da qui
Archivi categoria: Poesia
La parola ai poeti. Fabia Ghenzovich


Quello che cerco nella vita non si discosta molto da ciò che cerco nella poesia, fuori da ogni estetismo formale o informale. Scrivere per rimettere in moto l’Io, questo è l’auspicio: una poesia quindi capace di essere testimonianza del presente, ma anche di trasformazione attraverso la parola poetica che nasce da un sorgente interiore, misteriosa quanto la vita stessa, che è continuo miracolo di morte e rinascita. La sfida è spostare o bucare il limite che richiede uno scavo nella profondità, scavo di una parola necessaria in un dato contesto, di una parola che nasca da tutto il nostro essere nel dentro e fuori di un’esperienza vissuta alla ricerca di spazi di ascolto condiviso. Spesso quando scrivo, conosco l’inizio ma non l’arrivo.
Continua a leggere
Ruven Latiàni-Corrado Fantoni, “Confessioni di Fanciulla-Ytalia. Pente-conta Pandemica per la celebrazione di una nuova dea”
a cura di Alberto Fraccacreta
AUTO-DEDICA DI FANCIULLA-YTALIA
io serena immagine di dolce Hesperya
chi fui? chi sono?
stanca anima facile
nostalgia orale ho nei vuoti sventrati
non una torre scorgo: ovunque
il tetro statale market-oscenario
vedo, stravedo: ora ho più di un occhio solo
lume esteso fanale per riconoscer la via
traccio le conquistate vie a ritroso
quando stranieri eravamo
sul finale collettivo del mio pianto antico Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Dino Campana. 6
Domenico Pelini legge Joseph Brodsky. 13
Giuliano Belloni, Illustrazioni di: Scescio, Omero detto l’Alighiero. Anteprima
a cura di Alberto Fraccacreta
2)
Mi chiedo
quanto pesa la farfalla sulla margherita
il moscerino sul gelsomino
l’ape sul fico?
Ogni fiore lo sa.
3)
Nel Parco Nazionale del Silenzio è compito
delle foglie avere idee
i semi prendono le decisioni
i rami sono le regole. Continua a leggere

di Giovanna
Menegùs
pubblicato
su “Avamposto.
Rivista di poesia”
È sempre stato il mio sogno
un tiglio al centro del giardino
alla sua ombra un tavolo
due poltroncine di vimini
una da un lato una dall’altro
per discorrere da me a me
una volta vecchio una volta giovane Continua a leggere
La parola ai poeti. Rosa Pierno
La poesia in prosa di Rosa Pierno
Gli antichi greci avevano due concetti di poesia, il primo era che la poesia fosse frutto dell’ispirazione divina, mentre il secondo definiva poetica solo quella forma che fosse scritta in versi. Tuttavia, che non fosse solo una questione di struttura metrica lo si evince constatando che se si fosse trattato esclusivamente di una scrittura in versi la si sarebbe potuta considerare equivalente alle arti (produzione di cose), il che, per loro, non era. Aristotele, infatti, specifica: “Il poeta è tale più in virtù del contenuto delle opere che della loro forma metrica”, giacché un trattato medico può essere scritto in versi, ma non diviene per questo poesia. In La metrica italiana, Beltrami scrive che la poesia non coincide con la scrittura in versi: «‘versificazione’ è infatti un concetto tecnico, che riguarda i tipi di discorso dotati di certe caratteristiche formali, mentre ‘poesia’ è un concetto estetico, sentito come diverso da quello di versificazione fin dalle più antiche teorie estetiche che hanno avuto importanza nella cultura occidentale». Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Beppe Fenoglio
Domenico Pelini legge Walt Whitman. 4
La parola ai poeti. Marco Furia


Dieci prose poetiche di Marco Furia
Chicchi d’integrale riso
Chicchi d’integrale riso essendo stati con generosità offerti, addomesticata tortora non tardò a posarsi su esterno davanzale.
Prepotente (grosso) piccione, in probabile arrivo, sarebbe stato validamente fronteggiato?
Giovane signora, assidua dispensatrice di granaglie, avrebbe rivolto contro aggressivo intruso più d’uno spruzzo d’acqua? Continua a leggere
La parola ai poeti. Marco Scalabrino
Della Sicilia, della poesia e un po’ di me
di Marco Scalabrino
Sti silenzi, sta virdura,
Sti muntagni, sti vallati,
L’à criatu la Natura
Pri li cori nnamurati.
Lu sussurru di li frunni,
Di lu ciumi lu lamentu,
L’aria, l’ecu chi rispunni,
Tuttu spira sentimentu.
Dda farfalla accussì vaga,
Lu muggitu di li tori,
L’innuccenza chi vi appaga,
Tutti pàrranu a lu cori.
Stu frischettu nsinuanti
Chiudi un gruppu di piaciri,
Accarizza l’alma amanti
E ci arrobba li suspiri. Continua a leggere
20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

La poesia di Silvia Rosa in questa sua ultima raccolta Tutta le terra che ci resta (Vydia Editore, 2022) mi ha condotto nel giorno dopo di una qualche catastrofe, personale o storica. Pioggia, colori grigi, superfici intangibili, questi elementi fissano un universo nel quale ti devi toccare per saperti vivo, ti devi nominare che riconoscerti ancora umano. Esploriamo un blade runner poetico inatteso e ammaliante. Anche il linguaggio sembra aver superato i limiti di ogni prosodia, i confini di un qualsiasi canone. Non siamo nella trans-avanguardia ma al punto zero della poesia. E la cosa mi piace molto. La parola poetica è uno strumento di conoscenza e un sistema di decifrazione della inaudita realtà che, ad un certo punto, ci siamo trovati a vivere. Credo, magari inconsciamente, questo è il senso della precisione terminologica e l’effettività semantica che ricolloca il linguaggio poetico tra le scienze ovvero (ri)scopre il senso poetico delle formule e dei sistemi scientifici. In un mondo senza qualità, finiamo per dipendere anche noi dal comportamento delle isoterme e delle isòtere. Come scrive Elio Grasso nella prefazione, questa poesia è “una sorta di resistenza dove l’io manca, ma non per difetto di figura e dialogo, ma perché se l’autrice strenuamente vuole opporsi all’involucro trasparente e impenetrabile, a tenuta stagna (Calasso) in cui siamo avvolti.”
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa 48
Domenico Pelini legge Walt Whitman. 3
Charles Bukowski, Notte imbecille

notte imbecille,
cavatappi come una nera chitarra,
la giornata stava vomitando l’inferno,
e tu ora vieni
scivolando giù dai tubi di scarico
svuotando la tua vescica
dappertutto,
e ho bevuto 9 bottiglie di birra
una pinta di vodka,
fumato 18 sigarette,
e tu sei ancora su di me,
tu fai sfilare i morti fuori sul balcone del mio cervello;
vedo sopracciglia strappate; labbra, pantofole;
il mio amore, in una vecchia vestaglia, impreca,
mi raggiunge;
l’Esercito Confederato corre; Hitler
fa una piroetta.. poi
i versi dei gatti in amore
mi salvano, mi risvegliano
… ancora un bicchiere,
ancora del fumo, e nel cassetto la foto di una giornata in spiaggia
nel 1955… mio dio, come ero giovane allora,
senz’altro più giovane;
e alla finestra, una o 2 luci, la città è morta
tranne che per ladri e uomini delle pulizie,
e anch’io sono quasi morto, così malandato,
e alzo la bottiglia nel centro della stanza
e tu sei dappertutto
nera notte imbecille,
sei sotto le mie unghie,
nelle orecchie e in bocca,
e qui ci reggiamo,
tu ed io, un gigante e un nanetto chiusi nel disordine, e quando il
primo sole viene giù a mostrare i ragni
al lavoro, bruchi che si arrampicano su sottilissimi fili,
tu mi lascerai andare,
ma ora tu strisci nella tomba della mia bottiglia,
mi strizzi l’occhio e ti metti in posa, la tappezzeria ha
rose sbiadite, i ragni sognano mosche piene d’oro, e io cammino di nuovo nella stanza, accendo un’altra sigaretta, e sento che dovrei
diventare matto, ma non so proprio
come.
Luigi Aliprandi, La sposa perfetta
a cura di Alberto Fraccacreta
Non guardo più gli annunci
tirati a lucido, arcigni nel gelo della sera. Da qui
(dal pensiero stesso) a una concreta
nonché provvidenziale soluzione ci corre,
niente a che vedere, si capisce
con gli insulsi affanni del mestiere
risate secche, riassunti di preghiere
ma un modo più basso, più leggero
quasi una tecnica della tenerezza
da pensarsi a sera o prima
del sonno, a uso e consumo
della tua bellezza. Continua a leggere
Guido Maria Gallerani, I popoli scomparsi
a cura di Alberto Fraccacreta
Questi popoli scomparsi si dispongono in un ordine più o meno cronologico. La loro storia ci è restituita talvolta inventata. Quando essi non anticipano il presente destino, sono almeno l’illustrazione di certi comportamenti che perdurano nella società occidentale, come un album archeologico, un repertorio incompleto d’umanità diverse, alla fine delle quali – benché si tratti di una fine sempre transitoria – arriva la nostra.
*
Nazca
Le linee di Nazca, geoglifi nel deserto peruviano, formano distribuite su 80 chilometri circa 800 disegni che raffigurano animali, grandi fino a 180 metri. Furono tracciate tra il IV e il V secolo d.C. Continua a leggere





