Archivi autore: fabrizio centofanti

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“Oh mio Me!”, di Cristina Bove

Croci
Oh mio Me!
Gridò scombussolato Dio
qual è quel testo che mi fa tiranno e
mi fa rabbioso con me stesso in quanto
io sono tutto e tutti e mi suicido così per farmi pasqua
di bomba in bomba
di tomba in tomba. Oh my man! Tu pure figlio
che ti ho fatto da me multicolore e non monocolo
e pianti chiodi a croci e corpi _li feci come gli alberi_
nascevano dalle mie radici
alcuni sono me che mi uccido Continua a leggere→

Fiorenzo Bernasconi e l’intersezionismo speculare

Fiorenzo Bernasconi
Intervista a cura di Guido Michelone

Del poeta svizzero Fiorenzo Bernasconi è da pochi mesi in libreria il Manifesto dell’intersezionismo speculare per le edizioni Nuova Phriomos di Città di Castello (Perugia): vista l’estrema originalità del’argomento lasciamo la parola all’autore medesimo che illustra alcuni aspetti di questo libro teorico che potrebbe avere importanti ricadute nel mondo poetico non solo di lingua italiana. Continua a leggere→

38. Viene un’ora ed è questa

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Parlavamo delle profezie, ma nessuno ci credeva. Riflettevamo sul fatto che Dio aveva concesso spesso, nella storia, avvertimenti chiari intorno a fatti drammatici, ma che i moniti erano stati regolarmente scherniti o trascurati, a cominciare dal diluvio. Mi tornava alla mente la parabola del ricco epulone, il quale, condannato all’inferno, pregava che qualcuno avvisasse i fratelli del pericolo; la risposta era che anche se uno fosse tornato dai morti, l’incredulo avrebbe proseguito a rifiutare. Quando accennavo a questi temi, durante il pranzo comunitario del Santuario, mi ascoltavano con studiata sufficienza, opponendo ognuno le proprie convinzioni: l’ultima rivelazione è quella di Cristo!, ed obiezioni analoghe. Altri chiedevano date; avrei voluto rispondere che tutto sarebbe potuto accadere anche domani, ma mi limitavo a ricordare che i messaggi convergevano su questa fase storica, senza aggiungere ulteriori indicazioni. Cominciavo a immaginare le possibili modalità in cui gli eventi si sarebbero attuati: una piazza San Pietro gremita di fedeli, in ascolto dell’udienza papale, o una solenne cerimonia liturgica, con la presenza di cardinali e vescovi. A un tratto si sarebbe scatenata la violenza, come era accaduto nei giorni precedenti, in altri luoghi. Questa volta, però, l’effetto sarebbe stato più scioccante, come se il cuore stesso della civiltà fosse stato sfigurato da una furia senza pari. Un attacco, dunque, non solo concreto e sanguinoso, ma anche fortemente simbolico: era come se finisse un’epoca, col suo retaggio di corruzione e impurità, e dalle tristi macerie risorgesse un’era luminosa, simile a quella del primo cristianesimo. La pace che il Cristo prometteva sarebbe sbocciata da un baratro pauroso di violenza sacrilega. Solo il sacrificio, la perdita, la morte, avrebbero prodotto la Pasqua che sempre si rinnova, nella storia del mondo. Da quel giorno, più nulla sarebbe stato come prima; la Chiesa avrebbe riscoperto la bellezza delle virtù incontaminate, l’umiltà e la povertà; si sarebbe convertita a un Dio purissimo, inseparabile da un processo di purificazione e spoliazione. Lo scenario era alle porte: viene un’ora ed è questa, dice il Cristo, parlando della sua rivoluzione di amore e libertà.

Tarragona

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Per un colpo di sonno inaspettato,
sul punto di partire per un viaggio
amato, voluto, per la giovane età,
decisamente arguto il pezzo che giustifica le scelte,
rassicurando il genitore ossuto
che non si capacita più, d’aver perduto.
Appese al filo del destino, partite
per un tour più lungo e faticoso,
dove il cielo è l’anima gridata, lo spazio
assorto dell’incrocio, il suo risveglio,
in tempo per morire, un sonno
eterno, un colpo: un secolo ancora, per dormire.

Rosa Matteucci: Costellazione familiare

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“Mia madre si era fatta un taglio profondo sul ginocchio da cui sgocciolava sangue; il cane, vicino ai cassonetti dell’immondizia, l’aveva fatta cadere su un collo di bottiglia. Raffaella si medicò sommariamente, giusto una sciacquata con la spugnetta da cucina, bendò il ginocchio tumefatto con un mocicchino di batista e, come se nulla fosse, prese a sorseggiare champagne sul divano mentre il cane, con la maestria di un tagliatore di diamanti, leccava ieratico ogni traccia di perdita ematica”. Continua a leggere→

Primavera

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Sembra un dovere che torni a sollevarci
dall’umida tristezza dell’inverno.
Ma niente è scontato in questo punto azzurro
in cui affogano il dolore in lunghe suppliche.
Il giorno è una sfida lacerante
tra l’essere e il non essere,
tra il gelo dell’amore assente
e il fiore che trapela, nonostante.

Rosa Salvia su “Ode al Monte Soratte”, di Claudio Damiani

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Comincio lentamente a leggere e provo subito una sensazione di infinita tenerezza per questo Monte Soratte, piccolo, spelacchiato (dal lato romano) così come una voglia di abbracciarlo come si fa con un nonno che ha intensa esperienza di vita alle spalle. Mi affascina poi la traduzione, ‘in giovanili endecasillabi’, dell’ode oraziana, quel carpe diem che nulla ha a che vedere col vacuo edonismo. Continua a leggere→

Guido Michelone intervista Fiorenzo Bernasconi

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Non capita tutti i giorni di avere a che fare con un inventore-poeta: eppure da qualche tempo in qua, dal Canton Ticino della Svizzera, sono frequenti le sortite di Fiorenzo Bernasconi nelle più svariate forme artistico-letterario-musicali; in una fabbrica italiana di fisarmoniche, sta brevettando un nuovo strumento in grado di facilitare diverse mansioni agli stessi musicisti. Con Bernasconi, La Poesia e lo Spirito si è intrattenuta in una piacevole conversazione, in cui l’autore racconta le diverse sue esperienze. Continua a leggere→

37. La pentola

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Ricordo l’immagine che don Mario evocò, confidandosi con me molti anni fa: la visione di una pentola ricolma dei segreti dell’umanità, delle chiavi per capire l’essere; e lui che chiedeva al Signore: posso aprirla? Vivevamo qualcosa di simile, in quella fase storica in cui tutto era sul punto d’emergere e di rovesciarsi nel suo esatto contrario. Era come se vedessimo oltre: riguardo all’ex parrocchia e al Centro giovanile, dove una certa tendenza, prima sotterranea, operava allo scoperto un tentativo di colonizzazione che sembrava vincente; e al Santuario del Divino Amore, nelle mani della vecchia dirigenza, assecondata da gerarchie sorde e incapaci di mettere fine al processo involutivo. Comprendevamo meglio come ciò che appariva in superficie fosse solo una patina lieve, destinata a scomparire al primo colpo di spugna: l’orgoglio, l’arroganza, avrebbero ceduto senza condizioni all’assalto improvviso della storia. Avevamo imparato a riconoscere il misto di forza e debolezza presente nei poteri umani, l’odore del nulla, il tanfo di morte che esalavano i progetti nel confronto col Progetto di Dio, pronto a risorgere dalla crosta della terra ferita da attentati a raffica nei cinque Continenti. Più questo nucleo incandescente si irradiava, più sentivamo l’appello a rifugiarci nell’amore di Dio, che sorregge l’universo impedendogli ancora di dissolversi in una nube evanescente di entropia. Chiedevamo al volto santo di Cristo la parola, il pensiero, il gesto più opportuno per ogni istante che ci dava di vivere. Stavamo accedendo al sapere di don Mario sul mistero ultimo del mondo: potevamo chiedere anche noi di sollevare, trepidanti, il coperchio della pentola.

Ci sono donne gonfie d’amore

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da qui

Ci sono donne gonfie d’amore
sono spade e forcelle e assi
nella manica.
Vitalità si sporge
dai capezzoli per un latte piccolo
all’infante. Le condiziona la struttura celeste
quel tessere l’enigma
fino al velo scostato per pochissimo
fino alle sonde acute di concentrazione. Continua a leggere→

36. L’appuntamento

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Intanto, facevamo progressi tangibili nella nostra crescita spirituale. Personalmente, avevo sperimentato la profondità del versetto 53,3 del libro di Isaia, dove il Servo del Signore è definito “uomo dei dolori, che ben conosce il patire”: espressione agevolmente riferibile alla figura del Cristo. Aprendomi a questa dimensione, prendevo coscienza dei residui di edonismo che ancora resistevano, e mi orientavo a vivere ogni piccola o grande sofferenza in unione con Gesù. Il primo risultato fu il rifiuto di assumere – come ormai facevo quotidianamente – analgesici per l’emicrania. La sorpresa fu che, vivendo il malessere in questa prospettiva, scemava a poco a poco, fino a divenire tollerabile e spesso a scomparire. L’altra scoperta arrivò dalla lettura del libro di Gaeta sulla Vergine delle Tre Fontane, dove lessi che qualunque cosa la Madonna impetrasse dalla Trinità, infallibilmente l’otteneva. Questa coscienza rivoluzionò la mia preghiera, che divenne mirata ed efficace. Nello stesso tempo, toccammo con mano come i più restii ad accogliere i messaggi fossero proprio i sacerdoti: come se gli effetti del razionalismo illuministico colpissero loro più degli altri e impedissero di considerare le comunicazioni soprannaturali come uno dei modi più plausibili del dialogo tra l’uomo e Dio. Il timore di apparire ingenui o fondamentalisti chiudeva il loro cuore e rendeva impossibile ai fedeli di conoscere il Progetto che il Signore aveva concepito in un mondo refrattario al cambiamento. In questo modo i più vicini, abilitati a penetrare nel mistero, sarebbero stati i più sorpresi dall’imporsi improvviso degli eventi. Il sacerdote e il levita della parabola del Samaritano sarebbero passati ancora oltre, dall’altra parte, e avrebbero perso un ulteriore, importante appuntamento con la storia.

I poeti e la crisi

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Lunedì 14 marzo 2016, ore 16.30: Presentazione dell’ antologia “I poeti e la crisi”
Liceo Statale Socrate, Classico/ Scientifico Via Padre Reginaldo Giuliani, 15 Roma

I poeti e la crisi, a cura di Giovanni Dino. Introduzione di Rita Cedrini, Fondazione Thule Cultura, Palermo, 2015

La poesia in quanto arte può contribuire a fare qualcosa contro la crisi economica? I poeti, come comuni mortali ma anche come uomini dotati di estro e di particolare sensibilità, possono fare qualcosa contro la crisi? Questi sono le domande che mi pongo da alcuni anni e che solo da alcuni mesi mi hanno spinto a proporre una nuova antologia d’impegno civile. Credo che mai come adesso sia il momento di dare la parola all’anima dei poeti perché esprimano, al riguardo, la propria visione. Continua a leggere→

Otto marzo

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La donna maschio, donna sottomessa,
domina-donna, o donna sfruttata,
pugno in un occhio o incanto delle forme,
donna soggetto o oggetto, pluriforme
presenza degli ormoni, unione degli
opposti, in te, in me, dentro la cosmica
fusione dei poli, nella sapiente
inclusione che integra e perdona,
che solo nell’incontro dal profondo
si placa nell’abbraccio, e vi riposa:
più in là, molto più in là di una mimosa.

Kent Haruf: l’indispensabile vita della contea di Holt

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Ringrazio la sorte per aver messo sulla mia strada di lettore il Canto della pianura di Kent Haruf (pp. 303, euro 18). Ce l’ha in catalogo – un catalogo ancora minuto, ma tanto intenso da far pensare a larghi orizzonti – il quasi neonato NN Editore. Si tratta del secondo tomo di una splendida trilogia – La trilogia della pianura, appunto – il cui primo tassello, Benedizione, è comparso sugli scaffali delle librerie la scorsa primavera. Aspettando, speriamo molto a breve, il terzo capitolo, Crepuscolo, ci godiamo ora la prosa necessaria di questo romanzo che fluisce come il sangue – sarà anche merito della lucente traduzione di Fabio Cremonesi – e che come il sangue non smette di vorticare tra vene e arterie neppure quando l’ultimo foglio viene richiuso dietro la quarta di copertina. Continua a leggere→

35. L’impresa

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Gli scenari apocalittici non servivano a piazzare batterie di fuochi d’artificio per attrarre spettatori; e nemmeno a forzare cambiamenti di politiche ecclesiali che niente e nessuno era riuscito a scalfire, fino ad ora. La giusta prospettiva era quella del vangelo appena letto la domenica, il brano della torre di Siloe caduta sui diciotto e del massacro dei ribelli Galilei su ordine di Ponzio Pilato: se non vi convertite, perirete tutti, ammonisce Gesù, suggerendo che il male, per chi crede, è un appello urgente a un’autentica e profonda conversione. Non bisognava, dunque, calcare la mano su immagini cruente e disturbanti – che pure emergevano dalle note profezie -, ma invitare a una verifica della propria vita, del proprio specifico ruolo sul palcoscenico di un tempo non più adatto a dilazioni o pretesti per chiudersi a scelte coraggiose. Certo, adesso era difficile, quasi imbarazzante pregare per la rapida attuazione degli eventi: sapevamo che avrebbero causato lacrime e sangue in abbondanza; come sperare che accadessero al più presto? Come gioire per la morte di tanti confratelli, la distruzione delle cose sacre, l’oltraggio a una memoria secolare racchiusa negli spazi intangibili della santa liturgia? Eppure intuivamo che più nulla avrebbe potuto scongiurare l’irrompere dei fatti: l’intreccio del bene e del male sarebbe stato investito dalla luce abbagliante del Progetto, e avrebbe rinnovato alla radice la Chiesa cattolica apostolica romana. Di fronte a questo dato, non restava che un’opzione: convertirsi. Non a caso era il messaggio d’esordio del Battista e di Gesù, entrambi votati, sin dal loro apparire sulla scena, all’impresa di cambiare l’Uomo.

Meduse, di Rosa Salvia

Meduse
Immobile bianca eternità attende, là ove, anno per anno, entro di sé, mutò volto
e sostanza,
mille mani protese in un abbraccio di acqua,
immense meduse dai filamenti urticanti aspettano che la mancanza d’immenso
lavi i loro occhi come lillà che si schiudono: mancanza sofferta, sofferenza
accettata, sguardo d’incendio, là ove la trasparenza spacca il cuore in un grido
che apre all’amore. Continua a leggere→

34. Le profezie finali

San Pietro
Arrivavano conferme dappertutto; anche un libro con le rivelazioni della Madonna delle Tre Fontane al veggente Bruno Cornacchiola: “Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo”. Ci convincevamo sempre più che sarebbe stata questa la via battuta dal Signore per raggiungere lo scopo – apparentemente utopico – di una purificazione profonda della Chiesa. Mi tornavano alla mente le catene di illusioni e delusioni che ci avevano inchiodato a una speranza ogni volta rimandata: il pensiero confortante di una gerarchia disposta a regolare situazioni di palese ingiustizia, in cui anche un bambino avrebbe saputo cosa fare. Ma nessuno, in alcun caso, si era deciso a intervenire, costringendo la gente a smarrire la fiducia residua nei cosiddetti “uomini di Dio”. E allora, Dio, avrebbe trovato i suoi mezzi alternativi per ricondurre la Chiesa alla legge del Vangelo; avrebbe permesso la violenza di un “attacco tremendo”, portato al cuore stesso della compagine cristiana, ai responsabili poco disposti a rendersi strumenti dell’opera del Padre. Come attendere il verificarsi degli eventi? Nell’unico modo suggerito dallo Spirito, in casi come questi: pregando, e confidando nel fatto che chi si affida al Signore non ha nulla da temere. Avremmo voluto gridarlo ai quattro venti ma, per il momento, potevamo confidarlo solo nelle nostre catechesi o nella lectio divina, oltre che nelle scarne puntate di un romanzo ogni giorno più sintonizzato sulla lunghezza d’onda della storia.

Lucetta Frisa, Poesie su dipinti

Arnolfini
Gli sposi Arnolfini
Jan Van Eyck

Nel silenzio lo specchio mostra figure rovesciate
se è vero che siamo qui a bisbigliarci qualcosa
di molto elegante scandendo sillabe leggere
dove l’eco si cancella sulle labbra ed anche le mani,
appena sfiorandosi, non osano farsi domande.
Se questo fosse il sogno di un’altra coppia,
un mistero cortese che invisibile soffoca
nel quieto disegno delle cose,per svelarsi
solo di là,nell’ardore di gesti dissennati
in ombre e profili capovolti. Ma è così
che ci immagina il nostro desiderio.

Il mistero della Gioconda

Gioconda
di Augusto Benemeglio

1. Un atto di venerazione

Vi è forse capitato, come è capitato a me diversi anni fa (trenta, forse quaranta) di andare a Parigi solo per vedere la Gioconda, incanalati, pressati come sardine, lungo la Grande Galerie del Louvre, nella sala VI, dietro migliaia di persone, per l’incessante, quotidiano pellegrinaggio alla Regina incontrastata dell’Arte, all’opera più famosa di tutti i tempi? Allora avrete capito che non è una visita, ma un vero e proprio atto di venerazione, uno straordinario sincretismo religioso , che si realizza in nome dell’arte. Continua a leggere→