Archivi autore: fabrizio centofanti

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Terra d’esilio, di Luca Pizzolitto 5. Daniel Calabrese

Daniel Calabrese, Un cielo per le cose (Un cielo para las cosas), La Vita Felice 2022

Coricarsi sulla terra e tornare a sedersi

Va bene quello che hai fatto ieri
e va bene quello che stai facendo adesso,
anche se insieme i pezzi
sembrano di vite contrarie.
Entrambi sappiamo che il mondo
è uno specchio che non bisogna rompere.
Un banco di pesci avanza come pani
che si moltiplicano sulla terra
e galleggiano sull’acqua..
È il giallo nero delle morti vive.
Questo sacco sempre più pesante
che trasciniamo, chiamiamo tempo
e ci conferma che sì,
che tutto va bene.
Il pezzo di cielo in cui ti sei vista
riflessa in riva alla palude
mi si è conficcato nel perno, è un vetro
scheggiato e mi fa male.
Molti camminiamo sull’acqua senza sforzo
quando chiudiamo gli occhi.
Pochi si azzardano a rimuovere
un vetro conficcato nel petto.
Nessuno ha dedicato tanto lavoro
a disarmare la tristezza. Continua a leggere→

Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

Qualunque cosa sia fatta “contro”, per condannare, senza cercare di salvare; qualunque cosa sia fatta per ghettizzare, etichettare, dire “loro sono così”; qualunque cosa sia fatta per seguire la corrente, per non avere problemi, per essere approvati dal mainstream; qualunque cosa sia fatta per mettere una firma in fondo a un foglio senza nemmeno aver letto attentamente; qualunque cosa sia fatta senza aver verificato fino al punto e alla virgola la veridicità o la menzogna manipolatrice; qualunque cosa sia fatta solo per essere quelli della maggioranza, mentre la verità è sempre e comunque controcorrente: non in mio nome.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 45

«Non pensare che l’abbia fatto tanto per, io ragiono prima di agire»;
«Hai sempre avuto il maledetto vizio di parlare giusto per.»;
«Quel birbante ne combina di ogni.»;
«Non sono certo il tipo che davanti al prossimo si prostra piuttosto che.»

Come definire questi modismi (reali, beninteso, non d’invenzione) che si diffondono sempre più largamente (per ora, se ho ben visto, solo negli ambienti cólti del Settentrione e in alcuni testi narrativi)?
Sospensioni?
Reticenze?
Aposiopesi?
E a che si deve quest’improvviso bisogno di stringatezza nei parlanti/scriventi più antonomasticamente prolissi dell’Occidente?
Il tema merita studio.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il proprio posto

                                               

«Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.»

[Lc 14, 1. 7-14]

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15

Malcom Lowry

di Giorgio Stella

Dopo la pubblicazione di “Sotto il vulcano”

Il successo è una specie di orribile disastro
Peggio di quando ti brucia la casa, gli echi della rovina
Delle travi del tetto che crollano più veloci una a una
Mentre stai li, testimone impotente della tua dannazione.

Cotne un beone la fama consuma la casa dell’anima
Manifestando che hai lavorato soltanto per lei –
Ah, mai avessi sofferto il suo bacio traditore
Meglio restare per sempre nel buio a fallire e andare a picco.

Umberto Saba

di Giorgio Stella

Caffè Tergeste

Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.

Caffè, di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.

Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?

Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.

Caffè di plebe, dove un di celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.

La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 14

Il Mosaico Spezzato: Verso una Comprensione Totale di Noi

Perché viviamo come compartimenti stagni, separando lavoro da amore, razionalità da emozioni? Come possiamo capire chi siamo guardandoci solo a frammenti? E se la vera saggezza fosse abbracciare finalmente la nostra complessità irriducibile?
La totalità dell’esistenza come quadro interpretativo significa riconoscere che l’essere umano non può essere compreso attraverso prospettive parziali. Ogni tentativo di ridurre la persona a una singola dimensione – biologica, psicologica, sociale – ne tradisce inevitabilmente la natura autentica.
Binswanger aveva intuito che questa comprensione totale non è un lusso intellettuale, ma una necessità esistenziale. Per lui, solo riflettendo sulla forma integrale del nostro essere possiamo cogliere l’essenza dell’umano. Quando amiamo, non amiamo solo con il cuore; quando pensiamo, non solo con la mente. Ogni esperienza mobilita l’intera struttura del nostro essere, creando risonanze che attraversano tutti i livelli dell’esistenza. La coscienza che emerge da questa visione integrale è più autentica perché ci permette di riconoscere che le nostre contraddizioni non sono difetti da correggere, ma espressioni della ricchezza inesauribile dell’esistere umano. Lo sviluppo personale diventa un processo di integrazione dove ogni parte trova senso solo in relazione al tutto.
Forse è tempo di smettere di cercare soluzioni semplici a esistenze complesse e iniziare ad abbracciare la bellezza della nostra intrinseca molteplicità.
Ma siamo davvero pronti ad accettare che conoscere noi stessi significhi accogliere anche ciò che preferiremmo ignorare?

Ada Negri

di Giorgio Stella

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Siederanno a tavola

(Mimmo Paladino: Porta di Lampedusa)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». [Lc 13, 22-30] Continua a leggere→

10

Raffaele Santoro (+23 agosto 2025)

Ballata

se adesso che sono morto
vedrete nella strada
una ragazza vestita di rosa
come certi bambini.

se distogliendo gli occhi
lei vi chiede di me
chiamatela confidenzialmente Linetta
ditele “purtroppo
quel tuo ragazzo bruno
già da due giorni è trapassato”.

poi prima di contare dieci
delle sue lacrime
mostratele
la mia vecchia strada
la casa della chiromante
il palazzetto giallo del marchese
che ha due quadri di Filippo Lippi
e un Cosmè Tura
ditele della storia
che ci vennero i Turchi.

invitatela a un ballo di commiato
e qualcuno senza parere
le dica che i suoi occhi sono verdi
e dolci.

così non avrò altro peso sul cuore
che la pietra e le date.

Mar ’56