Archivi categoria: Poesia

Anita Piscazzi, L’erranza

di Giannino Piana

ANITA PISCAZZI, L’erranza, peQuod, Ancona 2023, pp. 65.

          Poesia e mistica hanno una radice comune.  Ad accomunarle è il modo di guardare la realtà circostante, e ogni evento umano in particolare, non con gli occhi superficiali di chi ragiona in termini utilitaristi e strumentali, ma con un atteggiamento improntato alla gratuità, scendendo in profondità dentro la realtà per coglierne il senso vero e rispettarne il mistero che l’avvolge. Lo sguardo interiore risale poi nella mistica – è questa la sua specificità – fino all’ultima sorgente, al Dio della rivelazione che si manifesta nello splendore della natura e nell’intimità dell’io – l’intimior intimo meo di Agostino di Ippona – anticipando il momento in cui – come ci ricorda Paolo di Tarso – “Egli sarà tutto in tutti”.    Continua a leggere→

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Daniele Ricci, Lezione di meraviglia

a cura di Alberto Fraccacreta

Il mare dorato
sotto la bianca luce del cielo.
Sono solo come sempre
nella cabina 12161.
Ascolto il fragore dell’acqua
tagliata dalla nave.
La coperta sul letto è rosso bruciato con sfumature chiare.
Da fuori entra un’aria calda e umida,
porta una fissità leggera
a questa mia inquietudine.
Qualcuno dovrà pur bussare alla porta,
ma prima sentirò i suoi passi
cammini invisibili tra questo divano
e il nulla.
Non il mare, non le parole
per recuperare nel silenzio una memoria,
solo l’indifferenza del mondo
e la nostalgia di un ritorno senza scampo.

Daniele Ricci, Lezione di meraviglia, peQuod 2022 Continua a leggere→

La parola ai poeti. Nader Ghazvinizadeh

È possibile che la poesia alimenti le mie manie. Procrastinare il presente, incorniciarlo,  passarci sopra un fissante. “Gobbo obbedire alla voce narrante”. La poesia è la lingua  perfetta per il filtro narrativo che applico ad ogni cosa che accade. È perfetta perché si assolve da sé, perché appartiene alla sfera della predestinazione infantile, incollando l’età  del mito a quella della prassi. Scrivere mi dà l’illusione che qualcosa si compia, nel  momento stesso in cui cadono le parole. Un compimento biografico, comunicativo. La  mia comunicazione è pura malafede. “Acqua di acquario, fuoco di posacenere”. Fatico a  capire le poesie degli altri. Fatico perché alle poesie altrui non applico la malafede.  Quando le capisco le capisco al volo, cioè mistifico, invento. Posso fare a meno della  poesia, come si fa sempre a meno delle cose importanti. I miei ultimi versi sono meno  avvenenti di quelli vecchi ed é normale che sia così. Il mio percorso si sta allontanando  dalla facilità, dalla gratuità, che per me sono già retoriche. Per retorica intendo la vita e la  poesia che si prendono l’una con l’altra alla lettera. Nei decenni sono tornato alla lettura  di Lavorare stanca. Le prime volte mi colpiva quella scrittura dimessa, ripetitiva. Quella  scrittura dava ai gesti ripetitivi una solennità che appartiene al mito. Erano gesti che  immaginavo senza parole. I gesti senza giorni, che perdono senso nel ripetersi,  acquisivano invece in Pavese un spessore da litosfera. Tutti i miei versi sono segnati  dall’impazienza. La stessa impazienza che mi porta a voler cristallizzare in un attimo una  poesia, la tiene anche sospesa per anni, come stesa al sole. Le poesie ancora da scrivere  abitano nella mia mente nello stesso luogo dove divago, dove faccio finta. Un giorno  cadono le parole una per una dalla mente, con una facilità elegante e al contempo  irritante e ricomincia a girare la ruota.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Loredana Semantica

L’invito a condividere la propria visione di poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente, significa compiere un processo inverso a quello poetico, esprimere il razionale e lucido rapporto con la poesia.

La poesia, forma artistica-letteraria, si serve dello “strumento” parola, ma spalanca connessioni insolite tra i gangli neuronali, travolgendo il senso ordinario dell’espressione verbale e rivelandone un altro sotterraneo, non immediatamente percepibile allo stesso scrittore nell’attimo ispiratore e nemmeno a molti dei lettori meno accorti.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Paolo Pistoletti

Tre poesie. E un pensiero sulla poesia del ritorno

Inizio con tre poesie dal mio recente libro Al di qua di noi (Arcipelago itaca, 2023). La prima e la terza,  qui di seguito, sono quelle che aprono e chiudono anche il libro. Lo aprono e lo chiudono sempre con lo stesso pronome: “Io” – sì, ma io chi?

Il vero tempo non passa.
Lo spazio è già tutto qui, è già tutto qui.
Quindi non spostarti, ma siedi
e impara.

Me lo ha detto una volta uno
che adesso è
ovunque.

DENTRO E FUORI LA CASA

[chi da per sempre
torna chi parte
sono]

Io che poi la strada
prende il mio posto.
Tu che poi io
via alberata
sostituisci me.
Che mi fui affidato
da nessuna pietà celeste.
Che chi ho qui ha di nuovo
male alle foglie, alle case
alle mura.
Che da fuori del temporale
ho già l’aria
di chi non c’è.
Dall’incessante giungo.
A lui ritorno.
Fine pena mai.
Si carica un altro mondo
da qualche altra parte
che non so. Così un altro io
che sarò stato
si sottrae dal mio nome.
Mi manchi all’appello mia dispersione
tra gli innumerevoli.
È l’ora
di non esserti più.

È l’ombra di andarsene.
Del mio tempo
verso dentro
una terra liquida
prima di nascere. Postumi dal cielo
amniotico
tra le acque rotte
mi ritrovo ogni volta
nato come dopo una sbronza
di dèi. Ancora un io vuoto
a perdere
un corpo
da ogni mio corpo come un estratto
da ognuno di me.
Mi succedo
dal mio sé.
Dal non ricordo oramai
di quante vite. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Lucia Triolo

 

 

La poesia non è affare per persone dabbene

La spinta all’esperienza poetica è, a mio avviso, frutto di un trauma, di una ferita. Parlo di trauma, di ferita, per indicare non tanto un evento doloroso quanto l’irruzione di “qualcosa di sorprendente” che sconvolge un ordine, un sistema di regole e certezze acquisite ed espone a una condizione di squilibrio e di precarietà. Un trauma fa avvertire il lato debole, rende sensibile ad esso; rende precari|. Ci si accosta alla poesia sempre feriti. Questo è, a mio avviso, il punto di partenza che essa offre. Così la poesia non può mai essere affare per persone dabbene. Rifugge ogni pensiero edulcorato dell’esistere sia intimo, personale che sociale e pubblico. Come un cavaliere medioevale, chi scrive va, lancia in resta, all’attacco ma nudo, senza corazza, facendosi scudo soltanto con la propria ferita. Ciò lo mette in una condizione scomoda. Non so se possa valere in generale, ma in campo poetico chi scrive non è depositario dell’identità del proprio “se”, né di una qualche verità  ultima che lo riguardi. La poesia non cammina su tacchi a spillo o dentro morbidi stivali. Perché è essa stessa, a sua volta, un evento che capovolge, mettendo chi la pratica a testa sotto e a piedi in aria. Continua a leggere→

Augusto Pivanti, Eunoè

Prefazione di Elisabetta Longari

Come acqua che (tra)scorre
Così titola il progetto fotografico di Laura Daddabbo, che accompagna le parole dell’autore di Eunoè: acqua che scorre e trascorre, nel generarsi infinito degli ordini e delle maree.
“Basta il suono di un rubinetto a suggerire le cascate del Niagara”: da questa immagine partivo per concepire un testo in occasione della mostra “H3O” all’Acquario Civico di Milano, nel 2011; testo che qui riprendo.
Non v’è elemento che risuoni in noi più profondamente dell’acqua. Lo rivela – con straordinaria ricchezza di esempi – Gaston Bachelard nel suo studio sulla rêverie, e lo racconta particolarmente bene Claudio Magris in Danubio. Continua a leggere→

La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Clara Janès

di Annelisa Addolorato

Questo post di luglio è nuovamente dedicato alla scrittrice Clara Janés, che ringrazio e che ha ispirato la mia ricerca poetica, in parte a partire da quella accademica: come già menzionato nel posto di aprile di LA SPAGNA IN LETTERE, nei miei libri in spagnolo Viaje entre palabras (Amargor, Madrid 2009) e Hacia el enigma (Printservice, Pavia 2008) si trova parte del mio lavoro sulla sua scrittura. 

Poetessa, romanziera, traduttrice, studiosa, viaggiatrice, saggista e conferenziera internazionale (nata a Barcellona nel 1940). Instancabile e grande, in tutti i casi e in tutte queste vesti e declinazioni, e di cui mi piace qui ricordare alcune delle tantissime opere, ricordando che ha scritto e scrive opere di ogni genere letterario, dalla poesia al romanzo (tra cui Los caballos del sueño), dal taccuino di viaggio (come Sendas de Rumania), alla raccolta di racconti brevi, alla pièce teatrale (come Voz de oscura llama, su Juan de la Cruz – S. Giovanni della Croce), e anche libri e spartiti musicali e libri poetici cantati, da lei stessa (tra tutti ricordo Kampa), e anche saggi (tra cui, dedicato al poeta catalano avanguardista Cirlot, e no mundo y la poesía imaginal) e curatele (come per esempio Las primeras poetisas en lengua castellana, cosposa antologia delle prime poetesse in lingua castigliana) e traduzioni poetiche e letterarie. Ecco altri suoi titoli tra le sue numerosissime sillogi poetiche, molte corredate anche da collage e poesie visuali, di cui ha realizzato anche varie mostre, anche in Italia, oltre che in altri paesi: Creciente fértil, Lapidario, Rosas de fuego, Peregrinaje, Los secretos del bosque, Diván del ópalo de fuego, Fractales, Paralajes, La voz de Ofelia, Poesis perennis e cito anche una delle tantissime traduzioni delle sue opere (in moltissime lingue del mondo), in questo caso poetiche, e a cui tengo molto, essendone anche stata cotraduttrice (con Cesare Greppi), cioè il libro curato dalla professoressa emerita e studiosa Mariarosa Scaramuzza Vidoni (Milano 2000, CUEM) In un punto di quiete (Fractales), che scrive dell’opera di Clara Janés, tra l’altro, nella sua bella introduzione: Continua a leggere→

La parola ai poeti. Riccardo Martelli


L’evento spirituale (vibrazione), indefinibile e tuttavia determinato, è il fine dei singoli mezzi artistici. Un determinato complesso di vibrazioni è il fine di un’opera. L’affinamento dell’anima attraverso il sommarsi di determinati complessi di vibrazioni è il fine dell’arte.” (W. Kandinsky).

*

quelle erano effusioni confuse tra le rocce di un asteroide

quando guardo scivolare parole e gesti nella paraculaggine che ci innerva

sovente uso dei cazzeggi psichedelici per allontanare il tempo

mentre in auto formalizzo sulle cose del mondo

*

lacerti architetture sincronie: faccio compostaggio

fin qui ho usato un mix di saggismo e incompiutezza

dieci minuti fa ti ho sollevato e ti sei aggrappato

alla mia giacca con forza inumana ora in strada penso

a certe spezie e al deodorante per auto da acquistare e pure

che ogni donna rimanda allo splendore della bimba che fu

 

*

NOTA   BIO-BIBLIOGRAFICA

 

RICCARDO   MARTELLI

 

Via SARAGOZZA 139/3
40135  BOLOGNA

Cell.  3396526227

 

Ha pubblicato la raccolta di poesie  “Calamite Arimaniche e il Senso Tattico” , Campanotto Editore, 2001, prefazione di Alberto Bertoni.  

Ha pubblicato la raccolta di poesie “Oro Lustrale”, Cierre Grafica, 2009, postfazione di Gio Ferri.

Nel web è presente nei siti: «blanc de ta nuque»(golfedombre.blogspot.it/2014/06/riccardo-martelli.html); «la dimora del tempo sospeso»; “www.anterem.it/autori_del_premio_lorenzo_MONTANO”, “poesiaultracontemporanea”.

E’ presente come autore nelle antologie: “Poeti ad alta voce“, Giraldi Editore, 2005;  “Terzo Censimento della Poesia a Bologna”, Giraldi Editore, 2006; “In forma di scritture”, Edizioni Riccardi, 2012; “Pasti caldi giù all’ospizio”,  Transeuropa edizioni, 2023.

 

20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Ne le Viandanze (Raffaelli Editore, 2022) Raffale Niro dichiara la propria pluralità. Viaggiando ho compreso/ che non sono il mio paese,/ ma sono il mio popolo.// Io del mio Popolo/ sono il poema umano. Questa collocazione mi ha fatto pensare a Fernando Pessoa che si identifica in una sola moltitudine. Potremmo dire che il Popolo di Niro è il suo eteronomo. Solo che la scelta di Pessoa è disperatamente individuale. Quella del nostro poeta è collettiva. La pluralità non è frantumazione esistenziale, ma conduzione ad unità dentro il consorzio umano. Il richiamo al Popolo è, devo dirlo, una scelta pericolosa, che sfida la retorica del Novecento, e per questo coraggiosa. Attenzione, però, questo popolo è senza paese, ma non è affatto spaesato. Disloca la patria dentro la coscienza individuale che, pertanto, è chiamata alla responsabilità. Io non sono un luogo abitato./ (…) Mi resta il sibilo del vento nella testa/ che confondo con la melodia/ del quel che vorrei esser:// la patria di me stessa. Ciascuno di noi è la patria di sé stesso. La patria della nostra umanità.

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Le Reliquie di Gorret, le Cose di Borges e l’abuso di letteratura

di Augusto Pivanti

Daniele Gorret, Reliquie, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023

L’itinerario immaginifico di Daniele Gorret – dalle Campagne e acque del suo esordio, nel 1984, fino alle odierne Reliquie – si snoda in un paesaggio rarefatto eppure denso di richiami e figure; un paesaggio nel quale – indifferentemente si tratti di poesia, di prosa o di mediazione omoritmica – il lettore viene indotto a interrogarsi su un senso laico di “(tempo)eterno” e di “(spazio)infinito”. 

Emergono evidenti – in Gorret – i risultati di un (peraltro dichiarato) “abuso di letteratura”, condizione che porta ad un parallelismo stringente con la testimonianza di Jorge Luis Borges (le vaghe ore, la memoria impura, il lungo abuso di letteratura e al termine la misteriosa morte). Continua a leggere→

“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio

“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio (Marco Saya Edizioni)

Prefazione di Vittorino Curci

Le opere d’arte sono cose. Anche le poesie. La poesia in quanto cosa oppone resistenza alla lettura che consuma senso e emozioni, come capita coi gialli o i romanzi più accessibili, dice il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han. Sono certo che con questo libro di Rita Pacilio il lettore potrà fare esperienza di una lettura che non consuma senso e emozioni ma, come sempre accade con la buona poesia, li moltiplica.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Raffaela Fazio

Non mi interessa la poesia. Non mi interessano i poeti. 

Mi interessa chi riesce a rendere il mondo più ospitale, più umano, proprio quando il tessuto connettivo si indurisce o si opacizza o minaccia di spezzarsi. Mi interessa chi è capace di risvegliare la realtà celata dentro la realtà, solleticando all’interno di ogni cosa quella voce composita che, mai accondiscendente, somiglia sia a una scossa, sia a una promessa. E lo fa non creando ponti verso l’invisibile, ma scardinando ciò che ha davanti, aprendolo, facilitando l’irruzione di ciò che è esperibile diversamente, più intensamente, lasciando spazio allo stupore. Mi interessa chi permette di continuo un cambiamento di prospettiva, senza rinunciare alla ricerca di un orientamento, come messa a fuoco dell’essenziale, non come camicia di forza, nella consapevolezza che il senso già dato non cessa di darsi, così come il tempo, pur dispiegandosi, è ricapitolato dentro ogni singolo istante, e il pulsare di un’intera vita è fedele alla sua più piccola parte. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Leopoldo Attolico

A distanza di tanti anni mi sento di ascrivere una grossa “responsabilità”alla Vispa Teresa. Prima di scriverla, la Poesia per me è iniziata con lei. Vettore l’ottantenne zia paterna, fan di Palazzeschi, che trovando in me il terreno adatto, mi somministrò massicce dosi di Vispa Teresa per giorni e giorni, alternandola ai versi di Aldo. A sei anni i suoi passaggi più “impegnativi”erano musica filtrata dalla sensibilità linguistica della zia rapportata alla mia età. Credo si sia trattata di una vera e propria infatuazione giovanile, un “trauma” decisivo in quel momento della mia vita. Ero poi io a chiedere novità, e fu il turno di Cecco Angiolieri, Guido Gozzano, Angiolo Silvio Novaro. Era la zia a chiedermi “pensierini” scritti nell’anno successivo a queste prime conoscenze che erano ormai diventate lettura quotidiana. Sotto la sua guida appassionata sapevo scrivere quasi perfettamente, e il mio spontaneismo creativo, alimentato dalla lettura diretta, andava alla grande. Se penso alle poesiole scritte alle medie devo notare la precisa matrice di un ego ( cosa normale data l’età ) non in grado di farsi storia di tutti, “vulnus” che non sfuggì alla solerzia della cara zia : “Non scrivere soltanto di te e della tua vita; scrivi pensando anche alla vita degli altri , ai sentimenti dei loro cuori “. Continua a leggere→