
Il cannocchiale del tenente Dumont, Marino Magliani, L’Orma, 2021.
Intervista a Marino Magliani. Il suo ultimo romanzo è tra i 12 finalisti del Premio Strega.
Al centro del romanzo c’è la diserzione. Per giunta, dentro un romanzo storico. Come mai? Mi incuriosisce che tu voglia proporre questo paradigma in un momento in cui la storia si sta prendendo la sua rivincita dopo la fine della guerra fredda. Davvero, la dimensione della libertà oggi è la fuga?
Uno, Pasquale, scrive di ciò che conosce. Credo di avere una buona esperienza come disertore, i miei personaggi lo considerano un valore, io non giungo a tanto, ma ci sono stati momenti in cui ho considerato la diserzione un culto. La diserzione non è fuga, anche se poi si potrebbero trovare decine di forme di diserzioni.
Un’altra curiosità è la forte presenza del territorio, la Liguria, in particolare. Racconti un ambiente che non esiste più. La campagna che descrivi è lontana dal naturalismo pastorale come dall’attuale e un po’ retorica riscoperta della decrescita felice. E’ la campagna dei nostri padri, quella pura e dura, da cui fuggire. Dietro l’apparente anacronismo del tuo romanzo sembra che soffi l’impossibilità di riconciliarsi col passato. Preferisci rapportarti allo spazio (i luoghi) o al tempo (la storia e la contemporaneità)?
Ho sempre visto e raccontato una Liguria che crollava in mare e stavolta volevo semplicemente guardare e inventare una Liguria a me sconosciuta ma che in qualche modo è la stata la Liguria della mia infanzia.











