
Proviamo a metterci dall’altra parte. Il mondo è qualcosa da distruggere; bisogna seminare zizzania, criticare con malignità, smontare il lavoro del prossimo, insinuare dubbi sulla buona fede. Programmare a tappeto una campagna di truffe, inganni, seduzioni: sembrare, ma non essere; fingere di collaborare, ma spargere sospetti e favorire delazioni; trasformare pettegolezzi, chiacchiere e calunnie in pane quotidiano, fino a minare l’integrità delle persone e dei gruppi, delle società, del mondo. Cercare i primi posti, farsi largo con le buone, le cattive e le pessime, non lasciare mai spazio né ascoltare, respingere ogni forma di dialogo e confronto. Mettere i bastoni tra le ruote, rendere impossibili gesti e pensieri di fiducia, d’incontro, di adesione. Pensare male ogni volta che si può e anche quando tutto dimostra il contrario, negare l’evidenza, misconoscere qualsiasi merito altrui solo perché altrui, distribuire generosamente invidie, gelosie, antagonismi, ogni forma di ostilità e sopraffazione, e poi urlare, straparlare, infastidire in ogni modo e luogo, come se di male non ce ne fosse mai abbastanza, e opprimere, schiacciare, stritolare con opere e parole, trasformare la Terra in un trivio irrespirabile, rovinare reputazioni ed esistenze, ignorare, irridere, esporre ingiustamente al pubblico ludibrio, disprezzare il deposito eternamente giovane della tradizione in nome di un “nuovo” vecchio e rancido come il peccato.
Questo è il pensiero del demonio. È lo scenario contemplato dall’altra parte della barricata. Si sconsiglia vivamente di allungare una mano, di sfiorare anche il minimo dettaglio, la più nascosta pennellata di questo disegno alternativo: ci si potrebbe trovare risucchiati nell’altra faccia del pianeta, quella che la sana teologia definisce ancora oggi “inferno”.
La poesia di Billie Holiday

Attorno alla graphic novel Blues for Lady Day
di Guido Michelone
La graphic novel è un genere nuovo che, da qualche anno, trova nella musica jazz una fonte ispirativa notevole – in Francia ad esempio c’è una collana intera, BD Jazz Edictions Niocturne, dedicata ai grandi jazzisti raccontati dai migliori cartoonist locali – essendo il disegno a fumetti particolarmente indicato (come trame, forme, inquadrature, colori, scene) nel tratteggiare su tempi lunghi le vite dei musicisti nel privato o a contatto con il pubblico. Continua a leggere
Vorrei

Il mondo che vorrei sarebbe come il nostro, salvo alcuni, piccoli dettagli. Vorrei che la mattina ci si alzasse col desiderio di renderlo migliore. Vorrei che molti di più credessero alla voce che parla nell’intimo di ognuno: che si facesse più silenzio, per ascoltarla meglio, che provassimo a smorzare le fonti di rumore, gli strumenti di distrazione di massa a tutti tristemente familiari. Vorrei che il grande commercio perdesse definitivamente la sua anima, la pubblicità: ridotto a materialismo nudo e crudo, farebbe, a mio parere, meno danni. Vorrei che ognuno rispettasse la sensibilità dell’altro, ma senza cadere nelle maglie del politically correct: dirsi le cose, aprire spiragli, scoprire scenari imprevedibili, ma con l’umiltà di chi sa che l’ultima parola non è sua prerogativa. Vorrei che la povertà fosse una scelta di spiriti liberi e non una catena per gli oppressi. Vorrei che i mezzi di comunicazione sociale fossero, appunto, mezzi, e non secondi o terzi fini. Vorrei che il sospetto si fondasse su basi meno fragili, e non sull’idea che l’altro, fino a prova contraria, mi è nemico. Vorrei che l’arte fosse insegnata come qualcosa che non sfiora gli occhi, ma li apre. Vorrei che si parlasse di bontà e bellezza come si parla di calcio o di politica. Vorrei che l’idiozia fosse idiozia e l’intelligenza intelligenza: le contaminazioni, in certi casi, possono rivelarsi micidiali. Vorrei che dell’amore si parlasse dopo aver contato fino a dieci. Vorrei che Dio fosse più noto dell’insegna della farmacia, e che tutti potessero averlo come medico di base. Vorrei che il mondo fosse come desidera veramente essere, e forse non lo sa.
E vissero infelici e scontenti

C’è gente che s’impegna per essere infelice: sembra un paradosso, ma è così. Non è tanto difficile: basta coltivare l’egoismo, straimpiparsi della sorte degli altri, trascinare la vita tra vizi e noncuranze.
Il conflitto fine a sé stesso è un ingrediente efficace per ottenere un senso duraturo d’infelicità. Essendo fatti per stare in armonia, proviamo angoscia e disagio quando siamo in rotta con qualcuno per futili motivi. Ma ci si può rendere infelici anche restando muti se c’è da intervenire, quando per quieto vivere lasciamo correre ingiustizie palesi, o non interpelliamo un fratello che a nostro parere sta sbagliando.
La causa prima d’infelicità è la mancanza di amore: capita spesso di non averlo ricevuto quando era indispensabile. La soluzione, al riguardo, sarebbe lasciar modificare la propria personalità profonda dall’esperienza concreta: per esempio, vivendo la fede come contatto vitale con un Dio che è “agàpe” (1 Gv 4,8). Dicevano i Padri che la vita cristiana comincia quando ci si sente veramente perdonati. Il che significa amati. Non c’è niente di meglio che mettersi davanti a un paesaggio naturale (di mare o di montagna, un’alba o un tramonto), avvertire che è stato creato anche per noi, e deciderci a fondare su tale straordinaria bellezza la nostra identità: accorgerci degli occhi che si aprono, delle orecchie che ascoltano, perché sono in sintonia con la legge che ha dato vita al mondo.
Ma la persona che sa rendersi infelice non alzerà mai lo sguardo verso il cielo: continuerà a fissare buche, tombini, marciapiedi…
106. Quanto resta

A volte sembrava che la storia fosse appesa a un ponte gettato tra il passato e un futuro imprevedibile. L’impressione, per noi, era quella di lasciarci portare da una mano sapiente, che conosceva bene il quadro generale, l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, come dice la Scrittura. A ben guardare, si scorgevano segnali chiarissimi, cui ogni tanto accennavamo, non più con la foga di prima, tuttavia, con l’ingenuità di chi è convinto di convincere, e che invece si trova di fronte a resistenze invincibili, a un muro invalicabile.
Il Signore ci costringeva, quasi, a vivere i valori a cui teneva tanto: l’umiltà – con cui Lui stesso si era presentato (imparate da me, che sono mite e umile di cuore) -, mai così a portata di mano come in questo tempo di continue e a volte brucianti umiliazioni; la pace, perché sempre più ci accorgevamo che il conflitto era innescato da più o meno consapevoli pretese dell’io; l’amore, perché il perenne e faticoso rinunciare produceva l’effetto di aprirsi alle istanze dell’altro, superando il naturale egoismo che s’insinua così facilmente nei pensieri e nelle azioni.
Chiedevamo lo Spirito Santo, i suoi doni di discernimento, e soprattutto il miracolo della materia spiritualizzata e dello spirito incarnato, la cifra autentica dell’opera affidataci.
Ci tornava alla mente il grido ripetuto della Bibbia, sempre più attuale, nel dramma sotterraneo di quei giorni: sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?
La mossa della torre

Ti è mai capitato di non capirti con qualcuno? Qualsiasi cosa si dica, s’interpreta a rovescio. Diventa quasi un gioco, in cui ciascuno, o uno dei due, si rende conto che è inutile ostinarsi, tanto si resta al palo. In gergo biblico, si chiama Babele: come allora le lingue vennero confuse, perché l’uomo voleva farsi un nome, così anche oggi, e forse per lo stesso motivo. Il lupo perde il pelo, si dice, ma non il vizio.
Eppure, sappiamo che la vita di fede è proprio un cammino dal vizio alla virtù: dunque il lupo può correggersi, se intende progredire.
La Bibbia ci fornisce l’antidoto alla maledizione di Babele. È quanto accade nella Pentecoste: gli apostoli parlano nella loro lingua, ma ognuno li comprende nella propria. Cosa è successo tra i due eventi?
La soluzione è semplice: nella costruzione della torre, l’io dell’uomo è al centro, campeggia con orgoglio al primo posto della scala di valori; se ognuno persegue i suoi interessi, l’effetto inevitabile è rendersi stranieri gli uni agli altri, scoprire l’impossibilità assoluta di comprendersi. A Pentecoste, invece, in primo piano c’è lo Spirito di Dio, l’armonia del progetto originario, in cui ognuno pensa all’altro; ed ecco che accade il miracolo: ci si capisce, ci si incontra, si impara ad amare il prossimo come se stessi.
Siamo sempre in bilico tra Babele e Pentecoste: dobbiamo scegliere tra la solitudine affollata della torre, in cui l’altro è sempre uno straniero, e un vento che soffia dove vuole, portando vita, comprensione, intimità.
La mossa della torre, insomma, è un problema antico come il mondo.
La poesia della fusion. Commenti intorno a tre CD chitarristici.
La fusion music (abbreviata ormai in fusion) è da oltre quarant’anni la fusione tra il jazz e il rock, che infatti agli inizi (attorno al 1968-70) si chiama ancora jazzrock o rock-jazz. Si tratta di un genere anche oggi molto amato da svariate generazioni di ascoltatori, come dimostra la qualità di tre nuovi dischi firmati da altrettanti insigni esponenti del linguaggio fusion chitarristico, ovvero Peter White con Groovin’, Julian Lage con Arclight, Etienne Mbappe & The Prophets con How Near How Far. Continua a leggere
Una risata

Meglio prenderla a ridere, si dice.
Siamo tentati, a volte, di ridere su tutto: sulle promesse del governo, le imprecazioni degli automobilisti, gli incidenti domestici di poco conto, i personaggi propinatici nelle pagine dei giornali o nei talk show. Ridere della prosopopea di chi si crede qualcuno, di noi stessi, quando siamo incapaci di comprendere e di amare. Ridere di tutto, fuorché delle disgrazie: come quando sorpresero quei due a ridacchiare dopo il terremoto, perché fiutavano l’affare. Impossibile ridere del male che tormenta il mondo, che schiaccia le persone, un male per cui è lecito soltanto piangere, patire, condividere.
Qual è il confine tra ciò che giustifica una risata liberante e ciò che invece esige silenzio, perché l’altro è me stesso, ed è mia quella carne sofferente, impossibile da consolare?
Mi ricordo di Zaccheo: cosa ha provato Gesù, scorgendo l’uomo di bassa statura appollaiato sull’albero in attesa di vederlo, e impegnato a nascondersi, nello stesso tempo, agli occhi della gente? Secondo me, ha riso. E ridendo di Zaccheo, ha riso di noi tutti, commedianti goffi sul palcoscenico del mondo.
Potessimo imparare il sorriso di Cristo, il suo senso delle proporzioni. Solo così una risata non potrebbe seppellirci, ma ci farebbe risorgere, rinascere dall’alto. Solo così vivremmo all’altezza di noi stessi, non saremmo più un circo di nani e ballerine.
Luigi Maria Corsanico legge Sergei Esenin
[youtube=https://youtu.be/FCxZVUWVBS0]
da qui
Sergej Esenin
Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
1924
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Gabriel Fauré, Pavane op.50
Alessandro Molinaro flauto
Gian Paolo Lopresti chitarra
……………………………………….. Continua a leggere
Abele, di Lucianna Argentino (con lettura alla Radio Vaticana)
Vi proponiamo un estratto dello splendido poemetto Abele, di Lucianna Argentino, pubblicato da Progetto Cultura nella collana “Le Gemme”, facendo seguire il link della lettura alla Radio Vaticana.
Parlami madre, raccontami ancora
del tempo nel giardino che quando lo fai
nei tuoi occhi balzano gazzelle,
si alzano in volo farfalle, ruggiscono leoni;
le tue parole cantano, mi scorrono sotto pelle
ed è sangue di luce, è nostalgia feroce
che plachi col tuo fiato profumato di nardo e di cipro;
nella tua bocca è frusciare di arbusti,
frullo d’ali, è il passo del Dio quando viveva qui.
Lei tace e guarda lontano,
sente nelle mani la rovina,
le linee aggrovigliate senza pace. Continua a leggere
La borsa

È difficile che stiano dentro un ordine, le cose della vita. Le vedi tracimare qua o là, t’impegni a infilarcele di nuovo, ma senza risultato: è come una borsa piena fino all’orlo, che rifiuta ogni carico ulteriore. Urgerebbe una semplificazione, per dirigere il flusso vitale verso il bene. Scegli norme più elastiche, e almeno in apparenza più capienti: allarghi la borsa, per restare nella metafora iniziale. Ma presto vedrai ancora un bitorzolo, un pennacchio, uno spuntone.
Il problema non è stipare tutto lo stipabile, ma accumulare con maggiore oculatezza, discernere tra ciò che è degno di restare e ciò che invece può essere perduto.
La vita è togliere: il monachesimo insegna che si può essere felici con una cella, un tavolo, il tempo per pregare e lavorare. Allora, miracolosamente, la borsa diventa sufficiente, anzi, c’è spazio per un libro, un ombrello portatile, una custodia per gli occhiali.
Nell’era dei centri commerciali, quello che occorre è presto detto: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.
Ma di fronte al Vangelo, siamo presi da una frenesia di fuga, infiliamo ansiosamente roba su roba in una borsa che comincia a creparsi, a sfilacciarsi, a esplodere…
Rimangono, alla fine, due sole prospettive: o la borsa o la vita, la quantità o la qualità, il superfluo o l’essenziale.
SUL TAMBURO n.46: Marc Augé, “Football” & Alain Corbin, “Breve storia della pioggia”

Marc Augé, Football. Il calcio come fenomeno religioso, trad. it. di Eleonora Montagner, Bologna, EDB, 2016
Alain Corbin, Breve storia della pioggia. Dalle invocazioni religiose alle previsioni meteo, trad. it. di Valeria Riguzzi, Bologna, EDB, 2016
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Che cosa collega questi due brevi saggi, densi e succosi come limoni maturi e altrettanto capaci di dare sapore e colore a ricerche che altrimenti si rivelerebbero pure espressioni del tempo e della moda sociologici? Il calcio analizzato nel breve saggio di Marc Augé, antropologo culturale e studioso della contemporaneità più diretta, non è certamente lo sport che inflaziona gli schermi televisivi di tutto il mondo mentre la pioggia ricostruita nei suoi effetti soggettivi e letterari da Alain Corbin non è soltanto un fenomeno meteorologico ma una “categoria dello spirito”.
Lo “sguardo a distanza” evocato dall’antropologo francese e considerato caratteristico degli eventuali osservatori “uroni o irochesi o persiani” che avessero dovuto concentrarsi su fenomeni da essi considerati strani e inauditi (come avviene a più riprese nelle Lettere persiane di Montesquieu o in L’Ingenu di Voltaire) permette di riconoscere nel rito della partita di calcio settimanale (spesso praticato anche nei giorni intermedi della settimana in occasione di competizioni internazionali) un evento che va al di là del puro e semplice fatto sportivo. L’idea della partita di calcio come rito che ad Augé deriva da una rilettura critica di Durkheim è semplicemente il portato di un’osservazione empirica (l’afflusso di spettatori davanti alla TV per le partite di pallone o gli spostamenti in massa verso i campi da gioco nel periodo dei diversi campionati) che però si rovescia in un’affermazione teorica di respiro generale:
Hananuma

Mettiamo che ti chiedessi a bruciapelo se ti senti felice. Lo so, ti irriteresti: è una domanda imbarazzante, per qualcuno addirittura stupida. Ma pensaci bene: la vita ha un senso? Se sì, potrebbe coincidere con la ricerca di una gioia per molti sconosciuta, da altri negata per principio, per altri ancora fonte d’angoscia, perché foriera di conferme sull’inadeguatezza della propria vita?
Prima o poi, dovremmo avere il coraggio di rispondere a domande come queste. E allora interrogo anche me: sono felice? Lo sono stato, in qualche scampolo della mia esistenza? Sempre, mi dico, quando Dio ha visitato la mia vita. Obiezione: è un medico della mutua, Dio? Uno che visita i pazienti?
Il vero paziente, rispondo, è proprio Lui. Si mette alla porta sperando che gli apriamo. A volte attende per anni, per decenni. Ci si illude che abbia desistito, che si decida a cambiare quartiere, continente, o almeno condominio. E invece è lì, più paziente che mai, come se tutto dipendesse dalla mano che abbassa la maniglia, dagli occhi che incrociano il suo sguardo, dal cuore che accetta di fare l’esperienza d’incontrarlo. Lui è nella macchina con te, ti segue nel tuo ufficio, al bancone del bar, nel campo dove passi col trattore. Ogni tanto si fa vivo in un pensiero, un sussulto, un sentimento.
Tu provi un’emozione inaspettata e pensi a tutto tranne che a Lui, che ti ha sorriso e vorrebbe una risposta, un segno d’intesa.
Sei felice? Te lo chiedo di nuovo. Me lo chiedo.
Esco per vedere se sta lì, dietro la porta, con gli occhi così limpidi e profondi che neanche il mare di Hananuma può reggere il confronto.
CRESTOMAZIA 28: “ROLLS ROYCE” di Giorgio Bassani
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1982: Giorgio Bassani legge la poesia Rolls Royce
“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)
Primož ?u?nik, Trilogia

E’ uscita un’altra pregevole impresa editoriale di incerti editori, Trilogia, raccolta di componimenti del poeta sloveno Primož ?u?nik degli anni 2004-2014, con cura e traduzione di Michele Obit e note di lettura di Loredana Di Pietro e Giampaolo De Pietro (quest’ultima leggibile qui). Ne proponiamo alcune poesie, seguite dalla nota di Loredana Di Pietro.
Dovremmo registrare questi giorni
con tutte le videocamere ed i microfoni
che possiamo
Forse così comprenderemmo
che sono stati «i giorni delle nostre vite»
Un giorno

Ci sono vittime predestinate a cui va tutto male. Se possono essere lasciate, lo saranno, se si affaccia il rischio di perdere il lavoro, accadrà di sicuro, se si profila la possibilità d’inciampare in una pietra, un marciapiede, un pezzo di legno caduto sulla strada, senza meno si realizzerà.
Sono persone tristi, rassegnate, che non sembrano far caso più di tanto alla catena infinita di molestie da cui sono colpite. Tuttavia, come nei libri o al cinema, qualcosa di buono deve pur succedere: a volte neanche se ne accorgono, altre, abbozzano un sorriso timido, come a scusarsi per essere uscite dal solito cliché.
A questo punto, hanno davanti due strade: considerare l’accaduto come un semplice incidente, una svista del destino, che si è dimenticato di vessarli; oppure prendere la palla al balzo, alzare il capo, pensare che se qualcosa di buono è capitato, potrebbe replicarsi un’altra volta, e un’altra, e un’altra ancora, fino a influire su tutte le abitudini, a produrre una visione alternativa, a credere che Dio esista anche per loro, e possa mettere in atto quello che i credenti usano chiamare Provvidenza.
È bello vedere una persona cogliere d’istinto l’occasione, permettere agli eventi di sconvolgere il passato: valeva la pena venire lasciati, perdere il lavoro, mettere il piede in fallo cento volte, se un giorno ci succede, all’improvviso, di cambiare sguardo.
Appuntamento

Come fosse finito qui, non lo sapeva. Ma tutto sembrava preparato da una mano al corrente delle attese più profonde, dei problemi del momento, delle cose da fare e da evitare, persino dei pensieri da eludere, per sostare su quello che adesso pareva l’essenziale.
Fu così che riapprodò alla Cappella dove anni prima era accaduto quell’evento, o nella casa, in cui il mobilio e le strutture quasi si porgevano perché potesse trovarsi più a suo agio.
Era qui che doveva succedere, lo sentiva come un dato inoppugnabile, come tutto si fosse dato appuntamento in questo mese, in questi giorni, e il clima risultasse regolato sul suo uscire e rientrare nell’alloggio, e il poco che mangiava venisse apprestato sul momento e anche da sempre: sí, quel panino, quella pizza, la birra in cui riusciva a intravedere il passato e l’avvenire, i ricordi che emergevano dal nulla e le visioni in cui la nuova condizione era il ritmo e lo stile di ogni giorno, da sempre erano lì.
Aspettava da decenni d’esserci di nuovo, di vedere quei muri, la strada, la collina che scende e poi risale, e il mare che suona quella musica e don Mario che ripete, sorridendo, “lo spirito, lo spirito!”, e il flusso che scorre come allora, la vita che torna e che mai più, mai più si sarebbe sottratta allo sguardo del suo cuore.
Guardare sempre dall’alto del commiato*

Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre della perdita e della pienezza.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.
“Il grado zero della buona educazione” di Francesca Tini Brunozzi
Punti di vista. Eugenio Montale e Amelia Rosselli
FALSETTO di Eugenio Montale (da Ossi di seppia)
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento. Continua a leggere





