
Perché non dovremmo giudicare? Perché una scintilla di bene c’è in ognuno. Pensiamo ad accendere quel fuoco d’amore che, quando meno te l’aspetti, può ardere nell’essere più freddo.

Sujata Bhatt
Un’altra storia
I
Il grande Pan non è morto;
è solo emigrato
in India.
Qui gli dèi girano indisturbati,
travestiti da serpenti o da scimmie;
ed è peccato
trattare male un libro.
È peccato spingere un libro da una parte
con il piede,
è peccato sbatterlo forte
contro un tavolo,
è peccato buttarne uno sbadatamente
dall’altra parte della stanza.
Devi imparare a girare le pagine con garbo,
senza disturbare Sarasvati,
senza offendere l’albero
dal cui legno è stata fatta la carta.
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Questo caro sgomento
L’infanzia dalle lunghe calze nere
Logorate ai ginocchi sugli spigoli
Dei banchi, l’infanzia delle preghiere
Assonnate ogni sera, delle nere
Albe dei morti, della litania
Di zoccoli cristiani sul selciato,
L’infanzia che m’ha dato
Questo caro sgomento mio d’esistere…
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“Non sapevate voi” – scriveva San Paolo ai Corinti – “che il vostro corpo è il tempio dello spirito santo che è in voi, che avete ricevuto da Dio e che voi non appartenete a voi stessi? Che siete stati comprati a un caro prezzo” (I Cor. 6:15,19,20).
Risorgere dalla nefandezza degli istinti sessuali, portare il corpo a diventare un contenitore di luce, pulito e purificato come porcellana fino a divenire un riflesso interiore di bellezza animato dal cuore e dallo spirito.
Su questo crinale si è mossa la grande ispirazione di Santa Teresa d’Avila dettata da un trascinamento mistico verso Gesù. Costei nella sua vita ha abbandonato tutte le esigenze del suo giovane e avvenente corpo per andare in sposa a Cristo. La sua passione verso Cristo faceva sì che lei abbracciasse la sofferenza tutti i giorni.
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Abito a trenta metri dal suolo
Abito a trenta metri dal suolo
in un casone di periferia
con un terrazzo e doppi ascensori.
Questo era cielo, mi dico attraversato secoli fa
forse da una fila di aironi
con sotto tutta la falconeria
dei Torriani, magari degli Erba
e bei cavalli in riva agli acquitrini.
Questo mio alloggio e altri alloggi
libri stoviglie inquilini
questo era azzurro, era spazio
luogo di nuvole e uccelli.
L’aria è la stessa: è la stessa?
sopravvivere: vivere sopra?
Non so come mi sento agganciato
la sera ha tempo di farsi piú blu
da un pallido re pescatore
o, di passaggio qui in alto,
dal vero barone di Múnchausen.
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Se ci fanno del male, reagiamo male. Questo è l’istinto. Se ci fanno del male, reagiamo bene. Questo è lo spirito. Il tagliando annuale – ma sarebbe meglio giornaliero – dovrebbe concernere questo: sono materia, o materia spiritualizzata? Sono carne o spirito incarnato? Da ciò dipende la qualità del viaggio.

“Cinquantadue anni, ma certi giorni ha cent’anni e certi giorni ne ha dieci. Ha la saggezza di un vecchio capo indiano, ha lo sguardo curioso del bambino, che vuole andare a fondo, scoprire la vita, imparare. Un direttore anomalo, un uomo che ha fatto della verità e della libertà le bandiere sue e del giornale che dirige. I lettori del direttore Antonio Sovesci sanno che lui non li tradirà mai, perché sanno che il direttore Sovesci ha un difetto, un difetto che è in realtà un pregio: non sa o non vuole mentire”.
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Cambiare ditta
Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è piú che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!
Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:
Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura
Di quel che è bene e male – ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
“Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…”
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Da “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” di Raffaela Fazio (Contatti, 2020)
Nei primi sarcofagi cristiani [1], come in quelli pagani, i ritratti dei defunti compaiono solitamente al centro, all’interno di un “clipeo” [2]. Questo termine deriva dallo scudo di bronzo usato dai soldati romani, che, secondo la descrizione di Plinio [3], veniva decorato con il ritratto [4] di un antenato e appeso in un tempio o in un altro luogo pubblico. Ma la forma del clipeo usato in ambito funerario non è casuale. Di fatti, tra le figure geometriche, il cerchio [5] è quella che più di ogni altra assume un significato escatologico, in quanto tradizionalmente è simbolo di perfezione, pienezza, eternità. “Dio è per natura circonferenza” diceva Platone [6]. Nelle cosmogonie degli antichi il cerchio era spesso legato al movimento delle stelle. Presso greci e romani, il disco era attributo delle divinità solari. E il sole è di fatti il cerchio per eccellenza, l’ “occhio del mondo”. Nella funeraria pagana, ripresa poi dai cristiani, l’imago clipeata indica quindi che il defunto è ormai inscritto in un’altra dimensione: quella dell’eternità.
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