Archivi categoria: Diari

Pietro

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Da quando il Movimento aveva sequestrato le chiese e le sedi istituzionali, la situazione era tornata a essere quella dei primi anni, quando le comunità si riunivano clandestinamente nelle case, diramando la notizia che si sarebbe celebrata l’eucaristia alla tal’ora e nel tal luogo. Il papa trasmetteva messaggi tramite internet ma, con la rete controllata, bisognava ricorrere a stratagemmi sempre nuovi. Capernaum era l’ultimo nome con cui si faceva riconoscere, in ricordo della città dove Gesù, ospitato da Pietro, aveva soggiornato. Gli annunci erano sempre gli stessi: resistete, la preghiera aprirà spiragli nuovi, riusciremo a garantire la parola e il pane in ogni centro abitato. A volte si coglieva una stanchezza comprensibile in un uomo braccato quotidianamente: veniva voglia di fargli una carezza, di dirgli: su, coraggio, siamo con te, per noi la morte è una tassa da pagare all’oppressore, ma non ci faremo distogliere dall’obiettivo. Subito dopo si affacciava la domanda: qual è l’obiettivo? Riemergeva il ricordo di una vita libera, una fraternità senza frontiere, e l’immagine del regno promesso tornava a sovrapporsi alle ronde, alle catene, alle corde oscillanti negli angoli delle piazze e delle vie.

Quattro frasi in croce

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Sembra facile decifrare i segnali che arrivano ogni momento dall’esterno: quante volte prendiamo fischi per fiaschi, leggiamo un’espressione attribuendole un significato che nella realtà è il contrario? Siamo tutti lettori, spesso impreparati: ci vorrebbe un traduttore per interpretare il linguaggio della gente, un vocabolario da afferrare nella sua unicità irripetibile. Molte cause di infelicità risiedono nell’incompetenza recidiva con cui ci misuriamo col lessico dell’altro, convinti di avere le chiavi per decodificarlo mentre replichiamo all’infinito lo stampino delle nostre quattro frasi in croce. Ogni dialogo è una celebrazione liturgica in cui si cerca di cogliere un frammento del mistero, una scheggia di eterno in cui trapela la terra promessa della comprensione.

La fine della storia

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Arrivammo di giorno e trovammo una spessa coltre di terra, o di sabbia, che copriva tutto. Cominciammo a scavare, augurandoci di trovare qualcosa di riconoscibile, di resistente alle ingiurie del tempo. La prima scoperta fu un’aula che ricordava gli antichi teatri greco-romani, ma gli scranni erano in legno. Estraemmo un biglietto in buono stato di conservazione, in cartoncino rigido; c’era scritto: Ordine del giorno al Parlamento. Le frasi sottostanti risultavano illeggibili; si potevano ricostruire alcuni termini: immunità/impunità; immigrazione; Pomigliano. Notammo anche un rotocalco divorato dai vermi, forse una rivista di enigmistica. Qualche centinaio di metri oltre, dissotterrammo una specie di tempio; ricuperammo un minuscolo foglietto in cui sopravviveva qualche appunto sfrangiato; si leggeva, faticosamente, poveri, coraggio, fedeltà. Nel mondo sepolto da un cataclisma inesorabile, solo alcune parole tenevano duro, contendevano tenacemente con la fine della storia.

Metta un dito qui sotto

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Se avessi voce in capitolo, nella politica italiana, porterei avanti il seguente programma di governo:
1) Eliminare gli eccessi nelle retribuzioni e nei guadagni: entrate astronomiche e mensili da quattrocento euro considerati assurdi nella stessa misura.
2) La legge uguale per tutti, senza infamie e senza lodi.
3) Rappresentanti politici eletti dal popolo.
4) Nessun privilegio per la classe politica.
5) Separazione stato/religioni
6) Tasse razionalizzate: esenzioni ai deboli e impegni maggiori per i ricchi.
7) Energia pulita.
8) Sostegno ai piccoli artigiani e commercianti contro lo strapotere delle grandi aziende.
9) Casa per tutti e regolazione degli affitti.
10) Sostegno alla ricerca per la promozione sociale degli emarginati di tutte le categorie (cooperative, diritto al lavoro ecc.).
11) Razionalizzazione dei trasporti e rinnovamento del sistema viario, per la vivibilità nelle città.
12) Assistenza sanitaria assicurata ai non abbienti.
13) Razionalizzazione dell’immigrazione, coniugando accoglienza e integrazione nella vita sociale.
14) Studi e pratiche sulla devianza, per il ricupero dei disadattati.
15) Cura equilibrata dell’ambiente.
16) Istruzione assicurata a tutti.
17) Libertà dell’informazione.
18) Attenzione privilegiata ai problemi della scuola.
11) Promozione della cultura e delle arti a tutti i livelli.

Chi è d’accordo, metta un dito qui sotto.

Ma il cielo è sempre più blu

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Chi non ha mai sognato di entrare nei centri di potere e cambiarne le regole a proprio piacimento? Andare, per esempio, alla Camera o al Senato e far sentire la voce del cittadino insoddisfatto di perdite di tempo e privilegi; intimare a tutti di uscire e decidere per un giorno secondo il bene pubblico; penetrare in Vaticano e sostituire le guardie svizzere con disoccupati della provincia di Viterbo; prendere d’assalto le sedi prestigiose delle compagnie petrolifere, dove tutti parlano in inglese, e costringere a utilizzare il prodotto esclusivamente per le lampade nelle cene romantiche di mezza estate; infiltrarsi nelle redazioni dei telegiornali nazionali e ingiungere di comunicare solo notizie positive; intrufolarsi nelle riunioni delle cupole mafiose e obbligare i presenti a ripetere il nome di ogni morto ammazzato mille volte; forzare le porte delle commissioni dei concorsi e cancellare i nomi dei raccomandati. Chi non ha mai sognato di abolire Sanremo, di cambiare la pubblicità dell’amaro Montenegro, di condannare i sindaci a ripristinare i bagni pubblici in tutte le città, per non essere costretti a ordinare l’ennesimo caffè? Io mi limito a sognare che le feste religiose siano tutte di domenica, per evitare di moltiplicare le omelie. Domani vado dal papa e glielo chiedo, se le guardie svizzere sono state licenziate.

Scarrafone

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Di tutti si può dire bene. L’amante di Hitler ne parlava benissimo, credo, come del resto gran parte del popolo tedesco, in certi anni. Qual è il confine tra oggettivo e soggettivo? Dove comincia la distorsione esplicita, patente, indifendibile? A Napoli c’è un detto: ogni scarrafone è bello a mamma soia. Madre scarafaggio o madre coraggio, non si sa. Ricordo una scena de La giornata di uno scrutatore, di Italo Calvino. Un padre contempla, al Cottolengo, il figlio incapace di intendere e volere mentre mangia le mandorle portategli da casa. Lascia i suoi campi e viene fino a qui, sapendo che la scena sarà sempre la stessa: il figlio mastica e lui guarda, senza perdere un dettaglio. Cosa c’è di attraente in un quadro così scarno, quasi inumano, per l’assenza di una luce qualsiasi di spirito o ragione? Certo, un figlio è sempre un figlio, ogni scarrafone è bello a mamma soia. In realtà, nello spettacolo grottesco c’è qualcosa di più, descritto con parole che da allora in poi non ho potuto più dimenticare: Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Il Capitano Mario (X)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX)

L’IMPERO

La sera del 9 maggio 1936 dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini proclamava all’Italia in festa la vittoria e la fondazione dell’Impero “riapparso sui colli fatali di Roma”.

Quella sera, con la mia amica Carmina ascoltavamo la radio stando sul terrazzino sotto un limpido cielo stellato. Fu un’emozione esaltante. E non fu cosi solo per noi giovani, ma per tutti gli Italiani. Il giorno dopo Ugo Oietti, uno dei più quotati giornalisti-scrittori, ne scrisse, mi pare, sul Corriere della Sera, un articolo bellissimo, intitolato “Notte sull’Impero”. Ricordo, tuttavia, che mentre noi due commentavamo il giorno dopo la nostra felice impressione con l’amica Giuliana, che era figlia del direttore del giornale locale, persona assai colta ed autorevole che io stimavo molto, ci sentimmo dire da lui, in tono pacato: “Eppure ricordatevi che questo è il principio della fine”. Parole che allora mi stupirono: parole profetiche, ma anche ora mi chiedo: come mai tanta lungimiranza? E in quel momento? Il fatto è che noi allora eravamo giovani e non potevamo capire.
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Battute

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Per una battuta, può cambiare la vita. Mi capita di ascoltare le persone più diverse soffrire per una ferita verbale, perché qualcuno con una frase le ha colpite al cuore, e per anni si portano dentro una parola pronunciata, forse, per disattenzione o superficialità, o per l’attimo di cattiveria che può impossessarsi di chiunque. La terra è attraversata da battute che sconvolgono l’immagine di sé, producono reazioni disparate, perché non ci sono due individui uguali, ma anche perché lo stesso essere umano cambia da un momento all’altro, da una fase all’altra della vita, di stagione in stagione, per cui un insulto d’inverno non equivale a un’ingiuria in primavera. Nel calderone del mondo, le battute cuociono a fuoco lento la nostra identità, soffriggono l’io fino a farne una pietanza rosolata e indorata, pronta per essere servita alla fame mai sazia della storia.

Una buona volta

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Ho due parole d’ordine: sembra facile e procediamo impavidi. Una filosofia portatile, utile come sintesi estrema di un manuale ipotetico di sopravvivenza. Quando le chiamate drammatiche si moltiplicano – come succede oggi -, quando pare che tutti i malati e i moribondi si diano convegno nello stesso giorno e nelle stesse ore, pronunciare uno dei due motti è un metodo da tenere a mente. Ci sono altre risorse più concrete: mi è stato consigliato il Tachicaf per il mal di testa ininterrotto e sembra che, per ora, sia efficace. A pensarci bene, il motto può riassumere una vita; immagino che quello di Gesù fosse: sia fatta la tua volontà. Con la differenza che, per noi, è una litania con cui ci rassegniamo al peggio; per lui era una lama di luce nel buio fitto dei fraintendimenti. Fino a quando dovrò sopportarvi? si lasciò sfuggire una volta, al colmo dell’insoddisfazione. Fossi stato là, avrei pronunciato sottovoce una delle parole d’ordine con cui avanzo giorno dopo giorno, stringendo i denti, scrutando un orizzonte carico di nubi che il vento dovrà spazzare via, una buona volta.

Utopia

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Siamo nel migliore dei mondi possibili: la popolazione ha trovato un modus vivendi decoroso, con un’equa distribuzione delle risorse alimentari, un’ottima organizzazione sanitaria, fonti energetiche perfettamente compatibili con l’ecosistema; in politica vige una democrazia equilibrata con cambi di governo regolari, nel rispetto dell’alternanza fra gruppi conservatori e progressisti; gli stipendi dei parlamentari sono omologati a quelli dei dirigenti delle aziende statali, senza privilegi e facilitazioni; le religioni coltivano un dialogo accomodante e costruttivo, favorendo la crescita spirituale dei fedeli; la cultura è promossa da un’alfabetizzazione che investe le popolazioni e le categorie più refrattarie; l’economia è depurata da ogni genere di sfruttamento iniquo, non esistono fabbriche impiantate all’estero con retribuzioni minime e divieto di assistenza sindacale. Il sole sorge soddisfatto su un pianeta che non dà più segni di conflitto o di dissenso grave. Mi sveglio alle sei del mattino, adeguatamente riposato: no, non è un sogno, è il migliore dei mondi possibili che si offre anche oggi con proposte confortevoli. Mi lavo, faccio colazione, scendo in strada e mi blocco, davanti all’automobile acquistata di recente con i punti qualità. Cosa mi succede? Mi tocco con la mano destra dietro il collo: ah! Ricordo con sollievo che è sufficiente una ricarica della batteria per risolvere il problema.

Il lato ridicolo

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All’università teologica ragionavano spesso sulla profezia: si affannavano a spiegare che non si tratta di una previsione del futuro, ma di parlare a nome di Dio, secondo l’etimologia. Il profeta vede la realtà da un’altra prospettiva, coglie sfumature che sfuggono ai comuni mortali. Ho un amico veggente, dunque non è un profeta: prevede il futuro, ma solo quello altrui. Il talento non gli reca alcun vantaggio, anzi, sembra perseguitato dalla fortuna avversa. Mi chiede preghiere per risolvere questo o quel problema. Con lui mi sento eternamente in debito, perché, quando bruciarono don Mario, mi disse che non sarebbe morto mentre tutti affermavano il contrario, compresi i luminari della scienza. Vedeva le cose da un punto di vista alternativo, forse quello di Dio. Il confine tra veggenza e profezia, a volte, è impercettibile: in ogni caso si tratta di un’angolatura sorprendente, che sfugge alle maglie troppo larghe della sapienza umana, ne svela il lato ridicolo, che inutilmente si cerca di occultare.

Il giro

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La cattiveria esiste. Per anni ho allontanato questa idea ma, dài e dài, mi sono rassegnato. E’ illuminante l’etimologia: dal greco kapto, prendo, faccio prigioniero. Il cattivo è recluso dagli altri o, peggio, da se stesso. Il detenuto si abbatte o si stizzisce, perde il senso dell’altro nell’imbarbarimento progressivo; i valori sfumano nella nebbia del passato, il presente si nutre di violenza, rabbia, ottundimento. Per non essere cattivi, basterebbe aprire la porta e uscire dalla cella, respirare una boccata d’aria pura, sgranchirsi gambe e braccia. Forse, più che supercarceri, bisognerebbe creare centri di benessere, con massaggi, ginnastica e relax: ma quelli incattiviscono me, e dovrei ricominciare il giro.

“Su per balze e in anfratti” dell’Appennino alessandrino

Articolo di Marco Grassano
(da Alibi Online)

Su per balze e in anfratti d’una solitudine dura
su valli deserte ormai
se non per l’attraversamento orizzontale e infinito
di farfalle…
(Attilio Bertolucci)

L’Appennino è forse, almeno col sereno, la parte più bella della Provincia di Alessandria; senz’altro, è la più incontaminata, più ricca di biodiversità. Per questo ci si è permessi di denominare questa porzione di territorio Appennino piemontese, così come esiste l’Appennino emiliano di Bertolucci. Si è però ben consapevoli che la cultura e la Storia lo legano alla Liguria. Di ceppo ligure sono i dialetti che si parlano in Alta Val Curone, in Val Borbera e fino all’Ovadese. “Ligure” è aggettivo che contraddistingue la toponomastica, in molte località (Cantalupo Ligure, Cabella Ligure, Carrega Ligure…). Liguri erano le popolazioni, anche da prima della colonizzazione romana. Continua a leggere→

Alieni

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Mettiamo che arrivassero gli alieni – già il nome è scorretto, perché li pone in una luce negativa; immaginiamo che scoprissero la logica del mondo, senza nulla sapere di ideali e visioni complessive, di religioni e di filosofie; valuterebbero il comportamento, quelli che definiamo “i fatti”; non ci sarebbero scuse per le contraddizioni, nessun pretesto giustificherebbe le tante incongruenze: pane al pane, vino al vino, gli umani sono questi. Li vedo già, gli alieni, con la mano sul mento alternativo, a chiedersi come sia possibile che la Terra ancora esista, che non sia esplosa in una nuvola di fumo. Ecco, risalgono perplessi sull’astronave impolverata, si voltano indietro per un momento interminabile, tentati dalla nostalgia per i capricci dell’infanzia, l’allegria fragile dell’incoscienza.

Una domanda

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Dare consigli è semplice: ti accorgi che la vita ha una logica coerente, le persone presentano caratteristiche costanti, le relazioni si sviluppano secondo meccanismi prevedibili. Anche le scelte rivelano un funzionamento decifrabile, su cui si agisce per orientarlo nella direzione decretata. Il mondo è una macchina e noi siamo meccanici che si aggiornano e studiano per imparare a tamponare e riparare. Arriviamo a ritenerci infallibili nella soluzione di un problema, nello scioglimento di un nodo. Un giorno arriva uno e ti dà un suggerimento incongruo, estraneo agli indici dei manuali conosciuti, ti sorprende, ti imbarazza, ti indispone. Lo guardi in faccia con aria di sfida, ma non leggi reazioni nel suo sguardo; c’è qualcosa che sfugge al dispositivo familiare, non hai gli attrezzi, gli strumenti non sono più efficaci. Intuisci un altro livello, un’altra qualità; non ti vuoi arrendere, resisti con tutte le forze di specialista della psiche, ma alla fine ti decidi, lo fissi e non puoi trattenerti dal chiedergli: chi sei?

Il Capitano Mario (IX)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII)

LE BATTAGLIE CRUCIALI

Alla battaglia dell’Amba Aradam ne seguirono altre, mentre le nostre truppe avanzavano verso nuove conquiste.

Io seguivo ansiosa ogni spostamento sulla carta geografica, nel ricordo della mia attenzione infantile per una grande carta della guerra del 15-18 inchiodata ad una grande porta di legno sulla quale mio zio spostava ogni giorno, all’arrivo dei giornali, delle bandierine tricolori di carta infilate su uno spillo, e questo a me pareva allora un gioco.

Ma la guerra non è un gioco, eppure le guerre – sempre insensate – si combattono ancora in questo nostro povero mondo: “atomo opaco del male”, (come lo chiamò il Pascoli) sperduto nell’immenso universo, eppure creato dall’amore di Dio.
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A parte il fatto

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Ci sono delle parti dimesse, nel discorso, destinate a rimanere ai margini. Quelle, per esempio, introdotte dall’espressione a parte il fatto o a parte che: elementi dati per scontati, buoni come rinforzo secondario rispetto ad argomenti decisivi, collocati in primo piano. A parte il fatto che non sai parlare in pubblico, come pensi di poter tenere una lezione sulla Akebia quinata senza averne visto una? Certe vite sono plasmate sul modello a parte che. Si tratta di persone che non aderiscono a quello che si dice o che si fa. Si cerca di coinvolgerle, toccando tutti i tasti immaginabili, ma loro se ne stanno fuori: potrebbe essere rischioso appassionarsi. A parte il fatto che esisti, amico, perché non ti butti, una volta, nella vita?

Rovine

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Ogni tanto, un passero o una rondine entrano in chiesa e non riescono più a venirne fuori. Volano da una parte all’altra del locale per cercare uno spiraglio, ma non imboccano la direzione giusta: la porta d’ingresso, sempre aperta, o l’uscita di sicurezza sul lato sinistro, guardando dall’altare. A quel punto, scatta una geometria indecifrabile di sguardi: noi umani, da una parte, incuriositi e preoccupati nello stesso tempo, perché il volatile disorientato potrebbe scendere in picchiata sulle nostre teste; il pennuto, dall’altra, che si chiede in modo primitivo – almeno così lo immaginiamo – in che posto sia finito, perché la gente stia seduta e in piedi, alternativamente, di fronte a un personaggio infilato in una veste convertibile in ali colorate, quando allarga le braccia, pronto ad alzarsi in volo, inseguirlo e catturarlo nel bel mezzo della sua disperata ricerca di un’uscita. Il mondo animale e il mondo umano confluiscono in forma incruenta, ma bagliori sinistri scintillano al ricordo dei sacrifici antichi, creature offerte come capri espiatori per riportare pace nella collettività squassata dai conflitti. La messa continua, ma il confine tra i due mondi ha creato un gorgo vorticoso che ingoia lo spazio e il tempo, risucchia tutto all’origine del cosmo, il big bang, la parola che inaugura il processo irreversibile dell’essere, lo lancia in un futuro imprevedibile, dove uomini, animali, piante, minerali, cercano un varco nella prigione che ogni giorno rinasce dalle rovine della nostra diffidenza.

Il fascino di Baden

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Il sogno non è il manuale innovativo, ma l’opera perfetta, sfrondata dai difetti di quelle conosciute. Ogni libro ha le sue pecche. Prendiamo l’incipit del primo che mi capita a tiro, La cura, di Hermann Hesse: Il mio treno era appena arrivato a Baden e io avevo appena disceso, con un po’ di fatica, i gradini della carrozza, quando già il fascino di Baden mi si faceva sentire. A parte l’eco tematica della Montagna incantata, uscita l’anno prima, la ripetizione – Baden, Baden – mi sembra cacofonica. Sciocchezze, direte, ma rischiano di rendere meno incisiva la scrittura. L’utopia è un libro senza imperfezioni, possibile nei sogni dell’infanzia o nei deliri dell’alienazione, motori segreti di tante azioni umane. Se scrivessi sapendo che le pagine saranno un franare di spropositi, sviste, cantonate, non riuscirei a procedere; se invece avvertissi, sulla punta delle dita, la possibilità di plasmare il capolavoro sospirato, sarei disposto a perdere il sonno e la salute. L’illusione sospinge il mondo verso una meta che non c’è, per rivelargli che il fascino di Baden nasconde il crollo delle sicurezze, lo smottamento di una perfezione che non può essere creata, ma solo ricevuta in dono.

Favole

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Ci fu un periodo, da ragazzo, in cui avevo deciso di imparare a cucinare: consultai un manuale, ne applicai alla lettera i consigli e sfornai un’amatriciana strepitosa. Da allora coltivai l’idea di poter riuscire in tutto con l’apporto di un prontuario indovinato. Le guide successive riguardarono la ginnastica coi pesi, gli scacchi, il calcio, le arti marziali e le tecniche psicologiche, come l’enneagramma. Oggi, conosco qualcosa che nessun manuale potrà mai insegnare: debellare l’egoismo, entrare in sintonia con il diverso. Da una parte mi dispiace, dall’altra mi attira l’idea che siano imprese uniche, destinate a passare per le forche caudine delle resistenze, i labirinti da cui solo in prima persona si può uscire. Mi è rimasta un’illusione: compilare un manuale di scrittura creativa, che nel mio caso sarebbe alla rovescia, alternativo ai tanti che ho sfogliato con tedio e insofferenza. La scrittura è tra le cose da prendere di petto, come gli orchi delle storie o i mostri che appaiono nei sogni. Prima o poi lo scriverò: spero sia all’altezza dell’amatriciana del ragazzo dei manuali, della sua fede recidiva nelle favole.