Archivi categoria: Scritture

Incontri XI


Tenere insieme i fili

di Mark Strand (USA, 1934-2014)

In un campo
sono l’assenza
del campo.
E’
sempre così.
Ovunque mi trovi
sono quello che manca.

Mentre cammino
separo l’aria
e sempre l’aria
riempie
gli spazi
che ha lasciato il mio corpo.

Ci sono buoni motivi
per muoverci.
Mi muovo
per tenere insieme i fili.

Gli immortali

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Their heads are green, and their hands are blue,
And they went to sea in a sieve.

Edward Lear, The Jumblies

Pesante di carne e storia cammino
nel cerchio come posso, non ho
destino, sono la voglia della vita di
essere viva, si dice che immortali
siamo e non ci dispiace affatto
sentirci così importanti Continua a leggere

La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Manuel Francisco Reina

di Annelisa Addolorato

Manuel Francisco Reina, è un poeta e scrittore spagnolo nato in Andalusia (a Jeréz de la Frontera, Cadice) negli anni Settanta. Da sempre amante (e studioso) del teatro, della musica – ha lavorato anche molto con la cantante e cantautrice spagnola Clara Montes – e della critica letteraria. Ho avuto modo di conoscere personalmente questo poliedrico scrittore in Israele nel 2009, durante il decimo Festival Internazionale di Poesia di Maghar, in Galilea, splendido festival ideato nel 1999 dal poeta e diplomatico Naim Araidi, dal momento che Io e Reina eravamo entrambi poeti invitati a partecipare a questo evento. Mi piace menzionare questo incontro e questo evento anche per la sua levatura, dal momento che si tratta anche di un Festival internazionale nato anche dalla volontà di conciliazione e convivenza pacifica che animava Araidi (scomparso nel 2015) e dunque gli e le artiste coinvolte nella iniziativa. La Galilea, splendida terra in cui storicamente e anche quando vi ci siamo recati per il festival hanno convissuto pacificamente varie popolazioni. Nel festival di quell’anno hanno partecipato anche poeti e scrittori provenienti dalla Turchia, dall’Irlanda, per fare qualche esempio, oltre che dalla Spagna. Nella stessa edizione incontrai sia Reina sia Aurora Duque (di cui parlerò qui in prossimi post di LA SPAGNA IN LETTERE). Lo stesso Araidi era druso.  

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Incontri X

May Swenson (USA, 1913-1989)

Domanda

Corpo mia casa
mio cavallo mio cane da caccia
cosa farò
quando voi sarete caduti

Dove dormirò
quale cavallo monterò
cosa andrò a cacciare

Dove posso andare
senza il mio cavallo
sveglio e veloce
come posso sapere
se si nasconde
nella boscaglia
pericolo o tesoro
quando il corpo mio
cane radioso sarà morto

Come sarà
essere nel cielo
senza tetto né porta
né vento per gli occhi

Dietro le nuvole girovaghe
come faccio a nascondermi?

Said (Iran/ Germania, 1947-2021)

Sii notte per me

Ci sono delle stelle cadenti,
amata,
che sanno la vita a memoria.
Più tardi penseranno che tu sia
una paillette persa.
Il cielo
vorrà aver dimenticato il tempo
quando tu eri la sua ospite. Continua a leggere

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Incontri IX

Jacques Robinet (Francia, 1937)

Ogni poesia deve
strappare la parola
dal silenzio
per restituirla
al silenzio

Volker von Törne (Germania, 1934-1980)

Pastorale

Nulla so dell’inizio
Nulla so della fine
Muovo ciò che mi
Muove

Bill Knott (USA, 1940-2014)

Sbagliato

Desidero essere frainteso;
cioè,
essere inteso dal tuo punto di vista. Continua a leggere

Incontri VIII

Bill Knott (USA, 1940-2014)

L’unica risposta
alla tomba di un bambino
è di sdraiarsi e fingersi morto.

Rainer Maria Rilke (1875-1926)

Cosa sarebbe la dolcezza
se non fosse capace,
tenera e ineffabile,
di farci paura?

Ella supera talmente
tutta la violenza
che, quando si lancia,
nulla si può difendere. Continua a leggere

Incontri VII

Erich Fried (Germania, 1921-1988)

Le misure

Si ammazzano i pigri
il mondo si fa diligente

Si ammazzano i brutti
il mondo si fa bello

Si ammazzano i folli
il mondo si fa saggio

Si ammazzano gli ammalati
il mondo guarisce

Si ammazzano i tristi
il mondo si fa allegro

Si ammazzano i vecchi
il mondo ringiovanisce

Si ammazzano i nemici
il mondo si ingentilisce

Si ammazzano i cattivi
il mondo si fa buono

Gianni Rodari (Italia, 1920-1980)

Bambini, imparate a fare cose difficili
È difficile fare le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate a fare cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi che si credono liberi. Continua a leggere

Lucio Mayoor Tosi. Primo pomeriggio


di Giorgio Linguaglossa

Primo pomeriggio

Un sottopentola, o tovaglietta. Di paglia, un po’ sfrangiata ai bordi.
Per forza di colore bordò. Chiaramente usata.

Anche farsi una sigaretta. Tavolo con casamenti per l’intero universo.
Nessun profilo, tutte le cose messe di fronte.

Quando d’improvviso. / È l’ora dei nani, tre quattro mosse
in paradiso di coscienza. E lì scavare, scavare.

Grigio, colore dominante. Acqua di colonia. Blu e nero
il monitor confinante col cimitero.

Un campo di luce più ristretto di quello del sole. Ora
primo pomeriggio. Raggi dal sottosuolo bene attivi.

Fermo come impalcatura ascolto. Se cuore e bellezza
siano confinanti.

«Confina con me. Il sottopentola» dissi. Quindi lei
sbattè la porta. E giurò di non vedermi mai più.

L’importanza di ogni cosa è misurabile scandendo
ogni sillaba del prontuario “Nuovo tempo”. Metodi

per il soccorso giornaliero. Homo sapiens. Prima
del digiuno. Lui e la sua coorte di oggetti. Continua a leggere

Incontri VI

Questa terra è una poesia

di Joy Harjo (USA,1951)

Questa terra è una poesia di sabbia ocra e bruciata che non potrei mai scrivere
salvo che la carta fosse un sacramento del cielo e l’inchiostro la linea rotta di
cavalli selvaggi che in lontananza oscillano sull’orizzonte. E se anche così fosse,
che significato potrebbe avere una cosa scritta per la terra, il vento e il cielo?

Nothing gold can stay

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Questa è l’ultima riga di una poesia di Robert Frost. Della mattina rimane
la sera, ma anche questa non rimane. Solo io rimango. Testimone di un
giorno che non c’è più, ma che è stato e che mi ha sporcata e che io
ho sporcato. Eppure, da qualche parte un poco di oro è rimasto. Perché
noi non dimentichiamo: nothing gold can stay. Non possiamo durare. Continua a leggere

Vincenzo Aveta, Poesie scelte.


di Giorgio Linguaglossa

Vincenzo Aveta, Poesie scelte, Progetto Cultura, Roma, 2022.

Vincenzo Aveta è un cavaliere dell’Apocalisse dei nostri giorni,vola con parole semplici a cavallo del suo Ippogrifo e viaggia tra le stelle:

Come il Re Balor ho vissuto
mille sogni in un solo tempo
e sono stato mille Re su un solo trono.
Tu sei stato mio Maestro
nell’arte del potere dell’occhio magico,
ma chi sei stato
ed in quale tempo
a che io ti riveda ora?
I nostri nomi erano già
su colonne iscritti a Dendera, non so.
Oh come grandi astri nascenti,
nuovi all’orizzonte ora
sorgono pure Andrea e Camilla.
Dal loro vero nome per me arcano.
Vivo in quest’orbita che s’evolve come
parabola in iperbole
e sì che rivedo i fuochi votati a Dio.
In alto con me per un’ellissi senza tempo
il bimbo d’allora si ritrova:
chi siamo stati per essere ciò che siamo.
Nel tempo dell’inganno universale
s’abbatte su di me
la tempesta di dolore e sofferenza.
Gridai la verità e arso da vivo il crocefisso
per questo anch’io sono stato. Continua a leggere

Incontri V

Marnie Walsh (1916-1996)

Bessie Dreaming Bear

Rosebud, So. Dak., 1960

un giorno siamo andati tutti insieme in città
in un negozio

ti abbiamo comprato delle scarpe nuove
rosse con i tacchi alti

da allora non ti abbiamo più visto.

e.e.cummings (1894-1962)

lily ha una rosa
nessuna rosa ho io
e perdere è meno che vincere (ma
amore è più che amore)

Bessie Dreaming Bear Continua a leggere

Incontri IV

Franz Hodjak (Romania 1944)

Spazi

la libertà
che ogni giorno
ci concede
degli spazi
è sempre tanto grande
quanto
lo spazio che noi
concediamo
ad essa

Bill Knott (USA, 1940-2014)

Morte

Quando vado a dormire incrocio le mie mani sul petto.
Metteranno le mie mani così.
Sarà come se volassi dentro di me. Continua a leggere

La parola ai poeti. Mauro Macario

Estratto di un’intervista a cura di Roberta Petacco all’autore Mauro Macario, dal libro L’opera nuda (Puntoacapo editrice)

 

Penso  che la poesia sia già in essere in ciò che la provoca prima ancora di filtrarla nelle parole.
E’ preesistente al compito in classe. Ritengo davvero intrigante la protopoesia, l’evento che la determina, quasi sempre ignoto agli altri. Avendo  lavorato in gioventù fra teatro, cinema, televisione, mi son fatto l’idea che la poesia non è una esclusività del mondo letterario come vorrebbero gli accademici, perché alla poesia non importa la scocca, il veicolo che s’intende usare per animarla e rappresentarla.  Non è il genere che ti dà la patente. E’ la poesia che decide quel giorno dove andare, con chi uscire, a chi concedere la chiave d’entrata. Può essere un poeta letterario, certo, ma anche un cantautore, un regista, un pittore, uno scultore… Ferré, il mio maestro diceva : “ Non è la parola che fa la poesia, ma la poesia che illustra la parola “. Naturalmente all’estero questa diatriba è già stata risolta da più di 60 anni con un tacito decreto egualitario che ha posto alla linea di partenza, artisti provenienti da pascoli creativi diversi e solo apparentemente lontani tra loro. Le classificazioni gerarchiche/razziste non esistono in arte, esistono nella critica teorica. D’altra parte, qui da noi persiste un equivoco calcificato in una sclerosi catto-scolastica che vede nella poesia il luogo della sublimazione celeste, dotata di un trampolino che la proietta tra un verso e l’altro, in un’ascesi mistica che, non arrivando tra le nuvole bibliche, atterra solo al bar di Medjugorje.  Anche nelle recensioni, oltre che nelle ascensioni, si constata la presenza invasiva di questa tendenza, quando certi critici citano passaggi poetici concernenti l’elevazione spirituale, l’amore universale, l’eternità, il Signore onnipresente, gli angeli e altri volatili di origine divina. Così salmodiando anche lo stile ne risente, ripiegando su moduli formali obsoleti e stucchevoli. La parte laica, minoritaria, sovente perdente, cerca di controbattere questo fenomeno  tutto italico. Meglio sarebbe stato se, oltre la naturale inclinazione intimista cui la poesia necessariamente attinge ( l’amato e imbattuto Pavese su tutti), ci fosse stata da parte dei poeti moderni anche un’attenzione partecipata e magari furibonda ai processi socio-storici del nostro tempo, alle utopie critiche, alle rivolte ideologiche o ribellistiche, all’indignazione morale.  Continua a leggere

Infinito Moonlit, la magia della scrittura

Per fare spazio a quanto di bello abbiamo nella vita, a volte dobbiamo eliminare tutto, ridurre all’osso le nostre giornate, i nostri contatti e assaporare il vuoto(pieno) attorno a noi.

Teresa e Maria, madre (figlia di una madre complicata e fredda) e figlia (amatissima, di Teresa e Moussa), lasciano tutto e si trasferiscono in una casa nel bosco. Passeggiano, accendono fuochi di notte, raccolgono erbe, parlano e pensano. E iniziano a stabilire connessioni, fra loro e con i mondi sottili, che possono essere la pura energia che ci avvolge, gli spiriti guida, ciò che eravamo e non ricordiamo, sicuramente presenze amorevoli di cui non ci accorgiamo e che invece si accorgono di noi.

Solo dopo aver fatto spazio ed essere arrivati all’essenziale, si può tornare alla vita di tutti i giorni, e affrontare le delusioni (un matrimonio finito e un uomo sbagliato, nel caso di Teresa; i piccoli screzi, a scuola, i pregiudizi, le riserve per Maria) con più leggerezza e il cuore pieno di bellezza.

Parlare d’amore, non solo quello familiare o di coppia, ma il legame universale fra le persone, la natura, il passato, le radici, sembra oggi un tabu, un segno di debolezza; si scopre il fianco ad essere troppo amorevoli e gentili. E invece Sara sparge amore a piene mani fra le pagine di questo libro; l’amore che cura, riempie, e offre punti di vista a un metro da terra, ché la giusta distanza dalle cose aiuta sempre.

La base sicura negli uomini attecchisce unicamente in presenza di amore incondizionato, è solo questo il nostro terreno buono, la giusta esposizione. In assenza di riserve, l’uomo può radicarsi a terra e sopportare anche le frustrazioni, la nostalgia, la fatica.

Incontri III

Wjatscheslaw Kuprijanow (Russia, 1939)

La fine del mondo

La fine del mondo –
non è il tempo
che l’uomo,
nascondendo
la propria oscurità,
immagina
nel futuro.
La fine del mondo
è quel luogo
in cui
egli scaccia quelli
che sono
l’inizio della luce.

Erich Fried (Germania, 1921-1988)

Gli ammonitori

Quando la gente ti dice
non curarti tanto
di te stesso
allora guarda
la gente
che te lo dice:
guardando loro
capisci
come è
quando non ci si
cura tanto
di se stesso.

Hilde Domin (Germania, 1909-2006)

Non arrendersi

Non arrendersi
non arrendersi
ma porre al miracolo,
silenzioso
come un uccello,
la mano
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Incontri II

Punizione

di Ruxandra Niculescu (Romania, 1949)

Non fu un dono
scrivere in due lingue!

Sempre cedendo alla tentazione
di trasferire la poesia
-appena nata
in una lingua-
nell’altra
e riportarla
in una nuova veste
nella prima
per spingerla
dopo amputazioni dolorose
ancora nella seconda.

A ogni passaggio di confine
si perdeva qualcosa di familiare
mentre qualcosa di estraneo
entrava nel suo cuore,
che la rendeva
un’altra poesia
sempre in viaggio
mai arrivata.

Epitaffio

di Reiner Kunze (Germania,1933)

a Selma Meerbaum Eisinger

Alla morte era dato
di portarla via dalla vita
ma non
dalla poesia. Continua a leggere

Incontro

Compianto senza musica

di Edna St.Vincent Millay (USA, 1892-1950)

Non mi arrendo allo schiantarsi dei cuori amanti sul duro suolo.
Così è e così sarà perché così è sempre stato:
Verso il buio vanno i saggi e i gentili. Incoronati
di gigli e alloro vanno; ma io non mi arrendo.

Amanti e pensatori, scendete nella terra.
Unitevi con la polvere di tutti.
Quel che rimane sono solo frammenti di quello che sentivate, sapevate,
una formula, una frase, – ma il meglio è perduto.

Le risposte veloci e acute, lo sguardo sincero, il riso, l’amore.
Tutto se n’è andato. Andato per nutrire le rose. Elegante
È la fioritura. Profumata è la fioritura. Lo so. Ma non sono d’accordo.
La luce nei tuoi occhi era più preziosa che tutte le rose del mondo.

Giù, giù, giù dentro il buio della tomba,
Gentilmente se ne vanno i belli, i teneri, i buoni;
silenziosamente se ne vanno gli intelligenti, gli spiritosi, i coraggiosi.
Lo so. Ma non sono d’accordo. E non mi arrendo.

Essere umani

di Al Purdy (Canada,1918-2000)

Quando mia madre fu ricoverata all’ospedale
dopo essere caduta da sola in camera da letto
io stavo costruendo una casa
a diciotto miglia di distanza

Andai a trovarla più tardi
e qualcosa nel mio viso le fece dire:
“Sicuramente ti senti malissimo”
intendeva che ero sconvolto
da ciò che le era successo
ma io non sentivo quasi nulla
all’epoca, tant’è vero che
pensavo solo che avrei dovuto
fare diciotto miglia ogni giorno
per andare a trovarla e ero infastidito
In quell momento
lei aveva guardato dietro la facciata
che normalmente nasconde il viso umano
e improvvisamente comprese
che non c’era molto
affetto per lei nel mio viso
e questa certezza era
peggio delle sue ferite

Ma non è possible tornare indietro nel tempo
nulla si può fare ora
che all’epoca
non è stato fatto
Morì non molto tempo dopo
disorientata
Aveva dimenticato ciò che le era successo
ma io mi ricordo sempre di quelle ultime parole
che sono le prime sulla lista
delle mie vergogne
intollerabili come quando ci si accorge
che una intera vita è stata buttata via
mi vengono in mente le parole di mia cugina
a proposito di suo fratello alcolizzato:
“Sarebbe stato meglio
che non fosse mai vissuto”

Mi ricordo di queste ultime parole
prima che la febbre portasse via la sua mente
e ora l’unica cosa buona è
che pensando a queste parole
nella mia mente lei
immediatamente
ritorna in vita
ripetendo le sempre stesse parole
“Sicuramente ti senti malissimo”
ancora e ancora e ancora
e ancora mi vergogno
e ancora sono vivo Continua a leggere

Incontri I

Tutto

di Hilde Domin (Germania 1909-2006)

Non pronunciate la bellezza,
Tacete l’amore,
Non toccate Dio,
Eravate molto giovani quando
Avete sbrigato la vostra morte.
Ora il mezzogiorno porta il viso della notte,
Ogni passo il gesto del cadere.
Ora che il vuoto si è fatto largo intorno a noi,
Cosa ci può succedere ancora?

Le cicatrici

di Piedad Bonnett (Colombia, 1951)

Non c’è cicatrice, per quanto crudele sembri,
che non racchiuda in sé la bellezza.
Una storia precisa che racconta
un dolore. Ma anche la fine del dolore.
Le cicatrici, dunque, sono cuciture
della memoria,
un finale imperfetto che ci guarisce
con un danno. La forma
che il tempo trova
perché noi non dimentichiamo le ferite. Continua a leggere