
Le confessioni diventano lo spazio in cui tutto è possibile, perché si aprono varchi che in genere teniamo chiusi a chiave. Questo fatto delle chiavi è imprescindibile, perché Gesù confida a Pietro qualcosa sull’aprire e sul chiudere, sul legare e lo sciogliere, come se la vita fosse un flusso, uno dei torrenti che scorrono in montagna, che ti fermi ad ascoltare l’acqua e pensi che sarebbe bello se la vita scorresse, fosse sciolta, perdonata, perché poi cos’è il dolore, la morte, se non il fermarsi, l’interrompere il respiro, il trattenere. Nelle lunghe passeggiate arrivavi in questi spiazzi che davano sempre su altri spiazzi, finché di spiazzo in spiazzo si aprivano le valli in cui tutto scorreva, a cominciare dal vento, e i pensieri sembravano leggeri, uccelli che volavano felici, si posavano su un ramo, si chiamavano a vicenda, a te consegno le chiavi del mio Regno, delle strade invisibili, che solo chi vola può trovare, per questo ci proponi il giogo – leggero! – che sei tu a portare, generoso fino all’ultimo, amante non amato, mai arreso all’evidenza, perché – dici – se perfino gli uccellini lo capiscono, i gatti, perché loro non dovrebbero capire, così speri, ostinato, come se il tuo desiderare avesse forza di desiderare per entrambi, per te e per me, come se dessi a me le chiavi, come se io potessi scogliere perché sciogli prima tu, chiudere, perché chiudi prima tu, sciogliere il bene, chiudere col male, in questo giorno di giugno che i bambini giocano, loro che capiscono, come gli uccellini, come i gatti, te ne accorgi dagli occhi che ti guardano innocenti, mentre volano, loro che capiscono che sei tu a portare il giogo, ancora nessuno gli ha detto che si sbaglia, che puoi andare lontano, a mangiare le ghiande per i porci, e solo allora, solo allora ti viene il desiderio di tornare, nella speranza che tu, ancora tu, ostinato, ti accolli il nostro giogo, che tu, ancora più ostinato, resisti, amante non amato.
Archivio mensile:Giugno 2022
Amati
Poesia italiana del XXI secolo

Vanni Schiavoni è nato a Manduria nel 1977, vive a Bologna. Ha pubblicato le raccolte poetiche Nocte. Nascita di un solstizio d’inverno, Firenze Libri, 1996, Il balcone sospeso, Lisi editore, 1998, Di umido e di giorni, Lietocolle, 2004. Nel 2006 ha dato avvio alla sua personale Trilogia delle radici, pubblicando Salentitudine, Lietocolle, e, successivamente, Guscio di noce, Lietocolle, 2012. Di prossima pubblicazione è il terzo e ultimo capitolo: Gli atleti. Nel 2020 ha dato alle stampe una sorta di spin-off della Trilogia, la plaquette Quaderno croato, Fallone editore. Ha curato l’antologia poetica Rosso. Tra erotismo e santità, Lietocolle, 2010. Ha pubblicato i romanzi Come gli elefanti in Indonesia, LiberArs, 2001, e Mavi, Emersioni, 2019.
Una spinta
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Da qui si vede tutto, cioè il Santuario. Ognuno ci trova quel che cerca, compresa la sensazione scaramantica d’essersi messi a posto con Dio. Mi chiedo perché la fede sia di rado un fatto del cuore: abbiamo bisogno di bellezza, e la religione, come da etimologia, mette insieme le bellezze del mondo esterno e interno. I cani lo capiscono, scodinzolando di fronte all’ingresso: sembrano contenti di seguire il padrone in questo incontro all’ombra, perché fuori ci sono trenta gradi. Gli animali vanno all’essenziale: don Mario mi diceva di imparare dai gatti che mangiavano la pasta, anche se ieri mi hanno detto che la pasta gli fa male, ma loro sembravano contenti. Siamo certi di sapere dove abiti la felicità, ma staziona sempre in altri luoghi, in altri tempi. Difficile trovare qualcuno che alla domanda: sei felice? risponda di sì. Personalmente, sono stato felice trovandomi in sintonia con Dio, parlandoci senza pronunciare una parola, perché con Lui il dialogo è così. Ora la suora canta: in ogni messa, a ogni ora del giorno, è sempre lì, come i cani che scodinzolano, contenta di stare all’ombra di Dio, di cantare per Lui, che in paradiso ha fior di orchestre e fior di musicisti, ma si accontenta di lei, perché apprezza le piccole cose di ogni giorno. Guai, però, a perdersi la bellezza che fa sgorgare come una sorgente, come disse il Cristo al pozzo di Sicar alla donna dei cinque mariti, e quello che aveva adesso non lo era. Gesù parte da lì, dalle cisterne screpolate dei nostri fallimenti, amando pure quelle, perché sa che senza amore una zucca non potrà mai trasformarsi in carrozza principesca. Una bambina saltella intorno ai cani: possibile che solo loro sappiano come essere felici? Ho l’impressione che le persone che arrivano mi tolgano qualcosa, rompano l’incantesimo di uno sguardo sereno verso il mondo. Poi ricordo che anch’io giro intorno a Gesù come un cane che scodinzola, in cerca di un po’ d’ombra. Spero che abbia pietà del mio avanzare con la lingua di fuori, del mio cercare vicino, troppo vicino, così lontano dall’eternità.
Presenza
Luigi Maria Corsanico, To my obsequios vassals.
Coscienti
Enzo Gentile e la critica musicale. Guido Michelone intervista il massimo esperto di rock e di pop
Enzo Gentile breve bio
Nato a Milano nel 1955 sotto il segno dei Gemelli, come egli stesso tende a precisare, cresce e vive nel capoluogo lombardo, dove, in parallelo con l’università di scienze politiche, inizia a lavorare giovanissimo con le prime radio libere nell’ambito della critica musicale (tra i fondatori di Radio Popolare e poi in Rai con rubriche e ospiti), optando per la carta stampata con diverse testate, addirittura un centinaio, fra cui i quotidiani Il Manifesto, Repubblica, La Stampa, i settimanali Epoca, Panorama, Europeo, i mensili specializzati Jam e Rockstar. A 22 anni pubblica il suo primo volume Note di pop italiano (1977) per l’editore Gammalibri. Tra le altre iniziative, oltre una ventina di tomi a proprio nome, vanno segnalate alcune mostre a tema, per esempio sui Beatles e sulla psichedelia e la direzione artistica di “Suoni e visioni” e oggi “Naturalmente pianoforte”. Enzo Gentile insomma risulta ormai tra i decani della critica rock italiana, figlio di un generazione postsessantottesca che riesce a captare i nuovi segnali di un rinnovamento culturale partito dalle radio libere, dall’editoria alternativa, dalle fanzines musicali. Quasi mezzo secolo di ininterrotta attività di saggistica, giornalismo e divulgazione, che proprio in questi giorni sta ottenendo un notevole riscontro grazie al libro Onda su onda. Storie e canzoni nell’estate degli italiani (Zolfo Editore), di cui si parla nell’intervista. Continua a leggere
Oggi
Appello di Francesco De Luca per la pubblicazione di Gu Cheng
Gu Cheng (Pechino 1956 – Auckland 1993) poeta cinese. Celebre esponente della poesia «oscura», nei versi di Una generazione (1979) rappresentò con efficacia le aspirazioni dei giovani usciti dal tunnel della Rivoluzione Culturale. Creò, con un lirismo fiabesco e un linguaggio piano ricco di immaginifiche metafore, un mondo onirico e illusorio, spesso popolato di piccoli oggetti e suggestioni infantili, dietro il quale tuttavia permaneva il dissidio interiore e il conflitto con il reale e con la società che portarono il poeta alla tragedia del suicidio, commesso dopo aver assassinato la moglie.
Per contatti:
Le piccole cose
Giampaolo Centofanti, E ne senti la voce, poesie.
Perso
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Mi guardi, da quando ti ho portato qui, salvato dall’oblio del magazzino. Sei voluto venire da me, per una di quelle coincidenze decise dall’ eternità. Alla fine di una domenica di maggio mi chiedo se ho corrisposto alle tue attese, se ho portato lo Sguardo alla gente che ho incontrato, se l’omelia sapeva di questa nostra intimità, che hai voluto donarmi. Ti conosco: sei venuto al mondo per svelarci i segreti più umili, quelli che nessuno vuol conoscere. La verità è nel magazzino, nell’oblio, in ciò che sembra non contare, non servire, ma è l’inizio e la fine, il progetto e la ragione. Tutto corre verso l’esito previsto, eppure imprevedibile. Il futuro lo leggo nei tuoi occhi, il crollo dei poteri, la rinascita dei poveri, la contraddizione che esplode nelle mani di chi pensava di avercela fatta. Manca poco, all’ora, la Madonna sulla collina ha l’armatura, il caos è arrivato al colmo, si può fare solo marcia indietro, rinnegando le illusioni. Mi guardi, mi predici il futuro che per te è presente, un oggi eterno da cui noi appariamo come immagini in rilievo, sogni che non sanno d’essere sognati, il cogito di Cartesio si trasforma in cogitor: non penso, ma sono pensato, sono perché sono amato, è qui che cominciano le storie, i tradimenti, le morti e le rinascite. È qui che è scritta la tua storia, le tue telefonate a tarda notte, gli occhi strabuzzati, l’idea balzana di farcela con le tue povere forze. Chi l’avrebbe detto che dal magazzino sarebbe partita la riscossa? Tutto nasce dal volto, dall’incrocio delle storie, dalla stanza ormai sepolta dai libri, dove ogni tanto si produce il ticchettio del dito sullo smartphone, la testa china come in un anticipo di sonno, l’Ardeatina che bolle di motori, mentre il tuo sguardo-parola mi dice non ti preoccupare, gioca la partita, sarò io a segnare il punto della vittoria finale. Solo ora capisco che quel volto venuto da lontano, appeso alla parete, approdato qui da un magazzino polveroso, in realtà è il mio volto, il mio vero io, dimenticato.
Finale
Intervista ad Alessandro Franci
Dalla tua biografia, ho scoperto che sei laureato in architettura. Che peso ha per te lo spazio? E come si traduce nella tua scrittura? Ci sono aspetti, a tuo avviso, che accomunano l’architettura alla poesia? Forse l’attenzione al dettaglio e l’importanza dello sguardo?
Lo spazio mi pare interessante in sé dal momento che accoglie, ha cioè la caratteristica disinquinante del suo contrario. Quello sguardo leopardiano oltre la siepe, mi sembra, a tale proposito, esemplare. Lo spazio non è perciò solo quello che fisicamente si apre davanti, ma diventa, nel pensiero, una libera dilatazione intellettuale. Nella scrittura, personalmente, mi interessa, quanto più sia possibile, proprio questo, una sorta di ideale attraversamento, rispetto a un’idea più statica, non tanto farne parte, quindi, ma seguirne i suggerimenti, le suggestioni. Continua a leggere
La paura
Recensione di “Nella foresta” ( Ensemble) di Franz Krauspenhaar
In questa ultima raccolta, ‘Nella foresta’, Franz Krauspenhaar si libera di se stesso o meglio fa diventare il proprio io una attesa di se stesso, ora che pare uscito da un ciclo di inutili rinascite.
“E quando venne il mio turno sentii nel petto un altro cuore, che comandava altri organi, altri polmoni, altro fegato, stomaco, reni. Dentro sentivo dunque le altre vite a mezzo di un dolore leggero ma persistente, e una strana angoscia, uno strepito essenziale.” Continua a leggere















