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Salva l’anima


Anni fa scrissi un libro intitolato “Salva l’anima”. Fu il punto di svolta: nel bel mezzo dell’opera, accadde qualcosa che cominciò a cambiarmi, a dirigermi verso la profondità della mia storia. La mia anima intravide la salvezza.
Solo quando si tocca l’altra riva, o almeno la si vede da lontano, si può pensare all’anima degli altri. Quante ne potremmo salvare! La nostra preghiera è un contributo decisivo, se la eleviamo dal centro di noi stessi. Tutto è unito, nell’ottica di Dio: pensare all’altro, pregare per lui, lasciarlo sbocciare al mondo nuovo.
Da quando ho avuto la certezza che l’anima emerge dal colloquio con Gesù, presento a Lui le persone che vedo nel bisogno: parlandoci, si scopre che Dio non è mai sazio di salvare, e bisogna approfittarne.

Curriculum


Siamo molto attenti ai ruoli, ai titoli, alle gerarchie. Bisogna guardarsi dal confondere eminenza ed eccellenza, don e monsignore, signore e dottore. Il libero professionista è più dell’impiegato, il ragioniere deve cedere il passo all’ingegnere; se si è un lavapiatti, allo chef si dà del lei.
Il Vangelo sostiene che gli ultimi saranno i primi. Non significa che un lustrascarpe debba per forza diventare premier: sarebbe, probabilmente, un re da burla. Vuol dire, invece, che per Gesù non ci sono differenze di lustro o nobiltà. Chiunque, in qualunque condizione, può vivere per Lui: se agisce con amore, è un ultimo che diventa primo. Alla faccia del curriculum.

Menù


Non siamo normali, dobbiamo riconoscerlo. Dio ci propone la sua intimità e noi andiamo a mendicare un po’ di piacere, o di potere, o di possesso. È come al pranzo di nozze di una mia sorella, in cui mi concentrai sulla pizza, la mozzarella e gli affettati pensando che fossero il tutto del banchetto, mentre erano solo l’antipasto. Di appetito, ne rimase poco.
Gestiamo la fame di vita con pietanze di scarsa qualità, convinti che ci possano saziare, che sia l’intero menù imbanditoci dal fato, mentre il Progetto prevede la “gloria”, come scrive san Paolo, l’intimità luminosa, avvolgente, profondissima con Dio. Questione di gusti. Ma se qualcuno ci dà del salame non prendiamocela troppo.

Per amarti


Le profezie sono vere, ma non ditelo a nessuno, tanto non ci credono. Certo, un po’ fa male, ma ti ci abitui, giorno dopo giorno. Mi metto sempre più nei panni del Battista, di Geremia, di Elia, gente la cui voce ha gridato nel deserto, e spesso è risuonata a vuoto.
Penso a te, Gesù: schernito, oggi come allora, oggetto di sarcasmo insieme ai tuoi, esposto allo sberleffo, messo, come si diceva una volta, alla berlina. Comincio a comprendere meglio cosa significhi amare senza ricevere risposta. Penso alle tue cadute sul calvario – sette, secondo la Emmerich -: non hai inveito, non ti sei lamentato o ribellato, sei rimasto in silenzio, pur di tirarci fuori dalla morte. Per evitarci la tomba, ci sei finito dentro.
Per amarti, come ci hai amato, dovremmo uscire dal sepolcro del cuore, dove ogni giorno torniamo sperando che il Vivente, lì, non possa entrare.

Se non vedo, credo


Uno dice: Dio non lo vedo. Vero, ma c’è sempre Gesù. Non vedo neanche Lui. Che bella religione, non si vede un accidente. Si vorrebbe avere un segno, dare una sbirciata, tanto per dire: ecco, c’è, chi può negarlo? l’ho toccato con mano!
E invece niente: non vediamo, non sentiamo, ci aggiriamo in una stanza vuota, fissando una parete bianca.
Ma che merito avremmo, se vedessimo? L’unica parte che spetta a noi credenti è questa: mi dici che ci sei, che mi ami, che ti occupi di me. Non ti vedo, ma credo. A dirtela tutta, mi ci sento meglio: almeno qualcosa faccio anch’io.

Sergio Givone, Sull’infinito.


Sergio Givone, Sull’infinito – Il Mulino, Bologna 2018

di Alida Airaghi

Nell’originale e stimolante collana “Icone” de Il Mulino, curata da Massimo Cacciari (sono già usciti due volumi, dello stesso Cacciari e di Paolo Legrenzi), ogni autore, partendo dal commento di un quadro famoso, allarga e nello stesso tempo focalizza la sua indagine filosofica e sociale su un argomento teoricamente rilevante nella storia del pensiero: la divinità, il corpo, la giustizia, o – nel caso di cui ci occupiamo ora – l’infinito.

Sull’infinito si intitola appunto il saggio di Sergio Givone, professore emerito di Estetica all’Università di Firenze, che nei suoi testi scientifici e narrativi ha affrontato a più riprese i temi del nichilismo, del divino, della libertà e del nulla. Continua a leggere→

Sul serio


La distrazione è un problema universale, perché l’io è interessato a se stesso più che all’altro. Basta un nulla per essere sviati, all’improvviso, da un pensiero, un’immagine, un ricordo. Se sapessimo davvero quanto gli altri ci ascoltano, rimarremmo delusi. Ma un modo per saperlo c’è: vedere quanto noi ascoltiamo loro.
Con Gesù, questo non vale. Lui esige attenzione, perché ci ama. Se mi distraggo, è perché in fondo dell’altro non mi importa. A Dio, invece, importiamo: è attento, e invita all’attenzione. Fare sul serio non è mai uno scherzo.

Su Roberto Coppini



di Francesco Dalessandro

 

Quando la legge di Gresham s’impone anche in poesia, i veri poeti, quelli che potrebbero dar lustro alla lingua e all’arte restano relegati in una marginalità che li esclude dal mercato (se vogliamo chiamarlo così) dei possibili e plausibili lettori, spesso a tutto vantaggio di chi non lo merita. Ogni generazione ha i suoi poeti dimenticati; poeti che, pur lavorando con serietà e competenza, devoti solo alla Poesia, non aggregandosi a consorterie o cordate letterarie, restano relegati ai margini. Penso, per citare solo alcuni tra i morti, a poeti come Vittorio Bodini, Attilio Zanichelli, Gianfranco Palmery, Alessandro Ricci… Continua a leggere→

Cattivi pensieri


La vita dipende dai pensieri: chi non l’ha capito, asino è. Detto questo, spirò. No, la traduzione è sbagliata. Detto questo, consegnò lo spirito: affidare i pensieri a Dio, lasciare che sia Lui a esaminarli, a correggerli, a scartare le interpretazioni che rovinano la vita, questo è salute. Già, perché la vita la rovinano i pensieri. Che credevate? Se siamo tristi, preoccupati, è perché un pensiero cupo ci attraversa la mente. Uno dice: e se tutto va male? A don Bosco che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se fosse arrivata la fine del mondo, Domenico Savio rispose: continuerei a giocare. Sì, la vita dipende dai pensieri. Per questo, come raccomandavano i Padri della Chiesa, a ognuno di loro dovremmo domandare: sei dei nostri o sei dell’avversario? Se sei del nemico, quella è la porta.

Purgatorio

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da qui

Molti non credono in Dio, figuriamoci nel purgatorio, che per giunta ha un nome sgradevole, un’eco dell’olio di ricino o del bicarbonato. Io nel purgatorio ci credo. Per quanto facciamo, siamo fragili sotto tanti aspetti. Mio padre diceva che ci manca sempre un soldo per apparare una lira. In quest’epoca pazza per l’ecologia, si dovrebbe provare meno resistenza di fronte a metodi disinquinanti. Certo, nel purgatorio si soffre, a quanto pare: si tratta di staccarsi da abitudini che ci hanno accompagnato per decenni, ed è come asportare qualcosa: un dente, un’ernia, un’appendice. Ma se fossimo più generosi, noi credenti, faremmo di tutto per saltare a piè pari questa fase purgante – ecco riapparire il guttalax, le tisane, l’olio di fegato di merluzzo – non tanto per sfuggire al dolore, quanto per l’ansia d’incontrare il Cristo, di vederlo finalmente negli occhi, di stringergli la mano. Di sentire in petto il famoso cuore nuovo. Viva l’ecologia, dunque, ma la cardiologia è tutta un’altra cosa.

Preghiera


A che serve la preghiera? Forse, molte volte, è inutile: quella che si fa per fare, per sistemare un conto sempre aperto, di dare e avere, per placare l’angoscia da debito contratto con divinità enigmatiche, che possono punire in caso di mancata prestazione; ma anche la preghiera-chiacchiera, buttata lì come giocando al bar, quando allunghi la briscola sul tavolo con una gran risata; e quella che si recita pensando ad altro, guardando l’orologio, spalmata su un tempo sotto vuoto, come una magra concessione a un Dio noioso.
La preghiera autentica è quella che fa luce negli angoli più bui, nelle cantine in cui si occultano certe mercanzie, nei magazzini polverosi abitati da topi e ragnatele. La preghiera porta ossigeno in stanze dove ormai non si respira, profumo dove regna un odore di stantio. È una preghiera che salva da ogni falsa devozione, da ogni pavida fuga dall’incontro.

Filautia


“Filautia” la chiamavano i Padri: la propria volontà. È dura a morire, perché spesso pensiamo che gli altri ce la vogliano fare sotto il naso, perché crediamo che paghi essere furbi, perché se non ci penso io a me stesso, chi ci pensa?
Poi arriva uno e dice che la vita viene da lontano, arriva fino a noi col suo soffio potente, e noi siamo chiamati a trasmetterla com’è, con la stessa potenza, senza soffocarla né sfogarla, ma vivendo tutto come dono. Insomma, propone l’onestà, la verità, la coscienza d’essere uniti all’universo, agli altri, a Dio. Ecco, quest’Uno è proprio Lui, Dio: se avesse voluto fare il furbo, si sarebbe guardato dal rischiare la pelle qui da noi. E invece ha accettato la sfida, bontà sua, e ci ha dato l’esempio di come prendere la filautia e lasciarla inchiodare su una croce, un venerdì qualunque che sarebbe diventato santo, per averci svelato questo folle segreto della vita.

Amici come prima


Con Dio abbiamo un rapporto problematico: chiediamo e ce ne andiamo, invochiamo la sua presenza e svicoliamo altrove. Mi chiedo se a volte non s’innervosisca. Poi mi rispondo “no, Lui ci ama davvero, al massimo sorride della nostra allergia congenita alla concentrazione”.
Però questa non dev’essere una scusa. Bisognerà imparare a esserci, anche noi. Mi viene in mente il nome impronunciabile di Dio: Io sono Colui che c’è. Già, Lui c’è, ha il carisma dell’attesa. A volte aspetta secoli, millenni. Poi fa uno sbuffo, e rivolta la terra come un pedalino. Ma ecco, basta poco, e amici come prima.

La guida


Chiediamo sempre, chiediamo troppo, forse: importuniamo Dio e noi stessi, rimestando nei nostri modi d’essere, di pensare, di fare; una fucina sempre attiva, frenetica, stressante.
Dio sorride di questo, non ho dubbi. Lui sa bene quello che serve. Mettersi tranquilli, restare nella pace, lasciare che sia Lui a creare i dinamismi, le strutture interiori: questo, alla fine, è la saggezza.
Quanto ci vuole per arrendersi?
La cosa più difficile al mondo è cedere la guida. Anche se sarà capitato a tutti di sentire, prima o poi, il fatidico grido: ma chi ti ha dato la patente?

Ho sete


“E disse al vecchio dammi il pane,/ ho poco tempo e tanta fame./ E disse al vecchio dammi il vino, / ho sete e sono un assassino”. Chi non conosce queste parole della canzone di De André, “Il pescatore”? La versione con la PFM, per me, è un capolavoro. Eppure c’è chi se ne serve per far dormire i figli. È difficile sintonizzarsi su gusti ed esigenze, le sensibilità sono diverse e a volte incompatibili.
Ma la sete è sete, la fame è fame. Cristo sulla croce ha detto: ho sete. A che si riferiva? Certamente a una sete fisica, perché moriva dissanguato. Ma anche a una sete interiore, simbolica, forse più drammatica. Aveva sete di noi, e ne ha tuttora. Siamo l’oggetto del suo desiderio, anzi, i soggetti del suo amore. Pascal diceva che Gesù rimane in croce fino agli ultimi tempi. Non so se sia vero. Ma so che ha una sete terribile di noi, e chissà che comprenderlo, un giorno, non ci salvi.

Barcelona Gipsy balKan Orchestra

Barcelona Gypsy Balkan Orchestra

La poesia della world music

Intervista a cura di Guido Michelone

(parla Mattia Schirosa)

 

Ci vuoi anzitutto raccontare il primo ricordo della Barcelona Gipsy Balkan Orchestra?

Il mio primo ricordo risale all’estate del 2005, durante uno degli ultimi tour della Barcelona Gipsy Klezmer Orchestra. Con il nostro furgone attraversammo Francia, Italia, Grecia, e Serbia per poi ritrovarci a piedi in Romania con il motore in avare e 100 g di bagagli. Eravamo diretti a Bacau per una nuova data ed eravamo solo a metà del tour. In quei momenti il tuo istinto di sopravvivenza può arrivare a sorprenderti e sei capace di risolvere problemi che, normalmente, sembrano insormontabili solo a nominarli. Dopo essere riusciti ad attraversare la Romania ed arrivare in tempo a Bacau, troviamo un passaggio per Varna, Bulgaria. Continua a leggere→

Scadenze


Gesù si dà per sempre. Non è come noi, così bravi a concederci a metà, e a tempo sempre più determinato. Recentemente, si è proposto un matrimonio valido per sette anni, legato forse all’idea della famosa crisi. Si insegue la prassi del divorzio breve: separazioni rapide, abbandoni istantanei e via fuggendo.
È triste vedere come l’impegno sia sempre meno accetto. Vogliamo la certezza di evitare i problemi, di non scomodarci più di tanto.
In un momento della storia, e in un certo contesto, un’autorità spirituale riteneva lecito lasciare la moglie per un piatto non riuscito.
Mi viene in mente un detto: o mangi questa minestra, o ti butti dalla finestra. C’è più saggezza nei proverbi che in leggi che cancellano l’umano.

Fughe


Ci lamentiamo della solitudine. Ogni pretesto è buono per pensare: quello ce l’ha con me, non mi ha salutato, sorriso, rinnovato gli auguri. È come se avessimo un’antenna pronta a captare ogni assenza di riguardo, ogni segnale diverso da ciò che ci aspettiamo, e a volte pretendiamo.
Odiamo essere soli. Ma potremmo chiederci se non siamo noi a lasciare solo il Cristo. Lui, come il Padre, scruta una strada deserta, per vedere di lontano se abbiamo il desiderio di tornare. È pronto a correrci incontro, a gettarcisi al collo per baciarci. Noi no, ci ostiniamo nel lamento, ci ribelliamo a un abbandono, a un’assenza procurata da noi stessi, con l’antica abitudine alla fuga.