1915-1918: i fumetti in trincea

1915-1918: i fumetti in trincea

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di Claudio Bertieri

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Quando si stava profilando il centenario del primo conflitto mondiale, un po’ dappertutto sono iniziati ad apparire progetti di mostre, di eventi, rievocazioni, testimonianze, riletture storiche, analisi critiche e via sunteggiando. Molti indubbiamente i testi riuniti assieme, da semplici ricordi personali a più strutturate indagini prospettive, i quali, nel loro insieme, hanno accostato argomenti al massimo disparati. Comunque, recando in ogni caso un utile contributo alla rievocazione di una immane tragedia che l’arte figurativa, il cinematografo, la narrativa, la satira, la cartellonistica, e sicuramente ancora altre forme creative, non hanno ignorato di accostare.

Probabilmente, tra tanto scrivere, parlare, esporre, indagare, un particolare capitolo, senz’altro di variante tensione e mutevole sguardo, non ha goduto di altrettanto interesse. Quindi, di una indagine ampia ed approfondita che ne ponesse in rilievo la non risicata partecipazione al drammatico evento, seppure espressa in maniera contrastante, giacché le atmosfere della sua presenza trapassano -nonostante la diversa nazionalità- dall’acceso entusiasmo alla ferma denuncia, dal patriottismo esaltato alla testimonianza di una realtà amara e sofferta. Per dirlo in stretti termini, dal sorriso che tende ad allentare la tensione al rispetto della verità.

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La guida


Chiediamo sempre, chiediamo troppo, forse: importuniamo Dio e noi stessi, rimestando nei nostri modi d’essere, di pensare, di fare; una fucina sempre attiva, frenetica, stressante.
Dio sorride di questo, non ho dubbi. Lui sa bene quello che serve. Mettersi tranquilli, restare nella pace, lasciare che sia Lui a creare i dinamismi, le strutture interiori: questo, alla fine, è la saggezza.
Quanto ci vuole per arrendersi?
La cosa più difficile al mondo è cedere la guida. Anche se sarà capitato a tutti di sentire, prima o poi, il fatidico grido: ma chi ti ha dato la patente?

Chiediamoci se

 

Screenshot (143)

Chiediamoci se è questa la città che vogliamo,
se è l’odio, la bile, contro un nemico venuto dall’imo
dal fondo del passato, pescando nella torba del torbido
se è la caccia agli spettri nella curva del tifoso versato.

Chiediamoci se è questo il paese che vogliamo,
diviso come nell’eterne guerre civili, degli italiani
contro gli italiani come i padri e come i nonni come chi
di due fratelli uno era fascista e l’altro era partigiano.

Chiediamoci se è questa la vita che vogliamo
a disseppelire, ora, tutti borghesi e dimentichi,
gli scheletri lustrati ad arte, per polarizzare il vuoto
televisivo, a rastrellare l’ultimo voto lacrimogeno.

Chiediamoci se è questo il male endogeno
da debellare, nel paese pavido fra poteri viscidi
e se invece il nemico non sia altrove e la tensione
suicida vada tolta dai cavi cavedi catodi
fra servi stolidi in battaglie tardo-adolescenziali

Max Ponte
Torino, 23 febbraio 2018

(Un’immagine da video dagli scontri cittadini del 22/02)

Inediti di Paolo Fichera

Paolo Fichera ha progettato e diretto, dal 2004 al 2009, il quadrimestrale “PaginaZero-Letterature di frontiera”. Per la poesia: suoi testi sono apparsi in antologie, su siti e riviste nazionali e internazionali ed è stato tradotto in inglese, francese, spagnolo, arabo, serbo-croato, albanese. Ha vinto la XXVI edizione del Premio Lorenzo Montano. Sue raccolte di versi sono: Lo speziale (LietoColle, 2005); Innesti (Quaderni di Cantarena, 2007); La strada della cenere (FaraEditore, 2007); nel respiro (L’arcolaio, 2009), Bosco (Anterem Edizioni, 2013).
Le poesie che proponiamo sono parte di un libro, Figura, suddiviso in 21 sezioni. Figura è stato scritto, almeno in questa sua prima parte, dal 2011 al 2017. Le poesie sono inedite come inedito è il libro.
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Sei stata il mio bosco
tue le rocce, le cortecce, il muschio
tuo l’albero più antico
alla fonte del fiume,
tuo l’occhio fluente e secco
che ha guardato i tronchi caduti.
Lo Spirito, se c’era, scioglieva le nevi
tramortiva la ferita, trascinandola
su foglie così mortali, in ogni
tempo del mondo vissuto oltre il sogno.
Uno strappo, la foresta attende
tra la bocca e occhi e musica
là la parola, qua la terra
tua è la mia lontananza

(sezione Iconografia)

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su un ponte. un bambino getta pane all’acqua.
una ragnatela di pesci cigola nei segni.
l’abbazia riflessa nell’acqua distorta dalla fame dei pesci.

(sezione Mappa) Continua a leggere→

Ho sete


“E disse al vecchio dammi il pane,/ ho poco tempo e tanta fame./ E disse al vecchio dammi il vino, / ho sete e sono un assassino”. Chi non conosce queste parole della canzone di De André, “Il pescatore”? La versione con la PFM, per me, è un capolavoro. Eppure c’è chi se ne serve per far dormire i figli. È difficile sintonizzarsi su gusti ed esigenze, le sensibilità sono diverse e a volte incompatibili.
Ma la sete è sete, la fame è fame. Cristo sulla croce ha detto: ho sete. A che si riferiva? Certamente a una sete fisica, perché moriva dissanguato. Ma anche a una sete interiore, simbolica, forse più drammatica. Aveva sete di noi, e ne ha tuttora. Siamo l’oggetto del suo desiderio, anzi, i soggetti del suo amore. Pascal diceva che Gesù rimane in croce fino agli ultimi tempi. Non so se sia vero. Ma so che ha una sete terribile di noi, e chissà che comprenderlo, un giorno, non ci salvi.

Barcelona Gipsy balKan Orchestra

Barcelona Gypsy Balkan Orchestra

La poesia della world music

Intervista a cura di Guido Michelone

(parla Mattia Schirosa)

 

Ci vuoi anzitutto raccontare il primo ricordo della Barcelona Gipsy Balkan Orchestra?

Il mio primo ricordo risale all’estate del 2005, durante uno degli ultimi tour della Barcelona Gipsy Klezmer Orchestra. Con il nostro furgone attraversammo Francia, Italia, Grecia, e Serbia per poi ritrovarci a piedi in Romania con il motore in avare e 100 g di bagagli. Eravamo diretti a Bacau per una nuova data ed eravamo solo a metà del tour. In quei momenti il tuo istinto di sopravvivenza può arrivare a sorprenderti e sei capace di risolvere problemi che, normalmente, sembrano insormontabili solo a nominarli. Dopo essere riusciti ad attraversare la Romania ed arrivare in tempo a Bacau, troviamo un passaggio per Varna, Bulgaria. Continua a leggere→

Scadenze


Gesù si dà per sempre. Non è come noi, così bravi a concederci a metà, e a tempo sempre più determinato. Recentemente, si è proposto un matrimonio valido per sette anni, legato forse all’idea della famosa crisi. Si insegue la prassi del divorzio breve: separazioni rapide, abbandoni istantanei e via fuggendo.
È triste vedere come l’impegno sia sempre meno accetto. Vogliamo la certezza di evitare i problemi, di non scomodarci più di tanto.
In un momento della storia, e in un certo contesto, un’autorità spirituale riteneva lecito lasciare la moglie per un piatto non riuscito.
Mi viene in mente un detto: o mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra. C’è più saggezza nei proverbi che in leggi che cancellano l’umano.

Il tuo nemico di Michele Vaccari

Ci sono romanzi scritti bene, anzi benissimo, che sovrastano con la loro perfezione al punto di far dimenticare la storia, elemento fondamentale della narrazione.
Ho comprato Il tuo nemico di Michele Vaccari quando era appena uscito con Frassinelli (aprile 2017) ma ho deciso di rimandarne la lettura a un periodo più libero da impegni e lavoro in modo da dedicargli la massima attenzione: era un libro che in qualche modo mi spaventava.

Sento che lo stile di Michele Vaccari è tanto frutto di un lavoro impeccabile tecnicamente che di un percorso artistico interiore. Credo sia grazie a quest’ultimo che lui abbia ottenuto quella voce che gli editor cercano sempre in un autore, in un romanzo; quella nota unica che lo rende riconoscibile fra tutti. Il romanzo è un continuo andare avanti e indietro nel tempo e nelle precarie esistenze dei personaggi. Una struttura costruita ad arte permette al lettore di perdersi dentro confini ben delimitati, non rimanere mai disorientato, non soffrire di vertigini in questa veloce giostra temporale. Il merito è della grande maturità stilistica dell’autore che gli permette di sperimentare, spostandosi velocemente da un punto all’altro del suo racconto in piena libertà senza mai perdere la direzione. Continua a leggere→

Fughe


Ci lamentiamo della solitudine. Ogni pretesto è buono per pensare: quello ce l’ha con me, non mi ha salutato, sorriso, rinnovato gli auguri. È come se avessimo un’antenna pronta a captare ogni assenza di riguardo, ogni segnale diverso da ciò che ci aspettiamo, e a volte pretendiamo.
Odiamo essere soli. Ma potremmo chiederci se non siamo noi a lasciare solo il Cristo. Lui, come il Padre, scruta una strada deserta, per vedere di lontano se abbiamo il desiderio di tornare. È pronto a correrci incontro, a gettarcisi al collo per baciarci. Noi no, ci ostiniamo nel lamento, ci ribelliamo a un abbandono, a un’assenza procurata da noi stessi, con l’antica abitudine alla fuga.

SUL TAMBURO n.66: Franco Manescalchi, “Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze”

Franco Manescalchi, Riviste di poesia del secondo Novecento a Firenze nella memoria di Franco Manescalchi, Firenze, Polistanpa, 2017

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di Giuseppe Panella

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Quale è stato il ruolo di Franco Manescalchi nella cultura poetica del secondo Novecento a Firenze?

In che modo questo ruolo è stato centrale non cos’altro che a livello di testimonianza?

Il libro, attraverso la memoria evocata e ancora viva dei fatti, cerca di dare una risposta a questa domanda. Le riviste le cui vicende vengono riproposte ed evocate nel nucleo centrale del libro sono state parte importante della ricostruzione culturale del paese all’alba della caduta del fascismo e in vista della fondazione di una nuova coscienza morale e politica per l’Italia repubblicana appena nata. Nel primo dopoguerra, infatti, insieme alla continuazione di riviste già consolidate e nate in periodo fascista (L’Approdo di Carlo Betocchi, Letteratura di Alessandro Bonsanti, ecc.), sorgono e vivono, spesso come meteore, espressioni di gruppi ristretti di intellettuali e di scrittori che si pongono il compito di svecchiare la cultura provinciale fiorentina (e italiana), proponendo giovani autori, rilanciando correnti e personaggi apparentemente dimenticati, creando occasioni d’incontro e di amicizia letteraria.

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L’esatto contrario


Una cosa si può fare in molti modi. Uno pensa di essere se stesso, di mobilitare le energie migliori, si compiace della propria intensità e creatività, dell’impiego dei propri talenti, di una sensibilità sempre ai limiti della capienza del cuore, e poi scopre d’aver guardato dalla parte opposta a quella della propria identità.
Meglio tardi che mai: il cosiddetto buon ladrone sta lì a ricordarci che basta un attimo di verità per salvarsi la vita.
Un altro dice: vabbè, ma come la mettiamo con tutta l’esistenza vissuta a rincorrere fantasmi? Caro mio, ricordati della scena della Pasqua; tutti corrono: la Maddalena, Pietro, il discepolo che Gesù amava. L’essenziale è arrivare a quella corsa, all’inizio o alla fine non importa. Ciò che conta è che, prima di morire, tu passi dai fantasmi alla vita del Risorto: il Consistente, il Vivente, il Primo e l’Ultimo, Colui che capovolge la storia nel suo esatto contrario e rimette ogni cosa al posto giusto.

Imperfetto perfetto


Un sentimento comune è quello di non farcela. Ognuno di noi ha limiti, difetti, la naturale falla che si apre nel sistema-persona. È un classico scoprire il punto debole anche nei tipi in apparenza più impeccabili. Un dettaglio trascurabile, magari, agli occhi meno esperti, ma indubbiamente è là, a ricordarci che perfetto è solo Dio.
Ciò può provocare un senso d’insoddisfazione, e invece è salutare. Chi splendeva di più è diventato la tenebra per antonomasia: Lucifero, il portatore di una luce falsa, praticamente una patacca.
Ma Cristo non ci lascia in balia delle nostre imperfezioni. Lui parla chiaro: da soli non ce la faremo, anche impegnandoci allo spasimo. Con Lui è tutta un’altra storia: della salvezza, come dicono i teologi che hanno ancora un po’ di sale in zucca.

Tu sei


La gioia è difficile trovarla. Giri di qua, di là, e scopri al massimo risate sguaiate. Perché la gioia è superarsi, lasciare che sia un altro a prendere le redini. L’allegria è un’altra cosa. Anche questa non è poi così frequente: il correttore automatico, infatti, mi ha sostituito la parola. Ha messo Algeria. Magari lì sono felici, ma non credo.
La gioia sei Tu. Un Dio è gioioso per principio. Perché è Dio. Uno che gioisce non critica, si abbandona all’onda della vita che lo attraversa volentieri, perché alla vita piace vivere, naturalmente.
Ci inviti alla gioia, a perderci in Te, nella tua capacità di metterti da parte, di renderci importanti. L’amore è fare spazio. Gli ebrei lo chiamano “zim-zum”: il ritrarsi, perché l’altro sia.
Io sono perché Tu sei l’Io sono. E lasci che io sia.

Qualcosa è cambiato


Siamo creativi. Abbiamo voglia di cambiare, inventare, dare un colore tutto nostro al mondo, perché dalla pennellata di ciascuno esca fuori un quadro sempre nuovo. In questo, abbiamo preso dal Creatore: ci ha fatti Lui, e qualcosa in comune dobbiamo pure averla.
Eppure, proprio con Lui, siamo piatti, monotoni, ripetitivi. Sempre le stesse formule, gli stessi gesti, l’identico modo di fare e di parlare. E se si stancasse? Se pensasse: ma questo qui, questa qui, incontra me o timbra un cartellino?
La svolta sarebbe alzarsi la mattina e decidere di fargli una sorpresa, regalargli un sorriso, qualcosa che ormai non spera più.
Oggi lo guardo negli occhi e gli dico che mi sta simpatico, più delle suore da cui vado a celebrare.

Il Segno


Abbiamo paura. Paura di perderci. Paura che ci accada qualcosa. Paura per principio. Una ragione c’è sempre: se esco in strada, un’automobile mi può investire, un pazzo o un terrorista mi possono sparare, qualcuno può prendermi la borsa dove tengo un libro introvabile che leggo quando ho tempo.
Ma il motivo è un’altro: può aggredirmi il male vero, di cui parla Gesù nel Padre nostro. “Ella passa-n men Bisha”, si dice in aramaico: allontana da noi il Cattivo. È lui che cerca di distruggerci, che si insinua in un pensiero, un’immagine, una suggestione. Ecco perché i Padri raccomandavano di chiedere ogni volta: sei dei nostri o sei dell’avversario?
Comunque c’è un trucco, ma non lo dite a nessuno. Facendo il segno della croce con fede sincera, siamo protetti da ogni lato: satana non trova più una porta dove entrare.

Pater


Preghiamo senza sapere o capire, né sentire. Se ci fermassimo, ad esempio, sulle sette invocazioni contenute nel “Pater”, rimarremmo sorpresi dalle infinite risonanze. Lascio a voi questo esercizio utile, coltivato da Padri della Chiesa e autori spirituali d’ogni genere e grado.
Mi limito a indicare il punto in cui si dice: venga il tuo regno. Innanzitutto si dovrebbe dire: “venga la tua regalità, la tua sovranità”. Poi è chiaro che siamo sullo stesso piano dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino, che andrebbe tradotto – essendo il verbo al perfetto – “la tua regalità si è avvicinata”, dunque è qui; perché hai sconfitto le potenze del male.
E allora, se proprio volessimo cambiare qualcosa di questo testo sacro, e di per sé inviolabile, potrebbe essere il tempo: il regno di Dio è venuto, il cielo è già sceso sulla terra.
Qualcuno se n’è accorto?

Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 2

[youtube=https://youtu.be/0UasB0_KTuA]

da qui

Pier Paolo Pasolini – La solitudine
da “Trasumanar e organizzar” (1971)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Ennio Morricone
Colonna sonora di “Teorema”

In copertina : Anatole Saderman, ritratto di P.P.Pasolini

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Ciechi


Gesù guarisce i ciechi. Deve essere stato fantastico, per loro, vedere il mondo all’improvviso, con le sue forme, i suoi colori; poter fermare lo sguardo sui dettagli: innamorarsi di un petalo di rosa, una nuvola strana, un piccione che si gira di scatto. Forse il loro primo pensiero è stato un “grazie”. La gratitudine per la bellezza è qualcosa di congenito, un impulso che sguscia dal fondo dell’inconscio e si deposita felice sulle labbra.
A volte viviamo a occhi chiusi, sepolti in sentimenti cupi, oscuri, una nebbia che impedisce di vedere il mondo. Brancoliamo nelle vie senza uscita di rancori, complessi, voglie di rivalsa. Dovremmo rivolgerci al Messia, come i ciechi di un tempo, liberare il coraggio di invocarlo, con la stessa fiducia dei bambini: Signore, che io veda! Ci accorgeremmo, allora, dei colori, degli odori, dei sapori del mondo. Dei regali che ci arrivano dal Cielo, in ogni istante.

SUL TAMBURO n.65: Cinzia Della Ciana, “Passi sui sassi”

Cinzia Della Ciana, Passi sui sassi, prefazione di Adriana Gloria Marigo, Arcidosso (Grosseto), Effigi, 2017

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di Giuseppe Panella

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Si tratta della prima raccolta di poesie di Cinzia Della Ciana ad essere pubblicata in forma organica ma non è certo il suo primo tentativo di scrittura lirica e di messa in scena poetica del suo universo interiore. La tentazione della poesia, infatti, attraversa da sempre la sua scrittura e la sua modalità di intervento letterario e anche il suo romanzo d’esordio (Acqua piena d’acqua pubblicato per il medesimo editore nel 2016) non è mai privo di concessioni alla liricità di una narrazione densa di eventi descrittivi e non soltanto aneddotici o puramente narrativi.

Passi sui sassi è un libro “petroso”, scabro, rotto, frantumato, impietoso. Scrive Adriana Gloria Marigo nella sua densa Prefazione alla raccolta della Della Ciana:

«In questo scenario petroso, la parola di Cinzia Della Ciana segue la specchiatura: la parola è scelta e al contempo proviene dalle profondità psichiche, dagli ascendenti culturali, da certe radicalizzazioni geoantropologiche, dal centro di una terra che risuona di voci trecentesche, molto sonore. È parola che s’aggruma attorno al suono bruno di densità potente e arcaica, parola che sembra coniata nella fucina di Vulcano, parola che non necessita d’aggettivazione tanto s’avvale di specificità immediata, verticale, regale, austera e che si distende in stellazioni semantiche provenienti dalla capacità di rinnovare “i contorni più sottili delle parole” (Walter Pater)» (p. 8).

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