Archivi autore: fabrizio centofanti

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IN UN FRATTEMPO di Marco Rovelli

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 (Salgareda, Treviso, Veneto)

Il presidente del consiglio Romano Prodi ha detto, il 12 aprile 2007, che i morto sul lavoro sono “martiri”. Questa definizione ricorre di continuo, in bocca a politici e giornalisti. Ma a un uomo lucido tocca di pensare fino in fondo le proprie parole. Come è ben noto, la parola “martire” significa “testimone”. Martire, allora, è colui che offre la propria vita per testimoniare qualcosa. Questo qualcosa è Dio, nel caso dei cristiani che venivano gettati nelle arene, o la Libertà, nel caso dei partigiani uccisi come “banditi”. In entrambi i casi c’era una assoluta consapevolezza di andare alla morte, in nome di una Causa superiore, nei confronti della quale la propria vita individuale passava in secondo piano. Un martire mette sempre in conto la propria morte. Ma per Jasmine Marchese – ventun anni, che lavorava come interinale di notte, producendo ante di legno per mobili che finiscono all’Ikea, per pagarsi le rate della macchina, arrivare a metter su casa, essere indipendente – non c’era alcuna Causa al servizio della quale offrire la propria vita. O se ci fosse stata, non era certo quella. Jasmine era forse disposta a morire affinché noi tutti possiamo godere dei mobili dell’Ikea? Continua a leggere→

Da Le finestre Verdi

di Fabrizio Falconi

Mare verticale

Incanta l’onda, irretisce
gli sguardi prima che il sole
declini
a Occidente, rosso come sipario:
mare
mosso e mai stanco
mare madre e mare vulcano
mano di Dio, e Dio nella mano.

 

Lontananze, madre,
ne ho attraversate,
e teneri addii, pallidi
arrivederci,
mesti ritorni,
perdite, mancanze,
ironiche attese
sparsi giorni tinti di ricordi,
mancavano i tuoi,
mancano anche oggi
quel che eri, quel che sei
il nastro di organza,
il ditale, la spilla. Continua a leggere→

Botta e risposta: Enzo Bianchi – Vito Mancuso

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Com’è difficile dialogare

di Enzo Bianchi

Da anni vado ripetendo che con la fine della cristianità e lo sviluppo di una società civile sempre più consapevole della propria laicità e della molteplicità di culture e religioni che si incontrano e intrecciano nel quotidiano, la capacità di dialogo e di ascolto reciproco diventano condizioni indispensabili non solo per una crescita in umanità ma, in prospettiva, per la stessa sopravvivenza di una convivenza civile degna di tale nome. Ma accanto a questa convinzione se ne riafferma in me anche un’altra: nonostante i numerosi sforzi che da più parti si compiono in questo senso, restiamo ancora “all’età della pietra” per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell’assumere una autentica “deontologia del dialogo”. Continua a leggere→

Vada giù, vada giù

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da qui

Verrà un giorno in cui solo i belli avranno diritto di vivere.
Il mondo sarà una superficie levigata su cui più nulla farà attrito.
Supplicheremo di vedere un volto insignificante, un brutto muso, ma l’orizzonte sarà vuoto e muto, come una stanza di obitorio.
Solo allora sarà chiaro che la verità era nel rovescio delle cose; che attraverso le contraddizioni, le crisi, le ferite si entrava nella vita.
Ma sarà troppo tardi: la velina sculetterà un’ultima volta, poi tutto precipiterà nel nulla.

Tre domande a Peter Brook da «Teatri delle diversità».

di Matteo Gorla

Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Fragments da Samuel Beckett (il 10 dicembre 2007 a Milano), abbiamo avuto modo di porre a Peter Brook e agli attori del suo ultimo spettacolo alcuni dei tanti interrogativi possibili sul tema teatro e diversità. Ecco, nella trascrizione della traduzione simultanea di Ira Rubini, quanto ci hanno detto.

Domanda. La prima domanda è forse anche la più scontata: perché per lei è così importante avere attori internazionali di culture e lingue diverse, proventi da differenti esperienze e che le portino all’interno del suo teatro?

Risposta. Questa è una domanda che di solito mi fanno gli attori, aggiungendo “perché non io?”: per ogni scelta che fa il regista ci sono fra i 5mila e i 10mila attori che potrebbero essere scelti per quel ruolo. Nel corso degli anni a questa domanda ho dato due risposte. Una delle risposte è che il teatro è scorretto e quando sono costretto a dire che cosa cerco in un attore dico loro qualcosa in inglese che non è possibile tradurre: io cerco qualcuno che abbia cuore e arte [n.d.r. Peter Brook gioca con l’assonanza fra le due parole inglesi heart e art]. Ci sono attori con grande sentimento ma con poca capacità tecnica, essi sono quindi chiusi nell’eccesso di sentimento; altri invece sono così esperti e così virtuosi che, come accade anche per il virtuoso musicale, sono chiusi in un altro senso perché il cuore non appare. Continua a leggere→

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di Gabriele Cremonini

Anche se non c’era la banda, come promesso, per la ripicca di Ariodante Bugamelli, primo trombone e capo degli Atletici Musicanti, che per principio, occasione o no, non voleva suonare agratis, c’era gente sotto il palco con i lucciconi agli occhi, come la Suelen Suprani, parrucchiera specialista in colpi di sole, o la Deborah Costa, regina della piadina sfogliata. “Ma dobbiamo imparare la sua lingua?” aveva chiesto la Deborah all’amico e vicino di posto Kevin Pascoli. “Ma no, veh, io continuo a parlare così, anche perché m’han detto che le carte le fanno in due lingue: siam mica pochi, quelli rimasti. Poi, non senti, loro lì son bravi con le lingue, una settimana e zac, li senti strascinare con la parlata che è una bellezza, e diobono fan tutto come noi, son mica quei zucconi di tedeschi, te li ricordi?, che potevano anche venire dieci anni di seguito ma non gli entrava in testa di rotolare la tagliatella solo con la forchetta, nossignore, se non c’era il cucchiaio erano persi”. Continua a leggere→

“Dieci luoghi dell’anima”, da Taizè al Negev: intervista a Fabrizio Falconi

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di Eleonora Bianchini

“L’unica funzione della nostra coscienza è quella di creare finzioni, mentre la conoscenza è data dal cuore, dall’anima”. Fabrizio Falconi raccoglie l’eredità di Andrej Tarvovskij nel suo “Dieci luoghi dell’anima – dieci itinerari dieci storie“ (Cantagalli, pagg. 114, euro 13.90) per raccontare con l’armonia delle parole la manifestazione della spiritualità, passando dal Monastero del Monte delle Tentazioni di Jericho fino a Taizè. Abbiamo incontrato Fabrizio, oggi caposervizio vaticanista di Mediaset, per parlarne insieme.

Perchè hai deciso di scrivere questo libro? Continua a leggere→

Una vita in fuga

di Pasquale Giannino

Il paese era in festa. Come sempre, d’estate, le vie gremite di giovani con abiti alla moda. Gianni era un adolescente timido. Andava bene a scuola e prendeva lezioni di pianoforte.
Aveva concluso il primo anno di liceo scientifico con la media dell’otto. Non era riuscito a superare l’esame di ammissione al conservatorio, ma continuava a recarsi due volte la settimana dal maestro Iannuzzi. “Non devi scoraggiarti Gianni, capitò anche a Giuseppe Verdi!” “Maestro, io penso di non esserci portato.” “Studio, Gianni, applicazione! Sai cosa diceva il grande Rossini?” “Non ne ho idea.” “Solo il dieci per cento dell’arte è dovuta al talento. Il rimanente è studio!” Continua a leggere→

Appena sveglio, di Carmine Vitale

 

Appena sveglio

Sembra, che debba entrare a far parte anch’io
Della teoria del mazzo di carte
Una volta in acqua ho incontrato il lamento di una medusa
La terra trasuda pini e tombe insieme
Un cumulo di ossa che nemmeno gli dei hanno saputo collocare
Ci nascondiamo nella paura
È quel che ci riesce meglio
Il viaggio di Dante non è per niente finito
Era l’introduzione per presentare il mondo
Prima dell’avvento del sole dopo la fine dei ghiacci

Ho avuto in sorte foglie e roveti
Proprio come in questo caso, non volevo staccare queste parti
È stato un errore di digitazione
Una porta aperta per caso
Un puro fraintendimento Continua a leggere→

Musica, video, file: sul Web è incubo ingorgo

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Troppo traffico online. E l’allarme degli esperti scatena una polemica che divide il popolo della rete

di Vittorio Zambardino

Anche Internet “invecchia”? È vero che la rete potrebbe rimanere congestionata come la tangenziale alle otto di mattina, finendo col trattare i file di YouTube come automobili in coda, ingolfata dalle nostre abitudini che “mangiano banda passante”? Ci ritroveremo a rosicchiare le unghie mentre il sito non appare, sperando che qualcuno ci offra una corsia preferenziale? E sarà vero che la rete diventa di mese in mese sempre più vulnerabile agli attacchi dal “lato oscuro della forza “, spie e gangster virtuali, sempre all’opera per mettere in atto qualche truffa o lavorare per conto terzi nello spionaggio politico e industriale? Su questo c’è scontro tra scienziati e “allarmisti”. Continua a leggere→

Le regole del successo

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Ci sono libri classificati nella categoria del self-help, l’auto-aiuto. Stephen Covey, nel 1989, ne scrisse uno intitolato The 7 Habits of Highly Effective People (trad. it. Le sette regole per avere successo, Milano, FrancoAngeli 2003). Si indicavano due passaggi principali da compiere: dalla dipendenza all’indipendenza – corrispondente al successo privato – e dall’indipendenza all’interdipendenza – corrispondente al successo pubblico. Ognuno di questi passaggi implicava tre criteri d’azione: per passare dalla dipendenza all’indipendenza si suggeriva di:

1) essere proattivi, superare cioè l’atteggiamento di passività di fronte alla vita;

2) cominciare dalla fine, vedersi così come si vorrebbe essere al termine dell’ esistenza;

3) dare la precedenza alle priorità, non permettere al secondario di prendere il sopravvento sul primario.

Questa fase veniva sintetizzata nell’immagine dell’affilare la lama. Continua a leggere→

4 MAGGIO 1944 – IN MEMORIA

25aprile

Dall’album: Il seme e la speranza (2006) . The Gang

4 MAGGIO 1944 – IN MEMORIA

All’alba del 4 di Maggio
arrivarono le orde assassine
portavano croci uncinate
la feccia del terzo regime

Li guidavano i cani da guardia
la guardia dei repubblichini
in tanti più di duemila
duemila vili aguzzini
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E poi torna la primavera, di Gabriella Sica

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Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, Bergamo, Moretti e Vitali, 2009.

(E poi torna la primavera è la poesia conclusiva de Le lacrime delle cose.)

E poi torna la primavera

quell’aria cordiale che ci carezza
e bilancia la mancanza
ascolta l’usignolo che canta e ora cala nel nido
si svegliano i cuori gli uni verso gli altri freddi
nell’inverno più lungo e ulcerato
nei mesi ospedalieri
crollate le borse come piramidi di muschio
muti i merli
ci sarà la crescita di ogni cosa viva
si gonfieranno i gusci e le gemme
i rami irromperanno nel cielo
i bulbi cocciuti dei ciclamini esploderanno nei boschi.
Si potrà rimettere i piedi a terra
abitare il nostro luogo
fede è sostanza di cose sperate di cose reali e vere
non verseranno acqua come sangue le viti
per tempo potate e colme
non piangeranno le viti e il cielo ferito. Continua a leggere→