Archivi categoria: Scritture

Un mondo nuovo (III)

di Roberto Plevano

Non c’è docente che rinunci a fare confronti fra il suo lavoro di qualche anno fa (la memoria ormai si stratifica; l’età media dei docenti italiani è la più alta d’Europa, più della metà hanno passato i 50 anni, siamo Matusalemme inchiodati alle cattedre, in intrepida sfida ai principi della buona pedagogia, e del buon senso) e quello che si arrangia a fare oggi. È vero che le condizioni, diciamo ambientali, del lavoro didattico sono peggiorate: agli stipendi mortificanti di sempre si sono aggiunti adempimenti burocratici, predisposizione di interminabile documentazione per casi particolari, rigida rendicontazione di attività e aggiornamenti, abusi e ottusità dei dirigenti, ma credo che sia lo stesso per molte categorie professionali.
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L’epoca del Covid e della guerra in Ucraina segna La Fine del post-moderno, di Giorgio Linguaglossa

A proposito di alcuni enunciati standard, a cura di Giorgio Linguaglossa

 

Posto qui alcuni enunciati standard che abbondano nei siti web e nelle comunicazioni via web. Si tratta di alcuni esempi di messaggi anisotropi, neutri, standard, impersonali, oggettivi, persuasivi, assertori, direi gentili della gentilezza di un linguaggio robotizzato, standardizzato, programmato. Si tratta di un linguaggio allo stato cristallino, sostanzialmente ambiguo ed eterodiretto che può essere interpretato in molti modi diversi a seconda delle sollecitazioni psichiche ed endopsichiche che intercettano. Continua a leggere

Primi passi del fascismo nel dopoguerra

di Antonio Sparzani

A partire dalla tenera età di 3 anni (aprile 1945) e fino alla laurea (1964) ho abitato a Desenzano del Garda, ridente cittadina – così si dice nelle migliori occasioni – sul fondo dell’assai frequentato in estate, soprattutto dalla gioventù tedesca, Gardasee. Era il primo dopoguerra, tempi non facili, poco da mangiare, difficoltà di vario genere, stanze da letto non riscaldate, i miei facevano “i conti” tutte le sere appena dopocena, ma cercavano di non far mancare niente al piccolo di casa, che prima dei pasti sempre prendeva l’Amaro Medicinale Giuliani, per crescere bene e forte. La mia famiglia, prima della guerra aveva senz’altro aderito a quel regime ventennale che tutti sappiamo; soprattutto mio padre, che aveva un buon posto nell’allora esistente Ministero delle Corporazioni – ministero bellamente abolito dopo la guerra, lasciando mio padre del tutto all’asciutto e senza più un lavoro possibile. Continua a leggere

Mauro Catani, “Almeno fino a qui”. Una selezione

Testo introduttivo di Giovanni Agnoloni

Una selezione dalla silloge poetica Almeno fino a qui. Cinquantatré piccole storie (ed. 96, Rue de La Fontaine) di Mauro Catani, scrittore originario di Massa Marittima e già autore per Aracne Editrice di un saggio sul tema dello sviluppo sostenibile.

Ho scelto queste poesie, in particolare, perché ben evidenziano la principale qualità dei versi di Catani, che è quella di raffigurare la quotidianità con le sue piccole (ma fortemente significative) epifanie, fotografie dell’eterno racchiuso nella fuggevolezza del momento.

Figlia di suggestioni realistiche appartenenti alla miglior tradizione narrativa italiana – penso soprattutto ai racconti del toscano di adozione Carlo Cassola -, questa silloge, non a caso, viene indicata come una raccolta di “piccole storie”. Si tratta di micro-cronache della vita di ogni giorno, anche rivisitata col filtro della memoria, e ha un che dello spleen dell’Antologia di Spoon River, tenacemente impastato con l’oggettualità delle cose e degli incontri. Come a ribadire che la vita è qui, in corso e con il risultato apertissimo. Il punto è quanto riusciamo a immergerci nel succo dell’attimo e a trarne la forza di procedere vivendolo coscientemente, ogni volta, ancora e ancora. Continua a leggere

Un mondo nuovo (I)

di Roberto Plevano

Ultima settimana di ottobre, rallegrata da temperature miti, al di sopra delle medie di appena qualche anno fa, anzi, piuttosto alte, anzi, per nulla miti: sono temperature spaventose, alterazioni dei cicli termici dell’Olocene (l’epoca geologica in cui ci troviamo, iniziata con la fine dell’ultima glaciazione, all’incirca 10000-11000 anni fa), segno di scenari catastrofici.
Pare però che nessuno si faccia prendere dal panico, al di là della quota di preoccupazione, quando c’è, condivisa con climatologi ed esperti, sempre più sconsolati.

Sono ormai quasi cinquant’anni che si accumulano evidenze del nesso tra attività umane e riscaldamento globale.
Trent’anni fa si apriva il negoziato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change) con lo scopo di stabilire un tetto di emissioni dei gas serra.
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Al più presto


Nutrire gli altri per nutrire se stessi: ogni parte del corpo si dona, perché l’organismo si conservi in vita. È dando che si riceve, come disse qualcuno. L’egoismo è il circolo vizioso da cui uscire al più presto.

Quattro poesie di W.B. Yeats tradotte da Luigi Paglia

Le quattro poesie di William Butler Yeats presentate appartengono tutte alla raccolta The Rose (1893) e, sono le  prime liriche “ il cui ritmo abbia qualcosa della mia musica”, come afferma lo stesso poeta. Si è voluto, quindi proporre il primo manifestarsi della grande poesia del poeta irlandese. Le traduzioni di Luigi Paglia, tratte dall’antologia, ancora inedita, di 111 poesie di Yeats, sono state eseguite metricamente (per la prima volta in Italia, a differenza delle traduzioni con versi liberi di Marianni, Sanesi e Melchiori) per conferire loro il necessario impulso ritmico. In particolare, sono stati tradotti  quasi sempre i dimetri con settenari, i trimetri con novenari, i tetrametri con endecasillabi,  i pentametri giambici con versi di 16 sillabe, seguendo l’esempio di Ungaretti che tradusse i Sonetti di Shakespeare, appunto, con versi di 16 sillabe e i tetrametri di Donne con endecasillabi. Luigi Paglia ha insegnato Letteratura italiana contemporanea Teoria e prassi dell’intertestualità  nella Facoltà di Lettere dell’Università di Foggia. Ha pubblicato 13 “libri d’artista” (con suoi testi poetici, sue traduzioni di poeti stranieri, suoi commenti e con incisioni di artisti italiani).  Altre traduzioni da Yeats sono apparse nell’ultimo numero della rivista “Poeti e poesia”. Per la saggistica ha pubblicato una quindicina di monografie in volume, tra cui: Invito alla lettura di Marinetti (Mursia, 1977), L’urlo e lo stupore. Lettura di Ungaretti. L’Allegria (Le Monnier, 2003);  Il grido e l’ultragrido. Lettura di Ungaretti (Mondadori, 2009); La scrittura e l’immagine (FBM, 2012).  Una cinquantina di suoi saggi, relativi alle letterature  italiana  e inglese (l’ultimo su Eliot uscirà nel n. 1/2023 di “Strumenti critici”), è apparsa in qualificate riviste italiane e straniere  Inoltre, ha composto una silloge di poesie, dedicate ai maggiori poeti italiani e stranieri, una sorta di originale storia personale in versi della letteratura occidentale. Continua a leggere

Lettera da Berlino

di Stefanie Golisch
Berlino, 8.10.2022

Caro lettore sconosciuto,

certo, preferirei parlare dei colori dell’autunno, del sapore dell’aria mattutina e del cielo azzurro intenso di certe giornate fredde e limpide.
Ma i tempi sono di guerra e, parafrasando liberamente un famoso verso di Brecht, ci sono delle situazioni in cui una conversazione sui colori degli alberi diventa inadeguata, si vieta quasi da sé, perché sembra che ignori tutto il resto.
Brecht scrisse questa poesia che s’intitola Ai posteri in esilio, tra il 1934 e 1938.

Io, in questo autunno del 2022, mi trovo a Berlino e, pur volendo lavorare piuttosto sulla mia pace interiore anziché immergermi in sempre nuovi conflitti, in questi tempi non è possibile rimanere fuori da ciò che succede intorno a noi: questa volta non, come al solito, in qualche parte del mondo lontano, ma proprio in Europa.

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Energia

di Antonio Sparzani

Diogene Laerzio

[mi permetto di ripetere qui, con opportuni aggiornamenti e aggiunte, un post che avevo pubblicato su Nazione Indiana 15 anni fa, dato che di questi tempi il termine “energia” mi pare essere fortemente tornato alla ribalta, date le varie vicende del petrolio, del gas e tutte le altre fonti, rinnovabili e non, di questa cosa che chiamiamo energia: ma che cos’è esattamente?]

Come ci riferisce Diogene Laerzio (III sec. d.C.), allorché nelle sue Vite dei Filosofi parla del grande Epicuro (IV-III sec. a.C.), nell’antichità, ma anche – aggiungerei – poi nel Medioevo, si dibatteva del singolare tema se il piacere fosse connesso necessariamente col movimento o se consistesse semplicemente nell’assenza di dolore (piacere catastematico, ovvero calmo e stabile). Diogene osserva che, a differenza dei Cirenaici che “non ammettono il piacere catastematico, bensì soltanto quello che consiste in un movimento”, Epicuro li “ammette entrambi, quello della mente e quello del corpo”. E infatti, entrando poi nel merito della dottrina epicurea, Diogene cita esplicitamente la seguente affermazione di Epicuro:

“Infatti, l’imperturbabilità e l’assenza di dolore sono piaceri catastematici, mentre la gioia e la letizia sono viste come piaceri in movimento e in azione” (1)

Questa locuzione “in azione” è, nell’originale, (energeìa), dove la parola vale ‘attività’, qualcosa comunque di dinamico. Continua a leggere

Continua a leggere. 66


Mentre mia madre prega i vespri, il ventilatore tenta di fare il suo dovere in questa estate di caldi africani, come salmi di lamento, con spartiti di tenebre e dolori che si affacciano comunque la metti, per questo reagire è decisivo, non cedere a quello che chiamano sconforto, il contrario esatto della consolazione, ricordi? il profeta che cantava: consolate, consolate il mio popolo, perché Dio non è invecchiato, ricorda che i caldi africani, le malattie materne, le morti dei figli, gli insuccessi nell’ambiente di lavoro, la minestra bruciata, la badante triste, ricorda che tutte queste cose potrebbero precipitare in ciò che chiamano sconforto, esattamente contrario al consolate, e persino  gli psicologi ci avvertono che invece di cedere al cosiddetto sconforto, conviene scrivere ogni giorno le dieci, venti cose che ci fanno contenti, di noi e degli altri, perché a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ti accorgi che non tutto è dolore, che un raggio di luce sopravvive, che ce la mette tutta, il nostro Dio, a consolare il suo popolo, proprio perché è il popolo a non avere più occhi per vedere, né orecchi per udire, il popolo – diciamoci le cose come stanno – vuol essere infelice, ed è per questo che don Mario scriveva, scriveva e sudava, sudava e scriveva nella cappella dei francesi, per insegnarci che dieci, venti cose in un giorno vanno bene, anche solo camminare, respirare, essere al mondo, condividere la storia, partecipare all’avventura del cosmo, accorgersi che l’intero universo è accarezzato da Dio, che ripete, forse più di allora, consolate, consolate il mio popolo, stretto tra guerre e pandemie, unito da un grido soffocato, la litania dei vespri, mia madre che mi fissa, come fossimo alla fine, come non dovessimo più perderci nemmeno un fotogramma di questa vita breve, della preghiera che ha sempre il fiato corto, vero lettore? che ha sempre il fiato corto, vero lettrice? e ha bisogno di fermarsi, di riempire i polmoni, di esporsi alla  carezza incerta del ventilatore, e anche a quella di Dio, di chiedersi ancora una volta chi potrà consolare questo mondo che dimentica persino perché soffre, che non trova più le dieci, venti cose che in un giorno andranno pure bene, e che a forza di scrivere, giorno dopo giorno, mese dopo mese,  faranno sopravvivere la luce.

Sempre tornare di Daniele Mencarelli (Mondadori 2021)

Sempre tornare è il libro che chiude la trilogia di Daniele Mencarelli; in ordine cronologico, è il primo della serie, ma mai come in questo caso il suo “posto” è a conclusione di un percorso a ritroso.
Il centro di questo romanzo è il viaggio, topos che da sempre rappresenta la crescita, il passaggio, la scoperta. In questo romanzo, va oltre la sua stessa funzione e dialoga direttamente con il lettore, rispondendo alle tante domande che i due romanzi precedenti lasciano senza risposta.
Daniele ha diciassette anni e ancora non sa (a differenza del lettore) che andrà incontro a difficoltà, dipendenze e un altro viaggio, un percorso di riabilitazione lungo, ma efficace.

Ogni volta che mi è capitato di venire a contatto con una persona dipendente da droghe o alcol, ho cercato di capire quale storia o quali storie la abbiano condotta fino a quello che per molti è un baratro, un abisso da cui è impossibile risalire. Mi hanno sempre affascinato gli aspetti dell’animo umano che conducono verso l’autodistruzione consapevole, e non ho mai creduto alla tesi univoca delle “cattive compagnie”, o dei “problemi in famiglia”.

Daniele Mencarelli, con la cifra che lo contraddistingue fin dal suo esordio, ovvero un’onestà totale, che non nasconde nemmeno gli aspetti più bassi e oscuri, la carne viva esposta agli occhi di chi con curiosità e un minimo di imbarazzo si ferma a “osservarlo”, racconta la genesi di un disagio profondo, che a tratti sembra irreversibile.
Il giovanissimo Daniele ci conduce in un viaggio a tappe (autostop, incontri, scontri) dall’Italia adriatica delle discoteche e delle vacanze, verso Roma e verso la sua famiglia, guscio incrollabile della sua infanzia e allo stesso tempo, forse, gabbia della sua età adulta. Continua a leggere

Continua a leggere. 59


L’autostrada è la vita, qui succede tutto. Tutte le storie l’attraversano, mentre l’estate abbraccia il paese prostrato, pieno di mosche e di formiche. È facile, ormai, vedere il mondo da quest’altra parte, dai voli insensati e insopportabili, nell’ottica nostra, degli insetti, eppure necessari per chi trova un appoggio su questa aiuola all’ombra, nella stazione di servizio: due storie che s’incrociano, la mia e quella della mosca, del tutto casualmente, o invece era scritto da sempre, che proprio qui, a quest’ora, in questo torrido giorno di luglio, mentre le auto sfrecciano sia a destra sia a sinistra e qualcuno mi guarda incuriosito – ma chi è mai questo, che a quest’ora, con questo caldo insopportabile, sta scrivendo sullo smartphone? -, proprio in questo momento della storia di questo universo conosciuto, questa mosca doveva posarsi su di me, e proprio adesso mi chiedo ma è possibile, sì, è possibile, mi aspettava da sempre, e se la mosca, coi suoi movimenti casuali, mi aspettava, e non vedeva l’ora di trovare riposo, incuriosita da una massa così ben disposta a fare da pista d’atterraggio, insomma se una mosca così poco incisiva nella storia universale mi aspettava, quanto più mi aspetta Lui, il creatore di tutto, che proprio per ricordarmi di sé può servirsi di eventi banali. L’autostrada è la vita, è qui che accadono le cose, e ora che il mio viaggio è a buon punto mi chiedo dove mi sia posato in questi anni, quali incontri in apparenza casuali, quali stazioni di servizio abbiano scandito un progetto che aiuola dopo aiuola, mosca dopo mosca, mi porterà là dove ogni minimo dettaglio svelerà il suo senso, dove, se conosci una cosa, le conosci tutte, perché tutto è collegato, perché l’amore unisce, anche il caldo dell’estate, le formiche che danno la scalata alle mie scarpe, questa mosca che ora guardo come se vi vedessi scritto il mio destino.

SILHOUETTE

1.
Esistono anche larghi cappelli con le falde:
riparano, rischiarano incarnati chiari
che raggiungono la spiaggia, calda
ma non del tutto, nell’antico dei mari, procedono
sulla frangia di spuma a piedi nudi;
talora una si volta, lancia un segno, e in quell’ultimo o primo
tra i saluti è il regno dello smarrito, del nascosto
della dimenticanza, nell’accenno di danza
del camminare, sul mare.
Saluta, quel volto chiaro, da una lontananza
che, pure, all’occhio, è l’immaginare dell’infinito,
guizzo dell’estro e attesa all’armonia,
e osa sfidare, silhouette, ove sia sia …

2.
Da quella schiera felice talora nell’aria, a nuoto
una si congeda, e per poco giunge, accosta, dice e non dice,
perché parlare è troppo, o gioco vuoto,
e sorride, e una mano sulla spalla
poggia , sosta a dire ch’è sicuro
il giorno, in questa camminata
a valle delle colline, sul mare passato e futuro.
Ritorna poi alla frotta di compagne
che la spiaggia traversano nella luce,
ritorna poi alla vita che s’accompagna
e a ogni curva del mondo che ama, che ricuce.
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Continua a leggere. 45

C’è qualcuno che gira qui intorno, con la valigia a rotelle, si siede su un banco della chiesa, si alza, attraversa la piazza del santuario antico e poi sparisce nel nulla. Inutile chiedergli, chiedersi perché. La valigia è la nostra, c’è il passato, il presente, il futuro. Tutti noi ce la portiamo appresso, lasciandola stridere sui sampietrini, posandola accanto al banco della chiesa, trascinandola fuori fingendo indifferenza, come se la nostra esistenza non riguardasse nessuno, neanche noi. Il bambino dialoga col padre, chiedendo e pretendendo: sta cercando d’infilare qualcosa nella valigia che si trascinerà crescendo, lasciandola stridere sui sampietrini, cercando di mettere insieme il suo passato, il suo presente, il suo futuro. Anche tu, lettore, anche tu, lettrice, hai accanto a te, dentro di te, un bagaglio che giri e rigiri nelle mani, chiedendo e pretendendo, perché siamo impazienti, ci sembra di avere la soluzione bell’e pronta e poi, zac, ecco che svaniamo insieme alla valigia, ricominciamo per trovare le radici, per lasciare che sia un altro a riempire il bagaglio misterioso, uno che ne sa, che ci segue nei nostri labirinti, che ci guarda negli occhi se posiamo la valigia accanto al banco, che ci legge dentro il cuore, che ci dice chi siamo, dove andiamo, mette insieme in un modo incomprensibile e invisibile passato presente, futuro e trasforma il nostro chiedere e pretendere di bambini capricciosi. Fino al prossimo giro.

Chandra Candiani, Abitare la meraviglia

Abitare la meraviglia
di Chandra Candiani

Quand’ero piccola, abitavo in una casa con un grande giardino che mi ha salvato. Non solo la pelle-la vita, ma anche l’anima, la meraviglia, il senso magico di esistere.

Dio abitava in tutti gli alberi e nei sassi della ghiaia, uno per uno, in mezzo alle ortensie, sia nei fiori che nelle foglie e nei rami e anche nelle nuvole. Un Dio quieto e silenzioso, un legame che non stringeva e non strattonava, un essere lì, silenziosamente. Era anche una gioia fisica. Come una brezza, un soffio. Come il respiro. E ubriacava ma con grazia. Continua a leggere

Da luoghi lontani, recensione di Riccardo Ferrazzi


Sempre più meritoria nel suo impegno, la collana “Senza Rotta” dell’editrice Arkadia offre spazio e opportunità ai racconti, genere letterario ingiustamente trascurato dall’editoria italiana. Dopo “Lo storiografo dei disguidi” di Paolo Codazzi, è la volta di una sillogedi tre autori: il “nostro” Giovanni Agnoloni, del quale, oltre ai recenti
Viale dei silenzi e Berretti Erasmus, non si può fare a meno di ricordare Internet: Cronache della fine; e inoltre Carlo Cuppini e Sandra Salvato, tutti e due poeti, l’uno con esperienze di teatro e letteratura fantastica, l’altra giornalista ed esperta di comunicazione.

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