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Questo pezzo di mondo sembra l’Eden: a quest’ora e in questa stagione, si sentono soltanto i versi degli uccelli e il frinire di grilli e cicale. Immagini un mondo senza umani, un pianeta dove restino solo gli animali, le piante, i minerali. La coscienza è al minimo, limitata all’istinto naturale: la paura, la riproduzione, l’aggressività, la ricerca del cibo. Ricordo d’aver visto dei gabbiani che attaccavano i passeri: li avevo idealizzati, e all’improvviso mi sembravano cattivi. Ma può essere cattiva la natura? Ci sarebbero carneficine, guerre, oppressioni in una terra senza gente? Sussisterebbero i buoi senza il contadino, le galline prive di un pollaio, le pecore senza il pastore? Così è per noi: abbiamo bisogno di Gesù, solo Lui va al di là dei tentativi, delle ricerche fallibili o fallite, dell’incertezza che avvolge tutto quello che non è allineato con l’intenzione originaria: il paradiso terrestre, una creazione da accogliere con gratitudine, da condividere con gioia, da contemplare con ammirazione. Che sia questo il problema? Che tutto dipenda dal fatto inoppugnabile che non c’è più meraviglia? Che non si sia più capaci di ascoltare, di vedere, di sentire? In questo pezzo di Eden, mi esercito a fare ancora questo, a intravedere un mondo senza il male, un ritorno alle origini. Pensa, lettrice, pensa, lettore, se per un istante intercettassimo la stessa cosa, se ci immergessimo nella meraviglia del primissimo giorno, di quello sguardo limpido, di quella lingua capace di dare un nome alle cose, di quel segreto dei segreti che una volta si chiamava anima.

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C’è qualcuno che gira qui intorno, con la valigia a rotelle, si siede su un banco della chiesa, si alza, attraversa la piazza del santuario antico e poi sparisce nel nulla. Inutile chiedergli, chiedersi perché. La valigia è la nostra, c’è il passato, il presente, il futuro. Tutti noi ce la portiamo appresso, lasciandola stridere sui sampietrini, posandola accanto al banco della chiesa, trascinandola fuori fingendo indifferenza, come se la nostra esistenza non riguardasse nessuno, neanche noi. Il bambino dialoga col padre, chiedendo e pretendendo: sta cercando d’infilare qualcosa nella valigia che si trascinerà crescendo, lasciandola stridere sui sampietrini, cercando di mettere insieme il suo passato, il suo presente, il suo futuro. Anche tu, lettore, anche tu, lettrice, hai accanto a te, dentro di te, un bagaglio che giri e rigiri nelle mani, chiedendo e pretendendo, perché siamo impazienti, ci sembra di avere la soluzione bell’e pronta e poi, zac, ecco che svaniamo insieme alla valigia, ricominciamo per trovare le radici, per lasciare che sia un altro a riempire il bagaglio misterioso, uno che ne sa, che ci segue nei nostri labirinti, che ci guarda negli occhi se posiamo la valigia accanto al banco, che ci legge dentro il cuore, che ci dice chi siamo, dove andiamo, mette insieme in un modo incomprensibile e invisibile passato presente, futuro e trasforma il nostro chiedere e pretendere di bambini capricciosi. Fino al prossimo giro.

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Le campane avvertono sempre di qualcosa: l’inizio della messa, certo, ma non tutti e non tutte vanno a messa, neanche qui al Divino Amore. Penso alla ragazza che accompagna la disabile su carrozzina, parcheggiando l’auto a destra della sacrestia. Dev’essere un’ottima persona, ma non varca la soglia del santuario. E come lei, chissà quanti si spingono fin qui per vedere il panorama, per godere di uno spazio verde, aperto, salubre da ogni punto di vista. A questo si aggiungano le piante, gli animali, che pur sentendo, in qualche modo, il suono delle nostre campane, lo vivono in una versione che difficilmente riusciremo a decifrare. Senza contare le campane stesse, che obbedendo al meccanismo programmato chissà quando dall’essere umano, lanciano un messaggio che per loro è solo, forse, un movimento vitale, un dire ci sono pure io, un segnale simile al nostro, quando dimentichiamo che il tutto ha un senso più alto, e anche il solo esserci è un dono inestimabile, una presenza da valorizzare, perché tutto rimanda, inevitabilmente, a un inizio, be-reshit, en arché en o Logos, inizio del Vangelo di Marco, e altri esordi che spingono lo sguardo in direzione della fonte, là da dove tutto proviene, da cui tutto prende senso, e se non collegassimo, se non mettessimo sempre in relazione, rischieremmo di essere gli unici nell’universo a non capirci un’acca, il che non impedisce di esserci lo stesso, ma con la stessa coscienza di un sasso, di uno dei sanpietrini qui davanti, o questa sedia della sala delle benedizioni che ognuno sposta dove vuole, tanto nessuno ci si siede. Le campane, dunque, hanno suonato. Per me è l’inizio della messa, l’omelia infinita del prete, amplificata nella piazza, la sfida di sopravvivere al sacro sotto forma di rito, la natura che ha ogni cosa che proviene dall’Inizio e si deforma senza scampo, si sfigura, ma proprio in quell’immagine distorta, in quella smorfia tragicomica da cui lo sguardo fugge, proprio in questo risultato abnorme, in questo aborto, c’è il segreto dell’amore, il messaggio ultimo delle campane e della vita, il senso, il fine, di tutto.

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Il pianoforte davanti al tavolo delle confessioni ricorda che c’è una musica da attendere, una lunghezza d’onda da non perdere, perché Dio è soprattutto questo, una frequenza, un ritrovarsi quando meno te l’aspetti, in barba alle attese, alle previsioni più precise, che poi non sono altro che pregiudizi più sottili. Il dolore si trasforma in canto, come hanno detto di Gesù, che predicasse cantando, per raggiungere meglio gli uditori più lontani, gli ultimi arrivati, come me, sempre l’ultimo degli ultimi, forse per la scuola di don Mario, che non ha mai avuto riconoscimenti e promozioni, perché sapeva che il mondo funziona all’incontrario, che la verità sta fuori dei palazzi, che i furbi cercano i premi e la notorietà, che tutto ciò che è pubblico è ipocrita, per la vanesia pretesa dell’ammirazione, mentre Gesù resta ammirato dalla vedova che dona i suoi due spiccioli, tutto quello che ha in tasca, perché in tasca abbiamo sempre poco, quel boccone di speranza, quella briciola di carità, quella polvere di fede così facile da spazzare via, col dorso della mano. Guardando il pianoforte, penso alla musica della mia vita, alle canzoni che ogni giorno sottopongo a mia madre, anche quando la televisione ci sovrasta, perché un rumore inevitabilmente incombe sul silenzio del cuore, un disturbo nel canale, perché c’è un demonio che fa chiasso per impedirci di ascoltare il Nome, la nota che salva, l’improvviso di Chopin che vorresti far sentire a tua madre, ma lei vuole Ron, L’uomo delle stelle, e tu lo fai partire per l’ennesima volta, come quando tormentai don Mario, per un intero viaggio, con la Luna di Togni, e lui, per darmi una lezione, mi propose il Magnificat di Monteverdi. Gli operai impazzano con il taglio dell’erba, il silenzio arriverà, sappi aspettare, solo questo importa, sulla terra.

Attentato


È già il desiderio che purifica. È il motore di tutto. Prima o poi la faranno una scuola in cui si insegnerà a desiderare, a scoprire cosa vogliamo, nel profondo. Per ora è un pericolo che in molti neutralizzano, un attentato al mercato, al dio quattrino.

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Lo sfondo potrebbe essere quello di Leopardi, la distesa di colli che contemplava dal natio borgo selvaggio, e che qui non è molto diverso, forse anche per la gente, poco interessata a guardare oltre la siepe, a sentire il respiro d’infinito che accarezza l’ateo, se non si trincera dietro il muro di paure e pregiudizi. È questo il discrimine, ancor più di quello religioso, che può nascondere  un’abitudine anagrafica, o il sistema difensivo che attiviamo per metterci a posto la coscienza. Sono i colli a ricordarci che là fuori c’è qualcosa, che non basta inventarsi un equilibrio per dire che si sta vivendo. Questi sfondi li usiamo per le foto romantiche, come cornici di amori improvvisati, tranquillanti a buon mercato – il verde è riposante -, o riserva di ricordi sempre buoni a sollevare il morale. E invece la siepe, il muretto, l’inferriata, provocano sempre una reazione, chiedono se ci siamo rinchiusi in un programma troppo semplice, ripetitivo quanto basta, se per caso non siamo diventati come da giovani non avremmo voluto diventare. Il cartello “confessioni” indica una direzione ben precisa, ma dovrebbe essere il punto d’arrivo di un giro assai più largo, un viaggio difficile e rischioso, che metta in discussione gli esami di coscienza, che sprofondi nell’inconscio, nel territorio inesplorato dei sogni, dove possiamo affrontare a uno a uno i mostri che ci hanno spaventato, come prove d’idoneità alla vita, per scoprire, alla fine, che non c’è mostro che non si possa sconfiggere, che anzi Gesù è venuto a sbaragliare il mostro dei mostri che è la morte.

I sessi sono due, i desideri tanti

Propongo degli appunti di Raffaella Molena, che collegano opportunamente l’attuale “politicamente corretto” in materia di “genere” con la “cultura della cancellazione” e mostrano come siano le aberrazioni ideologiche a generare aberrazioni linguistiche.

Aberrazioni (storiche) del politicamente corretto (e della ‘cancel culture’)
di Raffaella Molena

“Aberrazione: illusione ottica; deviazione per errore da ciò che è ritenuto norma; deviazione del fatto commesso dal fatto voluto (es. si provoca offesa a persona diversa da quella a cui era diretta).” Continua a leggere→

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Il boschetto delle confessioni è pieno di odori e di uccelli dai versi più bislacchi. Forse sono loro che confessano i peccati, in vece nostra, perché la natura sa bene dove si aprono le falle, dove i conti non tornano, anche se qui si vede meno, tra gli alberi e le siepi, le mosche che planano ronzando sui pantaloni estivi, il sole che batte al di là della tettoia, come un amico nemico pronto a colpirti. Ci spostiamo ogni tanto, fuggiamo dal calore come dall’angoscia che ti prende quando pensi a tua madre, all’incrocio impazzito dei messaggi, al temporale di comunicazioni che ti opprime ogni momento. Silenzio. Si sente un vociare femminile, oltre le mura, come se il mondo fosse fuori, come se nel giardino dei cuori contriti non ci fosse più spazio per l’incoscienza delle chiacchiere, e perfino le sedie fossero assorte in un cosmico esame di coscienza. Siamo in due a confessare: orecchi che ricevono notizie dall’ombra e le devìano in direzione del sole, al di là della tettoia, l’amico nemico che punisce e risana, e che a ogni penitenza non riesce a nascondere un sorriso. Una farfalla bianca mi ricorda di don Mario, che certamente è qui, che continua a farmi compagnia, ad ascoltare i peccati che visti dalla parte del cielo hanno un’altra consistenza, come se ciò che entra in contatto con Dio non potesse non alleggerirsi, come gli inseparabili che partono in coppia dal pino più alto e volano alla volta della chiesa all’aperto, verso le sedie sistemate dai seminaristi, i gatti che non sanno dove andare, ma ci vanno. Silenzio. La grotta di Elia è un poco oltre, col profeta che si sbraccia contro qualche idolatria: ricordo le sere in cui il futuro compariva all’improvviso, come il gatto bianco e nero che veniva vicino fingendo indifferenza. Il tempo è un animale diffidente e tenero, che ci desidera e ci evita, e noi siamo appesi ognuno al proprio filo, in volo, come gli inseparabili e le tortore, come il sole che si abbassa sempre più, che è minaccia e promessa, fiamma che brucia e luce che illumina il cammino. Ricordi? Ricordi? I peccati sono il canto di uccelli che raggiungendo il cielo si trasforma nelle scie biancastre dei velivoli, nelle nuvole che appaiono e scompaiono, nel sorriso di don Mario che è certamente qui, dall’altra parte del cielo.

Il dolore disadorno di Rossella Renzi, di Francisco Soriano

Gli scritti poetici di Rossella Renzi assumono sempre una condizione di solida emancipazione dalle parole del quotidiano, dagli onirici vagheggiamenti dettati dalle retoriche del mainstream, dai disinvolti profeti dell’oralità come forma unica di esternazione poetica. “Tocca addormentarsi in alto nella luce” è l’esergo di Maria Zambrano, scelto dalla poeta come incipit alle pagine di Disadorna (peQuod, 2022, collana Portosepolto), opera partorita da un processo di maturità e di consapevolezza che, in nessun modo, incide sulla dimensione lirica, intensa, devota, visionaria, immaginifica. Continua a leggere→