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Pop raffinatissimo per le nuove poesie in musica di Andrea Chimenti

C’è un uomo e ci sono i suoi cinquanta anni. C’è una casa di Lego da smontare e rimontare, valutando ogni singolo mattone. Il colore: è abbastanza felice? La robustezza: è abbastanza solido? L’utilità: orpello improduttivo o sostanza?

Domande che producono un album, “Tempesta di Fiori”, il nuovo cd di Andrea Chimenti, cantautore aretino che da quasi trent’anni, prima con i Moda e poi come solista, emerge dalle nebbie della musica indipendente italiana con felice ostinazione e meritati riconoscimenti, il più famoso fra tutti un singolo con David Sylvian dei Japan che da solo varrebbe tutta una carriera.
Un album bello e intenso sulla vita, sul cambiamento, sull’amore. Sulla timidezza, sulla paura, sui percorsi da fare col cuore che brucia, sul coraggio che germoglia dalla disperazione, dal bisogno di restare vivi, umani con sé. I testi di Chimenti sono poetici e diretti, toccano corde profonde e comuni, si fondono con una musica originale e estremamente raffinata senza essere mai autoriferita o snob: tutt’altro, “Tempesta di fiori” è un album con molte più venature pop dei precedenti, leggerezza e melodia. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.49: Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009


Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.

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IL TERZO SGUARDO n.10: Lo sguardo di Ipazia. John Toland, “Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero” e “AGORA”, regia di Alejandro Amenábar

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo sguardo di Ipazia. John Toland, Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, trad. it. e cura di Federica Turriziani Colonna, Firenze, Clinamen, 20103; AGORA, regia di Alejandro Amenábar, sceneggiatura di Alejandro Amenábar e Mateo Gil, 2009

Scrive John Toland all’inizio del suo breve rapporto su vita e morte di Ipazia, filosofa vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415 dopo Cristo, una delle figure più straordinarie della cultura ellenistica e donna di rara intelligenza e bellezza:

«Quello che vi narro è un racconto breve ma ricco, come i libri degli antichi, sulla vita e sulla morte di Ipazia; e la mia narrazione canterà per sempre la gloria del suo sesso, e la miseria del nostro: perché le donne non hanno certo pochi motivi per stimare se stesse, e ciò perché è esistita una donna così poliedrica e senza il minimo difetto (e forse l’unica mancanza alle sue innumerevoli perfezioni fu proprio il non avere alcun difetto), che gli uomini devono vergognarsi; se ne possono trovare infatti alcuni, tra di loro, di un’inclinazione così brutale e selvaggia che, lungi dall’applaudire con ammirazione tanta bellezza, tanta innocenza e tanta conoscenza, macchiano con le proprie barbare mani del sangue di una donna di tal fatta, segnando in modo indelebile le proprie empie anime con assassinii dal sapore di sacrilegio. Ad escogitare una morte così terribile fu un vescovo, un patriarca, anzi un santo; ad eseguire la sua implacabile furia, il clero. Nella storia che vado ricostruendo non tralascio di considerare che, tra gli autori, ci furono anche tutti i suoi contemporanei e l’intero panorama culturale della sua epoca (non voglio infatti omettere nulla di ciò che so). Tra questi, un suo collega, e anche un suo allievo. Ma quel che c’è di più odioso e scellerato è legato agli storici ecclesiastici considerati ortodossi nella loro epoca, così come accade, il più delle volte, nella nostra»(1).

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Come affrontare la fine di uno “stato di grazia”

di Paolo Pegoraro

Pochi mesi prima che Benedetto XVI inaugurasse l’Anno Sacerdotale era uscito uno dei rari romanzi contemporanei ad avere per protagonista un parroco. Il ragazzo che credeva in Dio di Vito Bruno (Fazi 2009, pp. 407, € 19) racconta la storia di don Carmine, sacerdote tarantino alla soglia dei cinquanta, travolto da una «normalità implacabile» e dall’«orgia di dolore» nella quale si dibattono i suoi parrocchiani. Carmine non ha smesso di credere in Dio, tuttavia non lo avverte più con quell’ardore che, nell’adolescenza, lo aveva spinto a entrare in seminario. Cosa succede quando avvertiamo il vacillare del nostro “stato di grazia”? È possibile restare fedeli alle promesse della propria giovinezza? Il romanzo attraversa la crisi individuale immergendosi nella vita di altre persone: nessuna perfetta, nessuna intangibile al dolore, tutte – in fondo – accomunate dalla tentazione della resa alla disillusione. Tutte che guardano a don Carmine per avere una risposta. E la risposta offerta nelle ultime pagine, lontana dal granitico eroismo di molti preti della letteratura, era comunque pudica e credibile: sì, con il sostegno di una comunità è possibile tornare a intuire la bellezza semplice e immediata della propria fede. Ed è possibile continuare a trasmetterla.
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STORIA CONTEMPORANEA n.52: Stefano Lanuzza, “Maledetto Céline. Un manuale del caos”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Stefano Lanuzza, Maledetto Céline. Un manuale del caos, Viterbo, Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2010

In un ormai celebre (e forse per questo dimenticato) numero speciale de “Il Verri” uscito nel 1968 e dedicato in gran parte allo scrittore francese, Giuseppe Guglielmi, futuro traduttore e divulgatore dell’opera céliniana, si chiedeva, un po’ ironicamente ma non troppo, “Chi ha paura, oggi, di Louis- Ferdinand Céline ?” (era il numero 26 dalla direzione di Luciano Anceschi). Lo scrittore di Meudon era morto da pochi anni, nel 1961, appena dopo aver terminato l’ultimo volume della Trilogia della guerra, Rigodon (o è una leggenda anche questa? – la vita di Céline è tutta costellata di leggende più o meno provate, più o meno veritiere, più o meno costruite da lui stesso).

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Zena Roncada recensisce “Il sentimento prevalente” di Lina Dettori.


“La mattina del 16 aprile del 2009, Cosimo Serra attraversò a passo sostenuto la strada stretta che lo separava da una palazzina dei primi del ‘900, recentemente restaurata sotto l’attento controllo dell’Intendenza alle Belle Arti del Comune di Mèrulas.”

Così prende avvio il nuovo romanzo di Lina Dettori,  Il sentimento prevalente, che, fresco di stampa per i tipi della Iris Edizioni, viene a proporsi, dopo La famiglia immaginaria e Baffi di cacao, come ulteriore testimonianza di una vena narrativa ricca e umorosa. Continua a leggere

L’UOMO CHE SMISE DI FUMARE di G. Pelham Wodehouse

Se sono vere le due seguenti considerazioni – “il buonumore è un toccasana” e “leggere fa bene” – ogniqualvolta avremmo trovato un buon libro capace di farci ridere, o quantomeno sorridere, avremmo trovato un tesoro… o preso i classici due piccioni con una fava. Scrivo questo breve preambolo pensando allo scrittore inglese G. Pelham Wodehouse (nato a Guildford, nel Surrey, il 15 ottobre 1881 – morto a New York il 14 febbraio 1975), grande umorista ma anche autore dotato di uno stile pregevole, al punto da avere ammiratori del calibro di Hilaire Belloc, Evelyn Waugh, Rudyard Kipling, Salman Rushdie e Douglas Adams.
Come ha avuto modo di sostenere il citato Evelyn Waugh: “Wodehouse ha creato un mondo affinché ci potessimo vivere e divertirci… Un mondo idilliaco, che non morirà mai.”
Un nuovo pezzo di questo mondo, prodotto dal creatore – tra gli altri – dei racconti di Jeeves e del Castello di Blandings, è giunto di recente in libreria. Si tratta di una raccolta di racconti intitolata “L’uomo che smise di fumare” (Guanda, 2010, p. 240, € 16, traduzione di Silvia Piraccini).
L’ottima copertina dai colori sgargianti, disegnata da Alberto Rebori, mostra un omuncolo “digrignante” – spaparanzato su una poltrona rossa – che tiene in mano un sigaro. Sopra di lui, l’icona di una sigaretta cancellata da una X.
I racconti sono ambientati a Londra, all’Angler’s Rest, dove il signor Mulliner – instancabile chiacchierone del locale – è solito offrire storie incredibili e divertenti (piacevoli da ascoltare tra una sorsata di whisky e l’altra). Continua a leggere

Portami rispetto

di Errico Buonanno

A parte il governo nazionale, pochi potrebbero nutrire dei dubbi sul fatto che le grandi inchieste letterarie sul tema della malavita organizzata abbiano fatto un certo bene alla società civile. Quello che emerge lentamente è che ne ha persino guadagnato la fiction, che non soltanto ritorna sul tema, ma si è liberata in quattro e quattr’otto della zavorra più insipida, ritrita e rischiosa del romanzo di mafia: l’afflato romantico. Prendiamo un esordio ben riuscito, un romanzo noir della Rizzoli: “Portami rispetto”. Un titolo senza alcuna epica. Continua a leggere

“Banda randagia”, di Vincenzo Pardini

Recensione di Angelo Ricci (da qui)

Banda randagia, di Vincenzo Pardini (Fandango Libri).

Ci sono abissi nelle nostre anime, dai quali ci si può ritrarre solo con raccapriccio. Ci sono lati oscuri nelle nostre menti, che noi stessi rifiutiamo di vedere. E’ necessario che qualcuno ci prenda per mano e, con il potere della parola, ci ponga di fronte a tutto quel bagaglio di orrore che alberga nella pieghe della nostra vita quotidiana. Come Virgilio con Dante, così Vincenzo Pardini ci guida in un viaggio inquietante. Ed è un viaggio che, da inquietante, diviene lentamente metafora della nostra vita. C’è un messaggio chiaro in questi racconti, tra queste parole. Tutto si tiene, tutto ha una storia, tutto ci costruisce e ci identifica. Anche gli aspetti dell’orrore bestiale che si nasconde in ognuno di noi. Continua a leggere

SEZIONE AUREA di ORAZIO CARUSO

Orazio Caruso è nato nel 1960 a Viagrande (Catania).
Laureato in Filosofia, insegna Lettere nel Liceo linguistico di Acireale e vive a San Giovanni La Punta. Si è occupato di radio, politica, teatro, poesia e ha fondato l’associazione culturale “Accademia delle Nuvole”.
Di seguito, la recensione del romanzo di Caruso “Sezione aurea” (Manni) firmata da Simona Lo Iacono e corredata da intervista all’autore.

Massimo Maugeri

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SEZIONE AUREA di Orazio Caruso (Manni, 2006)

Recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Gli incontri non sempre avvengono su quella scia immaginifica che chiamiamo tempo.
Non sempre aderiscono all’istante, alla ricerca di noi, alla conquista di noi.
Sembra anzi che un vento capriccioso e faunesco, quasi un’ibrida creatura metà di aria e metà di fuoco, li sfalsi e li scombini. Li accomuni e poi li disperda. O li rinvii… di anni, stagioni, secoli.
Ecco perché alcune storie hanno bisogno di altri destini per compiersi. Ecco perché hanno anche bisogno di quello che chiamiamo tempo o luoghi della memoria.
In “Sezione aurea” (Manni, € 20,00, pagg. 228) Orazio Caruso recupera ciò che il tempo disperde, allaccia le corde recise, i sogni dimenticati.
Assolve all’incanto della scrittura: insinuarsi nelle crepe di noi, nella sospensione di attimi che rubano una vita intera, nei libri scritti una volta sola, negli scaffali ormai vuoti di attese.
Racconta la nostra storia: noi quando il tempo degli altri era adulto, e poi noi già adulti a fare – ancora – i conti col tempo. Noi che guardiamo avanti. E, ancora, noi che – guardando indietro – non ci riconosciamo.
D’altra parte chi può dire quale sia la vita. Se questo percorrerla in progressione o in regressione. Se andare o tornare. Continua a leggere

“L’Iddio ridente” di Luigi DI RUSCIO. Recensione di Antonio Fiori.

Irridente ma a suo modo teologica, parateologica, questa poesia squarta parole e simboli consolidati e si appella a una critica radicale dell’uomo – dunque, inevitabilmente, anche dell’uomo che crede. Il poeta dispiega tutte le armi possibili, tutte le varianti della provocazione: dall’ironia al sarcasmo, dalla parodia al neologismo; snocciola testi brevi segnati dalla sola numerazione progressiva, sferza i luoghi comuni della falsa religiosità, smonta la tradizione e la rimonta provocatoriamente in varianti ipotetiche e inaspettate. Siamo di fronte ad una massiccia attività di demistificazione, praticata quasi come un dovere, un “dover dire” etico, assertivo. Ecco, Luigi Di Ruscio è vero poeta del dissenso, capace di un’esposizione integrale, impermeabile al tempo e alle distanze, capace di coerenze ostinate ma anche di affermazioni sorprendenti e ossimoriche.
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Un viaggio con Francis Bacon

Franz Krauspenhaar, Un viaggio con Francis Bacon, Zona 9Volt, 2010

di Pasquale Vitagliano

Dunque per filmare un pezzo di storia di Bacon era necessario andare oltre il racconto”. Franz Krauspenhaar sta raccontando un film sul grande pittore, e in realtà parla della sua stessa opera su Francis Bacon e la definisce. “Ieri rivedo attentamente Love is the devil, il film sul genio del cineasta inglese John Maybury, del 1998, con uno straordinario Derek Jacobi nei panni di Bacon. E’ un Portrait of Francis Bacon, come recita adeguatamente il sottotitolo. (…) Il regista tenta la strada della rappresentazione caotica”. Quello di Kraupenhaar non è ritratto, ma un viaggio, anche questo caotico e circolare: non una ricostruzione lineare dell’artista e della sua opera ma una immersione in apnea dentro l’anima liquefatta dell’autore-personaggio; un viaggio nel corpo umano della sua pittura. “Le figure attorno al suo sguardo impietoso si sfaldano, come si sfaldano le figure dei suoi quadri. I connotati dei visi, visti quasi tutti di profilo, si allungano e si perdono contro gli sfondi, producendo scie di luce e colore”. Il Francis Bacon di FK finisce per assomigliare all’essere umano che egli stesso ha dipinto. Continua a leggere

David Leavitt, “La trapunta di marmo”. Storie di equivoci e di opposti


di Giovanni Inzerillo

Apparso in Italia nel 2001, contemporaneamente all’anno di pubblicazione americana, La trapunta di marmo raccoglie nove racconti sul “delicato tema delle relazioni umane”, come citato nella quarta di copertina. Sono storie contestualmente assai differenti tra di loro, ambientate in diverse aree geografiche e periodi storici.

Dall’America passando per l’Italia Leavitt compone e interpone, come fossero differenti strisce di tessuto unite a formare una “trapunta”, vicende equivoche e paradossali. Ma proprio come fatto da Tom, protagonista morto del racconto che dà il titolo all’intera raccolta, la composizione dei pezzi (e delle storie più in generale) si effettua secondo una geometria “precisa”:

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Quando la testa è in vacanza [3]. “Honeymoon”: il miele industriale di J. Patterson.

[Avvertenza: in questo post si riporta una frase degli autori del romanzo e un sistema per attaccare bottone su cui vorrei il parere di qualche gentile lettrice. Grazie in anticipo per i vostri commenti.]
Dire che la trama di questo romanzo sembra presa a piè pari dal dimenticabile film La vedova nera del 1987, non basta a squalificarlo. Anche se il calco è notevole. C’è pure l’immancabile tresca tra l’assassina e il poliziotto, peraltro più originale nel film, dato che si trattava di un approccio saffico tra dark lady (la molto perturbante Theresa Russell) e investigatrice (la poco perturbante Debra Winger).
Comunque, c’è da colmare container con i libri di autori-madonnine consacrati dalla critica assai più che Patterson, libri assolutamente mimetici di film, filmetti e telefim. Ma non è questo il punto. Per quel che conta il mio parere, sono piuttosto d’accordo con chi sostiene che le storie sono sempre quelle, ciò che importa è come le scrivi.
E’ curioso semmai constatare come il topos della crudele cacciatrice di uomini trascini sempre un intenso sfruttamento commerciale. La mantide bella e seducente quanto avida e spietata è un’ottima macchina da soldi per editori e produttori. Quasi quanto lo psicopatico predatore sessuale.
In Honeymoon la protagonista si chiama Nora. Gli uomini che incontra, naturalmente solo fessacchiotti miliardari, se li pappa in insalata, quasi alla lettera, dato che prima arraffa i loro bot e poi li accoppa preparando manicaretti conditi con un veleno che non lascia tracce. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.51:Attraverso lo specchio. Sandro Montalto, “Monologhi di coppia”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Attraverso lo specchio. Sandro Montalto, Monologhi di coppia, Novi Ligure (Alessandria), Edizioni Joker, 2010


«Il testo è definito dal suo autore una tragedia comica,scrive Paolo Bosisio nella sua Prefazione a sottolineare il riconoscimento di quel quid ridicolo di cui la realtà abbonda: Montalto trasferisce sulla scena “una iper-chiacchierata, un emblema, un’antonomasia, un minimo repertorio di tipi umani riassunti in due burattini e di esperienze quotidiane sempre ai limiti dell’assurdo, ma non assurde”, una sorta di cartina di tornasole della piccola e crudele illogicità della vita quotidiana» (p. 5).

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STORIA CONTEMPORANEA n.50: Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, con una postfazione di Arnaldo Colasanti, Massa, Transeuropa, 2010

Quattro racconti non fanno forse un romanzo intero. Ma le quattro storie raccontate da Vincenzo Pardini e Marino Magliani costruiscono un mondo – feroce accanito spietato straziato e quotidiano. Storie di tutti i giorni queste narrate da due scrittori apparentemente molto diversi (puntato sul rigo e sulla pagina Pardini, preoccupato di non soffermarcisi troppo e voglioso di andare oltre, verso un altro e più nuovo destino, invece, Magliani) che si scoprono nello stesso libro molto simili e accomunati da una visione disincantata e terribile della vita degli uomini.

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La inquieta e affascinante follia della parola

per ingrandire clicca sull’immagine

di Roberto Roversi

Nelle pagine di prefazione (o di introduzione) di Francesco Pontorno è detto tutto ciò che si doveva dire, non c’è quindi bisogno di completare o aggiungere nulla, nello specifico e per l’occasione. Su queste pagine, posso semmai prendermi l’arbitrio, controllato, di stendere una breve riflessione semplicemente da lettore; su questo volume di Bordini che ha il merito e la forza (come è stato detto) di srotolare problemi, emozioni, violenze utili e riflessive. Proprio cosí. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.48: Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, “La pasta con l’anima”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, La pasta con l’anima, Firenze, Novecento Poesia, 2010


Scrive Stefano Lanuzza in una sua simpatica nota (La pasta e l’amore…con la Mezzaluna, lo Specchio, l’Unicorno e l’Ombra) che precede i testi e le opere pittoriche raccolte in questo quaderno di Novecento Poesia:

«Vermicelli maccheroni garganelli, fusilli ravioli fettuccine, cappelletti bucatini paccheri, gnocchi agnolotti lasagne, trenette tagliolini linguine, pappardelle penne fettuccine…, tutta pasta: lunga, corta, liscia o rigata; e non la cucini che per amore… Allora, quanto amore e quanti fili di pasta nelle tempere su tela di Giovanna Ugolini… Fili, cui pericolosamente s’appendono dei cuochi-clown, tesi come funi ascendenti verso una mezzaluna orientale e un cielo affollato di voli, nuvole, un pallone aerostatico e un aquilone. Ecco poi, sorta di romantica circense, la fanciulla in rosso che, seduta a un tavolo con dei piatti pieni di spaghetti dinanzi a una finestra aperta sulla primavera, sembra cullare la sua luna-bambina. […] O perché non t’attacchi anche tu a quegli altri fili di pasta? Sono liane, ondeggianti altalene, cedevoli corde, forse righe d’un trepidante calepino di versi… sono proprio le poesie di Liliana Ugolini. Lei, dolce buona gentile, le sperimenta come approntando, con tutto l’amore, “una ciotola della minestra”. Tuttavia l’amore è anche narcisistica autocontemplazione in uno specchio a volte luminoso e terso, altre volte opaco e adunco dove – scrive Liliana – balla danze selvagge una beffarda, ingovernabile marionetta fatta di luce e ombra; e sostenuta da “fili appesi alla luna”» (p. 5).

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Quando la testa è in vacanza [2]. “Il circo delle anime”: l’anima europea di George Pelecanos

Una delle strip-recensioni riportate in quarta di copertina scomoda addirittura Zola. Un po’ azzardato, l’accostamento, tuttavia è indubbio che Pelecanos emerga tra i c.d. maestri americani del thriller (escluso l’hors categorie S. King) per il sovrapporre a ritmi e plot tipicamente yankee una visione e una sensibilità più “europee”.
Che ciò sia dovuto alle origini, di famiglia greca, o alla bio che lo vede partente dal basso (ha lavorato come cuoco, lavapiatti, barista, venditore di scarpe e muratore prima di pubblicare il suo primo romanzo nel 1992), o più semplicemente al talento naturale, poco importa. Comunque esco dalla lettura di Pelecanos senza il retrogusto da preparato chimico che ti lascia la gran parte della contemporanea produzione giallistica/thrilleristica/noiristica. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.9: Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, “La città nera”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, La città nera, Bologna, Alberto Perdisa Editore, 2010

Nel 2106 la Città Eterna di Roma, finalmente “liberata” dei suoi ingombranti monumenti e anticaglie anti-progressiste, è diventata un non-luogo rigorosamente suddiviso in settori topografici e sociali dove governa un regime di stampo fascista sostenuto militarmente da una Guardia Pretoriana che non risparmia soprusi, ferocia, torture e morte alla sua variegata e multietnica popolazione. Contro questo regime, guidato dal Sindaco Fioravanti, è insorta una Resistenza abbastanza determinata il cui leader detto il Magister è però sconosciuto (solo alla fine del romanzo si saprà chi è). Continua a leggere