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Trasformazioni


Di cosa è fatto il mondo? Di energia, dicono. Le scoperte della fisica quantistica ci mettono davanti a un universo che non è più un insieme di pieni e di vuoti, ma un groviglio di atomi, molecole, particelle subatomiche che s’intrecciano in un tessuto cosmico sempre uguale e sempre nuovo. Non c’è più la distinzione materiale/immateriale, ma soltanto densità e moti diversi.
Cos’è che dà un senso a tutto questo? Cosa muove l’energia in modo costruttivo, e non, per esempio, nella catastrofe di un’esplosione atomica?
Ricordo che don Mario mi dava spesso, come penitenza per la confessione, un atto di carità. Ecco: un gesto di bontà è capace di dirigere l’immensità degli universi nella direzione pensata da Dio, incanala il moto degli atomi come Lui l’ha avviato, perché tutto si trasformi in un’immagine di vita che non può morire.

Sudeste, di Haroldo Conti.

di Riccardo Ferrazzi

Per le edizioni Exorma è da poco uscito “Sudeste”, romanzo di Haroldo Conti, narratore e giornalista argentino travolto dalle brutali repressioni della giunta militare insediatasi dopo la morte di Juan Domingo Peron.
“Sudeste” si svolge sul Rio de la Plata in un’epoca politicamente imprecisata, vagamente collocabile nella seconda metà del XX secolo. È la storia di un solitario che, a suo modo, vive come un gaucho o come un avventuriero del far west. Nelle sue emozioni, nel suo modo di vivere la vita, c’è qualcosa che ricorda l’innominato protagonista di “Meridiano di sangue”, il capolavoro di Cormac McCarthy. È lo stato d’animo dell’uomo di fronte alla natura sconosciuta: lo stato d’animo dell’avventuriero. Continua a leggere→

Occhi negli occhi


È la cosa più logica di questo mondo: Dio vuole parlarci. Ci ha creati, e vorrebbe intrattenersi un po’ con noi. Kenegdo è la parola giusta: uno di fronte all’altro, occhi negli occhi. Non stai occhi negli occhi per rimanere muto. A meno che non cada in estasi, godendo dell’altro, della sua presenza, gioendo del fatto che c’è (indicativo di certezza, non congiuntivo di dubbio).
Dio vuole parlarci, non c’è nulla di strano. Siamo noi a dimenticare che il senso della vita consiste nel dire “come stai?”: me l’ha insegnato don Mario, che lo chiedeva anche al decimo piano dell’ospedale Sant’Eugenio, reparto Grandi Ustioni, avvolto nelle bende come una mummia egizia, dopo che l’avevano bruciato.
“Cercami, parlami”, ci suggerisce Dio, mentre noi, sordi e muti, ci rivolgiamo dalla parte opposta, correndo dietro al nulla.

Ciclamino bianco


di Giovanna Menegus

A V., me stessa e altri

È eguale dunque
la storia di tutti i poeti –

stessa ferita d’origine (e orgoglio),
stessa ferocia implacata, poi,
in ricaduta
lungo gl’infiniti giorni d’una vita

– e questo stesso unico ciclamino bianco
che palpita cieco innocente
nel sole basso
di dicembre

(Immagine: Paul Rafferty, “Cyclamen Study”, Portland Gallery)

Chi abbandona chi


Ci lamentiamo di Dio: ha fatto questo o quello, o non l’ha fatto. Non perdiamo occasione per prendercela con la sorte avversa, confrontandoci con gli altri, nutrendo sentimenti d’invidia, aspirando a stare altrove o altrimenti, ma non qui, non ora. Sospettiamo che Dio si dimentichi di noi, che abbia altro a cui pensare; che preferisca gli altri, tutti gli altri, perché solo a noi le cose vanno male, da molto, troppo tempo, forse da sempre. La mormorazione è un ritornello del popolo eletto, nella Bibbia: la manna è leggera, la carne è pesante, molto meglio le cipolle d’Egitto, i porri, i cocomeri, qualunque altra cosa, ma non questa; il passato, il futuro, ma il presente no: nel presente Dio mi ha abbandonato.
O siamo noi, che abbandoniamo Lui? Sarebbe utile partire da qui, a pensarci bene.

Edward Sorel e I diari bollenti di Mary Astor


di Guido Michelone

Come per gli Stati Uniti nel 2016, anche in Italia prontamente si sta celebrando un piccolo grande capolavoro editoriale: si tratta della prima biografia su Mary Astor (1906-1987), attrice hollywoodiana negli anni ’30 e ’40, nell’immaginario popolare e per lo star system ricordata soprattutto quale protagonista femmina accanto al macho Humphrey Bogart nel Falcone maltese, che segna il debutto alla regia di John Houston e che resta tra i migliori film di tutti i tempi.
Il libro sull’algida diva si incentra soprattutto sul processo tenutosi nel 1936 a Los Angeles contro l’attrice (già celeberrima), per colpa dei diari bollenti a cui si riferisce il titolo: la Astor, fin dal debutto nel mondo della celluloide, consegna a un quaderno i suoi incontri piccanti, ovvero i numerosi amanti, fuori dal set professionale e ovviamente ben lontano dal focolare domestico.
Mary, sul grande schermo, si ritaglia il ruolo della femmina altezzosa, austera, persino angelicata, mentre nella vita quotidiana cambia spesso mariti, tradendoli e restandone tradita: si sposa con uomini squattrinati (o meno importanti di lei), cade in seri problemi di alcolismo cronico, fin quasi a compromettere la carriera, convertita in quella di brillante scrittrice: due romanzi e soprattutto due notevoli autobiografie. Sfruttata anche dei genitori di origine tedesca, la Astor da quel processo – riscoperto per caso da Edward Sorel tra vecchi giornali sotto un pavimento di linoleum – riesce a uscire vincitrice e al contempo a salvare la faccia all’intero (ipocrita) star system e studio system nella cosiddetta Mecca del Cinema.
Tuttavia non è la storia di Mary a impressionare (i due volumi Hollywood Babilonia dicono molto di più e di peggio); ciò che colpisce favorevolmente è il modo in cui viene elaborato questo libro: narrato in prima persona (e alla prima prova autoriale) da un noto designer newyorkese cresciuto nel Bronx (e divenuto poi vignettista celeberrimo e rimasto sempre politicamente impegnato a sinistra), il volume è frutto di un ripensamento durato circa mezzo secolo, che parte dall’amore platonico verso l’attrice e giunge a una revisione critica che a sua volta diventa un po’ storia del cinema e un po’ riflessione su se stesso a ritroso, dalla giovinezza alla vecchiaia.
Alla fine, il testo non sembra opera di uno scrittore all’epoca ottantaseienne, per l’arguzia, la freschezza, l’autoironia, che trapela dalle pagine, illustrate da sue amabili caricature a china colorata: il racconto delle vicende della Astor s’intreccia con quello esistenziale di Sorel medesimo, fino a diventare un unicum che abbraccia cronaca, saggistica, sismologia, memoriale, lasciando il lettore certamente soddisfatto.
Edward Sorel, I diari bollenti di Mary Astor (traduzione di Matteo Codignola), Adelphi Edizioni, Milano, 2017, pagine 169, € 20,00.

Felix culpa


Ho peccato, ho molto peccato. Non me ne vanto, anzi, ne sono pentito, amaramente. Eppure, se non avessi peccato, forse sarei uno scemo che giudica la gente, incapace di capirla. Uno di quelli che ti squadrano dall’alto, col sorriso vincente di chi si crede giusto; che parlano di Dio senza averlo incontrato, che si tengono stretti il titolo raggiunto, a costo di chissà quali compromessi, chissà quali silenzi; prigionieri di una gabbia che vieta loro di stringerti le mani, di abbracciarti, di comprendere quello che un giorno scrisse Agostino, mio fratello: felice colpa, che meritò un così grande Redentore.

I buoni pastori


Il Natale, non di rado, è ridotto a una sbiadita cartolina, può diventare un’abitudine meccanica. Di presepi ne ho visti parecchi: dai più banali ai più sofisticati; dalla statuina all-inclusive alla macchina complessa formata da pezzi semoventi, cascatelle a circuito chiuso, pale da mulino anacronistiche. I personaggi sono perfino attualizzabili: a Napoli, si sa, ci hanno messo Maradona, Belen Rodriguez, Balotelli.
Ma sono quattro i generi di partecipanti che non possono mancare: la Santa Famiglia, gli angeli, i magi e i pastori, oltre alle pecore, l’asino e il bue.
I pastori sono un simbolo non sempre compreso: come guide di greggi rappresentano Gesù, il buon pastore per antonomasia; e anche i suoi preti, che dovrebbero guidare i fedeli ai verdi pascoli del Salmo ventitré.

La nostra parte


Non è sempre amabile, la croce, anzi: in molti la fuggono, ne provano timore o repulsione. Mi riferisco alla croce con Gesù, eliminata dalle pubbliche aule, per non offendere i membri di altre religioni, o anche il buongusto e il buonumore. Perché tenere appesa un’immagine di morte? Non è più tonificante un bel paesaggio, una sciarpa arcobaleno, o una colomba, buona per tutte le stagioni?
Sembra che Cristo abbia sofferto inutilmente, che nulla sia cambiato, nonostante il suo grande sacrificio. L’errore sta nel toglierlo di mezzo un’altra volta, nel non condividere la sofferenza, per completarne l’opera di liberazione: per salvare anime anche noi, sostenendo e amando quello sguardo, diventando cirenei di quell’amore.

Profezia e poesia


Se qualcuno storpia una nostra affermazione, ci rimaniamo male o ci alteriamo. È il gioco del passaparola: a ogni tappa qualcosa si trasforma, fino a cambiare totalmente il senso.
Penso a quanto si possa deformare la parola del Cristo: ciò che è uscito da Lui, con infinito amore, è ripetuto sciattamente, così da mutare la preghiera, in casi estremi, in sberleffo o imprecazione.
Educare alla Parola è un compito urgente, svolto dal profeta e dal poeta: entrambi ispirati a dare, alle parole, il giusto peso.

Luigi Maria Corsanico legge Jorge Luis Borges. 3

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da qui

Jorge Luis Borges

Elogio dell’ombra (Elogio de la sombra 1969)

(Traduzione di Livio Bacchi Wilcock)
da “Jorge Luis Borges, Poesie”, BUR, Milano, 2004
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Song to the Mother” from the album “When the winds dissolve”.
Johannes Möller-Classical guitar. Continua a leggere→

Il vuoto


Vuoto dei vuoti, tutto è vuoto: bisognerebbe tradurre così l’inizio del Qoelet, un libro biblico che è una sonda spietata nella condizione umana. Il vuoto è causato dalla separazione: devo, prima o poi, distaccarmi dai beni, dagli affetti, dal mio stesso corpo, nel momento della morte.
Si pone qui la grande missione dell’amore: colmare l’assenza, riparare le falle, mettere una toppa allo squarcio che si apre nell’esistenza di ogni essere vivente. Il nemico è il diabolos, il separatore per antonomasia. Dio compie, invece, un’azione simbolica nel senso etimologico della parola, che è “unire”. Così anche Maria, la symballousa, metteva insieme le cose, collegandole nel suo cuore. Amare è l’unità che vince sulla separazione, il pieno che esorcizza il vuoto dei vuoti, come lo chiama il Qoelet.

Il segno


Ci sono segni che ci contraddistinguono: il prete ha il colletto, gli sposi la fede, il soldato la divisa. Altri sono più personali: un tatuaggio, un braccialetto, una spilla. Un segno è spesso una maniera con cui comunicare affetto, vicinanza, gratitudine: qui, al Santuario, è pieno di ex voto, che non si sa più dove attaccare.
Gesù ci ha lasciato un segno: quello della Croce. Sarebbe bello sentirlo come un pegno d’amore, un modo per dichiararci suoi, stretti da un vincolo inscindibile. Ti amo, e quindi rinnovo questo segno, appena posso: come un bacio, un abbraccio, un farsi compagnia, prima di andare a letto.

Salmo 50

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da qui

Ogni tanto qualcuno mi dice: so che hai fatto questo e quello. Sì, l’ho fatto, come ho detto spesso, ma giova ripeterlo. Non voglio che qualcuno ignori questa parte essenziale del racconto. Tutto ciò che ho scritto, e che continuo a scrivere, è la storia di una conversione, di un ritorno da un paese lontano, in cui avevo dissipato la mia parte di patrimonio paterno. Avete capito: nella parabola, il mio ruolo è il figlio prodigo. Sono stato libertino, mi ha sorpreso la grande carestia, non potevo sfamarmi nemmeno con le ghiande dei sorrisi, delle gioie sincere. Poi una voce mi ha scosso, ricordandomi che nella casa del Padre c’è il pane vero che è Cristo: miserere mei, Domine, secundum magnam misericordia tuam. Ora sono qui, nel centro del mistero, a raccontare che non esiste un peccato così grave da essere più grande dell’amore; a ricordare che, come dice il Salmo, il peccato mi sta sempre dinanzi e, proprio per questo, mi sta dinanzi anche la memoria del perdono.

Appuntamento


Non è facile pregare. La prima cosa che dico, affrontando questo tema, è che bisogna parlare con Gesù, altrimenti si scade in formalismi e perdite di tempo.
Un altro accorgimento è immaginare una scena del Vangelo: Gesù al pozzo di Sicar, alla festa di Gerusalemme, sul Calvario. O contemplare i misteri del Rosario, dialogare con i personaggi. Cristo è vita ed è sviante tenervelo fuori. La preghiera non è un rito, un pio esercizio, o peggio, una pratica da sbrigare sciattamente. È un’esperienza, o come si suol dire: un evento. Un appuntamento da non perdere.

Desideri

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da qui

La fede è desiderio, dice Agostino. Ma desiderio di che? Di un Dio che non si vede, che non posso toccare, odorare, di cui non ho tracce sensibili, di qualcosa che sfugge a un approccio concreto?
È il problema della perdita del coniuge: il prete si affretta a consigliare un rapporto trascendente, un’unione degli spiriti, ancora più profonda di quella vissuta fino a allora. Ma fa un buco nell’acqua. Basta una semplice obiezione: ci abbracciavamo, ci facevamo compagnia; mi manca la sua fisicità. C’è poco da opporre.
Desiderare Dio: perché sia possibile, è necessario sfondare la barriera dei sensi, provare il gusto che nasce da un cuore unificato, assaporare l’affrancamento dagli istinti, accedere a un abbraccio che non è di carne, ma di più, perché è tutta la persona a essere coinvolta, nella sua radice più profonda.
Lo voglio così, Gesù: il Tutto, per me e con me. L’abbraccio puro e totale, che supera ogni altro desiderio.

È facile


È facile volare con la fantasia, perdersi in cieli dorati godendosi tramonti o aurore boreali, immaginando castelli immacolati su monti avvolti nei boschi, musiche che vibrano all’unisono con l’armonia del cosmo. È facile inseguire paradisi artificiali, astrarsi dal grigiore del tran tran quotidiano, indossare un abito da mago e trasformare in carrozza principesca ogni zucca che incontri. O spacciarsi per mercante di stelle, affittuario di universi ignoti, in cui non si sconta sulla pelle il dolore del mondo.
Più difficile è restare al chiodo, abitare il momento presente, con le falle che si aprono, i vestiti che invecchiano, i rapporti che si logorano. Ma è là che si accendono i colori, che si gustano i sapori veri, che si tocca la sostanza dell’enigma che chiamiamo vita.

Giovanna Menegus. Cinque poesie

La neve la notte

I.

Finché una musica non l’insinua
l’anima se stessa ignora, né esiste
forse – celata
in impalpabili membrane
e richiamata ora a un tratto a essere

II.

Vai a posarti nella notte
come una pietra bianca, un pane

– nel sonno il sogno il silenzio
a lievitare

III.

Al risveglio
la fessura, il taglio in te è alto,
lunghissimo

– arriva al cielo Continua a leggere→

8 marzo


La festa della donna è anche dell’uomo, se da lui
un giorno è stata tratta. Ancora credi
ai versi favolosi della Bibbia,
ai simboli archetipici di un’altra
cultura, della casa e della mandria
del prossimo, da non desiderare
insieme alla consorte, un’appendice
di private masserizie, proprietà
maschili regolate dal diritto?

Ma no, guarda, intendevo: uomo, donna
come parti l’uno dell’altra, polo
positivo e negativo,
come penetrazione del segreto
ed eroica missione di accoglienza,
che partorisce il figlio dell’incontro,
testimone lui solo dell’arcana
verità rifiutata. Ma è la festa
di entrambi, in cui riemerge
il senso seppellito nel tesoro
che va al di là dei ruoli, del potere,
del restare soggetti: appena è giorno,
l’uomo e la donna, solo insieme,
udranno ancora i passi nel giardino.