Archivio mensile:Marzo 2008

Patrizia Bianchi, Ardesia rame

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Nella miniera di pietra sceglievo la mia ardesia. Tagli schegge polvere nelle unghie, lingua denti. La ruota affilatissima tagliava la pietra, passandole sopra, e la durezza si scioglieva morbida. Era come tagliare larghi fogli di carta. La ruota meccanica tagliava anche la mente. Con la mente era il mio corpo, simile all’ardesia. Intorno, solo pietra: ardesia nel suo stato puro, grezzo e sporco, non ancora contaminato dall’artigiano: incolume, senza prezzo di mercato. Io volevo restare nella miniera, con i pezzi che si staccavano dalla rottura tecnica e cadevano, immergendosi nel loro stesso fango. Poltiglia di polvere e di terra. Era acqua che scorreva giù nel canale e mi bagnava le scarpe. E io non mi muovevo, guardavo le scorie i residui della pietra spezzata, che andavano in altre direzioni. Chissà dove avrebbero seppellito i resti della pietra. Poi l’uomo tagliò le due lastre: 25×25. Le lavò, e persero acqua e polvere. Così io. Andai via con la mia ardesia. Avevo la sensazione di aver ucciso o ferito o compiuto un atto *offensivo*, cambiando forma alla pietra – *per questo* l’amai con più forza. L’accompagnai al RAME al pensiero all’opera. L’origine della forma senza forma. Della non-forma. Nel non-stato (statuto). Ancora per giorni e giorni mi rimaneva addosso l’odore della pietra, come un morto che chiede sepoltura. Tornai alla cava mi sedetti restai in silenzio; anche i pensieri mi lasciarono. Mi sentii vuota. Lì, ogni tanto un rumore si frapponeva ad altri rumori, come il sonno alla veglia. C’era stata clemenza. C’erano stati bisogno e soccorso.

[testo e scultura in rame di Patrizia Bianchi]

“Bevendo il tè con i morti” di Livia CANDIANI

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Bevendo il tè con i morti di Livia Candiani, edito da Viennepierre,
sarà presentato mercoledì 12 marzo alle ore 18, presso la libreria Equilibri
di via Rodolfo Farneti 11 (MM Lima), a Milano.
Presentano Sebastiano Aglieco e Francesco Marotta, legge Livia Candiani.

***

Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.

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Mi manchi

un racconto (per l’8 marzo?) di Ezio Tarantino

1

“Piove. Non funziona niente”, disse Michela.
“Come dici?”
Michela chiuse le persiane, sporgendosi. Davide si aggiustò il maglione sulle spalle, davanti al portatile, poggiato sul tavolino di fronte al divano. Le chiese qualcosa da bere. “Di che tipo?”
Il rumore del liquido color del miele, viscoso e grasso, un blop con risacca e bolla d’aria, riempì il salone.
Davide riattizzò il fuoco del camino, inginocchiandosi. Guardò in direzione della moglie. Le chiese: “Vai a dormire?”
Lei rispose: “La senti la pioggia?”
Cadeva forte, a ondate.
“Vai a letto? La pioggia, sì, la sento.”
“Ora ci vado.”
Davide chiuse il portatile: “Avevi ragione.”
“Perché lampeggia quella spia?” domandò Michela.
Davide guardò la spia del ricevitore satellitare che in effetti lampeggiava.
“Non so”, rispose. Sorseggiarono simultaneamente. “Devo prendere il libretto.”
Rimasero lì a guardare. Lei gli si era avvicinata, con le braccia conserte. Guardarono finché la luce rossa non smise di lampeggiare.
“Fine”, disse lei. E aggiunse: “Strano, però.”
La luce andò poi via per circa dieci minuti durante i quali rimasero seduti sul divano davanti al camino acceso, all’inizio in silenzio.

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Una mimosa per Gelsomina Verde (da “Gomorra”, di Roberto Saviano)

gomorra.jpg[Non c’è nulla di mio, in questo post.
O forse sì. Forse c’è proprio tutto.
Per non dimenticare, mai, nessuna.
E per ringraziare dal profondo del cuore Roberto Saviano, che ha dato vita a uno dei libri più importanti degli ultimi decenni, e che mi ha permesso di ricordare Gelsomina. Uno scrittore con uno stile che trafigge, un uomo che ha saputo raccontare. Dote ormai rarissima.]

“Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. Continua a leggere→

COSA RESTA DEL ’68? Seconda puntata: lo Stato femminardo

leviatano

Care signore e signorine di LPELS, questo è il regalo della vostra pecora nera per l’8 marzo. E’ una lettera aperta a un gruppo di donne parlamentari: leggete fino alla fine, non è il solito agente della reazione, il mittente è in fondo al testo e vi stupirà

(…) In qualunque sede istituzionale, mediatica e salottiera, vi adoperate a propugnare l’immagine di una donna sempre vittima dell’onnipotenza e del dominio maschile, incapace di qualsivoglia difesa, debole economicamente, fragile emotivamente, bisognosa di costante sostegno.
Un’icona. Funzionale a chi si è fatto paladino del riscatto femminile propinando l’opportuna “protezione” in cambio di voti e potere. Ed ha quindi scalato, negli anni, buona parte di quei settori parlamentari, giudiziari, cultural-scientifici, della pubblica amministrazione e mediatici, appropriati a tale scopo. Utilizzandoli al meglio.
Cosicché al patriarcato – che della donna rappresentava la medesima immagine di debolezza, arrogandosi la tutela – si è sostituita la sorellanza del cosiddetto “branco rosa” burocratizzato.
Che facendosi interprete della persistente oppressione femminile e del necessario affrancamento, si è illuso di poter stendere a tappeto il controllo politico/elettorale sull’altra metà del cielo. Nell’intento di modificare la società, a cominciare dalla famiglia, nella direzione dei superiori valori femminili.
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Per l’otto marzo #2

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Giuseppe Panella

MAESTRA D’AMORE

“…e Morte non avrà più dominio”

(Dylan Thomas)

1.

… il ricordo dell’amore trascorso è comunque struggente

come lo è sempre il racconto di ciò che siamo stati una volta,

il sentimento vibrante e sicuro di non volere rinnegare più niente

(quello che ci ha a volte traditi travolti stregati

e non ci ha concesso il diritto di replica o di insegnamento)

è nella gioia e nel dolore di questo svolgimento…

qui si annida il rimpianto e il fervente

segreto del tempo ci nega ciò che si voleva

conoscere dal proprio corpo di amante…

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Anubis. di Giampietro Stocco

Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

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A Nannarella

[youtube=http://it.youtube.com/watch?v=a0GL0D6l50g&feature=related]

di Elena F.Ricciardi

Cento anni fa, oggi, nasceva Anna Magnani.
La sua foto in bianco e nero mi sta davanti. E’ un magnete di potenza inusuale, non riesco a staccare gli occhi da quello sguardo. Una bellezza che pare uscita dalle mani di Efesto su progetto di Venere e Apollo: fuoco di passione vulcanica compresso in un corpo troppo piccolo per non esplodere attraverso gli occhi. Continua a leggere→

Oltreparola – seminario di scrittura poetica a Milano

La poesia… Qualcuno è intimidito dall’idea stessa. Qualcun altro scrive versi da sempre, o vorrebbe farlo. Qualcuno non ci ha mai pensato.
Eppure non vi è un punto più o meno privilegiato per imbarcarsi in una delle sue avventure. Perché, quale che sia la nostra personale posizione nei suoi confronti, la poesia esiste da sempre e brilla nel mondo come forza propria, costituendo qui ed ora una grande opportunità per ciascuno: di espressione, di espansione culturale, di affinamento della sensibilità, di immersione fruttuosa nelle zone più autentiche di se stessi. Continua a leggere→

Addio avvocata delle donne – di Stefania Nardini

foro-tina.jpg

I luoghi del dolore, dove era in gioco la giustizia, le piazze, le assemblee. Tina la trovavi sempre, c’era.
Era la bandiera di tutte noi che volevamo cambiare, che volevamo difendere la nostra dignità quando i processi per stupro erano la seconda violenza che una donna era costretta a subire. Tina era il nostro avvocato. L’avvocata di tutte le donne.
I grandi processi come quello del Circeo ma non solo…. Tina era l’amica della povera gente che non sapeva come difendersi, la donna che si batté con tutte le sue forze per la legge sulla violenza sessuale. Continua a leggere→

Maurizio Spinali, da “Un anno la luna”.

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Prefazione di Davide Rondoni

Una radicale urgenza di poesia, come se fosse lei l’unica a rendere possibile, vivibile uno sguardo stupito e tremendo, dolce e feroce. Come se fosse lei, e solo lei, la poesia, a far sopravvivere guardando.

Il lavoro di Spinali sta andando in una direzione che sarà al tempo stesso di conferma e di smentita. Sta portando la sua poesia ai confini, ai propri termini ultimi. Continua a leggere→

La Strada, di Cormac McCarthy

di Mauro Baldrati

la-strada1.jpgLa strada è un libro già scritto. Perché è dentro di noi. L’autore, Cormac McCarthy, ha fatto come Michelangelo, ha eliminato la materia superflua per estrarre quella originaria. L’opera. Un testo che parla di paura, amore, morte, fuga, ignoto. Forse non è consigliabile per chi si trova in bilico sulla depressione, perché il senso di vuoto, di minaccia potrebbe compromettere un già precario equilibrio; oppure sì, è addirittura terapeutico perché una teoria afferma che la rappresentazione di un sentimento negativo può contribuire al suo superamento. E noi lettori in questo romanzo vaghiamo coi due protagonisti, un uomo, un padre, e un bambino, il figlio, in un mondo distrutto, senza luce, senza colori, un mondo morto, lungo una strada asfaltata che attraversa pianure brulle e spoglie, montagne coperte di una neve sporca, sotto una pioggia gelida, sferzati da un vento che solleva nubi di cenere. Perché tutto è bruciato, cauterizzato. La vita, animale e vegetale, è estinta. Restano i sopravvissuti all’apocalisse, spettri vestiti di stracci, come gli antichi lebbrosi, che vagano senza sosta alla ricerca ossessiva di residui di cibo, qualunque avanzo commestibile, e sono dediti al cannibalismo.
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Declini – di Marina Pizzi

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61.
e con lente elemosine questo restare
paziente amore e sotto il letto il tetro
avanzo del mondo, dove non venne
che libertà di schiava vacanza e motto,
dove le foglie cadute o per in piedi
scontavano la taglia della morte
dove il vano notturno senza amore
medicava col sale le germogliate
morie di stanze in bilico col coma.
62. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 51

Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore, Erre scrive all’editore la seguente lettera, che potrà pure fungere da pre-
o postfazione:

“Egregio Dottor ***,
da anni la possibilità che lei mi offriva di pubblicare un romanzo nella sua collana erotica mi sembrava, se non proprio un’offesa, almeno un violento e beffardo contrappasso a tutto ciò in cui credevo e che andavo gridando: mi sembrava il sale gettato sulla coda all’uccello che vuole troppo cantare e saltare, al fine di appesantirlo, di farlo voltare a leccarsi, di confonderlo nella schiera anonima di tutti gli altri pennuti. Continua a leggere→

La prima persona

di Ezio Tarantino

“[La prima persona] è un modo furbo per sottrarsi alle proprie responsabilità. Ci si nasconde dietro una maschera e tutte le banalità che vengono fuori sui scaricano sul personaggio. Questo equilibrismo fra autore e personaggio non mi piace. Non si capisce se sei bravo oppure no. Scrivere in prima persona è terribilmente facile, chi non scrive non può capire” (Ian McEwan)

Mettendo a posto i ritagli di giornale giudiziosamente messi da parte e accatastati in un cesto nato per contenere deliziose prelibatezze natalizie e poi abbandonato in un angolo del soggiorno, mi sono imbattuto in una intervista rilasciata da Ian McEwan al Venerdì di Repubblica del novembre dello scorso autunno, nella quale dice alcune cose interessanti (come ad esempio questa), e altre come questa, sull’uso delle prima persona, sulla quale non sono per niente d’accordo.

Ho riletto quanto aveva scritto qui e poi qui su LPELS, nelle sue lezioni di scrittura creativa Emanuele Giordano, sull’uso della prima persona:
“L’uso di questa modalità sintattica richiede un’attenzione estrema alla narrazione, al fine di consentire all’autore stesso l’allontanamento mentre scrive dal suo personaggio, in caso contrario l’insidia è che qualcuno può pensare che voi non state scrivendo un romanzo ma una piatta cronaca della vostra vita. L’insidia è maggiore quindi per chi esordisce nella scrittura, per mancanza di esperienza, si rischia di non essere in grado di riuscire a tirare a sé il lettore lungo la strada che il narratore vuole mostrarci.”

In questo caso invece condivido pienamente.

Tecnicamente scrivere in prima persone presenta almeno due difficoltà in più del semplice scrivere in terza persona.

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