C’è un tesoro a cui possiamo attingere: la comunione dei santi. Nell’amore, tutto è comune: è proprio rinunciando, che si ha; è rinnegando, che ci si ritrova. Posso dire con s. Agostino: “Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova”, o con suor Faustina: “Gesù, confido in Te”. Non ci sono barriere nell’amore, salvo quella che separa dal male.
Sono solo un anello del grande dubbio, fragile, l’unità per me è effimera; ma uno sciame di esistenze della mia morte risorge e il vero nome che porto è: ondeggiamento.
Perciò, arcuato sotto i tempi, svolgo un lungo tessuto dall’erba delicata alla fronte pensante e la bionda successione di forme, salendo di sole in sole, nella vastità della vita riversa un passato.
Dall’onda che viaggia, dalle acque eterne prendo la veste di coloro che muoiono, e rigenerato, e agile, corro – sottile brivido – per sale orgogliose o umide caverne…
E così, sulle Terre tagliandomi vaste porte verso i ritmi immensi della mente, un giorno, porto all’Alta Bilancia il mio ricco peso di tante esistenze e di altrettante morti.
Chissà perché l’essenza della vita, che è il colloquio amoroso con Gesù, è così sconosciuta. C’è tanta pubblicità di cose inutili, ma di questo, chi ne parla? Forse bisogna scriverlo ogni giorno, gridarlo sui tetti. O forse bisogna pregare perché, finalmente, si scopra l’acqua calda.
Le cosiddette “teorie complottiste” hanno un destino strano, direi paradossale: quanto più vengono tacciate di essere fake news, tanto più le evidenze presenti nella realtà le confermano. La notizia che ha catturato la mia attenzione, è stata data da un canale televisivo d’informazione piuttosto noto, euronews, ed è questa: Eric Larsen, che guida Biohax Italia, è in attesa dell’approvazione delle autorità sanitarie e del Ministero della Salute. Prevede di poter impiantare i chip sottocutanei in circa 2.500 soggetti a Milano e Roma nei primi sei-otto mesi.
In un post di non molto tempo fa, su questo stesso blog, accennavo alla realtà del microchip in Svezia, prospettando la concreta possibilità che -prima o poi- si potesse presentare anche nel nostro paese. Non avrei mai immaginato, però, una tempistica così fulminea!
Come negare che tutto sta andando nella direzione di un controllo sempre più serrato della nostra privacy? E davvero la sicurezza, che riguardi la salute o l’aspetto sociale, vale più della libertà? La nostra società sta andando incontro ad una trasformazione radicale, e le nostre vite con essa. Farsi qualche domanda può contribuire, se non altro, a vivere con più consapevolezza, per non arrivare alla fine della corsa e, guardandosi indietro, rendersi conto di non aver vissuto, ma di essersi lasciti viverre.
Gesù vuole che gli parliamo, perché Lui ha tutte le risposte. Unirsi vuol dire anche questo: conversare, lasciare che le parole s’intreccino, diventino una frase comune, che il Cristo porta al Padre. Tanto più nell’ultimo momento, in cui non avremo certezze né di qua né di là: sarà l’abbandono del Golgota, il momento della fiducia estrema, quella che accede alla salvezza.
Sì, anch’io l’ho visto il genio che arriva sul palco in carrozzina, quell’angelo della musica vera trascinato dalla sua chioma nera il volto pallido, e tuttavia acceso, nella luce che arde nei suoi sguardi L’ho visto con la sua gioia umana che esplode tra le labbra delle galassie e nell’avvenire dei contrabbassi che chiudono le fila degli strumenti.
Il Cristo raccomanda alla Bossis di essere semplice, di non avere che un pensiero: amare Dio. Le ricorda che non può entrare in lei senza alimentarla: è come un libro, che accresce ogni volta la sapienza, la conoscenza dell’amore, che è esperienza. Bisogna portargli i peccatori: in paradiso si vedrà quante luci, senza saperlo, abbiamo acceso.
Guido Michelone dialoga con l’autore sul nuovo romanzo
È fresco di stampa, dopo la quarantena del Coronavirus, il sesto romanzo di Gianluca Barbera, editore, saggista e da poco esponente celebrato di una rinata narrativa di viaggi e avventure, che, proprio grazie a lui, sta vivendo una seconda giovinezza, dopo i fasti dei narratori britannici e americani (e in parte anche italiani) di fine Ottocento.
Gesù dice a Gabrielle di unirsi a Lui nella preghiera per i peccatori, in una comunione di intenzioni, gesti, parole, come quando Lui ha conversato con la Samaritana, al pozzo di Sicar. Fare tutto in unione: una grande potenza d’amore, il cui fondo misterioso è insondabile.
Gesù ha bisogno del nostro affetto, per dimenticare le sofferenze terrene. Mi commuove la confidenza che Lui fa a Gabrielle, perché conferma la mia convinzione che l’amore fra Dio e l’uomo implichi questa reciprocità, questo mutuo bisogno. Cielo e terra tendono a toccarsi, finché non saranno del tutto uniti, in paradiso.
Gesù chiede a Gabrielle di aspettare, prima di parlare o agire, per consultarsi con Lui. Dice che molti lo dimenticano, e che farebbe tutto per l’anima che lo cerca, che lo chiama. Prendiamo l’abitudine di non essere troppo frettolosi. Aspettiamo quel momento che gli permette di dire la Sua, che è sempre la migliore.
Gesù ha bisogno del nostro povero cuore. Come possiamo rispondere alla grandezza del Suo amore? Donandogli tutto di noi stessi: Lui vuole la totalità. Non c’è segreto più grande di questo. Totus tuus, vale per Maria, vale per Gesù. Niente rimanga nostro.
Il Tempo ha il colore della notte. Di una notte tranquilla. Sopra lune enormi, l’Eternità è ferma sulle dodici. E il tempo si è addormentato per sempre nella sua torre. Siamo ingannati da tutti gli orologi.
Il Tempo ha già orizzonti.
Da Suites, in Federico García Lorca, Poesie, Milano, Fabbri Editori, 1997, p. 117.
Gesù ha bisogno di noi più di ogni altro: è il desiderio più intenso, il desiderio di un Dio. Si è fatto Uomo, ha chiesto la compagnia di Pietro, Giacomo, Giovanni. Ci invita ogni giorno a desiderarlo, a cercarlo, a dirgli il nostro amore: è l’Unico veramente indispensabile, che resta per sempre. Che aspettiamo?
Gesù significa Dio salva: desidera salvare i peccatori, convincerli che Lui è perdono, e che solo standogli accanto troveranno la gioia, non nelle abitudini del male. Gabrielle dovrà annunciare tutto questo, insistere a spiegare che il Cristo è come un padre che tiene il bambino tra le braccia, perché non si faccia male.
Raul Montanari torna in libreria con questo romanzo che segna un cambio di passo sostanziale nella sua poetica. Raul è sempre lui, ma nel romanzo tutto è nuovo: la tematica, gli snodi narrativi, e anche lo stile, riposato, elegiaco, introspettivo.
Il protagonista non è più un uomo d’azione, senza scrupoli ma con una sua dirittura morale, come nei precedenti romanzi. Milo Molteni è uno come noi, che si mette nei guai per una specie di “buon cuore” naturale, normale, senza estremismi, e anche un po’ per curiosità, per incoscienza. Proprio come potrebbe capitare a noi.
Gesù dice a Gabrielle di scorgerlo negli avvenimenti quotidiani, perché Lui è il direttore. La esorta ad amare questa direzione, ad attendere con gioia il momento dell’incontro: finale, anzi, iniziale, con l’entusiasmo dell’agnello che saltella nella valle. Certo, perché è con noi, per noi; ma è percepibile solo nello Spirito.
Gesù dice a Gabrielle che, se lo vedesse, non potrebbe non sorridere. Magari riuscissimo a sentirlo così, quasi al punto di vederlo. Ma forse già lo vediamo, già sorridiamo, quando amiamo.
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