Archivi categoria: Poesia

Allen Ginsberg

a cura di Giorgio Stella

Flash back

In macchina fumo Grigio sopra Elmira
La grande fabbrica di mattoni riformatorio maschile
Nella valle sotto colline nebbiose 25 anni fa
Stavo in visita con Joe Army e mormoravo Erba verde.
Jack non è più qui, ceneri di Neal
La solitudine fa gemere i vecchi, solitudine di Dio,
O donne tacete, urlanti per altra carne di bimbo.

10 Novembre 1969

Andrea Inglese

Il bello

Se per caso, in questo
catrame, a naso fiutando
in questa pece calda
che appiccica e non coagula
raso tra i piedi un topazio,
come dire: il bello che spunta
imprevisto, il bello antico
eterno che fa capolino:
una frase solida, lustra
di razionalista seicentesco
o il pugnale col manico d’osso
cesellato dove i cani
divorano il cinghiale
o i festoni anomali, l’intreccio
di fronde, conchiglie, satiri
di qualche grottesca di palazzo

se dunque salta fuori
ancora come nuovo il bello
aperto da ambo i lati
disteso di fronte
in misurata simmetria
non lesinare martello
tacco, nocche, cranio,
saliva. Schiaccia
il bubbone, pesta
rintuzza a fondo
nel fondo la magra
chimera, il placebo.

(da Prove d’inconsistenza)

Giorgio Stella. Una poesia

Trittico nel putto di misericordia – avevi detto che il nulla è di nessun niente & lo avevi giurato nel picco della ceramica nella betoniera – nel museo delle cere – ora il diritto di quella fiamma non ha nucleo flessione rivoluzione! Quanti erano? Vallanzasca Licio Gelli Renato Curcio… Il carbonaro di de Andrè Fabrizio! Ogni rosa ha una mediocre spina come a Natale la rotonda sul mare. Ma dilla tutta? La spina dell’Eden i frutti maturi di cocco, la ragione nel torto l’ortica di Pasqua ti basta!?. ———————

Giorgio Stella. Una poesia

DOVIZIA – 1 – nell’ anno della scure la gavetta pianse la cima in vetta, in vetta sua – nessuna trincea è una buca. – 2 – nel museo delle cere le betoniere di ceramica sono offerte ai cicli dei tempi civili – dal porto il faro è mosso… Quale luce? Nessuna Signore, troppo buio brucia il tronco della conchiglia. – 3 – il lago di Pan ad est del fiore del mare, vanta una reciproca rosa di porpora rossa come una aragosta sullo scoglio della forma – le cere del museo hanno una betoniera di ceramica e un faro acceso quando è spento il pieno nudo… Perche si avvicina la tempesta? La sabbia è del mulino a vento con la taglia nel petto. – 4 – ti sei mai domandato perché tutti ti hanno abbandonato? La betoniera la ceramica il museo delle cere la conchiglia gravida di faro ecc…. No, sinceramente mi trovavo alla fiera delle ombre in festa. (Una pausa) # – 5 – leggo sulla mia lapide il nome cosacco del crisantemo rotto dalle doppie spade del lordo col netto e mi accorgo che la morte è di ceramica l’anima di betoniera e lo spirito un faro in un bordello dove non pago! Gli amministratori lo sanno? Cosa? Così. (Una pausa) # – 6 – il sasso della conchiglia è una bilancia di frodo all’io che non sono – eppure il Duca del cavallo era nobile di schermo nell’armatura dura di calco. A tutto tondo nessuna gondola spacca il cristallo dove è nato lo specchio nel parto di vetro! Ti vedo preoccupato…. No Signore, la Madonna è il mio amore del cuore non ha bisogno del sangue, Lei Te sei. – 7 – la matrioska è un uovo di Pasqua senza uomo Continua a leggere

Poesia e mistica, di Massimiliano Bardotti

Ho carezzato stamattina un ciuffo d’erba
bianco di brina.
Mi è stato grato, credo, per quel poco di calore.

Forse è questo ciò che possiamo fare.

Bernardo De Angelis

 

Aver cura della più piccola, minuscola creatura, averne cura col cuore pieno d’amore, di grazia. Avvertire un desiderio irriducibile, irrinunciabile, di amare la manifestazione della bellezza, in tutte le sue forme. Amare, perché non c’è altro da fare.

Mi accorgo in maniera sempre più evidente che ci sfuggono dei piccoli segreti della vita, che potrebbero ribaltare il nostro stare al mondo, il mondo stesso. Ignoriamo completamente il potere di una parola buona, il potere di un piccolo gesto di gentilezza, della tenerezza, il potere di uno sguardo di compassione verso chi lo sguardo non riceve mai, di nessuno, se non lo sguardo insozzante del disprezzo, o della paura. Continua a leggere

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Poesia dell’incontro in Alessandro Fo

di Alida Airaghi

Come si fa a non voler bene ad Alessandro Fo, poeta che concepisce la poesia come “bene”?
Nato e Legnano nel 1955, figlio dell’impresario Fulvio Fo (fratello del premio Nobel Dario), ha respirato cultura dalla nascita, e ha prodotto cultura per tutta la sua esistenza: come insigne latinista – docente all’Università di Siena e innovativo traduttore dell’Eneide di recente riproposta nei Millenni einaudiani, di Rutilio Namaziano, Catullo, Apuleio –, come critico letterario e autore di versi, pubblicati prevalentemente nella collana bianca di Einaudi. Continua a leggere

Oscar Wilde

a cura di Giorgio Stella

Giorno di Pasqua

Sotto la cupola squillarono le trombe d’argento,
La folla cadde in ginocchio con timore:
Portato a spalla da uomini sul trono
Come un idolo vidi il signore sacro a Roma.

Sacerdote e sovrano, portava il manto di porpora
Sulla veste più bianca della spuma, e tre corone
D’oro alte sul capo. Nello splendore di luce
Passò poi scomparendo il papa.

In silenzio il mio cuore percorse lunghi anni,
Giunse a colui che vagò solo lungo il mare
Cercando invano dove riposare:

Le volpi hanno tane ed ogni uccello il nido.
Io, io soltanto devo vagare scalzo
E bere vino salato di lacrime”.

Su “Ossa e cielo” di Marina Massenz

Il dolore come architettura della risalita
di Giuseppe Di Liddo

Vi sono libri che non si leggono: si attraversano. Ossa e cielo (puntoacapo Editrice 2021) di Marina Massenz appartiene a questa specie rara, perché non offre al lettore una sequenza di testi, ma una vera e propria morfologia dell’esperienza umana, in cui il corpo diventa archivio, frontiera e strumento di conoscenza. Continua a leggere

Attilio Bertolucci

 

a cura di Giorgio Stella

Natale Fine Principio Epifania.
L’inverno rovinante, fangoso,
si mischierà con una nuova primavera
fredda, bagnata e sporca: marzo
è un mese di vecchi e di bambini
che se ne vanno, i loro occhi deboli,
i loro deboli cuori non possono reggere
alle lune stregate dell’estate
prossima, che macchierà di fiori azzurri
e rosa gli avvallamenti, i grembi
di una tiepida semenza nuziale.

Giorgio Stella. Una poesia

Gelside – passammo intorno al cane l’osso di balocco come un candelabro senza labbro – l’unica pausa che non era tale un picco nel becco di piccione gravido di Marco Aurelio – la strada era comune alla bomboniera/coccarda, coccarda nella betoniera – perché avanzi chi sei? (Paura) – paura di che? Dice che verrà di notte, che viene da solo. —————————————

Angelo Tonelli

a cura di Giorgio Stella

Non c’è dio
che possa seguirli nelle tane
di carta in cui si annidano, né angelo
che accarezzi i loro spiriti da sempre troppo avvinti al favore di potenti
e meno potenti, comunque troppo poco oltre di sé, i mansueti
che giocano mansuetudini opportune e non intendono
il loro stesso cuore, la potenza
vera della poesia, della parola.
Io vi lascio
o poeti troppo umani, se poeti
siete, e non piuttosto
scriventi. Volo oltre
l’era che muore, tra gli angeli e gli umani
dentro e fuori lucenti

I Contorni

di Giorgio Stella

I Contorni – i contorni del la casa Maestra dovrebbero avere tutti gli spazi della medesima specchiaia – un unico alla civiltà che ci resta coma realtà eletta, eletta bene – la povertà/poesia in qualche maniera può essere amministrata da sé medesima! Il faro nel neon ne è la prospettiva retroattiva – giorni di fiore come la vittima della betoniera nella boa di ceramica nel museo delle cere, delle cere accese – chi ti dice questo? Quello che domani non è mai perso tra la clessidra e il pendolo dell’orologio emigrato per mancanza di ore a ventaglio di coccarda che nuda non ha valore. —————————

Un poeta legge un poeta

di Renato Pennisi

La poesia è lo specchio del suo tempo. Ogni epoca infatti vi riflette la propria immagine, le proprie tensioni, il continuo mutare di idee, mode, paure. Il prodigio della poesia, e di tutte le arti, sta nel trattenere ogni frazione di questo continuo divenire e nel contempo di rappresentare un percorso in perenne e dinamica trasformazione. Da un libro di poesia riassuntivo e obliquo come Una gioiosa fatica (1964-2022) di Angelo Gaccione, pubblicato da La scuola di Pitagora nella bella collana Fendinebbia diretta da Giuseppe Langella, inevitabilmente emergono le tematiche costanti che hanno segnato la nostra vita negli ultimi decenni, l’insofferenza per le storture sociali, il turbamento dei versi giovanili davanti alla violenza di quegli anni, le idealità appannate per l’offuscarsi dei valori dell’Occidente, il declino delle libertà aggredite dalla tossicità della indifferenza: «E tu coglievi dentro alle tue mani / copiose tracce di dolore / che non lasciavano segni nel deserto del cuore». E ancora «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza / può fugare i nostri dubbi».
La poesia di Angelo Gaccione è attraversata da nervature profetiche e oracolari, scossa dalla inaccettabilità della arroganza dei potenti, e animata da un pacifismo civile e indomabile, in un serrato rimbalzo con la propria storia personale e la propria formazione, i viaggi, gli incontri, gli oggetti che ci attorniano e che marcano lo spazio «nel labirinto del mio disordine».
E poi, e forse soprattutto, Milano «Mia città mio cuore», anche lei mutevole e chiaroscurale, dove vivono gli amici, i cui angoli, Porta Romana, Piazza Fontana, Via Besana, sono nominati affettuosamente. La poesia di Gaccione così procede, con un dire discorsivo e descrittivo, con passo lieve, con un nitore francescano, a manifestarci che c’è una dimensione pura e chiara aldilà delle brutture e delle sconcezze che ci riserva ogni tempo. C’è sempre un’attenzione per gli ultimi, gli emarginati, i migranti, spesso additati con disprezzo. In uno dei testi più arroventati e corrosivi del libro si legge «avete fin troppo buon cuore / a dire che si tratti di “cattivo odore” […] Che fortuna Signori / è proprio una fortuna / che ci sia gente come voi… / È proprio una fortuna».
Immaginiamo Angelo Gaccione in compagnia dei propri libri, compagni nel viaggio terreno: «Un ripiano a caso: / – troverò tra essi degli amici – / nessun libro mi fu ostile / – neppure il più banale – / diedero conforto e pianto / a giorni lieti e amari». Accostiamo la poesia di Gaccione, affabulante, riflessiva, alla nettezza dei versi di Caproni e alla intelligenza empatica di Magrelli, a rammentarci che ogni tempo trova il proprio cantore, ogni immagine, come si accennava in apertura, il proprio specchio.

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica. 1964 -2022
La Scuola di Pitagora 2025
Pagg. 160 € 16

Giorgio Stella. Una poesia

Rosa di ieri

Un giorno resusciterò
nelle macerie della
mia storia
I drappi bianchi
sulle vesti nere
ancora rassoderanno
i canti avanti alla
rosa di ieri –
– Fieri i rossi nei
neri, petali morti –
– In bilico sul fianco
della roccia
la torcia elettrica
mimerà l’ombra
nel vuoto della tomba.
Petali rossi, rosa di
ieri,
le tue membra velate
la finestra per sbaglio
staccata dal volo della cosa.
Icaro e Dedalo,
stemma di bello stile,
nel campo di
concime sparso
non ha confine.

(A mia madre in attesa
della polvere
di clessidra…
)