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STORIA CONTEMPORANEA n.49: Il peccato e la gloria. Roberto Bertoldo, “Ladyboy”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Il peccato e la gloria. Roberto Bertoldo, Ladyboy, Milano-Udine, Mimesis, 2009

«Quando gli apparve per la prima volta, era come se si fosse buttata nella sua vita. Aveva esperienza di questo. Gli era già successo di percepire, al primo sguardo, la solennità di un incontro e non s’era mai sbagliato. Sempre, dopo, ciò aveva significato un’emozione importante. E’ solo che le volte precedenti si era trattato di donne. Anche il nome era un segno. Si chiamava Liza e Liza, come Anna, era un nome che aveva influito sulla sua precoce andropausa. Liza era una cinese e aveva sedici anni. Inginocchiata sulla sedia, i gomiti sulla cattedra, sporgendo il viso verso di lui, aveva raccontato la sua breve storia, il padre ignoto, la madre ammalata, l’espatrio. Lui le aveva dato una carezza quando aveva visto che gli occhi le si inumidivano. Così nascono gli amori ultraterreni » (p. 8).

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Della morte e della rinascita

di Antonio Celano

Marino Magliani, Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010)

Ho conosciuto Marino Magliani, autore del libro Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010), al Salone internazionale del libro. Un uomo dallo sguardo mansueto, il sorriso lontano di una vecchia fotografia, con cui ho scoperto di avere parecchi amici in comune. Magliani, ligure classe 1960, abita oggi in Olanda, sradicato in Olanda: “In quel mondo totalmente altro Marino non può attecchire in radice, e per questo fiorisce mondi” e scrive, dice di lui Marco Rovelli. Mentre quando torna in Liguria “vive, ma non scrive” pur solo là sentendosi pienamente scrittore. E Colonia alpina è un racconto lungo denso, scritto con una liricità sempre molto ben controllata, alla maniera antica, come direbbe il suo amico Vincenzo Pardini. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.47: Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile. Nadia Cavalera, “Spoesie (2006-2009)”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile. Nadia Cavalera, Spoesie (2006-2009), con un’introduzione di Mirella Serri, Roma, Fermenti, 2010

Spoesie (2006-2009) è l’ultima (finora) raccolta di testi poetici di Nadia Cavalera e arriva dopo l’esplosione sperimentale e surrealistica di Superrealisticallegoricamente (Roma, Fermenti, 2006) dove il tentativo era stato quello – riuscito e complesso – di allargare l’area della coscienza poetica attraverso l’implosione interna delle parole usate in chiave spesso antifrastica e di pura significanza.

Spoesie è, invece, un libro dal registro civile, di indignazione politica e morale, di confronto aspro e duro e amaro con il presente.

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Quando la testa è in vacanza [1]. “Utente sconosciuto”: frappè a colazione e sesso con ritegno in Michael Connelly

Frappè a colazione e sesso ritenuto sono le due cose che mi restano in mente dopo aver letto Utente sconosciuto, un tascabile dalla copertina sgualcita e le pagine umidicce per dimenticanza in un angolino buio della mia libreria. Insomma, fa tenerezza che il protagonista, in un momento di alta tensione, si abbuffi a colazione con il frappè (sì che di queste temperature sarebbe una buona idea) e bordeggi con ritegno assai anglosassone la faccenda del sesso a pagamento, il filo conduttore in questo giallo-thriller di Michael Connelly proposto nel 2006 da Piemme in formato mini-pocket.
Il libretto in realtà finì in quell’angolino buio della libreria per il tramite della mia dolce metà, che peraltro nega di averlo mai acquistato, avanzando l’ipotesi che le sia stato prestato da una zia, casualmente smemorata nel richiederlo indietro. Manco fosse una cosa vergognosa spendere 4,15 euro per Michael Connelly. Un onestissimo lavorante del genere giallo, devo riconoscere. La tristezza semmai viene quando vedi certi italici tentare di copiare questi megaseller. Continua a leggere

“Sushi sotto la mole”, di Fabio Beccacini

Recensione di Giovanni Agnoloni

Fabio Beccaccini, Sushi sotto la mole – Giorgio Paludi indaga, Fratelli Frilli Editori, 2010, € 11,80

Nei gialli amo molto una cosa. Quando la storia è una specie di collage di diversi percorsi narrativi indipendenti, che si intrecciano e arrivano a formare un quadro coerente.
Forse è questa la qualità principale di Sushi sotto la mole, di Fabio Beccaccini. Secondo noir della serie che ha per protagonista il commissario Giorgio Paludi, dopo 44 anni il giorno dei Santi (sempre edito dai Fratelli Frilli, nel 2008), è ambientato a Torino, città che viene resa molto bene nella sua algida (perché invernale) realtà, che imbalsama respiro e sentimenti. E ci sono due ingredienti che funzionano in modo efficace: il suddetto collage, appunto, e un sorprendente gioco di flash-back e flash-forward. Sul secondo aspetto dirò meno, e comunque lo dirò dopo (sennò svelo troppo della storia). Continua a leggere

Vincenzo Pardini, Banda randagia

di Alberto Pezzini

Vincenzo Pardini è uno scrittore al confine.
Prima di tutto perché la scrittura è una occupazione parallela alla vita che conduce di notte. Fa la guardia giurata per vivere, sta a Lucca dove la città offre poco se si hanno una figlia ed una moglie (le antiche mura rosse non danno il pane), ed è l’autore italiano che al momento possegga la migliore dimensione per il racconto breve. Continua a leggere

La Stella di Bolaño non è mai troppo distante

Cordiale, eppure così ispido. Di Roberto Bolaño ho letto solo questo breve romanzo, Estrella distante (Stella distante), eppure mi sembra di conoscerlo. Non solo come scrittore, ma come uomo. Se dovessi girare un film su di lui saprei perfettamente come far muovere il protagonista, quali gesti, quali tic, l’inclinazione del mento, il tono della voce, che non ho mai visto o sentito. Perché lui – che si definiva prima di tutto un lettore, e solo poi uno scrittore – in queste pagine ci mette la sua essenza, alternando una narrazione romanzesca a lunghe disquisizioni sulla poesia, soprattutto quella latino-americana, con passione feroce. Così presente a se stesso ma simultaneamente facendo sempre un ossequioso passo indietro letterario, Bolaño ha sempre chiara la sua dimensione del gusto e la profonde come fosse materia inscindibile della narrazione, mai come digressione ex cathedra. Molto della sua anima e della sua poetica si capiscono leggendo l’ultima intervista che ha rilasciato qui, un testamento di intelligenza e passione, humor e umanità.
Mario Bevione, un mio caro amico e fine lettore, ha commentato così nella sua recensione di aNobii «Bolaño ha scritto per tutta la vita un unico, smisurato romanzo, che poi ha ritagliato, formando un immenso puzzle, dove ogni pezzo non si limita a combaciare con i quattro che lo circondano, ma può incastrarsi quasi con tutti.» Ecco: non ho letto altro che questo lavoro dello scrittore cileno, ma Continua a leggere

Nota a Sapienziali di G. Lucini

di Giorgio Linguaglossa

G. Lucini, Sapienziali, Puntoacapo, Novi Ligure 2010

Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot formula il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.48: Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, “Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe, prefazione di Tiziano Scarpa, postfazione di Riccardo Ferrazzi, Cantalupa (Torino), Effatà Edizioni, 2010


Scrive Riccardo Ferrazzi in limine al libro di Fabrizio Centofanti:

«Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica? Che cosa ci rivelerebbero l’analisi della struttura o della forma? Probabilmente finirebbero per portarci fuori strada: le meditazioni contenute in questi versi sfuggono alle definizioni critiche, volano più alto» (p. 155).

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L’ineffabile segreto della stanza del cuore

di Franco Lanza

«Recitare significa essere un altro: con questa raccomandazione di tecnica interpretativa e di sagacia professionale una ragazza a nome Cristiana si appresta ad entrare nell’esperienza drammaturgica, non senza aver prima vissuto e sofferto in proprio il gran te ma della realtà e della finzione. E’ infatti figlia di genitori separati ed ha assistito precocemente alla precarietà degli affetti che si sfaldano sotto la sferza delle ambizioni sbagliate e delle passioni egoisticamente incapaci di coordinarsi con i valori; per giunta è anoressica, lunatica, insoddisfatta sia degli studi sia delle varie «evasioni» giovanili e disposta se necessario a sottoporsi a trattamenti psicanalitici. Quando Simone, il giovaneregista che crede nelle sue qualità, le propone di visitare il monastero di Santo Spirito per osservare da vicino le monache di clausura in vista di un film su una misteriosa suorCrocifissa morta da poco in fama di santità, accetta di buon grado il programma ed entra per un paio di giorni in quel mondo così estraneo alla modernità, che per la suaanomalia l’at trae ed insieme respinge. Continua a leggere

Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero

«assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall’impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile… Insieme ad una radicale ecologia dell’ambiente fisico abbiamo bisogno di un’ecologia della comunicazione, che agisca come ecologia della mente, che liberi le nostre menti dagli scarti che le tengono in ogni momento sotto assedio, con una catena di manipolazioni a cui ben pochi arrivano a resistere”.

di Michele Lupo

Cominciamo dalla fine. Ferroni invoca un principio di responsabilità dello scrittore rispetto al destino del mondo. Detta così sembra assai pomposa. E il rischio della retorica in effetti serpeggia un po’ per tutto Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.46: “Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, “Il richiamo dell’acqua”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

“Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, Il richiamo dell’acqua, con una prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2009

«AL LIMITARE DEL GIORNO. Al limitare del giorno / quando scende opaco il silenzio / restano schegge di parole / non dette, pensate, forse / Ricompattate creano calore / Nasce un piccolo sole, / quello del ricordo / Lontano le ombre / nei meandri dell’acqua / che fu madre all’inizio / Il sipario è calato / Sopra, un tetto di stelle» (p. 48).

Nella poesia finale della sua raccolta, Anna Vincitorio congela in frase semplici e naturali tutto l’impatto estetico riconducibile alla sua scrittura. La memoria poetica produce schegge di parole, ansiose, inquiete, mai rivelate all’esterno che si raggrumano e si rastremano in costellazioni di ricordi. La loro luminosità allontana le ombre del disappunto e del dolore presenti in quegli stessi momenti e ne fanno uno strazio dolente ma addolcito dalla pienezza della vita cui rimandano. Tutto si fa languida onda d’acqua e affonda lentamente nell’immenso alveo materno cui il tutto da sempre rimanda e ritorna e anela. Quel che resta del giorno qui diventa quel che resta del verso.

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IL TERZO SGUARDO n.8: Sottratto all’oblio. Mirko Grasso, “Cinema primo amore. Storia del regista Antonio Marchi”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Sottratto all’oblio. Mirko Grasso, Cinema primo amore. Storia del regista Antonio Marchi, con una prefazione di Adriano Aprà, una nota critica di Paolo Simoni e un ricordo di Bernardo Bertolucci, Calimera (Lecce), Kurumuny Editore, 2010

«Elegante e misterioso. Così mi appariva Antonio Marchi da bambino. Capitava a pranzo da noi di domenica, nella luce marina degli anni Cinquanta. Sono stato geloso di lui. Pensavo piacesse a mia madre. A tredici anni volevo picchiarlo. Fu la mia prima pulsione erotica cinematografica. Se sono diventato regista di film è stato per imitare Antonio Marchi» (p. 7).

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“Arabeschi di Luce”, di Maria Grazia Maramotti

Recensione di Giovanni Agnoloni

Maria Grazia Maramotti, Arabeschi di luce (Campanotto Editore, 2009)

L’opera di un poeta racchiude in sé significati spesso criptici, che risuonano con le profondità dello spirito, dov’è difficile arrivare per tramiti razionali. Serve un approccio intuitivo, emotivo e spirituale.
Questo è profondamente vero per una poesia d’impostazione ermetico-archetipica, qual è quella di Maria Grazia Maramotti. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.47: Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, “La grazia sufficiente”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2010

Chi crede che la Storia abbia un senso o che la filosofia della storia possa essere considerata non soltanto come una teoria astratta pensa che in essa avvengano incontri incroci e contatti che altrimenti non sarebbero spiegabili. Il nuovo romanzo di Giancarlo Micheli vive di questi incroci (quello tra cultura occidentale e modo di vita orientale) e di questi contatti (tra abitanti del Giappone e commercianti olandesi, ad esempio). Vive anche di una riflessione sulla natura della Grazia che oggi potrebbe sembrare di certo surenné se il suo argomento non fosse sempre di attualità e basato su una domanda ineludibile per ognuno di noi: cosa succederà di noi una volta passati a miglior vita? Saremo salvati e redenti o sommersi dal cumulo infinito delle nostre colpe nei confronti del Creatore delle nostre esistenze? In Olanda, dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, nell’epoca di Hugo Grozio e di Baruch Spinoza, la disputa sulla predestinazione e sulla salvezza dell’umanità tiene banco sul fronte teologico e giunge ad infiammare gli animi fino al calor bianco delle accuse di eresia e di ateismo. Il problema della “grazia sufficiente” alla salvezza finale dell’uomo vede fronteggiarsi due posizioni opposte e in violenta lotta tra di loro.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.45: Dolce maestra di poesia. Annalisa Macchia, “La luna di Cézanne”; “A scuola di poesia. Per capirla, per spiegarla, per scriverla, per amarla”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Dolce maestra di poesia. Annalisa Macchia, La luna di Cézanne, prefazione di Plinio Perilli, Napoli, Kaírós Edizioni, 2008; Annalisa Macchia, A scuola di poesia. Per capirla, per spiegarla, per scriverla, per amarla, prefazione di Franco Manescalchi, Firenze, Florence Art Edizioni, 2009

La luna di Cézanne è del 2008 – un libro di liriche e di emozioni trasformate in scrittura che arriva come un colpo di scena ben orchestrato dopo molti anni d’attesa. Certo nel 2004 era uscito, per la Casa Editrice ETS di Pisa, La stanza segreta, una raccolta ben orchestrata di liriche e di abbozzi poetici ben ripiegati all’interno di una soggettività mai doma e qui esibita con fierezza come con modestia e pudore, ma l’Autrice sembrava, in realtà, consegnata a tutt’altro destino. Dopo un’eccellente ricostruzione storica quale era stata la ricerca su Pinocchio in Francia (pubblicata nei Quaderni della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” a Pescia nel 1978) e proseguimento ideale della sua tesi di laurea, Annalisa Macchia sembrava interamente destinata alla letteratura per l’infanzia e ne fanno fede alcuni suoi piccioli libri come La gattina dalla coda blu, La formica giramondo, Il fantasmino, Il pesce palla e la nave pirata (Firenze, Piero Chegai Editore, 2002) e Mondopiccino (Firenze, Florence Art Edizioni, 2004). Il precedente libro di liriche, di conseguenza, sembra costituire un unicum e non l’inizio di un nuovo (e più ricco) percorso.

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IL TERZO SGUARDO n.7: Accoppiamenti giudiziosi. Aa. Vv. “Foucault-Marx. Paralleli e paradossi”, a cura di Rudy M. Leonelli

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Accoppiamenti giudiziosi. Aa. Vv. Foucault-Marx. Paralleli e paradossi, a cura di Rudy M. Leonelli, Roma, Bulzoni, 2010

Non è ancora possibile stabilire oggi che cosa sopravviverà dell’opera di Michel Foucault. Sono ormai trascorsi fortunatamente i tempi delle sterili polemiche sul valore oggettivo della sua opera. Non è più neppure l’epoca in cui venivano apprezzati, anche in Italia, saggi francamente inutili nel loro desiderio di sottoporre il pensiero del filosofo francese a una critica tanto serrata quanto inutilizzabile (penso, ad esempio, a un libro “sbagliato”, anche se bene informato e ben articolato, come quello di José Guilherme Merquior, Foucault, trad. it. di S. Maddaloni, Roma-Bari, Laterza, 1988). La ricostruzione filologica dei suoi scritti e delle sue posizioni teoriche è ormai in via di completamento. Ma fin d’ora si può ragionevolmente sostenere che il nodo costituito dai rapporti di filiazione teorica tra Marx e Foucault sarà sicuramente occasione di un dibattito fervoroso e intenso non soltanto a livello di escussione erudita dei testi. Questa raccolta di saggi dedicata ai paralleli e ai paradossi presenti nel nodo problematico Foucault-Marx apre a una nuova e fruttuosa dimensione della riflessione in questo ambito. Frutto di un convegno tenutosi presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna il 24 novembre 2005, il libro va sicuramente al di là di una pura pubblicazione (doverosa certo ma polverosa nei risultati) degli atti di un incontro accademico.

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STORIA CONTEMPORANEA n.46: La scrittrice dimenticata e il posto delle rose. Dolores Prato, “Campane a San Giocondo”; Noemi Paolini Giachery, Le “mani tese” di Dolores.

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella


La scrittrice dimenticata e il posto delle rose. Dolores Prato, Campane a San Giocondo, a cura di Noemi Paolini Giachery, Roma, Avagliano, 2009; Noemi Paolini Giachery, Le “mani tese” di Dolores, Roma, Edizioni Graphisoft, 2008

Il nome di Dolores Prato non è mai stato molto famoso in Italia. Quando nel 1980 Natalia Ginzburg fece stampare da Einaudi, nella collana dei Nuovi Coralli, il testo, da lei curato e abbondantemente sforbiciato di Giù la piazza non c’è nessuno, il libro ebbe certamente un po’ di successo ma non poi così tanto dato che non venne poi più ristampato.

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Maria Pia Quintavalla. China

Di Nadia Agustoni

Parlando della propria opera Elsa Morante più volte accennò all’importanza di Menzogna e sortilegio, libro della costruzione del mito famigliare e non mancano nella nostra letteratura narrazioni ispirate a genealogie parentali, basti ricordare Natalia Ginzburg e a noi più vicina nel tempo Clara Sereni. China, Edizioni Effigie 2010, romanzo in versi di Maria Pia Quintavalla e ritorno alle madre e al suo mondo, si colloca in questo solco. La narrazione in versi nulla toglie in chiarezza al racconto (sei parti con un prologo), ma evidenzia ancora di più quel bordo di incertezza e assoluto dolore su cui certe vite si muovono. (1)
La morte e la vita, quest’ultima con le parole della tenerezza e con la dimensione della speranza, aprono Ospedale: “ Era questa una zona del tempo/ dove ruspe per l’aria, e macerie/ cadevano per terra come stelle fitte,/ pezzi di realtà volavano cedevano/ senza dolore: mia madre era morta […]”; Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.44: Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, “Trasporto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, Trasporto, Faloppio (Como), LietoColle Edizioni, 2009

Al termine di questo breve ma intensissimo “libriccino da collezione” di poesie (così definisce le proprie pubblicazioni il suo meritevole editore), si trova una LEGENDA che merita di essere riportata per intero:

«Trasportare, trasportarsi, migrare. Con il corpo, alla ricerca della terra, o comunque di un luogo in cui mettere radici. Con la testa, in quell’impercettibile sfasatura che chiamiamo indagine sul senso delle cose.

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