Madre con figlio non come gli altri

di Stefanie Golisch

Di un incontro carnale consumato in fretta,
le è rimasto un figlio gonfio di amore materno.
Nessuna fata cantò alla sua culla guarnita di
fiocchi azzurri. Doveva crescere come gli altri,
ma non è come gli altri che lui in segreto
s’immagina sempre felici come una famiglia
pubblicità. Lei si tinge di biondo cenere e lui
porta soltanto capi firmati. Per essere ammessi
alla tavola di tutti, non smettono mai di sorridere.
Quella coppia di madre e figlio è lo zimbello
della parrocchia, l’occasione unica di mostrare
un poco di pietà. Vedrai che presto troverai una
ragazza. Farai dei viaggi bellissimi, ascolta
la mamma che spera senza speranza, e lui risponde,
mamma voglio dormire

Il pozzo


Cominciare è un carisma, una vocazione, forse un destino. La maggior parte delle cose si decide all’inizio: partendo col piede sbagliato, difficilmente si ricupera.
“Era una notte buia e tempestosa”, scrive Snoopy. In un esordio così, si è detto tutto. C’è anche il mezzo e la fine, perché include una promessa: in quella notte può accadere solo qualcosa d’importante, se non nei fatti, almeno nei pensieri.
Ciò spiega come occorra impegnarsi, varando una qualsiasi iniziativa; lo dimostrano le inaugurazioni d’ogni specie: di negozi, istituti, sedi civili e religiose.
Chi ben comincia è a metà dell’opera, ci ricorda il proverbio. E chi fallisce?
Nel Vangelo accade il contrario. Il lieto fine spetta ai guariti, ai salvati, ai convertiti: pubblicani come Levi e Zaccheo, la prostituta pentita che unge Gesù col suo profumo, il figlio prodigo, l’indemoniato di Gerasa. Tutta gente partita malissimo, e finita molto meglio.
Il Vangelo è un deposito infinito di speranza, un pozzo senza fondo di felici assurdità.

Mercanti nel (del) tempio

di Antonio Sparzani

Ieri mattina sono passato da Piazza del Duomo, a Milano, e sono stato preso da un crescente orrore: il duomo, bellissimo monumento dell’italica architettura, è completamente circondato, salvo che sul lato frontale, da una serie continua di baracchine pseudo natalizie che vendono ogni sorta di orrendi gadget, destinati a milanesi borghesotti e insipienti e a turisti di passaggio. Baracchine ben s’intende, tutte ornate di fregi natalizi, rametti di abete, veri o finti, luccichini, stelline e un numero impressionante di piccole luci, che ora che si è scoperto l’uso del led ci infestano a migliaia. Già questo a me pare troppo e mi piacerebbe molto che Gesù in persona, alla guida di un divino possente bulldozer, desse una bella spianata a tutto ciò, come mi pare che già fece, ancorché senza bulldozer, con un certo tempio ai tempi suoi. Continua a leggere→

La ginestra


Sarebbe bello tirare fuori il meglio da coloro che incontriamo: strappare un sorriso al tipo cupo, risollevare l’anima depressa, addolcire il criticone per principio. Come accade nei cartoni animati, nascerebbero fiori nel deserto, il verde prenderebbe il posto della sabbia, e dal nulla apparirebbero cervi, uccelli esotici, frutti d’ogni specie.
Fatichiamo a scoprire i poteri di cui siamo dotati: ci trasciniamo, a volte, in un impegno dopo l’altro con l’impaccio di chi ancora non ci crede, seminando sospetti o indifferenza.
Finché ci accorgiamo di avere appresso una tavolozza da pittore, per colorare il mondo.
Oggi predicavo alle suore. Ho chiesto loro: come si passa dai sensi esterni – grevi, superficiali, fuorvianti – a quelli interni – l’occhio e l’orecchio del cuore?
Mi hanno fissato aspettando una risposta, con lo sguardo di chi si è alzato a stento, la mattina.
Facendo tutto con amore, ho detto, incassando un debole sorriso, una ginestra spuntata a fatica sull’arida schiena del vulcano.

Che cosa vuol dire amare Gesù?


di Rosa Salvia

 

In primis mi soffermo su quanto affermano alcuni cristiani che declinano il loro amore per Dio dicendo “di essere innamorati di Gesù”. Quanti gruppi pullulano in alcune chiese di Roma (e non solo) ad esprimere con canti improvvisati, smorfie strane, tensioni corporee molto vicine a una sorta di orgasmo sublimato, imposizioni reciproche di mani, manie narcisistico-compulsive e via discorrendo, questa sorta di “innamoramento” dionisiaco. Continua a leggere→

Via della felicità


Cosa ci fa felici? La domanda si affaccia, prima o poi, e ci costringe a uscire dalle rassegnazioni, dalla sclerosi che avanza appena smettiamo di sperare.
Il punto è questo: fare domande. Ognuno ha le sue fonti, le agenzie di fiducia a cui rivolgersi: i grandi del passato, il pensiero filosofico, la saggezza delle antiche religioni, fino all’oroscopo, all’oracolo della cartomante, ai maghi e ai ciarlatani d’ogni tipo e natura.
Io ho il Vangelo: quando sento il bisogno, apro una pagina e comincio a leggere una riga, due righe, finché non si fa strada il senso. Le parole sante sono un cibo, una risposta alla sete di luce e orientamento, che è dentro di noi.
Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vivere, nutrirmi, avvertire una pienezza, scoprirmi me stesso trovando ogni volta, dietro l’angolo del Libro, il sorriso di Dio: questo mi fa felice.

4 3 2 1 di Paul Auster

di Massimo Maugeri

4321È presumibile che nel DNA di buona parte degli scrittori statunitensi destinati a rimanere nella storia della letteratura sia impresso il codice del grande romanzo americano (includiamo nell’accezione «grande» anche la lunghezza dell’opera). Di esempi potrebbero farsene tanti. Il caso più recente è quello del nuovo romanzo di Paul Auster (autore della celebre “Trilogia di New York”) intitolato “4 3 2 1”, pubblicato in Italia da Einaudi, che consta di ben 940 pagine. È probabile che questo libro verrà considerato come il più ambizioso lascito letterario di Auster ai posteri. Continua a leggere→

Passato prossimo


Prima o poi ce ne andiamo, si toglierà il disturbo. Deposte le armi, si guarderà una vita per quello che è stata al di là degli interessi, dei conflitti forieri di scintille, focolai e perfino incendi rimasti indomati. Sarà il momento in cui si staccheranno, a una a una, le impalcature messe su dalle emozioni, le passioni parziali, le prospettive ridotte al contingente. Incroceremo il bivio di cui ci parlarono quel prete, quella suora, o la nonna impegnata nell’impresa di farci addormentare. Decideremo se andarcene per forza, col retrogusto amaro del rimpianto, travolti da una forza che ci schiaccia; o scivolare, invece, in un abbraccio in cui tutto in una volta confluirà l’amore contrastato, ferito, rinnegato. Lo intravedremo come una pianta appena nata, il geranio che resiste in pieno inverno, un mandorlo che sboccia con la neve, come l’ardente profezia piantata nel gelo della morte. Allora non saremo interessati alle parole della gente, ai mormorii distratti nel fondo della chiesa, alle parole di prammatica, dette per dovere. L’ultimo respiro sarà quello del calvario, un grido d’amore in grado di respingere l’assalto finale del maligno.

SUL TAMBURO n.60: Paola Rondini, “Crepapelle”

Paola Rondini, Crepapelle, Roma, Intrecci Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un romanzo enigmatico, un romanzo ricco di pathos, un romanzo che allude a una realtà sfuggente e disorientata, un romanzo senza idillio – e si potrebbe continuare a lungo a inanellare definizioni per un testo narrativo ricco e straziato come questo, frutto di una deliberata volontà di nascondere i retroscena per potere (e sapere) mostrare meglio ciò che soprattutto conta e che viene esibito sulla scena della realtà sconcertante e senza asse centrale che si trova costretto a mettere in evidenza.

La cifra stilistica di quest’opera narrativa è, infatti, l’allusione: gli eventi narrati vengono accennati, sfumati, avvolti in una nebbia di dubbio o allucinati dalla mente di chi li vive ma mai descritti per quello che sono stati veramente (o che si presume siano stati). I diversi personaggi che si succedono sulla scena non sanno che cosa vogliono o che cosa hanno voluto fare: non lo sa il dottor Giacomo Selvi nel momento in cui compie scelte decisive per la sua vita, non lo sa Greta Lensi quando decide di sottoporsi a una complessa operazione di chirurgia estetica che dovrebbe riportare il suo volto alla passata freschezza e giovinezza, non lo sa l’astrofisico Edoardo Valori quando distribuisce per strada, davanti alla casa di riposo per anziani in cui vive, dei fogli che contengono la rappresentazione della lemniscata di Bernouilli il che gli permette di continuare a pensare di avere un ruolo nella vita di chi incontra per caso. Il racconto della vicenda umana e sentimentale di Edo la cui fidanzatina Giselda muore per un tragico errore durante un rastrellamento di guerra ad opera dei tedeschi è al centro del romanzo e rappresenta il cuore pulsante della narrazione. La sua scoperta di un mondo parallelo a quello reale, un “infundibolo” (per dirla con un’espressione ricreata da Kurt Vonnegut nel suo Le sirene di Titano utilizzando un’analoga creazione linguistica di Beckett), lo porta a costruirsi un mondo tutto proprio mediante il quale sfuggire al dolore della perdita della persona amata e all’angoscia della vita quotidiana durante le vicende della guerra.

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Spaccio


Immagino spacciatori di umiltà, gente che diffonda clandestinamente la virtù, giustamente proibita in un mondo di sfrenati antagonismi. La polizia cercherebbe di arrestarli, considerando il reato tra i più gravi: ignorare il diktat di contendersi tutto, di farsi le scarpe per dovere, di sparlare gli uni degli altri per principio, sarebbe intollerabile in un regime di palloni gonfiati. Considerare l’altro superiore a se stesso è uno stridente anacronismo, un cascame religioso da lasciare alle vecchiette col rosario e ai nonni rimbambiti.
L’umiltà, diciamolo, è una sostanza allucinogena, che provoca la visione sovversiva delle cose come stanno.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 6

[youtube=https://youtu.be/iWJr7MGAme0]

da qui

FERNANDO PESSOA
1924
156. DORMIRE!

IL MONDO CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME

A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Postfazione di José Saramago
Testo portoghese a fronte

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Gilbert Garcin http://www.gilbert-garcin.com/

Erik Satie: Gnossienne 4 – Piano: Alexandre Tharaud

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Guarda che non sono io

[youtube=https://youtu.be/jE7A4c66DtE]

da qui

Il successo è un tema interessante, ma nessuno sa davvero cosa sia. Esistono cantanti che azzeccano due pezzi e poi più nulla: campano, magari, coi diritti d’autore. In casi come questi è arduo parlare di successo, che comunque si trascina una specie di tristezza: lo scoprirsi scambiato per altro, l’essere amato per ciò di cui nemmeno ti ricordi. Un noto cantautore ha scritto un brano intitolato “Guarda che non sono io”, per reagire a questo andazzo.
Anch’io, nel mio piccolo, ho successo: la chiesa si riempie, quando celebro, e si vocifera che parli bene. Ma quando mi fermano per farmi i complimenti, vorrei dire loro: guarda che non sono io. Se ho qualcosa di buono, è merito di Dio.

Etty Hillesum, Lettere 1942-1943


di Barbara Pesaresi

Esistono libri dai quali vien quasi istintivo difendersi. O almeno a me succede. Sono quei libri che raccontano vite vissute scomodamente, come quella di Etty Hillesum.

Chi ha letto Diario, 1941-1943 (Adelphi), troverà anche in Lettere, 1942-1943, (Adelphi), la stessa sensibilità e profondità di pensiero, l’ostinata fiducia nella vita, quella fede incrollabile che  la porterà a scrivere nel diario: “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”.  Smarrisce, la disarmata lucidità di Etty nel registrare e raccontare, attraverso minuziose e nude cronache, l’inarrestabile divenire dei tragici eventi che l’hanno vista protagonista. Di lei possiamo dire che è stata sino all’ultimo, grazie anche alla scrittura, testimone attiva della sua storia e del suo tempo. Continua a leggere→

Il dono


La parola più ambigua in assoluto è “dono”. Intanto, sa di preti, di scuola cattolica, di chiesa. Questo, agli occhi di molti, la squalifica. In alternativa, è una parola chiave della pubblicità sempre incombente, che ha inventato la festa del papà, della mamma, dei nonni e degli zii, pur di incassare. La terza accezione è quella della beneficienza interessata: dono della banca tal dei tali, della Regione, del Comune, dell’azienda pinca pallina e via esibendo, come se nessuno avesse detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la destra”.
Urgerebbe trovare una via per far risorgere il termine e il concetto, ma non è semplice spostare il baricentro, aprirsi al bene altrui piuttosto che al vantaggio personale.
Bisognerebbe credere che è salvo chi si offre o che, come canta Francesco de Gregori, chi vince è perduto.
In attesa di mutamenti epocali, si può partire dal senso attribuito alla parola da uno dei tanti dizionari online: “l’atto di donare qualcosa”.
Un inizio di rivoluzione sarebbe proporre un’altra prospettiva: l’atto di donarsi.

La vera religione


La religione è più semplice di quanto immaginiamo. E più bella. Gesù chiede un rapporto personale schietto, come tra amici. L’evangelizzazione consiste nel presentarlo agli altri come qualcuno con cui confidarsi, un compagno potente capace di cambiarti la vita perché è Lui che l’ha creata.
Mi tornano in mente favole come quella di Aladino, dove vengono espressi desideri immediatamente realizzati. L’inconscio collettivo fa emergere verità profonde, che solo in un secondo momento si smarriscono nei vicoli ciechi della paura e del cinismo.
I bambini sanno bene che tutto è possibile: giocano, si scambiano pensieri che a noi sembrano assurdi, e invece sono più corrispondenti dei nostri alla realtà. Se sapessimo che un atto d’amore può cambiare il mondo, l’esistenza umana sarebbe un’altra cosa. I bambini lo sanno, anche se nessuno gliel’ha detto.
Nessuno? Ecco la vera religione: capire che è Gesù che glielo dice.

A Chi


Molti mi dicono: don, quando prego mi distraggo.
Cos’è veramente la preghiera? Significa pensare alle parole? O è concentrarsi su qualcosa? E su cosa, eventualmente?
Basta poco a mettere in crisi i riti che compiamo, forse per senso del dovere, forse perché, se li omettiamo, chissà che ci succede.
A che pensiamo, se dialoghiamo con qualcuno? Alle parole, ai gesti, a qualcosa che non c’entra nulla? Il modo giusto è entrare in relazione, comunicare se stessi, condividere.
Lo stesso vale con Gesù: la preghiera è starsene con Lui, lasciarsi andare a una confidenza in cui troviamo pace.
Don, quando prego mi distraggo.
Pensa un po’ meno a ciò che dici e molto più a Chi lo stai dicendo.

SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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Il Regno


Si può essere neutrali, rassegnati, pigri; oppure decisi, coscienti che la vita corre in una certa direzione, e che solo seguendola si centra l’obiettivo.
Dostoevsky ha colto l’essenziale: l’adesione alla verità senza riserve, con la persona intera, in un sì senza residui.
Penso che Dio sia fatto in questo modo. Ama a tal punto, con una determinazione così forte, che non può fare altrimenti. Da ciò deriva la sua potenza irresistibile.
Se ci affidiamo a Lui, diventeremo simili. Nessuno potrà più resisterci.
Il Regno è il posto dove il bene vince sempre.

La poesia del ricordo. I processi di ingradimento delle immagini, di Paola Silvia Dolci.


di Guido Michelone

Il nuovo libro della giovane scrittrice Paola Silvia Dolci si pone subito tra quelli più originali, interessanti, riusciti in questa nuova stagione della poesia italiana. I processi di ingrandimento delle immagini è un titolo ambizioso e al contempo difficile, se non viene rapportato al conseguente sottotitolo: Per un’antologia di poeti scomparsi. In tal senso il lavoro della Dolci è innanzitutto metalinguistico, nel senso che si appropria della letteratura per giocare molto seriamente (e talvolta drammaticamente) con la letteratura medesima. Continua a leggere→

Cerchiamo


Cerchiamo Dio. Ognuno lo cerca a modo suo. Anche l’ateo, che pensa di evitarlo.
Cerchiamo Dio negli angoli nascosti, nelle crepe dei nostri progetti, nelle falle che si aprono senza alcun preavviso. Lo cerchiamo in una tristezza immotivata, in una gioia improvvisa e senza nome, nell’incontro casuale capace di scombinare la giornata.
La verità, però, è che siamo cercati.
È Dio che cerca noi: in un attimo di distrazione, nella perdita di controllo momentanea, nell’istante di estasi che ci strappa alla routine del quotidiano.
A forza di cercarci, ci incontriamo. Qualcuno nemmeno se ne accorge: è come quando senti una voce, non sai da dove viene e ti convinci che l’hai solo immaginata.
Dio è così: un lampo, una scintilla; sta a noi lasciarci illuminare, restare conquistati per sempre dalla sua bellezza.