo così, pensando agli errori del passato, siamo investiti dal flusso dello Spirito, che inonda il terreno arido di una natura corrotta dal peccato originale.
Il Cristianesimo è bellezza, fiore che sboccia nel deserto, come cantava il poeta, ops!, il profeta Isaia.

SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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Lagunario di Isabella PANFIDO. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il Lagunario di Isabella Panfido

«Tutto era finalmente inghiottito, geografia e memoria scomparivano dagli occhi e dalla mente e la lasciavano vuota a respirare quella mistura d’acqua di cielo e di mare, micronizzata in sospensione.
Quel fiato lento e salato che stagnava sul Canale di Santo Spirito le arrivava come una […] inalazione di nebbia medicamentosa.» Continua a leggere→

Il filo rosso


Il filo rosso della vita è Dio. Spesso non ce ne accorgiamo. Ogni tanto si riaffaccia, come un fiume carsico che era sparito e a un certo punto toh! eccolo lì, che te l’eri scordato.
Dio è il fiume carsico che si affaccia e riaffaccia, che continuamente si propone, senza imporsi, senza invadere la privacy.
Nell’Apocalisse c’è una bella immagine: io sto alla porta, e busso.
Certo, dopo decenni di testimoni di Geova, di Vorwerk Folletto, di proposte di ditte alternative, facilmente si diffida di chi suona alla porta. Dio accetta anche questo. A volte, scostando leggermente la tendina, lo vediamo lì, che aspetta. Il postino suona sempre due volte, Lui soltanto una. Poi, però, ripassa; scosti la tenda e dici: ancora lì?
L’amore è bussare alla porta, aspettare, e accettare che l’altro non ti apra, come fossi un nemico, o almeno un seccatore. Dio è il filo rosso della vita: torna e ritorna, perché ha qualcosa d’importante da comunicare. Non lasciarlo fuori fino all’ultimo, perché vuole dirti chi sei. Come ho scritto una volta, la porta del Regno si apre solo dalla nostra parte.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 4

[youtube=https://youtu.be/sc1zNWzlLaE]

da qui

Fernando Pessoa – L’amore è una compagnia
O amor é uma companhia
(10 luglio 1930)
da “O Pastor Amoroso”,
in “Poemas de Alberto Caeiro”
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
da: UN’AFFOLLATA SOLITUDINE
POESIE ETERONIME
Bur Rizzoli
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Tudo isto é fado (versão curta) por António Cobra

Tamara de Lempicka – The Dream, 1927

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Film


C’è un film, ormai introvabile, che tutti dovrebbero vedere. È tratto da un libro il cui autore è morto poco dopo averlo scritto. Anch’io ne scrissi, anni fa, e non sono morto. Ricordo, tuttavia, che in me finì qualcosa, e qualcos’altro nacque.
Trattava di un mendicante, della sua redenzione, della luce che in modo straordinario invade un’anima al buio.
L’occasione si affaccia per tutti. È una questione di cuore. Spesso lo mettiamo in cose che non valgono la pena: hanno l’effetto di inquietarci, di suscitare conflitti, di ridurre l’esistenza a un gioco di equilibri precari e complicati. Sono tanti i motivi: l’ambizione, le attrazioni sbagliate, i sentimenti di rivalsa. Quello che i preti chiamano “peccato”, e che è ingannevole: promette mari e monti, ma ti consegna paludi insalubri e discariche infestate.
Poi, un giorno, succede qualcosa: capisci che il tuo cuore è altrove, e non te n’eri accorto. Lì ti senti intero, le potenzialità dormienti si mobilitano, riemergono insieme dall’oblio. Non hai più paura di perdere, l’inquietudine è un ricordo, il vero io riposa in una serenità mai sperimentata.
Di fatti simili hanno parlato Paolo, Agostino, Pascal. Ma anche Luigi, Anna, Giancarlo, Alberto, Elisabetta… Sono racconti che sembrano film.
A proposito, all’inizio mi riferivo alla “Leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth. Ermanno Olmi ne ha fatto un film che tutti dovrebbero vedere, se non fosse ormai introvabile.

Salgari al Borgo Medievale di Torino

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di Max Ponte

Si è aperta al Borgo Medievale di Torino “Salgari. Il viaggio continua…” una piccola grande mostra su Emilio Salgari, dopo quella già dedicata al libro Cuore. L’allestimento è stato realizzato nella piccola chiesa del Borgo (il Borgo Medievale, ricordiamo, è  il capolavoro neogotico di Alfredo D’Andrade costruito in occasione dell’Esposizione Generale Italiana del 1884). Potrete ammirare in particolare libri d’epoca e alcuni documenti autografi di Salgari, che visse a Torino e di cui si ricorda ancora la casa in corso Casale dove è presente una targa che lo ricorda. Lo scrittore è noto ai più soprattutto come autore della saga di Sandokan animati dal celebre Kabir Bedi, ma tante sono le opere dell’immaginifico Salgari che senza viaggiare descrisse con dovizia di particolari anche geografici le lande dei suoi romanzi. Si riporta nella mostra anche la Cabiria del film di Pastrone, poetata da D’Annunzio, con un soggetto tratto per buona parte dalla “Cartagine in fiamme”.

Una mostra che assomiglia alla vetrina di una libreria antiquaria e anche per questo particolarmente adorabile, realizzata grazie ai prestiti del MUSLI – Museo della Scuola e del libro per l’infanzia.

L’ingresso alla mostra è libero, potete visitare “Salgari. Il viaggio continua…” al Borgo Medievale di Torino dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle ore 18, dal 28 settembre 2017 al 18 febbraio 2018.

Per visitare invece il Borgo e la Rocca consultate il sito qui

Foto di copertina M.P.

Zosima


Ci ripetono spesso che il profeta non predice il futuro, ma parla del presente. Niente di più vero. Sul futuro non possiamo agire: è nelle mani di Dio, soprattutto in questi tempi che qualcuno definisce apocalittici, di resa dei conti, di nodi che verranno al pettine, di diavoli che fanno le pentole ma non i coperchi e via sentenziando.
Mai come in questi periodi il futuro può essere una causa di nevrosi, un vortice che rischia di fagocitare talenti ed energie.
Il profeta, dunque, invita a far tesoro del presente, l’unica realtà che abbiamo saldamente nelle mani: non perché possiamo dominarla, disporne a piacere, ma perché siamo direttamente responsabili di un atteggiamento che orienta alla salute psichica e spirituale o spinge verso i buchi neri del non senso.
Qui si colloca la nostra scelta, di importanza vitale per noi e per coloro con cui siamo in relazione. Se di fronte alla violenza dilagante diventiamo cinici o c’incattiviamo, facciamo il gioco del “Bisha” (maligno, in aramaico. Prima o poi cercherò di capire se ha a che fare con la nostra biscia: sempre di serpente si tratta). Se invece rafforziamo ancor più la nostra fede in chi ci chiede d’essere miti e umili di cuore, collaboreremo al grande progetto di ricostruzione.
Dostoevskij, che aveva compreso il meccanismo, mette queste parole sulla bocca dello starec Zosima, ne “I fratelli Karamazov”:
“Abbraccia la terra e ama senza tregua e senza riposo, ama tutti, fino all’esaltazione… Amate tutta la creazione di Dio, amatela nella sua entità, amate ogni granello di sabbia, ogni foglia, ogni raggio di Dio, amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Amiamo ogni cosa e in ogni cosa conosceremo il mistero di Dio”. Questa è profezia.

Su “Fatti vivo” di Chandra Livia Candiani

Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

Segnalo su Carmilla una mia lettura di Fatti vivo (Einaudi 2017), la nuova raccolta poetica di Chandra Livia Candiani.

Già il titolo è una sveglia: Fatti vivo. L’incontro delle due parole determina quella che Jurij Lotman chiama “esplosione di senso”, “provocata dall’intersecarsi di immagini della realtà che non potrebbero intersecarsi altrimenti”. Il titolo esercita la duplice funzione di presa di contatto con il lettore e di esortazione. Occorre “farsi vivi” e “farsi vivi” richiede una pratica quotidiana che bandisca inerzie e narcisismi. Con Fatti vivo Chandra Livia Candiani manifesta piena consapevolezza della propria poetica (“Il nudo / lo spoglio / ha splendore”) e rende esplicite urgenze implicite ne La bambina pugile (Einaudi 2014). Continua a leggere→