Archivi autore: fabrizio centofanti

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Jazz Day, libri e cultura

Michelone dialoga con Perfumo
Dialogo fra Guido Michelone ed Elisabetta Perfumo

Professor Michelone cos’è il Jazz Day di cui si parla tanto in questi giorni?

La ‘giornata del jazz’ o ‘JAZZ DAY’ è una ricorrenza istituita dall’UNESCO dal 2012, da celebrare ogni 30 aprile con eventi di vario tipo, dal concerto al recital, dalla mostra alla conferenza, dal dibattito alla proiezione di un film, dalla presentazione di un libro a una serie di manifestazioni eterogenee, che si possono svolgere tra il 20 aprile e il 5 maggio ma anche oltre. Continua a leggere→

Il genio di Carmelo Bene

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di Nicola Vacca

 

Carmelo Bene è stato un grande genio del nostro Novecento. La sua figura irriverente e anticonformista e la sua opera di rottura  meritano oggi una più alta considerazione .

Ma si sa che gli irregolari nel provincialismo e nel conformismo dilagante di questo sciagurato paese non hanno mai avuto  vita facile.

Mai come in questo momento è utile tornare a leggere Carmelo Bene.C’è  bisogno di antagonismo puro in questo tempo di servi sciocchi e omologati da social network. Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcia Lorca. 1

Avviamo la pubblicazione delle poesie di Federico Garcia Lorca lette da Luigi Maria Corsanico, a mio parere il suo migliore interprete. Notoriamente, il nostro blog ha come sottotitolo una frase di Fëdor Dostoevskij: potrà questa bellezza rovesciare il mondo? Per accedere allo spirito, non c’è niente di più idoneo del bello che apre il cuore. La poesia di Lorca corrisponde a questo requisito, decisivo per l’evoluzione interiore dell’umanità. Corsanico sa coglierne echi e sfumature con insuperabile maestria, unendo alla suggestione dei versi la magia di un perfetto accompagnamento musicale.

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da qui

Federico García Lorca

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42. All’altra riva

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L’evoluzione non si limitava a fatti esteriori – pure importanti, secondo certi aspetti: la stima crescente da parte del rettore, del parroco, delle comunità di suore nel Santuario e nella Casa -, ma riguardava l’interiorità, più coinvolta grazie alla chiave perduta e ritrovata della vera bellezza. L’avevamo riscoperta nell’ascolto delle poesie di Lorca, da me fortemente caldeggiato: l’incontro con l’arte, la musica perfetta del poeta andaluso, aveva risvegliato in noi la profondità che faticava a emergere, per l’incalzare delle prove. Assaporare una misura umana, lasciare che il cuore aderisse alla vita, senza inaridirsi nei noti meccanismi di difesa: ecco la via pulchritudinis, che rimetteva in moto le energie, toglieva la pietra dal sepolcro e preparava all’avvento prossimo della Pentecoste. Certo, rimanevano in piedi le contraddizioni di un luogo ancora sospeso fra antiche tare e propensione al nuovo; ma l’attesa degli eventi si era fatta più salda e fiduciosa, nonostante il muro innalzato, quasi sempre, di fronte all’annuncio delle vecchie e recenti profezie. Gli scenari prendevano forma davanti ai nostri occhi: lo scisma in agguato nella Chiesa; l’ostinata resistenza delle gerarchie ecclesiastiche, impegnate a difendere potere e privilegi; l’oblio dell’opera iniziata da don Mario, al di là di una facciata verniciata a fresco. Su scala maggiore, si poteva intuire il fermento segreto degli araldi della guerra santa, impegnati a studiare i modi e i tempi di un attacco che avrebbe sorpreso, temporaneamente, l’Occidente cristiano. Scrutavamo l’orizzonte con più serenità, convinti che Colui che ha in mano i fili dispersi della storia ci avrebbe traghettati all’altra riva.

41. Triduo

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Crescevamo tra ostacoli anch’essi crescenti, ma qualcosa si muoveva. Avevano spostato la liturgia eucaristica dalle otto alle sedici: un bel vantaggio, perché la sveglia presto, la domenica mattina, era per molti uno scoglio insormontabile. Mi commuovevo a vedere la folla che sceglieva quell’orario semplicemente ritenendolo il migliore. Non venivano per me: ed era un importante risultato. Potevano scoprire qualcosa che mettesse in crisi le loro coordinate, aprirsi a un mistero che fissa, con ciascuno, un incontro decisivo. Insomma, stavamo ripartendo. La messa delle otto era un recinto che tendeva ad allargarsi, ma sottostava a limiti precisi. Ora, l’argine era rotto: il passaparola sarebbe divenuto un volano grazie al quale il Progetto avrebbe preso piede. Pensavo a don Mario e a don Umberto, che dal cielo incoraggiavano la nostra avventura sgangherata: l’esperienza quotidiana, infatti, continuava a registrare angherie ed umiliazioni, un’insignificanza simile a quella di coloro che i francesi chiamano “invisibili”. Eppure, crescevamo: tornavamo all’origine, dopo aver fatto il giro; approdavamo alla sorgente che zampilla per la vita eterna, ai fiumi d’acqua viva di cui parla il Vangelo di Giovanni. Passato il venerdì cruento di passione e il silenzio assordante del sabato santo, scorgevamo la lama di luce dell’alba della domenica di Pasqua.

Lucetta Frisa, poesie su dipinti

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Il soldato e la ragazza che ride
Vermeer van Delft

Soldato, hai volto e cappello ombroso
che indossi su strade impervie e cavalli in corsa
e giungi qui da guarnigioni lontane
sfinito,affannato, polveroso.
Non credere alle carte geografiche
mai sapranno condurti su strade felici:
te lo dice una donna che viaggia
libera nella sua casa dove impara
certi segreti che tu ignori. Ma finalmente
sei qui davanti a me spavaldo
battendo il tacco dei tuoi lunghi stivali.
Ti porto un bicchiere di birra fresca
mentre spalanco la finestra per fare entrare
la luce. Guardala, non è la stessa che incontri
sulle tue strade fangose: questa è chiara e leggera.
Ecco che ti cammina sul mantello
sull’elsa della spada e tra la barba
tenera e ride dai tuoi occhi ai miei
dentro i nostri bicchieri e per tutta la stanza.
Ti prego, non farmi la domanda
che sulle labbra ti trema; non voglio
sapere adesso il mio destino, lascialo
nascosto ancora nell’angolo di questa luce.

I vacillamenti di Cioran

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di Nicola Vacca

 

Nessuno come E.M.Cioran, scrittore e pensatore dal fascino contagioso, ha pugnalato con la scrittura l’essenza tragica dell’esistenza. Nessuno come lui, nel secolo scorso, si è servito del frammento per riassumere in un unico grande aforisma tutto il divenire che nelle cose mostra la sua spregiudicata metafisica. Chi è stato in compagnia di Cioran racconta che era impossibile uscire delusi da un incontro con lui.

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Luciano Funetta o del discorso occulto della pornografia

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A volte si dice di un romanzo che è potente. Poi lo leggi e non ti ha neppure graffiato.

Adesso prendi in mano Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué, pp. 184, euro 9,90) e vedi che almeno un pugno ben vibrato ti arriva. Anzi due: uno in faccia, per stordirti, un secondo nello stomaco, per soffocarti. C’è un giovane uomo, un padre, un marito. Il suo nome è Rivera, abita una città immaginaria – a tratti futuristica – che porta il nome di Fortezza. La vita di quest’uomo si affaccia sul fallimento dell’istituto del matrimonio: è padre e marito, ma egli ha abbandonato moglie e figlio, li ha preferiti alla propria collezione di serpenti velenosi. Ha perso anche il lavoro (non si sa come, “il lavoro al giornale era soltanto un ricordo”) e un posto nella società. Vive relegato nel proprio appartamento, piccola fortezza al centro dell’immensa Fortezza. Continua a leggere→

Tra poesia e canzone. Intervista a Patrizia Cirulli

di Guido Michelone

È fresco di stampa per la Incipit Records – distribuito da Egea Music – l’album ‘Mille baci’ scritto e cantato da Patrizia Cirulli, la quale ha compiuto un’operazione davvero insolita per il sound popolare italiano, mettendo in musica, sotto forma di canzone, alcune celebri poesie di Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Salvatore Quasimodo, Gabriel D’Annunzio, Charles Beaudelaire, Attilio Bertolucci, Catullo, Frida Kahlo, Eduardo De Filippo, Umberto Saba, Alda Merini, Trilussa, Fernando Pessoa. Accompagnano Patrizia nel disco fior fior di musicisti come Andrea Di Cesare, Fausto Mesolella, Sergio Munoz, Giancarlo Cattaneo, Lele Batista, per un risultato sorprendente, di cui si discute in quest’intervista esclusiva per ‘La poesia e lo spirito’. Continua a leggere→

La sostanza sottile di Cordelli

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di Maurizio Soldini

Il romanzo si snoda per 81 capitoli, – sarà un caso che c’è una stretta corrispondenza con gli 80 + 1 capitoli del Libro della sapienza di Lao-tze? – e la trama è piuttosto snella: un padre e una figlia vanno in vacanza nell’amata Provenza perché il padre racconti le vicissitudini del recente ricovero per embolia polmonare, che lo aveva ridotto in fin di vita. Continua a leggere→

Pound poeta, ma anche grande critico

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di Nicola Vacca

 

Ezra Pound resta un autore fondamentale. La sua opera  poetica ha ispirato gran parte della poesia del Novecento. Nei Cantos è riassunta la chiave della nostra modernità, la spiegazione dei feroci dilemmi della contemporaneità: in questi magnifici versi troviamo  la nostra storia, il retaggio culturale  di un’epoca, ma soprattutto troviamo la nostra realtà.

La figura di Pound spazia a trecentosessanta gradi: poeta, critico d’arte, pensatore  sociale, economico, politico, ma prima di tutto artefice del libero pensiero. Pochi scrittori hanno raggiunto  il grado di unità  tra arte e vita, pensiero e personalità, idea ed azione.

La critica letteraria era una delle passioni del grande poeta americano. I suoi scritti, precisi e argomentati, sono sorprendenti perché anticonvenzionali e antiaccademici Una parte rilevante della sua attività di saggista  la si può leggere in Ars Poetica che Nino Aragno ha ripubblicato nel 2009. Questo prezioso volume, da troppo tempo introvabile, raccoglie gli scritti più significativi di Pound sulla poesia e sull’arte di scrivere, sul rapporto tra parola e letteratura, sulla necessità di salvare la tradizione e l’opera dei suoi maestri.

Il libro ha la prefazione di Thomas S. Eliot, che aiutò  Pound nella scelta e nella raccolta dei saggi da pubblicare . Un’opera  che può essere considerata indispensabile per capire come una delle personalità affascinanti e controverse  intendesse il significato della poesia del proprio tempo.

Lo stesso Eliot, nella prefazione, raccomanda  il libro al lettore perché Pound ha detto molte cose sull’arte di scrivere, e in modo particolare su quella di scrivere versi, che hanno un valore e utilità perenni. Ma Eliot apprezza questi scritti anche per un altro motivo.In questo libro, tenendo fede alla sua particolare irriverenza nei confronti del canone, Pound ha imposto all’attenzione di chi legge non soltanto dei singoli autori, ma intere zone di poesia che nessuna critica può ignorare. Per esempio, le bellissime pagine sulla poesia provenzale, considerata da Pound il trionfo  autentico della parola che si fa messaggio di autenticità e trasparenza.

Il pezzo forte del corposo volume è il saggio di apertura “L’arte della poesia” .In cento pagine Pound espone la sua poetica e redige un inventario ragionato del suo modo di intendere la poesia. Pound crede in un ritmo assoluto che corrisponde esattamente all’emozione o alle sfumature dell’emozione da esprimere. Per scrivere bene il poeta deve scrivere esattamente ciò che intende, nel senso che non deve mai rinunciare alla chiarezza. La poesia, per Ezra Pound, deve essere la prova decisiva della sincerità di un uomo.  Quando si scrivono versi si deve credere nel ripudio di ogni convenzione che impedisca e ottenebri la determinazione della legge o il rendimento preciso dell’impulso. La poesia vera è quella dove l’emozione resiste, la tradizione è l’unica bellezza da conservare.

Pound è convinto che il vaglio supremo della poesia  è il sentimento, da parte del lettore, di un’intelligenza insolita che opera dietro le parole.

«Vanno a pezzi le cataste di poesia artefatta che ogni decennio e ogni scuola e ogni moda producono. Talvolta  è estremamente difficile trovare qualche altra ragione speciale per spiegare il fatto  che tale poesia  risulta così insoddisfacente. Ho scritto espressamente intelligenza, non intelletto. Non vi è intelligenza senza emozione. L’emozione, il sentimento non può essere anteriore o simultaneo. Vi può essere emozione senza troppa intelligenza, ma questo non ci riguarda». Per Pound  il poeta ha un  compito preciso:  scrivere sempre per riempire il caos, popolare  solitudini, moltiplicare immagini, segnare la via sterile del paradiso, riempire il vuoto cosmico con la bellezza di un cielo stellato. Infine fare di  ogni stella  un nido di voci nobili.

In queste riflessioni capitali sull’arte dello scrivere versi c’è la grandezza del pensiero poetante di Ezra Pound. La poesia vera diventa profezia, rivelazione di un discorso cosmico che si candida all’eternità, che trova nell’erudizione della morale della conoscenza,  nel viaggio nel delirio, e soprattutto nella tenerezza e nel sublime di una visionaria liricità, i fondamenti etici dai quali è impossibile prescindere  se si decide di esistere per conoscere.

40. Il male è male

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Si cominciava a parlare di scenari. Ormai era chiaro che le profezie non riguardavano solo il Vaticano, l’attacco tremendo alla Chiesa che l’avrebbe costretta a rinnovarsi, ma un’area molto più vasta, e forse il mondo intero. I cento anni di dominio di satana sarebbero finiti coi fuochi d’artificio di una guerra totale, che avrebbe seminato la morte e innescato un meccanismo di autodistruzione che solo il Pantocrator, il Signore che tiene i fili e le trame della storia, avrebbe frenato al tempo giusto. Già parlavamo di ritorno all’essenziale, di valori che sarebbero riemersi, dopo la grande parentesi di confusione e di non senso, in cui ogni capriccio era un diritto, ogni voglia dell’io una legge da imporre con la forza o con la persuasione occulta. Stavamo toccando il fondo del liberismo e del libertinismo, la democrazia era ormai diventata una facciata che nascondeva il governo assoluto di pochi potentati e lo sfruttamento di una massa inconscia di obbedienti manichini manovrati dall’alto. La cultura procedeva con parole d’ordine cui tutti dovevano piegarsi; lobby intoccabili proclamavano del tutto indisturbate il loro verbo lascivo, viscido, sfuggente, e nello stesso tempo categorico e rigido, intollerante riguardo al pur minimo accenno di dibattito. Un’idea valeva l’altra, perché tutte finivano nel grande calderone di una dittatura invisibile e implacabile, fondata sull’apparente libertà dei social network, degli squallidi spettacoli dei media, proni alla ferrea volontà delle multinazionali del pensiero unico. Persino la fede era gestita da un’industria sofisticata e aggiornata del politically correct, dell’adeguamento al mondo. Era sempre più chiaro che la corsa verso il nulla sarebbe sfociata in un esito al contempo sorprendente e prevedibile: si sarebbe compreso, finalmente, che il male è male, e fa male. Da questa coscienza elementare si sarebbe generata la nuova civiltà; una bella mattina, ci saremmo guardati negli occhi dal fondale di un mondo totalmente rinnovato.

Gianmaria Testa, un poeta che cantava

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di Guido Michelone

Ci volevano i francesi, circa vent’anni fa, per scoprire il talento di un nuovo protagonista della canzone d’autore italiana, non più giovanissimo: Gianmaria Testa, cuneese di Cavallermaggiore (dove nasce il 17 ottobre 1958 da una famiglia contadina), vive nel tipico borgo collinare tra Savigliano e Racconigi, ma muore ad Alba, ormai sua città adottiva, il 30 marzo 2016, dopo una dolorosa malattia. Continua a leggere→

Le lamentazioni prima dell’amore, di Michele Caccamo

Lamentazioni
Dio, ti chiedo di darmi un sogno d’avvenire; una serenità che mi si infondi nei quotidiani trasporti d’amore. Ti chiedo di infiacchire la mia paura e la sua continua provocazione. Che io possa dare consiglio al mio cuore smascherando ogni infamia.
Dammi una sola ora suprema per istruire segretamente i miei figli sull’arte dell’audacia, sull’emancipazione del coraggio sulla Rigenerazione Universale, sulla maniera più viva per stabilire l’Amore. Continua a leggere→

39. Passaggio

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Il venerdì santo venimmo a capo di un’altra verità. Lei passava momenti molto forti – diciamo anche terribili – in relazione all’offerta di se stessa in favore del Progetto. Si avvertiva dal cambio della voce, dal sentimento di rivolta che se ne impadroniva, fino a renderla irriconoscibile. In altri tempi, la trasformazione repentina mi destabilizzava: rischiavamo ogni volta di rompere il rapporto, di distruggere la tela faticosamente tessuta dal Signore. Ora la reazione era diversa: non solo perché vedevo chiaramente che soffriva per la mia trasformazione, ma anche perché avevo compreso di dover accogliere quella che chiamavo “l’altra persona”, amarla con la stessa intensità, per riportarla al centro, alla profondità in cui risiedeva il nostro io più vero. Ci alternavamo nei ruoli della favola famosa della bella e la bestia: facevamo l’esperienza che solo l’amore può guarire, integrando le forze distruttive, centrifughe, per tornare alla pace promessa dal Cristo. Era questo il senso della terza tappa della settimana di passione: il diavolo mirava a sfigurare il Progetto, a distruggerlo con l’odio e la violenza; ma proprio il corpo consegnato alla brutalità del mondo diveniva immagine del più bello dei figli dell’uomo, come è scritto nel salmo. Toccavamo profondità sconosciute, attingevamo alla fonte che zampilla per la vita eterna, di cui parla Gesù alla donna incontrata, a mezzogiorno, al pozzo di Giacobbe. Aprivamo il coperchio della pentola e sentivamo il flusso dello Spirito riprendere il suo moto, restituendo il dono della vita autentica. Era come la caparra di ciò che sarebbe successo nella Chiesa: un attacco violento, mirato a distruggerne le basi, sarebbe diventato l’occasione per renderla più bella, per farne l’immagine pura del suo Fondatore originario. Qual era il prezzo del passaggio? Sicuramente alto, come ormai sapevamo da tempo. Ma ci avrebbe traghettato dal venerdì di passione all’alba della domenica di Pasqua.