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STORIA CONTEMPORANEA n.56: Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, “Louis-Ferdinand Céline gatto randagio”

Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, Louis-Ferdinand Céline gatto randagio, Milano, Mursia, 2009

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di Giuseppe Panella*

Le biografie del dottor Destouches-Céline sono di solito, et pour cause, molto voluminose (ne fa fede la vita in tre grossi volumi pubblicata dalla casa editrice Mercure de France con il semplice titolo di Céline e redatta da François Gibault, l’avvocato ammiratore dello scrittore francese che l’ha raccontata dettagliatamente). D’altronde, sull’autore del Voyage au bout de la nuit c’è ancora, sempre, comunque, molto da dire. La sua vita e la sua opera sono temi sterminati e difficili da riassumere.

Non è facile provarsi, allora, a sintetizzare un libro colossale come questo di Marina Alberghini. Forte delle sue millecentocinquantacinque pagine, esso non percorre soltanto la vita complessa e ricchissima di avvenimenti anche spettacolari di Louis-Ferdinand Destouches meglio noto con lo pseudonimo di Céline (dal nome della sua amatissima nonna paterna) ma ricapitola le vicende storiche di un mondo, quello che segue alla fine della Belle Époque europea per attraversare sanguinosamente le due grandi guerre mondiali del secolo e una parte dell’affannoso dopoguerra che seguirà sotto il segno della Cold War variamente combattuta tra gli Stati Uniti d’America e l’URSS allora comunista.

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Attraverso la tela. Marco Bellini

di Nadia Agustoni

Leggendo la poesia di Marco Bellini si ha l’impressione che l’impegno che richiede seguirne il dettato sia dovuto ad un “cadere” verticale, un cedere alla profondità della parola. Questa breve raccolta Attraverso la tela Edizioni La Vita Felice 2010, con prefazione di Gabriella Fantato e postfazione di Piero Marelli, si apre con un intenso poemetto “…Della linea” in cui si riflette un dire che partendo dalle cose sembra ricordarci con Hofmannsthal che la profondità è nascosta proprio alla superficie. “Credevo di non poterla accettare/ quella linea tesa, annodata all’orizzonte/ e allora ho chiesto di uscire dal tempo/ […] per avere tutte le età […]”, e non inganni quell’uscire dal tempo perché Marco Bellini non ha tentazioni di fuga dalla storia e dall’epoca, ma piuttosto risponde a un andare oltre, tanto più nei momenti legati al quotidiano e a quella linea tesa iniziale, che se segna un confine, restituisce anche una misura. Continua a leggere

Il Mangagnifico e il Magister

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Lietta Manganelli
Album fotografico di Giorgio Manganelli. Racconto biografico di Lietta Manganelli
a cura di Ermanno Cavazzoni
Macerata, Quodlibet, 2010, con 109 ill. b/n e col., pp. 104, € 14,00

Giorgio Manganelli
I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi
a cura e con una postfazione di Lietta Manganelli
Torino, Aragno, 2010, pp. 86, € 12,00



Nel ventennale della morte di Giorgio Manganelli (Milano, 15 novembre 1922-Roma, 28 maggio 1990) la figlia Lietta, che da anni si occupa con grande passione e diligenza dell’opera paterna (a lei si devono, tra l’altro, le lettere famigliari edite da Aragno nel 2008 sotto il titolo di Circolazione a più cuori), dà fuori, rispettivamente come autrice e curatrice, due contributi preziosi, se non esattamente essenziali, alla conoscenza dell’outsider tra i più estrosi e seducenti del secondo Novecento, il cui forte debito formale verso il Gran Lombardo — tale da procurargli l’ingiusta nomea di principe degli epigoni gaddiani — non vale a scalfirne minimamente la portata. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.52: Il respiro della poesia. James Cascaito, “Respite”

Il respiro della poesia. James Cascaito, Respite, trad. it., cura e un’ Introduzione (Pensiero poetico e pensiero d’amore. Un Canzoniere moderno) di Giuliana Lucchini, Roma, Lucchini Editore, 2009

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di Giuseppe Panella*

With usura line grows thick, scriveva Ezra Pound nel LXV dei suoi Cantos ed è questa thickness che emerge dal dettato lirico di questo sorprendente poeta italo-americano di Pittsburgh, presto trasmigrato a New York e poi vissuto a lungo a Roma, nella Suburra – come lui stesso scrive in una sua poesia finale. Il suo stile è discreto e raffinatamente pulito, mai enfatico, mai melodrammaticamente inteso a suscitare consensi comuni o a scandalizzare l’eventuale lettore troppo borghese. Sottovoce, con un forte senso dell’understatement, si direbbe, ma senza rinunciare a pensieri intuizioni sentimenti passioni forti. Scrive Giuliana Lucchini nella sua densa Introduzione:

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“Non è un paese per vecchie” di Loredana Lipperini

Recensione lunga per un libro che non esito a definire importante. Primo per il tema che affronta. Secondo per le idee che veicola. C’è poi un terzo punto che lo proietta direttamente oltre la categoria dell’importante in quella del gran bel libro, ed è il modo in cui è scritto e concepito, estremamente moderno e vigoroso. Ma andiamo con ordine.

I. Il libro parla della condizione degli anziani e in particolare di quella delle donne anziane – le vecchie – senza eufemismi o vezzeggiativi: sono le vecchie del titolo, escluse tra gli esclusi in una realtà sociale crudele. Perché se è vero che si comincia a essere vecchi quando la società non riconosce più la tua esistenza come persona, è altrettanto vero che per l’uomo ultracinquantenne ci sono ancora molte chance di successo e visibilità, di riconoscimento di vita, più che per la donna della stessa età. Continua a leggere

Alberto Casiraghy. Gli occhi non sanno tacere. Aforismi per vivere meglio.

di Nadia Agustoni

Alberto Casiraghy con i suoi aforismi, raccolti nel suo ultimo libro Gli occhi non sanno tacere. Aforismi per vivere meglio Interlinea 2010, sembra voglia instillarci un dubbio su come viviamo. Nella prefazione Sebastiano Vassalli scrive di questi detti: “ Non appartengono al genere sapienziale, non aspirano a insegnarci niente, o quasi niente, e non hanno nemmeno lo scopo di corrodere, con la satira, i luoghi comuni annidati nel nostro cervello e nelle nostre abitudini. Sono aforismi esplorativi: ragionamenti che si protendono nella realtà in cui viviamo come le antenne delle chiocciole, e che ci aiutano a vedere in quella realtà qualche significato nascosto.” (1) Dissento solo sul “significato nascosto”, perché nella bellezza di questi piccoli aforismi c’è tutta la profondità di cose che ci appartengono e non sono nascoste, ma piuttosto le rimuoviamo per comodità. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.13: Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, “Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo, Palermo, Sellerio, 2010


So benissimo che non bisognerebbe mai scriverlo e al massimo si potrebbe dirlo parlandone agli amici in privato. Il rischio è che Marcel Proust se la prenda e che si rischi un paragone improvvido con il suo avversato bersaglio polemico d’un tempo, Charles Augustin de Sainte-Beuve (al quale l’estensore di queste note assomiglia pure), la cui modalità di funzionamento critico basata sulla conoscenza personale degli autori recensiti e analizzati viene stigmatizzata in un celebre testo (postumo). Per farla breve, anch’io ho conosciuto Francesco M. Cataluccio (la M. centrale è d’obbligo per non confonderlo con suo padre, apprezzato storico contemporaneo che ha insegnato vent’anni a Genova). Presentammo insieme un testo narrativo di Kazimierz Brandys, Lettere alla signora Z., che alla sua pubblicazione in italiano era talmente piaciuto a Sciascia da inserirne un giudizio lusinghiero (“E’ un libro molto bello”) nel bel mezzo della narrazione-investigazione poliziesca di A ciascuno il suo. Quel testo di Brandys costituiva il primo titolo di una ideale “Biblioteca della Noce” pubblicata dall’editore La Vita Felice di Milano per conto e a spese dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e che io avevo curato in maniera anonima.

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STORIA CONTEMPORANEA n.55: La fantascienza italiana e la politica come oggetto d’affezione. Aa. Vv. “Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza”, a cura di Gianfilippo Pizzo e Walter Catalano

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

La fantascienza italiana e la politica come oggetto d’affezione. Aa. Vv. Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza, a cura di Gianfilippo Pizzo e Walter Catalano, Milano, Bietti, 2010


Periodicamente viene annunciata la “morte della fantascienza” (colpevole di tale delitto sarebbe la realtà presente e la storia contemporanea in quanto avrebbero “realizzato” le meraviglie o gli orrori, più spesso questi ultimi però, preconizzati e descritti nei romanzi di anticipazione). Altrettanto periodicamente viene descritta la “morte” (o il “tramonto”) delle ideologie insieme alla necessità di accantonate le nozioni ormai sociologicamente e politologicamente vecchie di destra e di sinistra dal punto di vista delle posizioni da assumere sia in Parlamento che nella lotta politica.

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Un’altra vita

di Pasquale Vitagliano

Paolo Ruffilli, Un’altra vita, Fazi, 2001

Venti storie d’amore in cerca di Un’altra vita. Già nel titolo, l’ultima opera di Paolo Ruffilli è per il lettore una promessa. Storie divise in quattro stanze, scandite dal succedersi delle stagioni. Ciascuno dei racconti è dedicato ad un autore, un grande scrittore assunto più a testimone che a ispiratore di quella precisa narrazione. All’inizio ci sono le stagioni, secondo un ciclo personale che parte dall’estate e termina con la primavera, per ricominciare, si immagina, di nuovo e all’infinito. Poi ci sono gli autori, da Raymond Carver a Elsa Morante, da Franz Kafka ad Anna Maria Ortese, solo per citarne alcuni. Uno per ciascun racconto, come si è detto. Ma l’intero libro potrebbe essere dedicato a Walt Whitman. “Ricorda non temere, sii candido,/ promulga il corpo e l’anima,/ sosta un poco e procedi,/ sii copioso, temperato, casto, magnetico,/ e ciò che tu hai sparso possa allora/ tornare come le stagioni ritornano (…)”. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.51: L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, “Ultima onda anomala”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, Ultima onda anomala, Firenze, L’Autore Libri, 2009

Scrive Anna Balsamo, con intelligenza e forte simpateticità con l’autrice di cui analizza le prospettive liriche e umane, nella sua Prefazione (La vita sta in una manciata di stelle: tra memorie e parole di denuncia e profezia) a questo ultimo (ma non certo l’ultimo!) libro di poesie di Duccia Camiciotti:

«Abituati alla espressa drammaticità degli avvenimenti privilegiata dalla poetica di Duccia Camiciotti in tutte le precedenti opere, abbiamo immaginato, causa il titolo di questa raccolta Ultima onda anomala, di trovare magari un poemetto lungo e dettagliato dell’avvenuta sciagura asiatica. Ebbene no, il titolo è invece una sorta di riferimento proprio a quest’opera: sono queste pagine e il riferimento epocale, l’ultima onda anomala; dove “ultima onda” sta a significare anche impressione ed espressione poetica più di recente meditata. Di seguito le “cartoline crudeli”: non esternano catastrofi, ma interiorizzano con dolore gli estraneamenti: “Qui si muovono dentro l’oro antico / oscurato di luce morente, / lemuri artistici; / sguardo abissale, gambe svettanti / e vanno e vanno / e non sanno perché” (Zombies del 2000); “La tua povera casa / che ancora non conosce / ferraglie aggiogate alle stelle” (Villino travolto dai grattacieli) » (p. 9).

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“Paulu Piulu” di Giorgio MORALE. Recensione di Marco Scalabrino

Autunno

Dal culmine dell’estate al primo autunno la madre si preparava per l’inverno come per una spedizione. Dall’estate si portava le conserve, i sughi, i pomodori salati; dall’autunno, l’olio, il vino cotto, la marmellata di cotogne, le olive in salamoia. In quei giorni tutta Avola risuonava del paziente rimestare delle donne nei larghi piatti delle conserve sui marciapiedi e sui terrazzi, con gli abiti macchiati di pomodoro e in capo bianchi fazzoletti per proteggersi dal sole. In pieno agosto s’accendevano fuochi negli slarghi delle strade e si protendevano le braccia a mescolare il pomodoro che si faceva bollire in enormi calderoni. Grandi amori e grandi inimicizie, invidie e gelosie, confidenze e maldicenze a non finire nascevano per via di prestiti di piatti e strumenti concessi o negati; si sarebbero rincorsi fino all’anno successivo, quando avrebbero avuto una possibilità di appello. Nei fine settimana anche il grande spazio deserto della fabbrica s’animava di voci e attività. Poi era la volta delle mandorle, a far bella mostra di sé sui marciapiedi, dove eran fatte rotolare con rumore secco e legnoso; e delle carrube, dal suono leggero e vuoto, buone per bestie e bambini. I ragazzi, passando, non resistevano alla tentazione di un assaggio, e i loro appostamenti e andirivieni s’intrecciavano con quelli dei sensali e delle offerte. Poi entravano in azione i frantoi e i palmenti, lavorando giorno e notte, con tanti spettatori a contendersi i posti migliori. Tra questi la mamma Maria, attentissima a che nessuno le passasse avanti, senza pace finché non entrava in possesso del suo poco olio. Poi faceva il racconto delle battaglie che aveva dovuto sostenere. Poi…
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IL TERZO SGUARDO n.12: Attraverso lo specchio del fantastico. Giovanni Agnoloni, “Nuova letteratura fantasy”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Attraverso lo specchio del fantastico. Giovanni Agnoloni, Nuova letteratura fantasy, Broni (Pavia), Eumeswil Edizioni, 2010*


Questo libro colma un vuoto e pone le basi per una nuova possibile ripartenza negli studi in questo settore provandosi a rispondere ad alcune domande sulla natura dei generi legati al fantastico che finora sono rimaste inesitate, scarsamente sviluppate sotto il profilo della teoria della letteratura rimaste pressoché senza risposta.

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STORIA CONTEMPORANEA n.54: Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, “Il tempo invecchia in fretta”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Milano, Feltrinelli, 2009

Il Tempo sembra essere il vero nemico da sconfiggere per Antonio Tabucchi in questa fase della sua storia letteraria. Tutte le sue opere dell’ultimo periodo si accaniscono nel ritrovare e nel descrivere il percorso che conduce al tempo reale della vita mediante il ricorso a una dimensione memoriale faticosamente percepita e raggiunta. La memoria vince il tempo e lo ritrova, alla fine.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.50: Vincere la saudade. “Poesia meridiana speciale Portogallo”, a cura di Regina Célia Pereira da Silva

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Vincere la saudade. Poesia meridiana speciale Portogallo, a cura di Regina Célia Pereira da Silva, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

La poesia portoghese non si scrive soltanto in Portogallo – in soldini, ecco il senso dell’operazione coordinata dalla professoressa Regina Célia Pereira da Silva, docente di Lingua, Cultura e Traduzione Portoghese dell’Istituto Camões presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e fortemente voluto da Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese, i due ispiratori del Centro di documentazione sulla poesia del Sud. E al Sud del mondo certamente il mondo culturale portoghese e lusitanofono certamente appartiene – per ispirazione, per tradizione, per appartenenza etica e storica, per destino epocale e individuale.

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“La casa viola” di Marco SCALABRINO

Marco Scalabrino è poeta e studioso del dialetto siciliano e della poesia siciliana, nonché traduttore in siciliano e in italiano di autori stranieri contemporanei. Attività che svolge da anni con serietà e dedizione ammirevoli, come testimoniano i numerosi saggi pubblicati su riviste cartacee e in rete. Scegliere di scrivere in un dialetto che, come tutti i dialetti, e non solo, è sempre più confinato dalla lingua italiana e da quelle straniere, attesta un forte sentimento di appartenenza etnica e culturale che, in tempi di fagocitante globalizzazione, è atto di resistenza. Continua a leggere

BARBIE E LA BAMBOLA DI CARTAPESTA, di Stefania Nardini

QUATTRO STRACCI, UNA RUPIA E UNA BAMBOLA DI CARTAPESTA di Felice Muolo (ed. Fermenti)

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di Stefania Nardini

Non ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.

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Vincenzo Latronico, “Ginnastica e Rivoluzione”: la rabbia della gioventù e la palingenesi impossibile

di Giovanni Inzerillo

Sento molti dire di aver fatto la rivoluzione. Si ingannano.

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In una Parigi metropolitana e urbana, depauperata del fascino da cartolina e della raffinatezza dei costumi che le si addice, si intrecciano storie di giovani assai diversi tra loro per provenienze e ideali, alcuni animati da un desiderio di riscatto sociale, altri ancora arresisi alla passività di una esistenza ancorata al ricordo e alla satura mediocrità. Ciò che li avvicina è lo stesso tetto della palazzina in cui vivono insieme e sotto cui trascorrono le giornate da emigrati, talvolta banditi ricercati dalla legge.

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IL TERZO SGUARDO n.11: “Draquila – L’ Italia che trema” di Sabina Guzzanti ovvero il “bon sens” per immagini

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Draquila – L’ Italia che trema di Sabina Guzzanti ovvero il bon sens per immagini


«Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale?»
(Paul-Henry Thiry barone d’ Holbach, Il buon senso)

La speranza si affaccia sullo schermo sotto forma del volto sorridente di Raffaele Colapietra, anziano professore di Storia Moderna assai noto a livello locale, che racconta come abbia insistito a rimanere nella sua vecchia casa lesionata nonostante le ingiunzioni e le valutazioni terroristiche ricevute sullo stato dell’edificio. La casa tiene ancora e le riparazioni, sia pure costose, gli hanno permesso di salvaguardare mobili e ricordi, soprattutto l’ampia e amata biblioteca. Ma non tutti sono stati così fortunati nell’Aquila distrutta dal micidiale terremoto del 6 aprile del 2009. Continua a leggere

Scritture dal mondo arabo: Nagib Mahfuz, Per le strade del Cairo

«Per le strade del Cairo», tradito dalla traduzione.

Di Maria Elena Paniconi

Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura 1988, presenta ai lettori e ai critici un duplice volto. Il primo è quello di romanziere a suo modo «regionale», legato all’ambiente urbano e in particolare alla pancia più impermeabile – almeno in apparenza – ai venti della modernizzazione, quella zona del Cairo fatimide in cui l’autore trascorse l’infanzia. Recensendo uno dei tanti romanzi cittadini di Mahfuz, L’epopea dei harafish del 1977, J.M. Coetzee sottolinea come l’immaginario mahfuziano si nutra di una dialettica interna alla città stessa: «I romanzi realisti di Mahfuz si concentrano sui ceti urbani. Non c’è traccia di contadini né di campagna … Se qualcosa viene contrapposto alla città, è la città stessa in una fase precedente del suo sviluppo, non il villaggio». Così al Cairo moderno si contrappone quello fatimide, al quartiere di Sakakini si contrappone quello di Jamaliyya, in un chiaroscuro di ambientazioni che si riflette poi nelle traiettorie dei personaggi, nelle loro lotte, nelle fughe, nelle ascese e nelle perdizioni talvolta annunciate.

Ecco allora apparire l’altro volto di Mahfuz, quello del narratore universale, in grado di tradurre in una prosa paziente, ricca di dettagli e di infinte sfumature psicologiche, il percorso dell’individuo nel mondo, in un’era che si vuole moderna. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.53: “Trittico per Camilleri”. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, “Pagine scelte di Luigi Pirandello”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Trittico per Camilleri. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, Pagine scelte di Luigi Pirandello, Milano, Rizzoli BUR, 2007

Quello che mi ha stupito di più di questa antologia è che rechi il nome del suo realizzatore al posto dello scrittore antologizzato (sarebbe stato più corretto, forse, scrivere Luigi Pirandello, Pagine scelte, a cura di Andrea Camilleri – in fondo, il “vero autore”di quelle pagine è proprio lui, Pirandello, ma tant’è…). E’ vero che un’antologia è il prodotto della scelta e dei gusti personali di chi la realizza e la costruisce ma non bisognerebbe esagerare. Comunque va detto che Camilleri dichiara fin da subito che il “suo” Pirandello è quello suo e basta e che non ha aspirazioni “scientifiche” né didattiche.

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