La nostra vita è piena di soprannaturale, ma non ce ne accorgiamo. Basterebbe così poco: un pensiero, un sentimento che Gesù sia lì, che ci sia Maria, che il Padre vegli, con amore infinito. Per questo il miracolo dei ciechi guariti è così importante, nel Vangelo: quel “Signore, che io veda!“ è sempre, in realtà, un” Signore, che io ti veda! “.
Gesù ci dice che ci ama, ci ama tanto. Come facciamo a non sentirlo? Perché prevalgono altre voci, un altro ascolto: magari della rabbia, di forze che il male scatena per avere la meglio, per convincerci che vivere è vincere sull’altro, ferire, farla franca. Ma Gesù non desiste, è sempre lì; anche in questo momento ci ripete: ti amo tanto.
Oggi, certa teologia si sofferma molto sul presente, sui valori terreni, incorrendo prima o poi in un’aporia: dov’è la felicità data per certa, se si parla di Dio? Perché restano il dolore, il fallimento, elementi che, del resto, hanno segnato non poco la vita di Gesù? Proprio questo dimostra che la dinamica profonda non può non essere pasquale. Non siamo ancora nati – dice il Cristo alla Bossis – finché non approdiamo all’altra vita. E adduce un esempio ordinario: quello del bruco che striscia, della crisalide nascosta e della farfalla dai colori cangianti. Ecco perché ho amato sempre le farfalle, e non posso non fermarmi ad ammirarle.
Regala o regalati un libro a Natale: credo che potrebbe essere uno slogan vincente per questa imminente festività, anche se forse l’idea – abbastanza evangelica – di donare agi altri e a se stessi oggi viene purtroppo svilita dall’eccessivo mercantilismo che si produce da novembre a gennaio, tra panettoni, gingilli e pacchi sorpresa tra i più variegati, strani, inverosimili. Ecco quindi, secondo me, la necessità di tornare a un qualcosa di utile e dilettevole, come direbbe Alessandro Manzoni; e un libro, sia per la modica spesa sia per i valori in esso contenuti, assolve perfettamente al compito di celebrare e trascorrere le feste natalizie, dalla Vigilia alla Befana, in modo intelligente, dando il giusto spazio a ciò che io personalmente chiamo cultura, sia essa una poesia, un romanzo, un quadro, una musica, un film, un fumetto o altro ancora. Propongo quindi dodici titoli, raccolti tra quelli da me letti lungo l’intero 2018, che consiglierei volentieri al lettore attento, curioso, interessato. Non c’è un ordine preferenziale, ragion per cui li commento brevemente in ordine alfabetico per autori.
Gli uccelli cantano, al mattino. Lo facessimo anche noi! La natura ci ricorda di Dio, il suo Creatore. E, piena di gioia, si rivolge a Lui, per pura gratitudine di essere. Quante cose ci insegna questa Voce!
Gesù raccomanda alla Bossis di mettersi alla sua presenza. Deve diventare un’abitudine. Non sono le parole a contare, ma il cuore: Lui prende ogni suo moto come un dono prezioso. Cosa c’è, le dice, di più bello che mettersi nelle sue braccia, le braccia di Uno tanto grande che si china con amore infinito sulla sua piccola creatura? Lasciamoci convincere, prendiamo anche noi quest’abitudine.
C’è sempre qualcosa di affascinante nelle biografie perché, a prescindere da quanto i protagonisti abbiano fatto di notevole, le loro biografie ci mettono sotto gli occhi una vita quotidiana sorprendentemente diversa dalla nostra, anche quando da allora a oggi non è passato poi troppo tempo. Il personaggio che Paolo Ciampi sceglie di raccontarci è vissuto nell’Ottocento. Avrebbe potuto essere il nonno di mio nonno: se avesse fatto qualcosa di notevole sarebbe diventato una piccola gloria privata, un nume tutelare. Non l’avrei conosciuto di persona, ma ne avrei ascoltato le gesta nella tradizione di famiglia. Continua a leggere→
Andiamo da Dio solo se siamo bisognosi o tristi. Per questo permette le difficoltà: per poterci avvicinare. Se gli offrissimo anche le gioie, i momenti di benessere, le prove sarebbero poche. Aveva ragione quel mio amico: il Vangelo è matematica, due più due fa quattro, una logica stringente.
Tutto ciò che è fatto da Dio, ci ricorda di Lui e porta a Lui. Se vi mettessimo più cura, troveremmo un metodo infallibile di unione. Occorre essere uno, ogni momento. Respirare insieme, Lui e io, non separarci mai.
Quante volte abbiamo parlato dello sguardo, di un “occhi negli occhi” con il Cristo, come criterio chiave della fede. È quello che Gesù ricorda alla Bossis, nell’Ottava del Corpus Domini, dall’ostensorio: “Guardami, guardati”, le dice. Solo se fissiamo in Lui la nostra vita, possiamo conoscere chi siamo.
Uno dei grandi equivoci, riguardo al Cristianesimo, è pensare che reprima i desideri. Dio, al contrario, vuole che desideriamo ardentemente. Lui stesso lo fa, e noi siamo a sua immagine. Agostino d’Ippona lo aveva compreso, quando affermava che la fede è desiderio. Quindi, basta con l’algido cipiglio di certi ceffi tristi: desideriamo la pace e la gioia del nostro Dio.
Gesù vuole che leggiamo ogni giorno qualcuna delle sue parole. Alla Bossis dice di fargli questo onore: glielo neghiamo? Viene voglia di centellinarle, quelle sue parole, gustando il piacere di far piacere a Lui. Leggere il Vangelo diventa un modo per essere felici.
Gesù chiama Giuda “amico”, “amico mio”. È il segno del passaggio integrale alla dimensione dell’amore. Il Cristianesimo è questo: passare di là, immergersi totalmente nel mondo a venire, consapevoli che ciò che passa è breve. Il nostro motto potrebbe essere, allora, “come Te”. Lasciandosi portare, da Lui, nella Realtà.
C’è un’espressione dei discepoli di Emmaus che rappresenta la premura che l’uomo può avere con Gesù: resta con noi, perché si fa sera. Ma dimentichiamo che il Cristo dice a ognuno di noi la stessa cosa: resta con Me, mio piccolo figlio, mia piccola figlia. Quasi ci supplica di lasciarci salvare, in questo modo.
Gesù ama chi dona in allegria, per questo ci offre grazie speciali che aprono il cuore. Allora ci può chiedere di vederlo nel prossimo, in ogni avvenimento della vita. Se facciamo così, acquistiamo in delicatezza e attenzione, affascinando gli altri: il male seduce, ma il bene non dev’essere da meno.
Gesù è uno straniero per la maggior parte della gente, così come lo era per i discepoli di Emmaus. Ci vorrebbe qualcuno che intessesse, come allora, un racconto, mostrando che il Libro dei libri, ma anche la natura, il senso delle cose, l’armonia nascosta del cosmo, parlano di Lui. Chi si prende questo incarico? Nel mio piccolo ci provo. Avanti un altro.
Avrei molte cose da dire in questa Immacolata: denunce di inguaribili idiozie, cecità volontarie, suicidi di massa per futili motivi. Fossimo vivi, almeno, attingessimo alla fonte, guardassimo giù, fino a specchiarci come ebeti uccelli, imbelli, come facce di governo. Questo inferno è una tastiera folle, dove tutti sfidano il destino: l’unione fa la forza – dicono – ma cosa, ma va là, malignità corposa mi urge in questo canto del cigno dell’Italia, questo scrigno vuoto, questo immane senso d’inutilità.
Qui è l’amore: nel pensare alla felicità dell’altro. Le parole di Gesù alla Bossis sono semplici e profonde. La verità emerge come da un abisso e splende nella sua compiutezza. C’è l’invito a non contare sulle soddisfazioni personali, a centuplicare i desideri nascondendo la povertà sotto “il panno miserevole e sanguinante” che misero addosso al Cristo per schernirlo da Pilato. Non contiamo su di noi, ma su ogni mezzo che ci avvicina a Gesù: così, un passo dopo l’altro, arriveremo alla meta.
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