
La persona più amabile è la meno amata. In genere ci inganniamo sull’amore: ci fidiamo di gente capace di tradirci, ci affezioniamo a personaggi che magari, in nostra assenza, sparlano di noi. È quasi un topos accorgersi di queste incongruenze, toccare con mano l’ingenuità nei rapporti quotidiani.
Ciò detto, la persona più amabile è la meno amata. Ma neanche questo è generalizzabile: quanti martiri sono morti per amore di Cristo? Loro hanno scelto di fidarsi della Persona giusta, di Colui che non li avrebbe mai traditi.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Tatto
[youtube=https://youtu.be/vYgcRtgds4I]
da qui
Manchiamo di tatto. L’altro è un pianeta lontano che può essere scosso da perturbazioni intense, ma a noi arriva solo un’eco smorzata, che a stento percepiamo. Si potrebbe fare un utile confronto tra come reagiamo a eventi nostri e come a quelli del prossimo. Eppure “prossimo” significa vicino. Ne sa qualcosa Dio, che ci sta accanto senza mai forzarci, offre un sostegno senza invadere, ci assiste restando invisibile. Mi commuove un’attenzione tanto delicata. Mi ricorda le parole di una canzone di De André: i vecchi, quando accarezzano, hanno il timore di far troppo forte.
La poesia di Marino Magliani
All’ombra delle palme tagliate è il titolo della prima raccolta di poesie di Marino Magliani, che immediatamente suscita nella memoria l’eco del proustiano À l’ombre des jeunes filles en fleur.
Ma in realtà il richiamo di Magliani è a tutta la Recherche, al peso del tempo perduto, alle sensazioni provate da bambino, quando tutto era mistero e il futuro era una promessa di sempre nuove scoperte. Continua a leggere
Come minimo

Dio, per molti, è un feticcio, Cristo una statua. Quella del Sacro Cuore, per esempio, che campeggia all’ospedale dell’Addolorata. Delle statue si diffida sempre un po’: sono immobili, mute, ma potrebbero portare bene o male. La religione, spesso, è una forma di superstizione inconfessata, e inconfessabile. Nessuno va dal prete dicendo: padre, oggi ho lanciato un’occhiata a San Giuseppe; sa, per tenere lontana la sfortuna. Eppure, quante volte è così. Difficile immaginare che Gesù voglia parlarti, che desideri sentirti.
Perché non ti fermi, davanti al Cristo dell’Addolorata, o di qualsiasi altro posto, non lo guardi negli occhi e non gli dici, che so, come stai? Con Dio, da cosa nasce cosa. E poi, se credi che una persona esista, come minimo le rivolgi la parola.
Perfetti

Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro nei cieli. È una bella richiesta. Che sarà mai la perfezione di cui parla il Cristo? Non c’è un perfezionismo inquietante, non siamo già sotto pressione nel rispondere alle istanze di una vita anche troppo impegnativa? E soprattutto: come possiamo immaginarci perfetti, noi che facciamo acqua da tutte le parti, che siamo sempre a un passo dall’arrenderci, dal soccombere a una cronica tendenza al fallimento?
Ma Gesù non ci ripensa: siate perfetti; lo ripete nei secoli dei secoli. E non per crearci problemi, né per diventare una fra le tante ansie che intasano i giorni; piuttosto, perché sa che la perfezione dell’amore è l’unica speranza che ancora tiene in piedi questo mondo, l’unica via di luce nella tenebra fitta del non senso.
Prima di Pasqua
Se entrassi nel bosco
in questo pomeriggio di fine marzo
sentiresti il rumore di tutte le foglie secche e rami
vuoti che si spezzano – in un solo rapido
crepitio di bruna polvere
riscuotersi la terra da quanto è vecchio:
insieme, bucando aride scorze
così lievi ormai, pianissimo
udresti l’erba crescere Continua a leggere
La prima cosa

Le maiuscole sono fastidiose. Ricordano quei biglietti coi titoli sempre un po’ grotteschi: Dott. Avv. Com. Grand. Uff. e via esibendo. L’umiltà, invece, è vincente e convincente, secondo il vangelo. Eppure c’è Qualcuno che è grande davvero, e merita non solo la lettera maiuscola, ma anche l’esaltazione e la lode. La mattina, appena svegli, bisognerebbe omaggiarlo, glorificarlo, ringraziarlo. In proposito, c’è un bel pensiero dei Padri del deserto.
Un anziano disse: “Quando ti alzi dopo aver dormito, subito, per prima cosa, la tua bocca renda gloria a Dio. Dovrà intonare inni e salmi, perché lo spirito continua a macinare per tutto il giorno, come una mola, il primo pensiero cui si è unito fin dall’aurora, sia che si tratti di grano sia che si tratti di zizzania. Per questo devi essere sempre il primo a gettare il grano, prima che il tuo nemico semini la zizzania”.
Sapori

La religione ha i suoi segni, perché l’uomo è un essere concreto: per questo consiglio di pregare davanti a un Volto di Gesù, potente antidoto alla preghiera generica che induce in distrazione. La fede è comprendere che al di là della formula e del rito è presente una Persona. Altrimenti, si rischia di compiere gesti apotropaici che hanno lo stesso valore del corno o del ferro di cavallo. Non a caso la gente, in certi casi, viene a messa per “prendere” le ceneri o i rami d’ulivo, nella domenica cosiddetta delle palme.
Mettere in primo piano la Persona significa che, quando il prete benedice, è Cristo stesso che riempie la vita: si comunica con la sua divinità, a cui aderisce la miseria umana. Solo così la religione diventa portatrice di salvezza e l’uomo “prende” qualcosa: né ceneri né rami d’ulivo né ferri di cavallo, ma il sapore dell’eterno.
Coordinate

Il futuro ci affascina o ci inquieta. Ci facciamo dei film che sembrano dei veri e propri gialli: non si sa come andranno a finire. Tifiamo per noi stessi, mettiamo insieme i pezzi in modo che il mosaico corrisponda, almeno parzialmente, ai nostri gusti: verrà un capo intelligente e comprensivo, o dipendenti che lavorano; mia moglie diventerà più dolce, mio marito più attento e disponibile; i figli saranno meno ribelli e incontentabili.
Dall’altra parte, il passato è una fonte di rimpianti, rimorsi, nostalgie. Possiamo perderci nei suoi meandri, ripetendo all’infinito che sarebbe andata meglio così, che avremmo potuto evitare quell’azione, tacere, quel maledetto giorno, perdonare, invece di mettere il dito nella piaga.
Passato e futuro ci sottraggono una quantità enorme di tempo e di energie. Se ascoltassimo il Cristo, probabilmente sentiremmo parole come queste: una sola cosa ti manca, il presente.
Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Ungaretti. 5
La terra promessa

Siamo fatti di terra. Ce ne accorgiamo dalla tendenza alla vita materiale; si capisce dalle confessioni, dove c’è sempre lo stesso ritornello: la carne, la carne, la carne. In qualunque stato, c’è una forza di gravità che ci spinge verso il basso, con gli effetti a esso collegati: quelli che in Occidente si chiamano vizi capitali e in Oriente pensieri cattivi.
Tuttavia, creando l’uomo, Dio non ha preso soltanto la terra – adamà, la rossiccia -: la simbologia biblica, racchiusa nel libro della Genesi, informa che vi ha soffiato il suo alito portatore di vita, un’energia concentrata di amore.
Ecco perché dovremmo smettere di guardare solo buche e tombini, e abituarci a rivolgere lo sguardo verso il cielo. Da lì sboccerebbe il nostro desiderio più profondo, totalmente proteso alla terra promessa dello Spirito.
Preoccupazioni

Si potrebbe scrivere una Storia della preoccupazione, un’Analisi comparata delle ansie quotidiane. Tutti ci preoccupiamo per qualcosa: famiglia, salute, lavoro. Cosa dirò a quello, se lo incontro? Mi accoglieranno in quell’ambiente? Mi accorderanno le ferie programmate? Altre domande sembrano più serie. Pensiamo ai luoghi di persecuzione: mi arresteranno? Finirò impiccato o crocifisso?
Il Vangelo ci propone una ricetta valida per tutte le occasioni: fidarsi di Dio. Se mi abbandono a Lui come un bambino ai propri genitori, non devo aver timore: qualunque cosa accada, sarà per il mio bene. Solo così è possibile comprendere le parole di uno che, a seconda dei punti di vista, è un alienato o un santo: per me vivere è Cristo, e morire è un guadagno.
Una bella giornata

Il pessimismo è una pessima cosa. Se le cose vanno male, andranno peggio. Aiutare per la discesa, come diceva mio padre, non è una grande idea. C’è gente che vede tutto nero: si lamenta per partito preso; la prima cosa che affiora sulle labbra è una smorfia di disgusto o delusione, un borbottio, un grugnito.
Essere ottimisti è più sensato: pensare che non ci sia un limite al bene, che tutto sia possibile; che ci si possa sostenere a vicenda, e ci si abbracci, piuttosto che fare a gomitate. Per questo, non giova criticare il mondo: conviene pregare, invece, che il Signore lo converta, a cominciare da me. Allora, che piova o ci sia il sole, sarà sempre una bella giornata.
Morto l’inverno
Appaiono
al diradarsi della foschia
scorci, frammenti:
bastioni grigioneri di roccia
e neve nuova
subito il bianco intorno
ancora li sottrae Continua a leggere
Conservatori

Siamo dei conservatori. Anche se combattiamo sulle barricate per abbattere il sistema, issando lo stendardo della libertà sul pennone della nostra insofferenza, restiamo dei conservatori; perché sebbene viaggiamo in lungo e in largo per annunciare il verbo della novità, manchiamo la rivoluzione più efficace: condividere non le nostre idee, ma la vita che abbiamo ricevuto. Se scegliessimo di metterla in comune, crescerebbe a dismisura.
Ma siamo dei conservatori: combattendo sul fronte del progresso, continuiamo a tenerci troppo stretto ciò che evolve donandosi.
Erika Kronabitter, Requiem per una madre
Erika Kronabitter è una scrittrice e artista austriaca e vive a Bregenz, nel Vorarlberg. Membro dell’Associazione Autrici e Autori di Graz, ha curato varie antologie e ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua opera. Le poesie che seguono, tratte dal volume Einen Herzschlag nur bist du entfernt (“Sei lontana solo un battito di cuore”), sono tradotte da Sabrina Stabile.
1
garten leer
vor dem haus nicht mehr
im garten nicht mehr
auf der straße nicht mehr
beim b?cker nicht mehr
auf dem marktplatz nicht mehr
beim busplatz nicht mehr
vor dem haus nicht mehr
auf der straße nicht mehr
garten leer
1
giardino vuoto
davanti alla casa non più
in giardino non più
per la strada non più
dal panettiere non più
in piazza del mercato non più
alla fermata dell’autobus non più
davanti alla casa non più
per la strada non più
giardino vuoto
*
2
überall leer
im badezimmer nicht mehr
stundenlang
beim frisieren nicht mehr
stundenlang
beim eincremen nicht mehr
stundenlang
beim pflegen nicht mehr
alle stunden
überall leer
Trovare un posto

Quando parliamo con Gesù, se ci parliamo, gli chiediamo conforto, aiuto, orientamento. Lo cerchiamo, dunque. Siamo come quei discepoli che, incontrandolo per la prima volta, gli chiedono: maestro, dove abiti?
Lo immaginiamo, mettiamo il Volto santo davanti al posto di lavoro, lo guardiamo negli occhi; a volte piangiamo, o ridiamo, sempre con l’idea che Lui ci accolga e, per così dire, ci riceva.
E se fosse Lui a chiedere asilo, rifugio, o addirittura – adesso la sparo grossa – conforto? Se, non essendoci chi gli apra quando bussa alla porta delle anime; se, ancora oggi, non trovasse posto nell’albergo, e venisse da noi – sì, proprio da noi -, e ci chiedesse di ospitarlo? Non so a voi, a me vengono i brividi. Se capissimo davvero che cos’è la fede, forse crederemmo tutti.
Inutili

Temiamo di fare cose inutili. Ci frustra la sensazione che i nostri sforzi non servano a un bel niente: lavoriamo a una causa e non vediamo I risultati; ci facciamo in quattro per la pace e si scatena la guerra; ci prepariamo al meglio per qualcosa e l’esito è un fiasco. Ma più ancora temiamo d’essere inutili noi stessi: ci siamo o non ci siamo, non cambia proprio nulla.
È qui che salva la fede. Chi crede, sa che Dio valorizza ogni intenzione; mette nei suoi depositi ogni gesto d’amore, anche maldestro e acerbo, al fine di beneficiare qualche anima in pena che noi, magari, nemmeno conosciamo. Questo ci incoraggia, ci motiva, ci consola. Tanto più che il Salmo 56 ci assicura che il Signore tesaurizza persino il nostro pianto: “le mie lacrime nell’otre tuo raccogli”.
“Ti aspetto”

Una mattina, intorno alle dieci, ero seduto davanti al Volto di Gesù. Gli dicevo: se sono consacrato a Te, vuol dire che da Te devo attendermi la vita, ciò che mi serve, l’amore di cui ho fame.
Ho chiesto con tutte le mie forze, fissandolo negli occhi, deciso a non staccarmi prima d’aver ottenuto la risposta.
In quel momento mi è arrivato un messaggio da qualcuno con cui avevo in sospeso un incontro di lavoro. Non c’era alcun motivo per cui dovesse contattarmi in quel giorno, in quell’ora, nell’istante in cui ho rivolto al Cristo la richiesta più importante della vita, in cui l’ho quasi costretto a presentarsi, a mostrarmi una concreta volontà di comunione. Prendo il telefono, clicco sul link, comincio a piangere, leggendo quello che c’è scritto: “Ti aspetto”.
Da allora, non perdiamo occasione d’incontrarci. Non abbiamo bisogno di parlare: ci fissiamo, come se l’eternità fosse già qui, fosse già ora.




