
C’era uno che raccontava storie: storie di tutti i tipi, tragiche e comiche, utili e inutili, belle e meno belle. L’importante è che fossero storie, lui diceva, perché da storia nasce storia e così la vita, all’improvviso, si mette in movimento, esce dalla paura sottile che avvolge tanta gente, la frena, l’avvita su se stessa, la paralizza senza scampo. Questo genere diffuso di paralisi, aggiungeva, tenta di stornare la paura, di fuggirla, invece di affrontarla faccia a faccia, chiedendole senza tanti complimenti: chi sei, cosa vuoi, parliamone qui e ora. Dal momento che non si decide a prenderla di petto, la paralisi continuerà a fuggire la paura, a irritarsi o deprimersi, difendersi o aggredire.
Ecco, allora – continuava il nostro -, l’importanza della storia, che invita a cogliere la parte dinamica del mondo, a ri-considerarsi, a ri-vedersi da un’altra prospettiva, dipingendosi con colori inediti, modulando toni mai sperimentati, comunicandosi in forme tutte nuove.
La storia, proseguiva quello, attinge a qualcosa di profondo, a un desiderio di far parte di un’idea più grande, di un orizzonte che includa l’universo, questa e l’altra vita, Dio e l’umano. Raccontare storie rimette in discussione spazio e tempo, permette di entrare in contatto col passato più remoto e il futuro più lontano e inconcepibile, di incontrare lo Spirito Santo e chiedergli qualcosa del Progetto originario, quando ancora non c’erano il pensiero, l’azione e la parola, ma tutto era un guardarsi occhi negli occhi, senza bisogno di spiegarsi nulla.
C’era uno che raccontava sempre, un contastorie: conosceva bene la trappola del già pensato, di tutto il materiale classificato e etichettato, che puoi dire soltanto “è così o non è così”, e per questo non si arriva mai a guardarsi, a capirsi con un cenno, ad amarsi al di là di ciò che dice il galateo o la regola di tutto quanto è fermo, irrigidito, gelido, incapace, per sempre, di diventare storia.
POESIA PERLE STATE a Torino
LA CASA DI MATRJONA, di ALEKSANDR SOLŽENICYN
“Non si curava delle masserizie… Non s’affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita.
Non si curava dei bei vestiti. Dei vestiti che abbelliscono i mostri e i ribaldi .
Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto sei figli ma non l’indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. La capra color bianco sporco, il gatto zoppo, i ficus… Continua a leggere
Cronache marziane

La vita su Marte non era affatto male: potevo leggere quanto volevo e nessuno veniva a disturbarmi. Del deserto non si scorgevano i confini e di certo non provavo nostalgia del traffico romano, degli assembramenti nei grandi alveari cittadini, del nervosismo che aleggiava per principio, come dovesse esserci per forza qualcosa che andasse di traverso.
Ogni tanto utilizzavo il potente telescopio messo a mia disposizione dalla NASA: finivo sempre col dirigere lo sguardo nelle parti da cui provenivo, per vedere in che modo procedesse la vita, senza me. Ovviamente, tutto scorreva come prima: i litigi, le risate, i tradimenti nascosti e le belle parole di facciata. La Terra era sempre la stessa, anche a perlustrarne gli angoli col lanternino, figuriamoci con una vista panoramica da una simile distanza.
Eppure, a ben vedere, qualcosa era cambiato: i due novantenni a cui telefonavo il sabato si chiedevano che fine avessi fatto; lo scrupoloso che veniva a confessarsi non sapeva più a chi raccontare le sue fissazioni insuperabili; la bambina a cui sorridevo, alla fine della messa, chiedeva a papà e mamma: ma don Fabrizio è morto?
Era strano notare dettagli così insignificanti da un mondo lontanissimo: era come se qualcosa resistesse all’entropia, durasse nonostante tutto, anche in assenza.
Fu allora che decisi di tornare. Quando rimisi piede sulla Terra, non provai più fastidio per le code sul raccordo, per l’invidia della gente maliziosa, per il tempo che finiva, ogni volta, col mancare. Avevo capito che tutto va colto dalla nuda prospettiva del deserto, dove l’atto d’amore più banale diventa necessario, indispensabile.
Cenere e pentola

Cenerentola fa pensare. La cenere – del camino che è costretta a pulire – evoca l’immagine penitenziale del “polvere sei e in polvere ritornerai”. La vita umana è questa umiliazione adibita a riparare i guasti del peccato originale. Dicono che il cammino dell’uomo sia un viaggio faticoso dal proprio vizio fondamentale verso la virtù contraria: in questo caso, dalla superbia all’umiltà.
Il nome della bellissima fanciulla evoca anche la pentola, con cui è costretta a cucinare per le sorellastre e la matrigna. Gesù dice ai discepoli, nella scena “cult” della moltiplicazione/divisione dei pani: “date loro voi stessi da mangiare”. Darsi in pasto è proprio dei buoni, vittime predestinate dei cattivi di turno.
Cenere e pentola, dunque, sono le icone di chi segue la strada stretta dell’amore che, com’è noto, porta in paradiso.
Il diavolo fa le pentole, infatti, ma non i coperchi. E ciò che bolle in pentola e non può essere coperto, è un principe che cerca moglie (non è Eddie Murphy). In più, nell’inconscio c’è sempre una fata che ti dice cosa fare, quali abiti vestire e quali ostacoli accettare perché tutto caramboli verso il lieto fine: la fuga a mezzanotte è la chiave che aprirà la porta del destino – o della Provvidenza -, e non a caso con una perdita apparente (della nota scarpetta). “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi la perderà, la salverà”, dice Gesù.
L’ultima lezione è l’unicità della persona umana: non ci sono due piedi uguali, a questo mondo, né due cuori: la scarpetta perduta potrà essere calzata a pennello solo da colei che ha aderito all’umiltà della cenere e al servizio integrale dell’altro. Sfuggendo al male del mondo con l’amore, Cenerentola sarà protagonista di un banchetto nuziale in cui non è più lei a sudare tra i fornelli: in verità vi dico, il padrone stesso passerà a servirvi (lo dice sempre Gesù).
Battezzare Cenerentola? No, lasciamola così, come uno dei tanti regali di quello che Jung definiva “inconscio collettivo”.
Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Heartbeats: Viola Di Grado

Pluripremiata autrice, non solo in Italia (con il suo primo romanzo Settanta acrilico trenta lana è stata la più giovane vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e la più giovane finalista del Premio Strega) ma anche all’estero (ricordiamo, tra i vari riconoscimenti, il primo posto raggiunto dal suo secondo romanzo Cuore Cavo, nella lista Goodreads del Man Booker International Prize) e accreditata orientalista (si è laureata in lingue orientali all’Università di Torino e si è specializzata in filosofie dell’Asia Orientale alla University of London), Viola Di Grado è universalmente considerata una delle scrittrici più rappresentative degli ultimi decenni, un’autrice nella quale tematiche complesse (in particolare l’incomunicabilità, l’alienazione e l’illusorietà dell’io) e ricerca linguistica (che si avvale spesso di “sottili smottamenti anaforici” e di una varietà di linguaggi simbolici quali ad esempio quello degli ideogrammi) convergono nella realizzazione di opere d’indiscussa originalità.
1) Settanta acrilico trenta lana, pubblicato quando avevi 23 anni, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima per “l’invenzione linguistica spinta fino alla visionarietà” e ha fatto di te e la più giovane finalista del Premio Strega. Com’è nato questo romanzo? E che intenzioni avevi (se ne avevi) quando l’hai scritto?
Volevo inventare qualcosa che non c’era. Utilizzare una lingua (il cinese) come personaggio di una storia. Stabilire nuove coordinate di tempo, un tempo irregolare che segue i moti della mente, che s’inceppa con il dolore e si riattiva con la vitalità. Volevo raccontare in forma narrativa una storia che Continua a leggere
105. Sogni

La porta stretta è stretta sul serio, Gesù non dice niente a caso. Era come un imbuto in cui tutto ciò che non andava, essendo incompatibile con il Progetto, finiva triturato in una macchina implacabile. Anche le gioie sane, i legittimi piaceri, venivano ingoiati in un inceneritore misterioso, che lasciava intatto solo l’essenziale. La morte a se stessi era il vedersi sottrarre, giorno dopo giorno, ogni possibile dominio dell’io.
Per il resto, tutto procedeva nella direzione conosciuta: la deriva modernista, le trame nascoste della guerriglia islamista, i segnali di una natura turbolenta, aggressiva, che pareva risentisse degli umori del mondo.
Negli occhi avevo il golfo dei miei sogni: un anticipo di Cielo di cui io solo potevo conoscere l’anima segreta. Era qui che don Mario mi dava appuntamento, in una solitudine perfetta. Era qui che lo sguardo di Cristo mi raggiungeva da qualunque prospettiva, come una luce che ti scorta in un sentiero di montagna, nelle escursioni notturne dei momenti onirici più intensi.
L’avevo sognato, don Mario: mi diceva d’essere stanco, provato da una lunga malattia. Lo abbracciavo, e capii che la fatica che faceva era per noi, che ancora coinvolgeva tutto il Paradiso perché potessimo uscire vincitori dalla tremenda battaglia col demonio.
Vita Punskaja, “Miniature”, traduzione di Francesca Tuscano
La poesia dell’intervista jazz

Guido Michelone e Betty Perfumo discutono del libro Jazz Interviews
Professor Michelone, tra le sue nuove pubblicazioni ‘scientifiche’ figura un nuovo libro di interviste dal titolo appunto Jazz Interviews. Di cosa si tratta brevemente?
Professoressa Perfumo, questa è una raccolta di 82 interviste, talvolta anche molto brevi (mai lunghissime, tranne forse un paio), realizzate grosso modo negli ultimi sei-sette anni (con qualche eccezione a ritroso) a jazzisti di tutto il mondo con diversi approcci: dal vivo prima o dopo un concerto, al telefono, via e-mail, o grazie a facebook. Le domande sono in inglese e le risposte pure e ho lasciato tutto nella lingua originaria. Continua a leggere
Cartolina da Sirolo

Gira che ti rigira ti ritrovo
sulla scala del cielo,
unico orecchio, estremo sguardo
d’instancabile veglia.
Sei nella scia del vaporetto, nelle chiazze
che il viavai della corrente
forma senza volerlo. Ti sento
nello stridio dei grilli, nel frinire
di una cicala che si uccide
cantando. Ti ho visto, in tutte le stagioni,
appeso alla ringhiera, come me,
libero di stare immobile,
o dondolare ironico al ritmo del jukebox.
Ricordati, ti prego, ora che sai
del Regno: accoglimi nel canto
del cigno di un’era che finisce,
tra scismi e cataclismi,
e risme di ruffiani, e corti
di nani, eccitati dal numero
esibito sul soglio un tempo più sicuro.
Abbracciami amico,
unico puro, ultimo scoglio di salvezza,
in un mare di omertà,
nel gorgo dell’orgoglio.
Luigi Maria Corsanico legge Giovanni Papini
[youtube=https://youtu.be/C1aPzp2Y9oY]
da qui
Giovanni Papini
C’è un canto dentro di me
(da Opere di Giovanni Papini. Volume diciassettesimo. Poesia in prosa. Cento pagine di Poesia – Giorni di Festa. Nuova edizione con molte aggiunte, Vallecchi, Firenze, 1932, pp. 273-276. Originariamente in Cento Pagine di Poesia, 1915, con qualche leggera differenza).
Interpretato da Luigi Maria Corsanico
Immagini da opere di Edgar Caracristi ©
Goffredo Petrassi
Kyrie, per coro e archi (1986)
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
diretti da Arturo Tamayo
Maestro del Coro: José Luis Basso Continua a leggere
Il grande yogurt

Certe volte, nella vita, bisogna scegliere drasticamente, tagliare con l’accetta. Uno cerca di non fare male, sfiorando dolcemente il mondo dell’altro; ma accadono fatti che non lasciano spazio a premure ed attenzioni; e allora zac, tagliare di netto, avanti un altro.
La carità è paziente, dice Paolo, quello di Tarso: tutto scusa e tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ma un bel giorno ti accorgi che non tutto è sdoganabile, che l’altro ha dei doveri: di rispetto, o almeno di buona educazione.
E allora tronca, qualcosa sboccerà di nuovo dalle radici originarie; non sempre si può andare di uncinetto, pregare, accarezzare, cavare, insomma, il sangue da una rapa.
È il momento più istruttivo, quello in cui la persona si assume la responsabilità delle sue azioni. Vuole? Non vuole? Tu, comunque, glielo hai detto, ti sei preso la briga di stornare, dall’umanità, l’ennesimo calcio sulla faccia.
Bimbo chi legge: 2-4 anni

Una storia piena di lupi, testo di Roberto Aliaga, illustrazioni di Roger Olmos, traduzione di Antonella Lami, Logos edizioni (2012)
La sensazione che provo quando mio figlio apre la borsa, spalanca gli occhi e mi dice: “Mamma, c’è libbo?” è simile alla ola del 2006 quando l’Italia ha vinto i mondiali. Un nanetto di due anni e mezzo che cerca i libri è uno spettacolo! E assecondare i suoi gusti è molto divertente.
In questa crociata pro-lettura ho come fedeli alleate la coordinatrice e le educatrici del nido che Riccardo frequenta (il nido delle suore Francescane Angeline, presso la CEI di Roma), che da anni si impegnano a far “giocare” i bambini con i libri. Quest’anno hanno fatto un passo in più, creando uno spazio biblioteca: non solo scaffali con libri a disposizione, quello va da sé, anche se non è affatto scontato. Continua a leggere
Inesorabilmente

Sai quando ti prende la nausea e non ne vorresti più sapere? È la peak experience alla rovescia, l’apice dell’assurdo umano, il massacro gratuito che a qualcosa, certamente, servirà, ma sul momento non ne afferri il senso. Cosa fare, in casi come questi? Il rimedio è volare più alto, toccare la bellezza che rovescia il mondo, e immunizza da qualsiasi contagio del male che ti assedia. A poco a poco, si apre uno scenario nuovo: cominci a capire le contraddizioni, a servirti del metro di Dio. La prospettiva del Signore ha qualcosa che manca a qualsiasi altro sguardo sulla Terra: è esente da interessi, vive del bene, dona senza calcolo. Questa è la bellezza. Più la guardi, più la verità s’impone con l’evidenza dell’essere-secondo-Dio. Senza bellezza, il mondo ha i giorni contati; con lei ogni cosa, inesorabilmente, è quello che dev’essere.
104. L’attesa

Il tempo faceva maturare l’anima e gli eventi, mettendoci in contatto col profondo, disposti ad accogliere, ormai, la sofferenza inevitabile legata a quell’impresa. I segni di ciò che ci aspettava erano sempre più evidenti, e una volta di più ci stupivamo del fatto che tanti non vedessero, o fingessero che tutto restasse come prima. Avevamo esaurito la vena polemica montante di fronte ai casi di rimozione più sfacciati. Volenti o nolenti, ci eravamo adattati alla presenza delle due fazioni indicate dalla Emmerich: posizioni opposte e irriducibili da accogliere com’erano, evitando d’innescare drammi che sarebbero andati ad aggiungersi a quelli già incombenti. L’impeto, l’enfasi, lasciavano il posto alla tenerezza e alla pietà, come se l’unica chance realistica fosse porre ogni cosa ai piedi del Signore, lasciandogli l’onere e l’onore di parlare e di agire, nei suoi modi imprevedibili. Lo Spirito emergeva dal di dentro, strattonato come sempre, ma propenso a vivere soltanto della divina volontà. Ogni giorno era un passo verso l’agognata epifania: tutte le profezie pendevano dal chiodo dello scadere del famoso centenario, in cui il piano diabolico avrebbe distrutto, da una parte, e spalancato, dall’altra, una breccia nel muro che celava il trionfo del Cuore immacolato di Maria. Attendevamo, imparando da Colei che don Tonino Bello aveva definito, per l’appunto, la Vergine dell’Attesa, la Donna capace di aspettare.
La fabbrica delle storie

Di quel viaggio ricordava parole, sensazioni, eventi, alcuni dei quali gli causavano un’acuta nostalgia. Ne aveva percorsa, di strada, da quei giorni: era cresciuto, nell’anima e nel corpo; il suo raggio d’azione si era esteso, in seguito al successo di un’impresa in cui, non a caso, la fantasia aveva un ruolo dominante.
Si era sempre occupato delle favole, anzi, adesso ne scriveva.
La sera, poco prima di andarsene a dormire, si sedeva davanti al tavolino ingombro di libri e si lasciava conquistare da una storia, che emergeva dal tablet come fosse evocata da una voce sconosciuta, eppure così intima da trovarsi confusa, spesso, con la propria.
Quell’esperienza, si accorgeva, tornava a fecondare la sua vena: la rosa, l’aereo nel deserto, l’uomo che ascoltava i suoi discorsi – prima distratto, poi sempre più travolto dal fascino della sua semplicità -, erano il seme morto nel tempo che portava finalmente frutto.
Quei dialoghi, quei riti, quegli incontri, tessevano la trama delle fiabe nate dal nulla, nelle sere d’estate, quando il giorno rifiutava di finire e la notte veniva cancellata da un tramonto eterno.
Non era più il piccolo principe, ma il principe cresciuto, e comprendeva che solo il ricordo di quei giorni lo aiutava ad accettare una maturità desiderata e temuta al tempo stesso.
La saggezza ineffabile delle parole della volpe, l’originalità degli asteroidi visitati, il cuore spezzato del suo amico, gli permettevano d’essere e mostrarsi come il Principe Adulto nel Pianeta delle Fiabe Inesauribili, estratte dal tesoro dell’eterna memoria dell’amore.
Un viaggio, di Riccardo Ferrazzi

Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è? Continua a leggere
Quello che c’era da capire

Lo chiamavano scemo. In effetti, spesso, sembrava non capire. Ti guardava in un modo che metteva il nervoso, perché gli occhi riflettevano ogni volta la medesima domanda: mi ripeti? Ma nessuno aveva voglia di ripetere. Lui se ne andava tristemente, rassegnandosi al fatto che non c’era chi accettasse di scandire le frasi con più calma, articolando le parole suono per suono, fonema per fonema. Il suo era un tempo parallelo, ignorato da tutti, poiché l’ansia la faceva da padrona, allora come ora.
Tentò il suicidio: avrebbe voluto ingurgitare una grande quantità di un farmaco potente. Ma fu lento: la madre se ne accorse, e lui se la cavò con una lavanda gastrica e un rimprovero angosciato. Da quel giorno, togliersi la vita gli parve impegnativo, o forse si era solo spaventato troppo, all’appressarsi della morte.
Alla fine, chissà come, sposò una donna ricca, più grande di lui, che lo accolse in una casa lussuosa. Intraprese una vita da nababbo, con auto prestigiose e vacanze in alberghi a cinque stelle.
Spargendosi la voce, si notò un cambiamento nel modo di fare della gente: ora tutti, incontrandolo, sembravano meno frettolosi, gli parlavano a lungo, volentieri, ripetendo più volte le medesime frasi, completandole con gesti, disegni, materiali didattici. Sembrava felice.
Nessuno credette ai propri orecchi quando giunse la notizia che si era gettato, una mattina, dal tetto della villa. Provarono a lungo a rianimarlo, replicando all’infinito le parole, le grida, fino a perdere la voce. Ma lui non si riprese.
Morì lentamente, quasi per comprendere bene cosa stesse succedendo. Un sorriso strano apparve sul suo volto, come se avesse decifrato il proprio desiderio più profondo, intercettando una voce che scandiva all’infinito: ti amo, ti amo, ti amo, e capendo, una volta per tutte, quello che c’era da capire.
SUL TAMBURO n.45: Diego Baldassarre, “Sinopie segrete”
Diego Baldassarre, Sinopie segrete, Falloppio (Como), LietoColle Editore, 2016
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Una sinopia è, nel linguaggio tecnico dei percorsi storico-artistici, il disegno preparatorio di un affresco, la sua fase iniziale che però si perde e si annulla nell’opera finale al momento della realizzazione compiuta di essa. Senza di essa, tuttavia, e senza la traccia lasciata sull’intonaco preparato per la pittura, l’opera pittorica non avrebbe corso e forse non avrebbe neppure senso.
Le “sinopie segrete “ del titolo alludono evidentemente al segreto corso della poesia, alla traccia nascosta che collega parole e immagini nell’ordito dell’ispirazione lirica.
Allude, tuttavia, anche e soprattutto alla mano del poeta che traccia linee di passaggio che collegano i suoi sogni e le sue emozioni alle parole designate per definirle e poi comunicarle a chi è in grado di accettarle e assimilarle come tali. La “sinopia segreta” del titolo allude probabilmente a questa necessità di produrre parole e versi che passano attraverso situazioni, spesso minime o non necessariamente significative come accadimenti, ma capaci di segnare e produrre impercettibili graffi sulla superficie verbale della realtà.
Tarli

E se non fosse vero? Se volesse ingannarmi?
Il tarlo s’insinua facilmente, è più forte dell’atto di fiducia, perché asseconda i sistemi difensivi, l’abitudine a far vincere il peggio, come ci fosse qualcosa che spinge verso il basso: a pensar male, diceva il divo Giulio, s’indovina sempre.
Giorno dopo giorno, accumuli sospetti, contamini col dubbio prima un rapporto, poi l’altro, e l’altro ancora. Ti ritrovi da solo, incapace di parlare anche con te, perché il prossimo tuo è come te stesso, e se diffidi di lui, finirai con l’auto diffidarti.
Che fare? ti chiedi. È semplice: comincia a invertire la rotta, a credere ogni volta che saresti tentato del contrario. Cos’hai da perdere? Negando la fiducia, smarrisci il bello e il buono della vita, sprofondi nel livore che nutre la tua ulcera, rinunci a vivere, perché in mancanza di fede non c’è vita.
Ma puoi ricominciare: il vero Io ti aspetta, come un bambino che crede alla promessa del papà, anche se tarda.
Fidarsi è dire a satana che hai deciso di cambiare strada: non c’è bisogno di aggiungere che seguirai Gesù, del diavolo è meglio non fidarsi, è il principe dei tarli.



