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Altre regole

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A proposito di regole. Nel clima anarcoide della rete, vigono norme draconiane. Lo si percepisce a pelle: gli ultimi decaloghi riguardano lo scambio e-pistolare e le relazioni nei cosiddetti social networks. Apparentemente, si è liberi di comunicare e contattare come e chi si vuole; in realtà, transitano bollettini pedanti su come avvicinarsi ai leaders, come procedere per non infastidirli, scendendo in dettagli che, osservati dall’esterno, appaiono poco meno che ridicoli. Propongo un periodo di tempo (una settimana, un mese, un anno) in cui trasgredire sistematicamente tali codici, che riducono gli interlocutori a meccanismi oliati e cestinabili col minor spreco di energie. Al culmine della democrazia più sbandierata, predomina il modello Fantozzi nella sua versione più patetica. Suvvia, un po’ di sana ribellione ai mostri sacri dal paternalismo facile. Al massimo non risponderanno, ma è uno dei calli più facili a formarsi. E resta la domanda se non sia più conveniente per tutti, in fin dei conti.

La regola d’oro

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Mi interrogo, da qualche tempo, sul principio del non fare. Un esempio classico è il decalogo biblico: non avrai altro Dio, non nominare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare la donna d’altri, non desiderare la roba d’altri. I due comandamenti positivi: ricordati di santificare le feste e onora il padre e la madre, sembrano pesci fuor d’acqua, privati del non che distingue tutti gli altri. La regola aurea conferma il criterio: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Continua a leggere→

Se non altro

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Nelle omelie bisogna fare esempi. Prendiamo la parabola del buon samaritano: demolisce in due battute il sacerdote e il levita, giustificati solo in parte dalla cosiddetta regola di purità, per cui chi toccava un cadavere si contaminava ritualmente. A nessun contemporaneo appare logico far morire un uomo per partecipare a un culto: è il momento migliore per l’esempio. Continua a leggere→

Il Capitano Mario (VIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII)

LA GUERRA IN A.O.I.

Il sottotenente Mario Pezzini: 6o Alpini, divisione Pusteria, ai primi di gennaio del ’36 arrivò a Massaua, dove incontrò il primo disagio nella temperatura – che superava i 40 gradi – dopo aver fatto la traversata in cuccetta perché non stava bene. Aveva tosse e febbre. Per fortuna fu subito trasferito sull’altipiano dell’Asmara, sui mille metri d’altezza: si potè coricare forse su un pagliericcio, o comunque per terra, dormì per 10 ore e si svegliò perfettamente guarito. La montagna evidentemente può giovare più del mare.

Il capitano Loffredo, che era un gran brav’uomo ma – secondo me – anche un po’ fanatico, forse anche troppo presto volle sottoporre i suoi alpini a quello che era chiamato il battesimo del fuoco. Allora non c’era la censura e dalle lettere che ricevevo – sempre angosciosamente attese – trasparivano, oltre alle impressioni provate, anche tutti gli avvenimenti generalmente vissuti laggiù.

Alla nostra generazione, che è stata la più tormentata di questo secolo, è stato concesso tuttavia di ricordare, oltre alle prove più dure, anche l’ingenuo entusiasmo dei giovani di allora (che fu solo di allora, e non più) per gli avvenimenti della guerra dell’AOI (Africa Orientale Italiana) oltre alla fierezza di avervi partecipato. Ingenuità che oggi può stupire, ma non più di quanto non stupiscano ai nostri giorni la passione per i cantanti preferiti o il tifo sportivo.

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Tempi duri

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Martedì, in ufficio, è successo di tutto: appuntamenti che si accavallavano, poveri che presentavano urgenze inderogabili, richieste di certificati, persone che tornavano da lunghi viaggi e passavano per un semplice saluto. A un certo punto arrivano due giovani che hanno fretta di fare il giuramento per la pratica matrimoniale (se è prossima la data delle nozze, non c’è tempo da perdere, altrimenti salta tutto). Durante il colloquio si affaccia una signora bionda, di una certa età, che vuole parlarmi di una sua emergenza; le dico che oggi mi è impossibile, perché, oltre alla pratica, ci sono persone in fila con cui devo vedermi prima della chiusura dell’ufficio. Va bene, a buon rendere! mi fa, e si allontana offesa. Dopo qualche minuto sopraggiunge, furiosa, la persona che la ospita, si affaccia nella stanza, chiede se io sia don Fabrizio, mi fotografa, prima che possa reagire in qualche modo. Le chiedo spiegazioni, mi risponde che voleva solo sapere chi fosse il prete che aveva avuto il coraggio di cacciare un povero. Bene, le dico, mi suggerisca lei che cosa dovrei fare, e le elenco la catena infinita degli impegni. In effetti, non sembra un delinquente. Mi vuole dare un bacio, e se ne va. Tempi duri, penso tra me e me, e mi rituffo nella pratica, con i due giovani che si guardano tra loro, sconcertati.

Come sempre

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Il calice era già sull’altare, vicino alle ampolline di acqua e vino. Il purificatoio, la patena e la palla coprivano la parte superiore, come sempre.
– Che caldo insopportabile! Ma non potrebbero togliermi qualcosa dalla testa?
Le ampolline si stupirono di sentirlo parlare: erano educate al silenzio assoluto, prima della messa.
– E cosa potrebbero toglierle? Comunque lei deve dare il buon esempio: è l’oggetto più prezioso.
– Si fa presto a dire prezioso: io sono uno come gli altri. Continua a leggere→

Quel giorno

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Non ricordo che occasione fosse: una delle adunate colossali che allora andavano di moda. Ci eravamo preparati in grande anticipo, prevedendo gli ostacoli, le difficoltà di movimento e l’orario del pasto che richiedeva l’iniezione di insulina. L’attesa divenne interminabile: sul palco si succedevano singoli e gruppi adatti ai giovani, protagonisti della manifestazione. Come al solito, consultavo l’orologio e regolavo gli incastri fra resistenza fisica ed esigenze varie, che sfuggivano alle maglie di un programma. Quando Dio volle, ci chiamarono. Il papa lo vide, si rivolse a uno degli organizzatori, o forse al cerimoniere pontificio, pronunciando chiaramente le parole: E questo chi é? Ricordo la delusione lancinante: ma come, lo sapevano tutti, era appena uscito dalla convalescenza, l’eroe dell’anno, aveva perdonato il suo aggressore, un calvario infinito che lo conduceva fino al palco della piazza romana per antonomasia, per sentirsi interpellato da quella domanda imbarazzante? Wojtyla fu informato: si abbassò, gli pose una mano sulla fronte, lo salutò pregando, come sapeva fare solo lui, assorto in un’altra dimensione, al cospetto di Dio. Quel giorno, conobbi una persona cui non si poteva fare a meno di perdonare tutto.

Rivelazioni

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Quando confesso, sto seduto in una delle due cappelle in fondo alla chiesa, quella dedicata alla Madonna. Era il posto di don Mario: si piazzava accanto al confessionale con la sedia a motore e aspettava i penitenti, che arrivavano a frotte. Fa uno strano effetto osservare tutto da questa prospettiva, soprattutto per me, che da prete guardo in faccia i fedeli, celebrando. Manca qualcosa, i segnali trasmessi dal volto con lo sguardo, le labbra, la posizione delle sopracciglia. Eppure avverto che da qui si coglie l’anima, l’altra faccia del mondo, il rovescio delle cose. Gesù non era sacerdote, non stava sull’altare: era questa la sua ottica, per quanto si dica che il prete celebri in persona Christi. Ma non sono soddisfatto. C’è un pensiero che preme e fatica a farsi strada. Ecco, riesco a intercettarlo: la visuale del maestro è un’altra ancora, all’esterno della chiesa, dove si mettono a sedere i mendicanti, sul muretto a ridosso dell’ingresso. Come ho fatto a non pensarci prima? Gesù sta lì, Dio sta lì: vede tutto con gli occhi degli esclusi dalla nostra prospettiva di vincenti. E’ il punto in cui il mondo, con le sue illusioni irriducibili, finalmente si rivela.

Salami

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Ci sono ricordi insignificanti, come quello di una sera in cui i nostri genitori, dopo le solite raccomandazioni, uscirono per non so quale faccenda. La luna riempiva di luce il cortile della nostra adolescenza, quando la Citroen bianca di papà – il ferro da stiro –  scomparve dietro l’angolo. Salii al piano superiore e mi coricai con mio fratello. Dopo aver tagliato i panni addosso ai professori, recitammo le preghiere e ci augurammo una notte serena. Nel silenzio assoluto risaltò meglio il ronzio di una zanzara che aveva scelto me per sostentarsi, per nulla intimidita, anzi, sempre più eccitata dagli schiaffi che mi andavo assestando. Continua a leggere→

Lacrimosa

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Antonio è un povero malato, con madre malata. Ha una faccia tonda, denti malconci e capelli ogni volta un po’ più radi. Cammina barcollando, come portando un peso: l’atto semplice di esistere per lui è una fatica insostenibile. Saluta con venerazione, come si fa in un luogo sacro, mentre non è che l’ufficio parrocchiale. Farfuglia quando parla, si mangia le parole, quasi a scusarsi per una violazione di proprietà privata. Cerco di metterlo a suo agio, di convincerlo a lasciarsi andare, ma lui è inchiodato alla forma del rispetto, balbetta della mamma inferma, delle difficoltà per sopravvivere, delle gambe e dei piedi che non vanno. Antonio è l’altra faccia del mondo, la sconfitta nascosta dietro l’efficienza delle storie produttive. Gli faccio un gesto conciliante, per trasmettergli un senso di confidenza fraterna, inutilmente: mi tende la mano dall’altro emisfero della vita, sa del suo destino di memoria vivente del nostro fallimento, della nostra illusione di farcela comunque.

Il Capitano Mario (VII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI)

Percorso di riflessione

Mentre passavano i giorni meditavo sulla mia avventurosa vicenda nuziale.

Era la più importante svolta nel corso della mia vita, accettata come una grande grazia, con l’umiltà di chi si affida e ne riceve in cambio tutta la forza di chi confida.

Tornavano a proposito le parole di una recente lettera della mia santa madre Galli, che era sempre al corrente di ogni mia vicenda, che diceva: “Il Signore l’ha veramente benedetta, cara Maria, facendole incontrare un giovane di tanto merito”. Pensavo spesso a quei lunghi quattro anni trascorsi nella gioia e nella sofferenza, conclusi in un matrimonio che ci eravamo abituati – a causa delle circostanze – a considerare tanto lontano, ed era avvenuto così inatteso da sembrare un sogno: felice e doloroso insieme. Come era sempre stata la mia vita. Cercavo di ricostruire lo stato d’animo di Mario che negli ultimi tempi viveva serenamente nell’attesa di ritornare – avendo il congedo già firmato – ai suoi amati studi di Pavia, mentre stava per prendere la decisione, indubbiamente sofferta, di partire volontario per la guerra in Africa Orientale, con i suoi alpini.

Ma non furono gli Alpini a determinare la sua scelta: fu quella invece di cogliere l’occasione, unica e irripetibile, per raggiungere il tanto sospirato matrimonio e formarsi quella famigliola che era il suo sogno, e che avrebbe anche potuto mantenere col suo stipendio di ufficiale. Decisione sofferta, ripeto, all’idea di lasciarmi: “ma so che sei forte” mi disse.

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Cui dono lepidum

Sirmione lascia senza fiato: mirabile in ogni suo dettaglio, come fosse modellata senza riservare nulla all’imprevisto. Catullo non poteva farne a meno, lui così attento alla seduzione della forma, si trattasse di natura o di letteratura, di Clodia-Lesbia o di Giovenzio. Il suo libro non avrebbe potuto che essere expolitum, lavorato al punto da diventare lucido, impeccabile, come l’opera di un altro intarsiatore ugualmente raffinato; curiosamente, i loro nomi propongono un gioco di richiami, come abitassero la stessa città invisibile dell’esattezza: Catullo, Calvino, Sirmione, Sanremo. Il destino unisce chi nella parola ha colto il senso del tutto, il logos riflesso nel volto della musa vergine di un nuovissimo libretto.

Nostalghia

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Da ragazzo scrivevo canzoni col mio amico Amedeo. Qualcuna veniva bene: Via della felicità, per esempio, modellata su De André; lui e De Gregori erano i nostri idoli, cantavano parole che avremmo voluto immaginare noi, e quasi ci indispettiva il fatto che l’avessero trovate prima loro. Eravamo accovacciati nella mansarda bassa e piena di libri, le note scivolavano sulla nostra faccia di giovani eternamente innamorati, che dedicavano serenate a ragazze inverosimili per coltivare una qualunque nostalgia. Col tempo, le nostre strade si divisero: lui diventò direttore generale di non so quale ministero, io prete di periferia. Un giorno gli chiesi di cantare nel coro della messa vespertina. Arrivò puntuale, con la chitarra americana di cui menava vanto. Ora la serenata la facciamo a Dio, una delle nostre conquiste inverosimili, buona per consumarci in una nostalgia più struggente della mansarda di tanti anni fa.

Contatto

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Verrà il giorno: la Bibbia è attraversata dalla profezia, come la vita dall’abitudine e la rassegnazione. La differenza tra Dio e noi è che lui non cede alla corrente, non registra fiaccamente le sconfitte quotidiane, imprecando al destino. Il profeta parla a nome di un Dio carsico, invisibile, che si fa strada anche quando appare, allo sguardo, un deserto inospitale. Da che ne sono consapevole non temo più nulla, anche se tutto mi ferisce. E’ il paradosso inestricabile che si annuncia ogni mattina. Verrà il giorno: è sempre rovente, terribile, incendiario. Dio nessuno lo ha mai visto: abbaglia come il sole; attraverso il grigio delle nuvole ci si illude di coglierne la forma, di inquadrarlo in un sistema. Ma prima o poi si riaffaccia col volto sconvolgente, la presenza mozzafiato. Verrà il giorno in cui piangerò di gioia, perché le ali si scioglieranno finalmente a contatto col suo fuoco.

Come un sogno (La conquista dello spazio 15)

Se alzo gli occhi verso l’ultimo ripiano dell’armadio, vedo: un tom tom che devo decidermi ad adoperare, un leoncello di peluche ricevuto da una parrocchiana, una bomboletta di Raid automatic contro le zanzare, il Derma fresh dry per evitare gli effetti indesiderati del sudore, l’icona di una Madonna con garanzia di provenienza, la macchinetta del caffè – pronta a sostituire l’altra in caso di avaria -, una confezione di Bulgari, Aqua pour homme, appoggiata di traverso alla collana arancione dei Padri della chiesa. Sulla destra, una libreria nascosta dalla porta, con otto scaffali. Continua a leggere→

Dilettanti (La conquista dello spazio 14)

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Stamattina mi sono svegliato con disturbi al cuore e problemi di respirazione. Con la vita che faccio dovrebbe essere normale, così mi chiedo come mai sia capitato solo adesso. In realtà è accaduto anche altre volte ma, appena passa, il ricordo si dilegua. Don Mario mi ha insegnato a ignorare certe cose: o meglio, quando toccava a me si preoccupava; di lui, neanche lo diceva. Ce l’ho qui, davanti a me, con il dente superstite, il sorriso commosso, le mani rovinate dalle bruciature e la fisioterapia sbagliata (gli hanno troncato mezzo dito), l’orologio da sei euro che gli comprai all’edicola e portava al collo come una croce episcopale, l’onnipresente blocco per gli appunti e la borsetta verde con i soldi per i poveri. Soffriva di tutto, ma il male non riusciva mai a intaccarlo, tirava avanti sulla sedia a motore come niente fosse, in barba a medici e infermieri. Insomma, mi vergogno del mio mal di cuore, dei miei acciacchi da dilettante allo sbaraglio, da novellino incapace di sorridere quando il respiro gli si spezza in gola.

L’unica ricetta (La conquista dello spazio 13)

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Mi ritrovo tra le mani un Venerdì di Repubblica del 19 marzo 2010. La copertina è verde, c’è l’immagine di un ragazzo con le mani in tasca, verde pure lui; dietro, una palizzata che gli giunge quasi all’altezza delle spalle, di colore giallo. Il titolo campeggia sulla parte superiore e per due lettere utilizza lo stesso disegno della staccionata: Come si scrive un libro. Più sotto, tra parentesi, si legge: E come si edita, pubblica e vende in libreria. Giro pagina, trovo Belen Rodriguez, in posa languida e succinta, che mi fissa con sguardo seduttivo; sulla destra, la scritta: Io sto con Tim. E tu con chi stai? Giro ancora: una pubblicità dell’Audi. Ancora: uno spot della Moorer. Finalmente m’imbatto nel sommario, che rimanda a pagina diciotto: un’intervista ad Abraham Yehoshua, il quale elargisce due o tre dritte sull’arte del romanzo: Intanto, cominciate a leggere. Questo lo sapevo. Giro pagina: quattro foto che ritraggono Gianrico Carofiglio, Massimo Carlotto, Nicola Lagioia e Simona Vinci. Seguo la scritta che corre sulla parte alta, come una pubblicità della metropolitana: Palline da giocoliere, ritagli di giornale, orari fissi o anarchici. E i CD che ispirano. Astuzie, tic e segreti di quattro autori italiani. Decido di fermarmi qui: torno a lavorare al mio romanzo, sudando e disperandomi. L’unica ricetta che mi ha convinto, fino ad ora.

Pezzi (La conquista dello spazio 12)

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Davanti al computer c’è un armadio che ospita vestiti e una congerie di oggetti stipati su due piani: tappi per le orecchie, inutilizzabili a causa delle otiti; un orologio-sveglia, adatto per i gruppi e le riunioni nel salone di casa; una serie di volumetti di Ravasi sul Primo e il Nuovo Testamento; una confezione di borotalco Robert’s per le patacche da smacchiare; un profumo di legno di Guajaco della serie Tesori d’oriente (la più economica che esista, a quanto sappia), una foto di don Mario che celebra nella cripta di Loreto, attorniato da tre preti, tra cui io, pronto a intervenire in caso di bisogno. L’immagine sembra l’unico dettaglio sensato, come se ciò che la circonda – una crema per le mani, una scatola trasparente di puntine, un timbro della parrocchia di San Carlo, una schiera di gessetti bianchi infilata in una scatola di Xamamina, pile da 1,5 Volt ormai scadute – fosse un segnale per ribadire il vuoto che la morte dell’amico ha lasciato nel mio spazio e nel mio tempo; oppure ricorda che ogni punto della storia, per quanto inutile e insignificante, acquista un senso solo in relazione a quella cripta, a quei corpi umani legati da un nesso indistruttibile, schegge di eterno che tracciano un percorso nel franare inevitabile del cosmo.

Il Capitano Mario (VI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V)

VITA NUOVA

Eravamo sposi

II giorno seguente arrivammo senza indugio a Trento per raggiungere il battaglione e scendemmo ad un albergo che sorgeva davanti alla stazione, dove erano alloggiati gli ufficiali in partenza, non per la Tripolitania (come avevo ben capito subito: pietosa bugia, del resto insostenibile), ma per l’Africa Orientale: zona di guerra.

La partenza era fissata per il 2 gennaio: avevamo perciò quasi una settimana per la così detta luna di miele. Ma non ci fu in quei pochi giorni nemmeno il tempo di stare un po’ tra noi se non brevemente a tavola e al momento di ritirarci la sera in camera. Gli ufficiali stavano tutto il giorno in caserma, impegnati a radunare gli alpini e a completare gli ultimi – molto laboriosi – preparativi per la guerra.
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Si vedrà

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Arriva un’auto dei carabinieri. Lo stesso pensiero di quando chiama il Cardinale: che sarà successo? Entrano in chiesa dalla porta laterale: lasciando l’auto aperta (una gazzella non la ruba mai nessuno), chiedono del parroco. Mi affretto a raggiungerli macinando ipotesi, con l’aria più cordiale a mia disposizione. Buongiorno don Fabrizio. Buongiorno, qual buon vento? In chiesa c’è la nostra consacrata: la maglia comoda digrada su pantaloni altrettanto larghi e chiari; dietro le lenti spesse e un po’ ingiallite si intravede un’aria interrogativa, ma non troppo, perché da noi ci si abitua presto a tutto. Ecco, meno male, ti stavano cercando. Sono due appuntati con il vice maresciallo: che strano, in genere li ho visti sempre in coppia. Mi viene in mente Burattino senza fili, di Bennato; me ne vergogno, sarebbe stato più all’altezza un Kafka o un Dostoiesvski. Che cosa ci sarà di tanto urgente e grave da venire in tre, lasciando la gazzella incustodita, cercandomi affannosamente, come potessi essere fuggito?E’ per il funerale di domani, don Fabrizio: vorremmo venire col picchetto d’onore e leggere i brani della liturgia. Il sorriso si allarga, più spontaneo: Ma certo, ci mancherebbe altro! Si fa presto a finire nelle pagine di un romanzo dell’angoscia, ma per oggi mi accontento di Bennato. Domani si vedrà.