Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Il vegetariano, film di Roberto San Pietro

di Giselda Pontesilli

I) Nella poesia e ancor più nel romanzo dell’800 c’è una figura ricorrente: il giovane, né nobile né ricco, ma nobile e ricco di intenti, studi, sentimenti («io ho la nobiltà dell’animo» – dice di sé Julien Sorel), che la società, prima o poi, avvilisce, elimina.
Egli (in certo modo oppresso dalla povertà, ma con la fortuna d’aver avuto una buona educazione – dice ancora di sé Julien Sorel) potrebbe essere mediatore, educatore, chierico nella società (così come potrebbero esserlo i poeti che lo cantano, la “classe pensante”) ma, alla rivoluzione borghese consegue un nuovo impersonale despota, il denaro (antireligioso e anticomunitario) e con esso la macchina, a cui quel singolo, dopo varia lotta, soccombe, ovvero, col suo sacrificio, realizza la più alta vittoria e azione mediatrice in questo mondo possibile. Continua a leggere→

Giorgio Stella. Petto di croce

PETTO DI CROCE – almeno il cardellino muore in un nitrito come un cane da lecco – chi fece del mulino l’anfiteatro? Chi rotolò nel cesso chiuso? – la carogna spacca la bava della ghigliottina come nel mentre accadeva il resto se ne andava – la polizia di mercurio bloccò la febbre delle/qualsiasi fosse comune – suo stato il grembo del favore di essere niente l’oblio della forestiera lumaca di ombra – eppure la ricetta dell’aglio non chiude al sedano il taglio suo (una pausa) – il grembo tace mentre il feto muore in pace (raccoglimento) – una veloce notte lo accolse nella maternità delle piogge – dice che verrà di notte, che viene da solo.

Canti della liberazione

di Giampaolo Centofanti

Il vuoto pneumatico

Le sirene lontane chiamano al lavoro
ma il lavoro non c’è sono solo ricordi
che esalano dalle nubi d’amianto
di questa alba rossa e già grigia
che rimane dentro come una ferita.
Ma io che vedo ogni cosa straniata
in questo tempo da un pensiero malato,
io sento anche un invincibile canto,
come il fiore germogliato nella crepa del muro,
come il verso imperterrito del gallo…

La natura della luce

L’amore nasce come un tramonto – diceva –
un raggio di sole infiamma un breve tempo
e tutto trasluce, quieto, nel vespro,
nella naturale mancanza di senso.

Ma la favilla avvampò nel riposo
quando il cuore sentiva nel silenzio
e Ti pensa ogni momento e si stupisce
e perdutamente si perde in questo vento.

Alla fine il mio cuore immacolato trionferà

…ah, luce, ah, pace,
dell’Amore fatto umano,
che scioglie ogni tormento,
ogni oscuro cammino!

Confessione

Specchiano raggi del tramonto
dai casolari la grazia del tempo
e sento: più non contano beghe
che nella luce mi perdo sereno.
Trafitto dall’eterno nel profondo
con tutto il mondo insieme sono
e nel rosso di sera spero il giorno.

Il muro di cinta

Davanti a me, al sole, la pietra
di questo muro alto che vieta
un oltre alla terra e al cielo
e il glicine e la rosa lo sale sì
ma non di là di questo duro velo.
E non basta il canto
che canta canzoni nuove,
che dice: ora vedo, ora sento,
è la vita, è la vita che canta
il dolore, la gioia, la vita,
è il cardo, è la rosa, la margherita.
Preferisco pochi poveri versi
rasenti questa povera cinta
di campo, rasenti noi poveri cristi
che senza cielo ci siamo persi.

Un barbone

Che cielo verrà
che voi non avete conosciuto?
Noi morivamo sulla via
nel tepore di un mattino d’inverno
e tutto era così dolce
che ci pareva di sognare.

La grazia dell’estate

Ma cadono stelle nel petto
la notte al primo assopire
– e non se ne vede una –
e cosa canta allora la luna?

Il segreto dell’estate

Stanco di farci aspettare viene d’estate
un cielo di stelle come lampare nel mare
ed un mare che brilla come un cielo vicino…

Secondi vespri

Giungevano quei campi
alla filanda,
poi al villaggio,
portati dagli olmi,
dai cornioli,
fino al bosco
che si faceva colle
quasi monte ed oltre
da un ribasso
si vedeva all’orizzonte
il mare
ed al tramonto
un sole enorme rosso…

Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

di Fabrizio Centofanti

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. È difficile giustificare la scelta “il pane “necessario” , perché nessuno sa cosa significhi davvero il termine “epiousion” (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è fuorviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare di nuovo il messale e il lezionario per questa ulteriore traduzione, a mio parere insufficiente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento provocato nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Pater che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. Il pane “necessario” non pare giustificato, perché il termine “epiousion” nessuno sa cosa significhi (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è sviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare ancora i lezionari e i messali per questa ulteriore traduzione, a mio parere insoddisfacente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento prodotto nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Padre nostro che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Maria Consiglia Alvino

La consistenza del sempre (da Campi di luce, Controluna, 2025)

Dita di rosa scendono sugli occhi,
cielo-mare argento, fine agosto.
Così ti appare il mondo,
un bacio senza fine.
Tu non temi l’orizzonte, il confine.
Distese di venti e dormienti spazi
notte e stelle verranno ancora,
ancora udremo parole nello stream.
Seguiamo la spezzata linea d’acqua,
sentiamo galassie e pietre e grani oro
il volo bianco del gabbiano,
gli atomi del tutto che tutto sanno
e noi che nulla, nulla abbiamo.
C’è la sabbia, il fondale, poi un raggio.
Siamo noi e l’onda calma e la vela
campi di luce chiara, in trasparenza.

4
1

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 13

Tra carne e luce: l’inquieta danza dell’umano

Come possiamo abitare questa strana condizione di essere contemporaneamente materia che pensa e pensiero che si incarna? Perché avvertiamo sempre quella sottile scissione tra ciò che il corpo desidera e ciò che l’anima anela? E se la nostra grandezza consistesse proprio nell’essere creature di confine, eternamente sospese tra terra e cielo?
La doppia natura dell’essere umano si manifesta nella tensione irriducibile tra la dimensione materiale – corporea, biologica, legata ai bisogni e agli istinti – and quella spirituale, che emerge nella capacità di trascendere l’immediato attraverso il pensiero, l’arte, la morale. Non si tratta di due realtà separate, ma di un’unica esistenza che si esperisce in modalità differenti e spesso conflittuali.
Hegel aveva colto con straordinaria lucidità questa dialettica quando descriveva l’anima come spirito ancora immerso nella natura. Per lui, la coscienza umana non nasce già formata, ma si sviluppa attraverso un processo graduale di emancipazione dalla pura naturalità. Inizialmente siamo completamente identificati con le nostre funzioni biologiche, con i ritmi del corpo, con l’immediatezza delle sensazioni. Ma progressivamente emerge qualcosa di diverso: la capacità di distanziarsi da sé, di osservarsi, di giudicare i propri impulsi. Questo movimento non è mai definitivo – rimaniamo sempre ancorati alla corporeità, eppure ne siamo anche irrimediabilmente separati. La soggettività che si forma è precisamente questa capacità di essere dentro e fuori simultaneamente, di vivere la propria natura e al tempo stesso di interrogarla. Il vissuto di coscienza diventa allora l’esperienza di una libertà che si conquista faticosamente, step by step, senza mai poter dimenticare le sue radici terrene. Ogni volta che pensiamo, amiamo, creiamo, stiamo compiendo questo gesto straordinario: elevare la materia a spirito senza tradirne l’origine.
Forse dovremmo smettere di vedere questo dualismo come un problema da risolvere e iniziare a viverlo come la nostra più autentica possibilità.
Ma se siamo davvero creature di soglia, quale saggezza possiamo trarre dall’accettare di non appartenere mai completamente né al regno della materia né a quello dello spirito?

Evghenij Evtushenko

di Giorgio Stella

Vicolo Ultimo

Vicolo Ultimo, effettivamente.
Qui, in una casa scaduta a bettola,
con una stupida faccio il sapiente
e mi rimbecillisco sempre di più.

A che pro essere poeta per sbattersi
con una borghesuccia su un solido baule?
E io sono ridicolo come un bifolco
capitato a Mosca in scarpe di vernice.

In questa stanza tutta gingilli e fronzoli,
la poesia non la salvi a letto.
Vicolo Ultimo, numero tredici.
Più avanti non c’è ormai più strada.

1955-1975

Ogni cosa che cade ha il suo rumore (Fara Editore), di Carla De Angelis

Prefazione di Alessandro Ramberti

“Non sfuggire al sogno più bello che è la vita” . Il verso che fa da titolo a questa prefazione lo trovate a p. 13 e nella sua icasticità riassume molto della poetica di Carla De Angelis, come anche quello scelto da Stefano Martello per la sua postfazione (lo trovate all’inizio della poesia a p. 19), tanto da diventare il titolo di questa raccolta assolutamente vera, dagli echi profondi, necessaria. Quante volte ci sentiamo schiacciati dagli eventi, abbandonati, inutili, incapaci persino di formulare una preghiera, perché le solite parole ci sembrano mere litanie, mantra assurdi per riempire il vuoto che ondeggia paurosamente in noi e ci toglie il respiro, ci sfianca, ci mangia le ossa fino ad arrivare al limite della nostra pelle e pare rosicchiare anche quella, anche la nostra ultima maschera, quell’esile involucro che ancora delimita il vuoto dentro di noi da quello esterno? Non solo noi come singoli, come individui, vaghiamo spesso come monadi eterodirette che fin che possono comprano e consumano oggetti e relazioni, affetti e consolazioni… ma anche i nuclei sociali piccoli e grandi (la famiglia, la cerchia degli amici, il vicinato e via via le unità maggiori, gli Stati e le istituzioni “globali”), ecco sembra che un po’ tutti abbiamo perso la bussola, il senso di comunità, l’attenzione non solo alle nostre problematiche ma anche a quelle degli altri. Viviamo, mi pare, un’epoca priva di afflato, scevra di entusiasmo, incapace di farsi responsabilmente carico di chi verrà dopo di noi. Continua a leggere→

Giorgio Stella. Non sono la pietra

io non sono una pietra ho bisogno di parlare con qualcuno ma non c’è più nessuno ammesso ci sia mai stato – i re magi sono morti dentro di me: mia madre mia sorella mio padre – io non sono una pietra, io non sono una pietra! Che il profilo della terra non ha specchio di stella – io non sono una pietra… Chi semina raccoglie? Non è vero sennò // non avrei spento candeline! Parlo solamente con Dio, Lui mi ricorda (…) che dopo la croce fu buia la terra avanti il sole.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Gettare un fuoco sulla terra”

  (Matteo Pugliares)


«In quel tempo, Gesù disse ai suoi
discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». [Lc 12,49-53] Continua a leggere→

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 12. Giancarlo Consonni

Giancarlo Consonni, Il conforto dell’ombra, Einaudi, 2025

Molti di voi conosceranno già la poesia di Giancarlo Consonni. Per me, invece, è la prima volta che mi imbatto nei suoi versi. Una scoperta del tutto casuale, nata da una delle scorribande in libreria alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, forse anche di antico – nel senso buono della parola – sugli scaffali defilati, seminascosti, nel cantuccio in basso, lontano dagli sguardi dei più. Ormai, la poesia non fa testo. È diventata sempre più di nicchia. Il grande pubblico dei lettori non la legge più e non la legge neppure chi vorrebbe fare e scrivere poesia. Qualcuno ha detto che è meglio essere lettori invece di scrittori di poesia. E non ha tutti i torti. Vogliamo mettere la soddisfazione e il piacere di leggere versus il turbamento, l’afflizione, la fatica nello scrivere, laddove non si persegua la banalità e la miseria della parola? Ma per tornare a noi, mi capita sotto gli occhi questo libro, Il conforto dell’ombra, pubblicato da Einaudi nella Bianca e lo prendo incuriosito e col preconcetto ormai fattosi negli ultimi tempi sempre più forte di trovarmi davanti a poesia- spazzatura e invece, sfogliando e leggendo qua e là, arriva la fulminazione. Continua a leggere→

Walter Benjamin

di Giorgio Stella

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit

[Se avessi divinato il tempo]

Se avessi divinato il tempo del tuo morire al mondo
la natura avanti a te nella fine sarebbe precipitata,
con inesorabile misura volgerebbe
l’esserci all’infinito oblio.

Nel cielo resterebbero delicate albe rosse
proprio là nell’ora in cui scivolava la tua veste
le selve tutte dipinse buia pena
la notte su naviglio leggero rivestì il mare.

Da stelle plasma innominabile pianto
l’insegna del tuo sguardo nell’arco celeste
e l’oscurità impedisce con densità di barriere

l’espandersi della nuova primavera,
osserva l’anno nell’immota postura degli astri
dalla cisterna specchiante la tua morte.