Archivi categoria: Scritture

“La leggenda della Madonna delle Armi”, commento di Marina Petrillo

“LA LEGGENDA DELLA MADONNA DELLE ARMI”

Amo l’antica Madre del mondo.

Ignoto sigillo posto nel ciclo profano

a rigore celeste. 

 

In manti cobalto e sfondi dorati

mai supplice all’odiato compagno

ponendo Sua ombra in suono.

 

A te, creatura creante appartiene

l’abisso del cuore.”

 

(da “materia redenta” silloge poetica di Marina Petrillo)

 

LA LEGGENDA

 

In profondità giunge la ri-velazione che il Sacro pone a suo confine. Ogni luogo di culto mariano, veste l’abito del sovrannaturale, il candido manto posto come aura su viaggiatori, pellegrini o semplici creature ignare alla celeste manifestazione. Continua a leggere

Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale

In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa.
Pier Paolo Pasolini

Una antologia di poesia civile.
Dedicata a Pier Paolo Pasolini.
Impresa di altri tempi, così sembra, eppure più necessaria che mai.
Perché i tempi sono quelli che sono e che sono sempre stati: bisognosi di analisi e intuito poetico.
Di ragionamento e lampo.
Per essere compresi e – ribaltati.

Sotto il titolo Il gommone forato la curatrice del volume Tania di Malta, con grande sensibilità, unisce poesie di autori che fanno parte del Realismo Terminale, Continua a leggere

Luca Esposito, Senza Respiro.


Questo libro è una foto. La foto di un’alba. È l’alba di un giorno preciso. L’alba è un inizio. Ha in sé una gioia indefinibile, quella degli inizi, che sempre promettono qualcosa. È una gioia che la bellezza intensifica: la bellezza dell’alba del 27 agosto del 2022, a Ventotene. È un’alba strana, tuttavia: un’alba di un giorno in cui tutto finisce. È difficile far coincidere cose come queste, forse è impossibile. Un cortocircuito che costringe a ripensare la vita, dall’inizio alla fine. I monaci consigliavano di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Il 27 agosto del 2022 è l’ultimo giorno di Lorenzo Guerrieri, detto Lollo, o il Guerra. Un giorno lunghissimo, che ancora non finisce. È un giorno di foto e di immersioni, come se la vita fosse questo: guardare e immergersi, accarezzare la superficie delle cose e spingersi dentro, per capirle. Ventotene è un’isola: la vita è un’isola nel tempo, un posto dove vorremmo stare per sempre, perché l’alba sia eterna, un nascere che non sia mai un morire. Questo libro è uno stare nell’alba per tenerla ferma, per chiederle di rimanere così, fotografata nella sua bellezza ineguagliabile, abitabile. Solo così si spiega il nostro stare accanto a Lollo, il rivolgergli ancora la parola, il chiedere a lui se le cose finiscono davvero o sono solo lo spostarsi da un fotogramma all’altro, un piangere e un ridere, un correre con la decappottabile, un lanciarsi col paracadute, un prendere un rospo tra le mani e dire: che bello! Questo libro è una foto: la foto della vita di Lorenzo Guerrieri, detto Lollo, o il Guerra. È la foto del papà e della mamma, dei fratelli più piccoli, della nonna, della zia, degli amici, degli insegnanti, dei compagni di viaggio e di immersioni. Sono tutti in quell’alba del 27 agosto del 2022. Nulla potrà cancellarli, nessun tramonto potrà spegnere la luce. È un libro. Una foto. Un’alba. Se qualcuno vuole entrare nella foto, non ne uscirà mai più, perché è l’alba dell’eterno, di un giorno che comincia, e non può più finire.

Luca Esposito, Senza Respiro, Ultima spiaggia, Genova-Ventotene 2023.

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Finché c’è guerra. La legge sull’esport delle armi

La guerra è la fiera campionaria delle multinazionali
Ilaria Alpi

Ucraina, Siria, Yemen, Libia, Iraq, Palestina, Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Kurdistan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Camerun, Burkina Faso, Sahel, Mali, Costa d’Avorio, Niger, Nigeria, Mozambico, Sahara Occidentale, Afghanistan, Colombia… Come ripete Papa Francesco, come ricordano gli organizzatori della Marcia Perugia-Assisi, la guerra è dappertutto e la facciamo anche contro i poveri, il clima, le donne, i rifugiati…
Non è vero che non possiamo fare niente di diverso da quello che stiamo facendo.
Non è vero che non ci sono alternative alla guerra.
Non è vero che non c’è spazio per il negoziato politico.
Innanzitutto, ci dice Tenzin Palmo, una delle più importanti insegnanti buddhiste occidentali, in una recente intervista, occorre avere chiaro che “i politici, i militari, i produttori di armi e le altre aziende implicate guadagnano immense fortune ogni volta che scoppia una guerra; si arricchiscono enormemente grazie alla morte e alla devastazione causate da ciò che commerciano. Ma a loro non importa: più morti ci sono, più si conferma l’efficacia delle loro armi e più ne venderanno. Distorcono la verità a loro beneficio, fanno circolare menzogne, come sempre succede. Non dobbiamo credere alla propaganda, anzi, teniamo il cuore aperto!”
E allora chiediamoci, con gli organizzatori della Perugia-Assisi: quali altre armi siamo disponibili a inviare? Per quanto tempo ancora? Quale strategia politica e militare sta guidando i nostri invii di armi? Le armi che inviamo, infatti, non bastano mai. Siamo arrivati ai carri armati, ma gli ucraini già chiedono i cacciabombardieri, i missili a lungo raggio…
Dal 1990 c’è una legge in Italia, la n.185, che vieta l’esportazione di armi verso i Paesi in stato di conflitto armato, richiamando l’art.11 della nostra Costituzione che afferma che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ma questo non basta.
I limiti della legge che vieta l’export di armi
La legge 185 è un testo normativo importante, che pone principi e obiettivi in linea con il dettato costituzionale e chi aspira alla pace si trova in sintonia con alcuni punti fermi previsti, tra questi il divieto di esportazione di armi verso paesi in guerra. Continua a leggere

LEDA ERENTE – inediti

Proponiamo all’attenzione del lettore di LPELS la poesia di Leda Erente (autrice della recente raccolta “Madreselva”, edita nel 2022 da Nulladie ed.), pubblicando alcuni testi inediti coi quali è stata finalista al Premio Poesia di Strada-Licenze Poetiche- Citta di Macerata 2022.    

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La fiducia nell’attesa è un’impronta

lasciata nel manto cavo di una conchiglia squamosa,

su un fondale di roccia.

Dai margini dentati tesse seta marina,

spalancata come una porta,

aspetta il ritorno della metà del guscio a cui riunirsi sul dorso

e poi aprirsi col desiderio di mordere il mare

in un ultimo boccone ancora. Continua a leggere

A quelli che verranno di Bertold Brecht

A quelli che verranno

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Davvero, vivo in tempi bui!

La parola innocente è stolta. La fronte distesa
Vuol dire insensibilità. Chi ride,
Non ha ancora saputo
La notizia atroce.

Che tempi sono questi, quando
Discorrere di alberi è quasi un delitto,
Perché comporta il silenzio su troppe stragi!
Colui che traversa tranquillo la via
Dunque non è più raggiungibile agli amici
che hanno bisogno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è soltanto un caso. Nulla
Di quel che faccio mi autorizza a sfamarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (Se la fortuna mi lascia,
Sono perso).

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
Quel che mangio lo strappo a chi ha fame e
L’acqua che bevo manca a chi sta morendo di sete?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche io essere saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
Stare fuori dalle contese del mondo e trascorrere
Il breve tempo senza paura
Spogliarsi di violenza
Rendere bene per male
Non soddisfare i desideri ma dimenticarli
Dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
Davvero, vivo in tempi bui! Continua a leggere

“Mostra, non dire”. Consigli d’autore per scrivere (e leggere) meglio

“Nun lo famo, ‘o dimo”.

Il guaio dei nostri tempi, la genesi del “sei troppo didascalico”, leit motif di tantissime schede di valutazione di manoscritti inediti e non solo. Concetto che gli sceneggiatori di Boris hanno azzeccato in pieno.
Se non ci sono i soldi (le competenze, le possibilità, il talento) di mostrare un avvenimento, un carattere, un aspetto del personaggio – il famoso “show, don’t tell”, mantra di tante scuole di scrittura creativa – allora parte il racconto di quanto accaduto, e che ha condotto a un determinato punto, attraverso lo “spiegone”.

Nel caso di Boris, la produzione non aveva i fondi per scene elaborate. Chi scrive un romanzo, o una serie, pare presupporre, a volte, il non poter contare sul lettore; quindi si pone come guida, muove le gambe al posto suo, e attiva immaginari sottotitoli con audiodescrizione.
Se un personaggio ha utilizzato, per esempio, un determinato farmaco e dopo venti minuti tracce di quel farmaco vengono trovate sulla scena del crimine, si sente la necessità di dire, appunto, che quel farmaco proprio quello era stato usato dal tizio poco prima, come se lo spettatore fosse stupido, o distratto. Capisco il voler intrattenere, senza stressare, ma così è proprio troppo.

Come antidoto alla cattiva scrittura, di cui Nun lo famo, ‘o dimo è solo uno dei sintomi, vengono in soccorso tanti libri di scrittori che condividono il loro punto di vista in maniera diversa; ne scelgo tre: una raccolta di epistole, un volume prezioso e originale, una biografia particolare. Continua a leggere

Giacomo Sartori, Fisica delle separazioni

di Roberto Plevano

Il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Sartori suggerisce imparzialità scientifica, epistemico distacco, come da predilezione per titoli asciutti, quasi etichette su referti e alambicchi delle sue esperienze narrative e poetiche. L’icasticità risponde a un bisogno di rigore stilistico. Come pochi scrittori contemporanei, Sartori è capace di plasmare prosa e verso adattandoli a temi e oggetti del testo, scegliendo lessico, locuzioni, costrutti a seconda delle necessità narrativa, e pure il suo stile è personalissimo e inconfondibile. Più che di stile dell’autore, nel caso di Sartori si dovrebbe parlare di autore di stili, capace di concretizzare la sua ricerca letteraria (Sartori, da buon ricercatore, sa che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, ed esaminare, verificare, controllare) in prove narrative assai diversificate: la scarna asciuttezza della prosa di Cielo nero, la lingua drammatica e fredda in Rogo, lo humor e la satira sociale di Sono Dio e Baco, in cui, caso raro tra gli scrittori italiani, Sartori lavora alla costruzione di un immaginario letterario poco vincolato alla centralità del soggetto individuale e si allarga all’intero dell’esperienza umana: la vita, il clima, l’ambiente.
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Lia Albricci, Una storia di guerra e d’amore

Per Pina, amica luminosa e amatissima,
che ha combattuto guerre terribili,
amava profondamente la terra dove era
nata, e questa storia le sarebbe piaciuta.

Una storia di guerra e d’amore
di Lia Albricci

Siamo spettatori. Di questa ultima guerra che stiamo vivendo troppo vicino e troppo lontano sappiamo quasi tutto. Abbiamo mappe, foto aeree, rappresentazioni grafiche precise al millimetro. Conosciamo il numero dei proiettili usati e l’aspetto tecnologico degli strumenti di distruzione più innovativi e brutali. Sappiamo di ogni bombardamento in tempo reale, delle perdite umane e logistiche, vediamo le immagini delle città distrutte e delle fosse comuni, vediamo le file dei profughi alle frontiere, vediamo i morti nelle strade, vediamo sui volti la paura e il dolore, la fierezza o la disperazione. Vediamo ancora una volta l’umanità che fa paragoni col proprio passato e si appresta a cancellare il futuro. Continua a leggere

Combattere il nazismo da dentro? Arriva Planck

di Antonio Sparzani

Max Planck (1858-1947)

Vi riscrivo qui l’esatto seguito di quanto scrive Heisenberg dopo aver dato conto del dialogo con lo studente:

Il mio visitatore si alzò per andarsene; lo trattenni offrendomi di suonare l’ultimo movimento del concerto di Schumann. Egli accettò volentieri, e quindi ci congedammo da buoni amici.
Nelle settimane successive, le interferenze della politica nella vita universitaria si fecero via via intollerabili. Levy, un mio collega di matematica, perse il posto malgrado i suoi meriti di guerra. Ciò suscitò un’indignazione tale – soprattutto tra i colleghi più giovani: ho in mente ad esempio Friedrich Hund, Karl Friedrich Bonhoeffer e il matematico B. L. van der Waerden – che pensarono di dare le dimissioni e di far pressione sugli altri colleghi affinché facessero altrettanto. Prima però di fare un passo tanto grave decisi di chiedere consiglio a qualcuno più anziano di me e di cui potessi fidarmi completamente. Presi quindi un appuntamento con Max Planck e andai a trovarlo a Berlino, al Grünewald.
Planck mi fece entrare in un soggiorno un po’ cupo, ma comodo e piacevolmente antiquato: mancava solo, per completare il quadro, un lume a olio sul tavolo. Planck mi sembrò molto invecchiato dall’ultima volta che l’avevo visto [si tenga presente che Planck era nato nel 1858, dunque aveva 75 anni, n.d.r.]. Le rughe si erano fatte più fonde sul suo viso fine e ben modellato; sorrideva a stento, di un sorriso doloroso. E sembrava terribilmente stanco.

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Francesco Di Ciaccia, recensione di “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

Un pensiero intorno al diario poetico “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

 

Seguire giorno dopo giorno la malattia della propria madre, fino alla sua “nascita”, non è senza tensione, senza tremore, senza dolore.

Ma non è senza certezza. La certezza della ri-nascita

La prima immagine che si presenta, polivalente e pregnante, è proprio quella della “nascita” – termine usato dal poeta –, che è ri-nascita.

La ri-nascita corre tra il tempo del credere e il non-tempo del vedere, il vedere che è il sapere diretto, chiaro, inequivocato e inequivocabile, “quando non saremo ciechi, quando tutto sarà finito” (2 dicembre 2021), cioè quando sarà finito il tempo della opinione, del pensare secondo le nostre costruzioni mentali. Continua a leggere

Combattere il fascismo da dentro? #2

di Antonio Sparzani

Werner Karl Heisenberg


e questa è la seconda metà del dialogo, pubblicato qui, tra Werner Heisenberg e un suo studente verso la metà del 1933, quando Hitler era già al potere da gennaio:

W.H. Si direbbe che non parliamo la stessa lingua”, dissi per cercare di calmarlo. “Cercherò dunque di spiegarmi più diffusamente. In primo luogo, ho visto che paesi quali la Danimarca, la Svizzera e la Svezia vanno avanti benissimo anche se non hanno vinto guerre da cent’anni e non hanno un grande esercito. Questi paesi riescono a preservare la loro specificità nazionale malgrado dipendano in parte dalle grandi potenze. Perché non dovremmo tendere anche noi in questa direzione? Potrebbe obiettare che la Germania è una nazione molto più grande ed economicamente più forte della Svizzera, e che quindi dovremmo avere un’influenza all’estero proporzionalmente maggiore. lo però vorrei considerare la situazione secondo una prospettiva più ampia. Il mondo sta cambiando in un modo che mi ricorda l’Europa alla fine del Medioevo, quando i progressi della tecnica, e soprattutto la comparsa delle armi da fuoco, fecero si che castelli e città perdessero la loro indipendenza politica, Continua a leggere

Roberto Juarroz : DECIMOTERCERA POESÍA VERTICAL

Roberto Juarroz

DECIMOTERCERA POESÍA VERTICAL

Hoy no he hecho nada.
Pero muchas cosas se hicieron en mí.
Pájaros que no existen
encontraron su nido.
Sombras que tal vez existan
hallaron sus cuerpos.
Palabras que existen
recobraron su silencio.
No hacer nada
salva a veces el equilibrio del mundo,
al lograr que también algo pese
en el platillo vacío de la balanza.

TREDICESIMA POESIA VERTICALE

Oggi non ho fatto niente.
Ma molte cose sono successe dentro di me.

Uccelli che non esistono
hanno trovato il loro nido.
Ombre che forse esistono
hanno trovato i loro corpi.
Parole che esistono
hanno ritrovato il loro silenzio.

Fare niente
talvolta salva l’equilibrio del mondo,
dando peso a ciò che pesa poco
sul piatto vuoto della bilancia.

Traduzione di Susanne Detering

In un mondo del fare, strafare, fare sbagliato, devastare – il non-fare
assume il carattere di un richiamo d’emergenza.
Il silenzio come l’unica risposta al rumore del chiacchiericcio e della propaganda.
Nel suo messaggio di Natale il teologo tedesco Eugen Drewermann mi
scrive dell’utopia come premessa della nostra umanità la quale possiamo
trovare soltanto in quel vasto paesaggio senza nome dentro di noi, aspettando
pazientemente quello che ci vuole svelare e quello che ci vuole tacere.

Stefanie Golisch

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Con il passaggio alla piattaforma autonoma del nostro sito, si era persa la possibilità di mettere un “mi piace” ai nostri/vostri post preferiti.

Grazie al nostro super webmaster Andrea adesso c’è di nuovo questa possibilità: sbizzarritevi, non siate timidi!

Marco Salticchioli Ramana [Dwija], Tre poesie

Marco Salticchioli Ramana [Dwija] è nato a Roma, città in cui vive, nel 1961. Sue poesie sono state pubblicate su “Poesia” (nella sezione “I poeti di trent’anni” a cura di Milo De Angelis, che ha anche scritto su di lui e sulla sua produzione poetica), “Il rosso e il nero” (con introduzione di Antonella Anedda), “Metropolitan” (con presentazione di Roberto Carvelli), “Galleria”, “almaluna”, “La società lunare” e numerose altre riviste.

È stato assai vicino, umanamente e letterariamente, all’esperienza della rivista “Braci” e alla rivista, pubblicandovi, tra l’altro, gli “Appunti su Scipione poeta”.

Non pubblica poesia, per scelta personale, da anni ed anni ed anni ed oltre.

Tra le ultime pubblicazioni, la postfazione al volume di poesie “Novalis o Europa” di Giselda Pontesilli (Giuliano Ladolfi Editore). Continua a leggere

Paolo Valesio, Il Testimone e l’Idiota. Nota di lettura di Marie Laure Colasson

Paolo Valesio, Il Testimone e l’Idiota, La nave di Teseo, 2022 pp. 278 € 20 .  

In una sua nota di lettura Giorgio Linguaglossa parla di «poeta kirkeegaardiano che ha attraversato la storia contropelo, che, nell’epoca della fine della metafisica, si è creato una propria metafisica per poter investigare un mondo ormai dissacrato, privo di sacro, che ha relegato il sacro nelle discariche degli oggetti e delle parole a perdere. È di qui che prende inizio il discorso poetico valesiano. La parola diventa testimonianza di una verità che è ogni giorno di più indicibile, impronunciabile, innominabile». Ben detto, io però vorrei parlare di un poeta ad un tempo cosmopolita e provinciale, globale e glocale, che abbraccia le due facce del linguaggio e dell’essere nel mondo. In Valesio la parola diventa «testimonianza» in virtù del semplice appalesarsi della parola poetica in un discorso tutto interno, internalizzato e, quindi, proprio per questo, pubblico, per pudicizia e per  rigore. Davvero un libro singolare, dissimile dai libri che si pubblicano oggi, che cerca con tutte le proprie forze di aprire un varco nel linguaggio sordo degli uomini del suo tempo, che parla un linguaggio non classificabile entro le categorie ermeneutiche della critica letteraria. E questa sua «inclassificabilità» è il miglior argomento in pro del lato pubblico di esso, del suo volgersi verso i pubblicani, coloro che commerciano con le cose pubbliche di beni privati che, per loro natura, si sottraggono alla impudicizia della pubblicità. Tutto sospeso tra la grazia e la colpa, tra la richiesta del perdono e la impossibilità di concederlo, il discorso poetico valesiano si comporta come l’«Idiota» (uno dei suoi quattro personaggi del libro: il Testimone, l’Idiota, la Fiamminga, la Voce), che ripete sempre la stessa parola fino alla nausea e allo stordimento.

 

(Marie Laure Colasson) Continua a leggere