
Siamo molto attenti ai ruoli, ai titoli, alle gerarchie. Bisogna guardarsi dal confondere eminenza ed eccellenza, don e monsignore, signore e dottore. Il libero professionista è più dell’impiegato, il ragioniere deve cedere il passo all’ingegnere; se si è un lavapiatti, allo chef si dà del lei.
Il Vangelo sostiene che gli ultimi saranno i primi. Non significa che un lustrascarpe debba per forza diventare premier: sarebbe, probabilmente, un re da burla. Vuol dire, invece, che per Gesù non ci sono differenze di lustro o nobiltà. Chiunque, in qualunque condizione, può vivere per Lui: se agisce con amore, è un ultimo che diventa primo. Alla faccia del curriculum.
LA GUARDAROBIERA di Patrick McGrath
Che il suo rapporto con il mondo della psiche abbia origini molto antiche, lo si evince dalla prime righe della biografia: il padre lavora come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, in Inghilterra, e lui trascorre lì gran parte della sua infanzia. Quando poi – dopo aver abbandonato gli studi di psichiatria – decide di iniziare a scrivere romanzi, lo fa scegliendo come epicentro narrativo l’indagine sulla mente umana e sulle sue possibili devianze. Stiamo parlando di Patrick McGrath, scrittore inglese che vive tra New York e Londra, non a caso considerato maestro del thriller psicologico a partire dal suo più noto bestseller il cui titolo (in italiano è “Follia”) suona già come una dichiarazione di poetica. Continua a leggere
Menù

Non siamo normali, dobbiamo riconoscerlo. Dio ci propone la sua intimità e noi andiamo a mendicare un po’ di piacere, o di potere, o di possesso. È come al pranzo di nozze di una mia sorella, in cui mi concentrai sulla pizza, la mozzarella e gli affettati pensando che fossero il tutto del banchetto, mentre erano solo l’antipasto. Di appetito, ne rimase poco.
Gestiamo la fame di vita con pietanze di scarsa qualità, convinti che ci possano saziare, che sia l’intero menù imbanditoci dal fato, mentre il Progetto prevede la “gloria”, come scrive san Paolo, l’intimità luminosa, avvolgente, profondissima con Dio. Questione di gusti. Ma se qualcuno ci dà del salame non prendiamocela troppo.
Per amarti

Le profezie sono vere, ma non ditelo a nessuno, tanto non ci credono. Certo, un po’ fa male, ma ti ci abitui, giorno dopo giorno. Mi metto sempre più nei panni del Battista, di Geremia, di Elia, gente la cui voce ha gridato nel deserto, e spesso è risuonata a vuoto.
Penso a te, Gesù: schernito, oggi come allora, oggetto di sarcasmo insieme ai tuoi, esposto allo sberleffo, messo, come si diceva una volta, alla berlina. Comincio a comprendere meglio cosa significhi amare senza ricevere risposta. Penso alle tue cadute sul calvario – sette, secondo la Emmerich -: non hai inveito, non ti sei lamentato o ribellato, sei rimasto in silenzio, pur di tirarci fuori dalla morte. Per evitarci la tomba, ci sei finito dentro.
Per amarti, come ci hai amato, dovremmo uscire dal sepolcro del cuore, dove ogni giorno torniamo sperando che il Vivente, lì, non possa entrare.
La musica della poesia – Giornata mondiale della poesia – UniTO

In occasione della Giornata mondiale della Poesia che, come tutti gli anni, l’Unesco celebra in tutto il mondo il 21 marzo, il Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” dell’Università degli Studi di Torino ha organizzato la prima edizione de “La musica della poesia”, manifestazione che coinvolge in Università personaggi di spicco della cultura nazionale e non solo. La giornata avrà luogo presso l’Università degli Studi di Torino, a Palazzo Badini-Confalonieri (Via Verdi, 10), Sala lauree Dipartimento di Lingue e L.S. e C.M., dalle 9.00 alle 18.00.
L’evento, patrocinato dall’Università degli Studi di Torino, rappresenta un’iniziativa nuova per l’ateneo torinese, che prende parte alle celebrazioni per la ricorrenza internazionale, nata con l’obiettivo di sostenere la diversità linguistica per mezzo della poesia e di valorizzare le minoranze linguistiche. La volontà di promuovere la tradizione orale della poesia, la lettura poetica, l’insegnamento della poesia e la collaborazione tra discipline rappresentano anche il fine dell’iniziativa universitaria, che pone al centro della giornata la sonorità della poesia italiana e delle altre letterature mondiali.
La giornata, organizzata dal Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” dell’Università (LFSAG) in collaborazione con la piattaforma VIP – “Voices of Italian Poets”, è organizzata da Valentina Colonna, Antonio Romano, António Fournier e Rudy Toffanetti.
Se non vedo, credo

Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno, dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? l’ho toccato con mano!
E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, fissando una parete bianca.
Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che ti occupi di me. Non ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.
Sergio Givone, Sull’infinito.

Sergio Givone, Sull’infinito – Il Mulino, Bologna 2018
di Alida Airaghi
Nell’originale e stimolante collana “Icone” de Il Mulino, curata da Massimo Cacciari (sono già usciti due volumi, dello stesso Cacciari e di Paolo Legrenzi), ogni autore, partendo dal commento di un quadro famoso, allarga e nello stesso tempo focalizza la sua indagine filosofica e sociale su un argomento teoricamente rilevante nella storia del pensiero: la divinità, il corpo, la giustizia, o – nel caso di cui ci occupiamo ora – l’infinito.
Sull’infinito si intitola appunto il saggio di Sergio Givone, professore emerito di Estetica all’Università di Firenze, che nei suoi testi scientifici e narrativi ha affrontato a più riprese i temi del nichilismo, del divino, della libertà e del nulla. Continua a leggere
Sul serio

La distrazione è un problema universale, perché l’io è interessato a se stesso più che all’altro. Basta un nulla per essere sviati, all’improvviso, da un pensiero, un’immagine, un ricordo. Se sapessimo davvero quanto gli altri ci ascoltano, rimarremmo delusi. Ma un modo per saperlo c’è: vedere quanto noi ascoltiamo loro.
Con Gesù, questo non vale. Lui esige attenzione, perché ci ama. Se mi distraggo, è perché in fondo dell’altro non mi importa. A Dio, invece, importiamo: è attento, e invita all’attenzione. Fare sul serio non è mai uno scherzo.
Su Roberto Coppini
Quando la legge di Gresham s’impone anche in poesia, i veri poeti, quelli che potrebbero dar lustro alla lingua e all’arte restano relegati in una marginalità che li esclude dal mercato (se vogliamo chiamarlo così) dei possibili e plausibili lettori, spesso a tutto vantaggio di chi non lo merita. Ogni generazione ha i suoi poeti dimenticati; poeti che, pur lavorando con serietà e competenza, devoti solo alla Poesia, non aggregandosi a consorterie o cordate letterarie, restano relegati ai margini. Penso, per citare solo alcuni tra i morti, a poeti come Vittorio Bodini, Attilio Zanichelli, Gianfranco Palmery, Alessandro Ricci… Continua a leggere
Cattivi pensieri

La vita dipende dai pensieri: chi non l’ha capito, asino è. Detto questo, spirò. No, la traduzione è sbagliata. Detto questo, consegnò lo spirito: affidare i pensieri a Dio, lasciare che sia Lui a esaminarli, a correggerli, a scartare le interpretazioni che rovinano la vita, questo è salute. Già, perché la vita la rovinano i pensieri. Che credevate? Se siamo tristi, preoccupati, è perché un pensiero cupo ci attraversa la mente. Uno dice: e se tutto va male? A don Bosco che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se fosse arrivata la fine del mondo, Domenico Savio rispose: continuerei a giocare. Sì, la vita dipende dai pensieri. Per questo, come raccomandavano i Padri della Chiesa, a ognuno di loro dovremmo domandare: sei dei nostri o sei dell’avversario? Se sei del nemico, quella è la porta.
Luigi Maria Corsanico legge Charles Bukowski
[youtube=https://youtu.be/q2AX_vB2vJM]
da qui
Charles Bukowski
Essi tutti lo sanno
Lettura di Luigi Maria Corsanico
They, all of them, know
Burning in Water Drowning in Flame
Selected Poems 1955-1973
Traduzione di Vincenzo Mantovani
*********************************** Continua a leggere
Purgatorio
[youtube=https://youtu.be/OIr0-MKInTA]
da qui
Molti non credono in Dio, figuriamoci nel purgatorio, che per giunta ha un nome sgradevole, un’eco dell’olio di ricino o del bicarbonato. Io nel purgatorio ci credo. Per quanto facciamo, siamo fragili sotto tanti aspetti. Mio padre diceva che ci manca sempre un soldo per apparare una lira. In quest’epoca pazza per l’ecologia, si dovrebbe provare meno resistenza di fronte a metodi disinquinanti. Certo, nel purgatorio si soffre, a quanto pare: si tratta di staccarsi da abitudini che ci hanno accompagnato per decenni, ed è come asportare qualcosa: un dente, un’ernia, un’appendice. Ma se fossimo più generosi, noi credenti, faremmo di tutto per saltare a piè pari questa fase purgante – ecco riapparire il guttalax, le tisane, l’olio di fegato di merluzzo – non tanto per sfuggire al dolore, quanto per l’ansia d’incontrare il Cristo, di vederlo finalmente negli occhi, di stringergli la mano. Di sentire in petto il famoso cuore nuovo. Viva l’ecologia, dunque, ma la cardiologia è tutta un’altra cosa.
La concessione del lavoro

La concessione del lavoro sorse
con il tavolo di crisi con il sisma
dell’Articolo Uno con l’inverno
presente con quello venturo
con lo smantellamento
e il presidio delle ore nove
con la campagna elettorale
con la scoperta della neve
con le sinistre e le destre
le glaciazioni e il crinale
sul quale vive questo paese
la concessione del lavoro venne
come una promessa calata
dall’alto una brioche della regina
un gesto un sorriso un’increspatura
nel bilancio una vetta uno slancio
un gancio un tozzo di pane una
medicina uno sputo un imbuto
“non lasceremo nessuno a casa”
prima mi licenzi e poi mi salvi
e forse attendi che ti ringrazi
Max Ponte
(incatenamento durante le proteste contro gli esuberi – poi rientrati – dei lavoratori dei musei civici torinesi, dicembre 2017)
Dipendere
Testo e immagine di Francesca Boschetti
Dipendere
Pendo due volte
All’esterno
E all’esterno
L’interno fa solo da avvio
Il resto dipende da te
Chiunque tu sia
Sbilancio il mio peso
Baricentro sfasato
Mi appoggio nel vuoto dell’altro
Dipendere
Pendenza alternata
Tra me e chissà chi
Fidarsi
Ma senza ragione
Cercare affannato di appoggio
Fidarsi a occhi chiusi
E aprirli in ritardo
Dipendere
Ingaggio una danza
Continui squilibri
Il fiato sospeso nel nulla
La meta è un miraggio
Ingannevole mito
Invano vagare
Polonord di contatto profondo
Non dipendere più
Promessa
Intenzione
Tensione di voglio negati
Miraggio
di nuovo
Dipendere
NO
Il contrario di-pendere:
immobile
fuori-con-tatto
midollo ingessato
respiro bloccato
desideri contratti
non-sento-non-voglio
Polosud:
stesso gelo
la testa all’ingiù
Illusione di quiete
L’inquietudine è molto all’interno
Dappertutto l’inverno
Di-pendo
Travasata all’esterno
Oppure
Non-pendo-mai-più
Paralisi dentro
L’opposto reale
È nel vero contatto
Dipende da noi
L’opposto reale
È nel rischio pensato
Mi fido a occhi aperti
Li chiudo più tardi
L’opposto reale
alterna
toccarsi e voltarsi
sorrisi e fronti sgualcite
Perfetto per-sempre
Esiste soltanto nei sogni
Coi piedi per terra
è
fatica e riposo
riposo e fatica
Nel buio
sostengo l’attesa
credendo che passi
La luce
la godo
sapendo del buio
Equatore:
la strada è più lunga
scenari che mutano
piogge e poi sole che arde la pelle
Non più marionette di ghiaccio
Ma mobile vita da vivere
Preghiera

A che serve la preghiera? Forse, molte volte, è inutile: quella che si fa per fare, per sistemare un conto sempre aperto, di dare e avere, per placare l’angoscia da debito contratto con divinità enigmatiche, che possono punire in caso di mancata prestazione; ma anche la preghiera-chiacchiera, buttata lì come giocando al bar, quando allunghi la briscola sul tavolo con una gran risata; e quella che si recita pensando ad altro, guardando l’orologio, spalmata su un tempo sotto vuoto, come una magra concessione a un Dio noioso.
La preghiera autentica è quella che fa luce negli angoli più bui, nelle cantine in cui si occultano certe mercanzie, nei magazzini polverosi abitati da topi e ragnatele. La preghiera porta ossigeno in stanze dove ormai non si respira, profumo dove regna un odore di stantio. È una preghiera che salva da ogni falsa devozione, da ogni pavida fuga dall’incontro.
Scrittori e nuovi progetti: intervista a Ivano Porpora
Ho ricevuto oggi il Biglietto di commiato a mio padre; un libro, sì, ma non solo. Il Commiato è un progetto molto interessante ideato, promosso e realizzato dallo scrittore Ivano Porpora.
Ivano ha pubblicato con Einaudi, Marsilio, Miraggi, LiberAria e tiene corsi di scrittura. Il Commiato non ha un editore per espressa scelta dell’autore. Alcuni mesi fa ha aperto un crowdfunding per finanziare il suo progetto; nella pagina dove oggi campeggia la scritta CONCLUSO / FINANZIATO lui stesso scrive:
Il 13 novembre 2012, a poche settimane di distanza dalla pubblicazione del mio primo romanzo per Einaudi, moriva mio padre. Un paio di anni dopo, un pomeriggio di luglio, morivo io, e qui spiego per la prima volta cosa è successo, e perché; e perché queste due morti abbiano segnato chi sono, quello che faccio. “Biglietto di commiato a mio padre” è un libro di cento pagine in formato 14×21, fuori dal mercato editoriale per precisa scelta, nel quale parlo di me, di lui, di ciò che sono diventato, di ciò che è realmente successo e di perché quello che è successo mi ha marchiato tanto.
I 244 sostenitori che insieme hanno raccolto il doppio della cifra minima stabilita stanno ricevendo in questi giorni la copia del libro con dedica, disegno, ringraziamento (in base all’entità dell’impegno) e alcuni avranno diritto a una presentazione nel luogo a loro più vicino. Una community di lettori di Ivano che si sono uniti per leggere ancora, aspettando il suo nuovo romanzo, e accogliere un pensiero intimo, privato, profondo che non è solo dello scrittore Porpora ma anche del figlio Ivano.
Parliamo con Ivano Porpora del Commiato e del suo rapporto con la scrittura.
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Vivalascuola. 1968: memoria contro damnatio
(Elaborazione grafica di Francesco Mele)
Nonostante ricorrenze e convegni, il 68 è stato condannato a una sorta di damnatio memoriae: la cancellazione di qualsiasi traccia che lo riguardi, come se non fosse mai esistito. Il 68 è imbarazzante, scomodo, da rimuovere anche per chi vi ha partecipato, sia chi non la pensa più come un tempo e lo ricorda con disappunto sia chi ne è uscito con un senso di sconfitta e ne serba la frustrazione. Eppure molte elaborazioni di quegli anni sono di un’attualità impressionante, in una realtà mutata ma in cui il nocciolo duro delle forme di potere e di oppressione resta lo stesso. Memorie e riflessioni sono perciò necessarie e pongono il problema di come trasmettere quel che è stato alle giovani generazioni. Anche vivalascuola vuole approfittare del 50° anniversario del 68 per fare memoria, convinta, come scrive Ernesto Sabato, che “Senza utopia nessun giovane può vivere in una società orribile“. Cominciamo in questa puntata dando la parola a chi il 68 l’ha fatto, proponendo i testi di Donato Salzarulo e Marilena Salvarezza e il ricordo in poesia di Graziella Tonon; proseguiremo con altre puntate dedicate specificamente alla scuola e all’università, che sono stati tra i territori principali del 68. Chi dei lettori fosse interessato a dare il suo contributo, ce lo comunichi nei commenti e sarà contattato.
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Filautia

“Filautia” la chiamavano i Padri: la propria volontà. È dura a morire, perché spesso pensiamo che gli altri ce la vogliano fare sotto il naso, perché crediamo che paghi essere furbi, perché se non ci penso io a me stesso, chi ci pensa?
Poi arriva uno e dice che la vita viene da lontano, arriva fino a noi col suo soffio potente, e noi siamo chiamati a trasmetterla com’è, con la stessa potenza, senza soffocarla né sfogarla, ma vivendo tutto come dono. Insomma, propone l’onestà, la verità, la coscienza d’essere uniti all’universo, agli altri, a Dio. Ecco, quest’Uno è proprio Lui, Dio: se avesse voluto fare il furbo, si sarebbe guardato dal rischiare la pelle qui da noi. E invece ha accettato la sfida, bontà sua, e ci ha dato l’esempio di come prendere la filautia e lasciarla inchiodare su una croce, un venerdì qualunque che sarebbe diventato santo, per averci svelato questo folle segreto della vita.
Amici come prima

Con Dio abbiamo un rapporto problematico: chiediamo e ce ne andiamo, invochiamo la sua presenza e svicoliamo altrove. Mi chiedo se a volte non s’innervosisca. Poi mi rispondo “no, Lui ci ama davvero, al massimo sorride della nostra allergia congenita alla concentrazione”.
Però questa non dev’essere una scusa. Bisognerà imparare a esserci, anche noi. Mi viene in mente il nome impronunciabile di Dio: Io sono Colui che c’è. Già, Lui c’è, ha il carisma dell’attesa. A volte aspetta secoli, millenni. Poi fa uno sbuffo, e rivolta la terra come un pedalino. Ma ecco, basta poco, e amici come prima.
1915-1918: i fumetti in trincea
1915-1918: i fumetti in trincea
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di Claudio Bertieri
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Quando si stava profilando il centenario del primo conflitto mondiale, un po’ dappertutto sono iniziati ad apparire progetti di mostre, di eventi, rievocazioni, testimonianze, riletture storiche, analisi critiche e via sunteggiando. Molti indubbiamente i testi riuniti assieme, da semplici ricordi personali a più strutturate indagini prospettive, i quali, nel loro insieme, hanno accostato argomenti al massimo disparati. Comunque, recando in ogni caso un utile contributo alla rievocazione di una immane tragedia che l’arte figurativa, il cinematografo, la narrativa, la satira, la cartellonistica, e sicuramente ancora altre forme creative, non hanno ignorato di accostare.
Probabilmente, tra tanto scrivere, parlare, esporre, indagare, un particolare capitolo, senz’altro di variante tensione e mutevole sguardo, non ha goduto di altrettanto interesse. Quindi, di una indagine ampia ed approfondita che ne ponesse in rilievo la non risicata partecipazione al drammatico evento, seppure espressa in maniera contrastante, giacché le atmosfere della sua presenza trapassano -nonostante la diversa nazionalità- dall’acceso entusiasmo alla ferma denuncia, dal patriottismo esaltato alla testimonianza di una realtà amara e sofferta. Per dirlo in stretti termini, dal sorriso che tende ad allentare la tensione al rispetto della verità.



