Sul finire del Rinascimento, durante la Settimana Santa, viene presentato nella Cappella Sistina un nuovo Miserere, del compositore Gregorio Allegri. Le luci si spengono, cala il silenzio ed i cantori, divisi in due cori, cominciano ad intonare le note del componimento. Il pubblico rimane incantato, qualcuno piange, altri chiudono gli occhi e si lasciano trasportare, come rapiti in estasi.
Gesù vuole che facciamo ogni cosa in unione con Lui. Desidera che gli diciamo: prego con la Tua preghiera, lavoro con Te che lavori, parlo con la Tua parola. E chiede di metterci tutta la tenerezza possibile. Quanto sono preziose queste locuzioni alla mistica Gabrielle Bossis!
Desideriamo confidarci con qualcuno, perché è il gesto terapeutico per eccellenza. A volte non sappiamo con chi farlo, proviamo i morsi della solitudine, e magari ci arrabbiamo con Dio. Intanto, Gesù è lì che aspetta, sempre disposto ad ascoltarci, tutto per noi. I paradossi della vita, prima poi, vengono a galla.
Giancarlo, parlami delle ragioni al fondo della tua poesia, di cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere, e di cosa ha influenzato maggiormente la tua scrittura.
Non c’è alcuna forma di vocazione nella mia vita. Se mi volgo indietro, e ripenso alla mia giovinezza, e prima ancora alla mia infanzia, non vedo alcun momento in cui abbia detto a me stesso: voglio essere un poeta. A dire il vero, non ricordo di aver mai espresso alcun pensiero su quel che avrei voluto essere. Ero solo un bimbo che amava la vita nei suoi aspetti più semplici: correre tra i campi, contemplare un cielo, dormire, sognare, oziare, giocare tutto il pomeriggio a pallone, fino allo stremo delle forze. Come tutti i bimbi, avevo anch’io i miei campioni: il primo fu Nencini, ruvido e ardimentoso, come un eroe omerico, al Tour del ’60; poi Rivera, che pareva giocare come in sogno, disegnando geometrie magiche con la naturalezza di chi può fare tutto; Mariolino Corso, con le sue punizioni a foglia morta, il suo sinistro estroso, che infiammava anche chi, come me, interista non è mai stato; e Felice Gimondi, «il mio campione» per sempre. Leggevo poco, eppure sentivo il battito ansioso – quasi timoroso – delle cose, il loro disarmato oscillare, tra rovina e bellezza, in quella sperduta compagine di mondo in cui mi era capitato di vivere: strano, misterioso miscuglio di foglie e di erbe, di bestie e di cieli. Le «parole remote» del mio primo libro vengono dai pomeriggi di un Sessantuno qualsiasi, «quando / le mattine si disfano con il sole / già grande, cresce il meriggio cieco, e / più buie ombre declinano sul mondo». Ma tutta la mia poesia, in fondo, è in quel sentire estivo, in quel fruscio di ore sonnolente e bruciate, di sentieri ombrosi, di temporali improvvisi che scuotono il metallo del cielo. Sono parole che stavano già dentro il cuore di una spiga, nell’odore stordente dell’uva americana, o nell’irrompere improvviso di un leprotto su un sentiero di robinie, che è l’immagine da cui è scaturito il mio ultimo poemetto (Animula, in Voci, fiamme, salti nel buio, 2019): semi ancora avvolti nella scorza di un lungo sonno, ma pronti a sbocciare un giorno, se mai qualcuno avesse voluto prendersene cura. Nessuna rivelazione: solo un sentimento di vita ancora alle sue origini, che a un certo punto si è tradotto in parole.
Gesù dice a Gabrielle che niente può impedire la preghiera. Lui ha recitato i salmi durante la flagellazione, salendo sul Calvario, e perfino sulla croce. E noi, saremo ostacolati dai comodi impegni che sbrighiamo?
Gesù ha bisogno del nostro primo passo: ci chiede di guardarlo, di ascoltarlo. Può non venirci incontro, se lo avvertiamo presente? Conta sui nostri desideri, che sono atti in germe. Ha bisogno della nostra adesione, anche imperfetta: sarà Lui a perfezionare.
Essere più santi di ieri: è questo il nostro compito, giorno dopo giorno. La grazia dona e noi le andiamo incontro, con il libero arbitrio. La vita cristiana è più semplice di quanto si pensi, ma è la semplicità di Dio, solo Lui può farcene partecipi.
Bastano pochi santi per salvare un’intera città. Bisogna pregare perché ci siano persone che si fanno fare sante dall’alto. Mi viene in mente la preghiera che si recita al Santuario: Vergine Immacolata, Maria, Madre del Divino Amore, fateci santi!
Per l’amor dei poeti Principessa dei sogni segreti Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti Principessa i tuoi canti: O tu chiomata di muti canti Pallido amor degli erranti Soffoca gli inestinti pianti Dà tregua agli amori segreti: Chi le taciturne porte Guarda che la Notte Ha aperte sull’infinito? Chinan l’ore: col sogno vanito China la pallida Sorte… ……………………………… Per l’amor dei poeti, porte Aperte de la morte Su l’infinito! Per l’amor dei poeti Principessa il mio sogno vanito Nei gorghi de la Sorte!
Da Notturni, in Dino Campana, Il cantore vagabondo, Milano, Corriere della Sera, 2012, p 48.
Siamo nati per essere santi. Perciò il criterio-guida è fare tutto per la gloria di Gesù. Nel momento della morte, sarà bello scoprire che quello che abbiamo pensato, detto e fatto è stato a questo fine: saremo nel nostro, anche nell’ultima tappa dell’esilio.
“Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio.” (Apocalisse 13,16)
Qualche mese fa è uscita la notizia che in Svezia hanno cominciato ad impiantare microchip sotto pelle, per sostituire carte di credito e contanti.
Gabrielle dice a Gesù che non potrà riceverlo, a causa della neve e della strada scivolosa. Lui le confida che ogni tanto decreta una pausa, per accrescere il desiderio: come quando due amanti, separati per un poco, si ritrovano con un amore più ardente.
Gesù dice a Gabrielle di guardarsi dalle macchie del peccato, quelle volontarie. Se, passeggiando in campagna, l’erba le lasciasse tracce sulla gonna bianca, sarebbe poca cosa; ma se la tagliasse con le forbici o vi gettasse dell’inchiostro, sarebbe uno sfregio alla bellezza. Voi, le ricorda, siete immagine di Dio, dunque la macchia fatta all’anima è più grave.
Fabrizio Bregoli, laureato in ingegneria, appassionato di matematica (soprattutto l’algebra) e di fisica, si muove sulla scia di quello che potremmo definire una sorta di nuovo umanesimo che pone insieme le due passioni: la scienza e la poesia, con esiti particolarissimi e originali.
La più recente raccolta Notizie da Patmos si snoda in nove sezioni fra cui “Digressione quantistica” che per chi ha poca familiarità con il linguaggio scientifico, può riuscire di difficile lettura e interpretazione, ma in perfetta coerenza con un’intera parte della ricerca poetica contemporanea che vede nelle parole della scienza una possibilità di rinnovamento della poesia stessa.
Gesù esorta a domandare che venga il Suo regno: se è sceso fin qua, non farà di tutto per diffondere la Sua presenza in mezzo agli uomini? Noi dobbiamo chiedere, senza stancarci, finché vedremo i frutti, e gioiremo.
L’esercizio spirituale della mia vita è questo: far passare tutta l’esperienza, fisica, psichica e pneumatica attraverso l’amore. In paradiso, infatti, lo Spirito Santo ci mostrerà tutto quello che di noi è passato per l’amore. Per questo bisogna amare il peccato perdonato, la sofferenza purificatrice, i nemici che ci hanno messo alla prova: tutto verrà trasfigurato dall’amore eterno di Dio, resterà avvolto nella Sua luce intramontabile.
È nelle piccole cose che si incontra Gesù: è nel farle con amore, con rinnovato entusiasmo. Perché dovremmo riservargli i momenti noiosi, obbligatori? Perché dovremmo inserire, con Lui, il pilota automatico dei riti sempre uguali? È Lui la sorpresa quotidiana, la profondità in cui scopriamo sempre qualcosa di nuovo di noi stessi. Dio nelle piccole cose: è questo il criterio vincente.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.