Ogni azione deve avere uno scopo, dice il Cristo alla Bossis. Si realizza quello che vogliamo.
Ma il bene resiste, di Massimiliano Bardotti
di Fabrizio Centofanti
Massimiliano Bardotti ci offre un altro dei suoi doni: spiegare con la poesia la vita. E anche la morte. Le prime pagine sono gravide di un ribaltamento che ci invita a vedere il passo finale da un’altra prospettiva, un viaggio dalla paura alla speranza. Non si tratta di una rassegna di versi cristiani, anzi, spesso la parola decisiva proviene da un ateo, da un cosiddetto lontano, cosa che, del resto, accade anche nel Vangelo: chi non ricorda il dialogo di Gesù con la donna cananea, inaugurato da uno scioccante “non le rivolse neppure una parola”? Eppure, il Cristo ne elogerà la fede, al di là dei confini stabiliti da credenze e religioni. Ciò avviene – anche e soprattutto – nella poesia, laboratorio di bellezza, porta eternamente aperta sul mistero. Rumi, Claudio Damiani, Emanuel Carnevali, sono alcune delle voci che si prestano a sondare l’invisibile, a scoprire la vita nella morte, la speranza nel cuore stesso della disperazione. Continua a leggere
Felici
Se non vedo, credo.
di Fabrizio Centofanti
Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno di vita, poter dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? L’ho toccato con mano!
E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, in cui si fissa una parete bianca.
Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che Ti occupi di me. Non Ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.
Messa per Giorgio Stella
Uno strumento
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 70
Mani
Fuliggine di grazia, di Paolo Carlucci. Lettura poetica di Marina Petrillo
Fuliggine di Grazia
Luce allo specchio qui mi racconta
il sonno, dolce dopo la fatica, del bucato,
della spesa, d’essere tu, donna comune,
che legge nascostamente alla candela
di un fiore. Ma devi rigovernare la stanza.
Chiusa nella tua casa, stanca ti svegli.
Hai ombre quotidiane nel cuore, Maria?
È già un broccato di spine, il tuo riposo?
Stretta tra i mobili e le imposte, una busta
bianca ti svola vicino lo straccio dell’infinito
sul tavolo. È uscito anche il gatto, per il pasto;
é sporco di fumo il camino, fuliggine di Grazia
ritrovata tra le pentole: questo è il nero, l’unto
che racconta la pasta grezza della luce. Continua a leggere
Il miracolo
Due poesie di Paolo Carlucci

Cenere di farfalle
Fiume stremato
ma sospiri ha di fuoco
l’acqua che crepa.
Cenere di farfalle
vola il bosco andaluso.
Se anche la Morte ha sete
dove sono ora gli aranceti?
Lampade d’ombra.
Erano gli occhi di Dio, il solo,
che vestiva di danze e di gioia
i corpi di emiri e pezzenti
alla gelosia della luna
fiera e dolce come una sposa
ombra vera sulla fronte
della fontana, anello il cielo
di lei,
bianco diadema che trema…
Rimettere in moto
Cesare Viviani
Ha cancellato i segni delle civiltà passate,
è acqua innocente,
è lei che comanda e impone:
non si interessa di niente,
e i termini, le valutazioni
li lascia al rabberciare umano,
a chi fa il pezzo autentico e il falso,
a chi ai minimi spostamenti sotto le foglie
dedica ridicoli appostamenti che danno
voglie e senso alla vita.
E dove si apre la terra per siccità
esce tenerezza e bontà.
da Passanti
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
L’ossimoro che salva
(Dosso Dossi, Giove Mercurio e la Virtù)
“In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.” [1Re 19,9°,11-13a]
Essere o non essere
di Fabrizio Centofanti
Uno si domanda: a che servono i piccioni? In genere, su di loro, si sentono solo lamentele. Occupano proditoriamente i terrazzi e lasciano tracce tutt’altro che desiderate. Ingorgano le piazze di città prestigiose, al punto da surclassare il numero, pur spropositato, dei turisti. Non parliamo delle chiazze biancastre con cui guarniscono carrozzerie e vetri di automobili appena uscite dal lavaggio.
So di alcuni che hanno dichiarato ai piccioni una vera e propria guerra, con trappole, veleni e oggetti che, in teoria, dovrebbero costringerli alla fuga.
Il piccione, però, resiste: è un soldato di trincea, un fante d’altri tempi, di quelli che stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Con la differenza che le foglie cadono, i militi s’immolano, ma i piccioni, che te lo dico a fare, restano lì, trionfanti, sulle ceneri degli strumenti di sterminio predisposti invano.
Dunque: a che servono i piccioni? Certamente, se ci sono, una funzione specifica l’avranno. lo, tuttavia, ho trovato una giustificazione personale: quando uno di loro si posa sulla ringhiera del balcone e comincia a guardarsi intorno, girando il collo a scatti e, a forza di voltarsi, il suo sguardo rossastro s’incontra con il mio e mi fissa come a dire: eccomi qua; be’, non trovo più ragioni per negarne l’esistenza. È facile diventare amici, in questo grumo di sabbia che rotola nel cosmo.
Grandezza
Fogli sparsi, di Bruno Mohorovich
Recensione di Francesco De Girolamo su Fogli sparsi di Bruno Mohorovich (Bertoni Editore, 2026)
Dopo cinque anni di silenzio editoriale, Bruno Mohorovich, poeta, animatore di eventi culturali e curatore della collana di Poesia per Bertoni Editore, torna con Fogli sparsi. La raccolta mette insieme testi scritti in tempi diversi e li tiene insieme un unico asse: il rapporto tra memoria, desiderio e linguaggio.
Non c’è racconto lineare. Ogni poesia funziona come un appunto, un frammento strappato a un discorso più grande. Il tema è sempre lo stesso: parlare a una persona che non c’è, o che c’è solo nel ricordo. Da qui nasce un tono sospeso, tra confidenza e distanza. Continua a leggere
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino
Donare
Antonia Pozzi
a cura di Giorgio Stella
Preghiera
Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te ch’io riviva.
Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.
Antonia Pozzi, Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.














