Archivi categoria: Scritture

Occasioni


Possiamo offrire la sofferenza a Gesù solo in questa vita, poi non c’è più modo. Finché siamo in tempo, non trascuriamo questo gesto d’amore che ci collega a Dio. Di là rimpiangeremo le occasioni perse, e gioiremo, invece, di quelle realizzate.

La guerra. Sempre.

Omero non si stupisce né si indigna, e non spera in alcuna risposta. Dove sono i buoni nell’Iliade? Dove sono i cattivi? Non ci sono che uomini in pena – guerrieri in lotta che trionfano o soccombono. Le rivendicazioni della giustizia si riducono a un mormorio di lacrime e lamenti dinanzi alle ginocchia di marmo della necessità. Il desiderio di giustizia si esprime unicamente attraverso il lutto della giustizia e la tacita ammissione. Condannare o assolvere la forza equivarrebbe a condannare o assolvere la vita stessa. E nell’Iliade (come nella bibbia e in Guerra e pace) la vita è essenzialmente ciò che non si lascia valutare, misurare, condannare o giustificare dal vivente. Essa giudica se stessa solo pretendendo coscienza della propria ineffabilità. Tale accettazione priva di rigidità interiore, consustanziale all’esistenza, è lontanissima dalle ostentazioni degli stoici.
Figlia dell’amarezza, la filosofia dell’Iliade bandisce il risentimento. Precede il divorzio tra natura e esistenza. Qui il Tutto non è un insieme di frammenti rotti e rincollati alla bell’e meglio dalla ragione, ma il principio attivo della compenetrazione reciproca di tutti gli elementi che la compongono. Teatro dell’ineluttabile e simultaneamente il cuore dell’uomo e il Cosmo.

da : Rachel Bespaloff: Sull’Iliade, Milano, 2018 (Adelphi), p. 21p.

Ritratti femminili

di Kika Bohr

Ritratti femminili

Questa galleria di ritratti di ragazze e di donne che sono state assunte a servizio da mio nonno Paul a Ginevra, è il frutto di racconti che mi sono stati fatti da mia madre Chris. Per chiarezza vi dirò che la famiglia era così composta: Nonno Paul (separato, molto occupato col suo negozio, una parafarmacia), J.P. il figlio maggiore (fino alla maturità messo a studiare in collegio, poi diventato farmacista), mia zia Mo (poi diventata fisioterapista) e Chris. Mia nonna Al non era con loro perché separata, e in quegli anni le donne che avevano “abbandonato il tetto coniugale” non avevano pressoché nessun diritto. Ma torniamo a ricordare questa serie di persone che per quasi due decenni hanno svolto il ruolo di governanti, cuoche, donne-tutto-fare, a volte di sorelle maggiori. Come nella bella canzone di Stromae, Santé, in cui il famoso cantante belga brinda a tutte le persone che non possono farlo, io qui vorrei ringraziarle tutte e immaginarle con dei quadri che fanno parte del nostro immaginario collettivo.

ÉMILIE era giovane e robusta. Quando, carponi, stendeva la cera sul pavimento, permetteva alle bambine di salirle in groppa. (La possiamo immaginare come una bellezza alla Renoir). Continua a leggere

STORIE DI UN’ALTRA STORIA, Racconti di Mauro GERMANI. Nota di Giovanni Nuscis

Mauro GERMANI

STORIE DI UN’ALTRA STORIA

Racconti

Calibano Editore (Gennaio 2022)

 

I venticinque brevi e brevissimi racconti del libro, indica la quarta di copertina, sono racconti di misteri, ossessioni e inquietudini esistenziali. Il titolo della raccolta, Storie di un’altra storia, è quello dell’ultimo racconto, al centro della più misteriosa, complessa e avvincente delle storie narrate (Il capolavoro). Continua a leggere

Se verrà la guerra


di Giovanni Monasteri

Mia madre ha il dono della preveggenza, e secondo lei finirà male, molto male. Non chiamatela più Concetta, ma Cassandra. La pandemia – dice – era solo un avvertimento del Padreterno, ma ora, poiché non ci siamo pentiti e convertiti, verrà la “quarta” guerra mondiale. Di questo è assolutamente certa. La terza guerra mondiale c’è già stata, lei se la ricorda. Io le rammento che quella era la seconda, a meno che non conti qualche guerra d’indipendenza, di cui serba memoria. Continua a leggere

Intervista a Gianluca Barbera su L’ultima notte di Raul Gardini

A cura di Guido Michelone

Nei giorni appena trascorsi si è parlato a lungo di Mani Pulite e di Tangentopoli per i trent’anni appena trascorsi di un episodio storico oggi definibile simbolicamente dall’inizio di un megaprocesso (peraltro mai conclusosi) intentato da un gruppo di magistrati verso l’allora classe politica italiana: vi furono centinaia di arresti e condanne e ben quarantasette suicidi, dei quali il più tristemente famoso resta quello dell’imprenditore Raul Gardini (1933-1993). E oggi il caso viene per così dire riaperto dal romanzo L’ultima notte di Raul Gardini, scritto da Gianluca Barbera,  con cui  si  è intrecciato un lungo dialogo per capire le forme e i contenuti del libro medesimo.

 

C’è da supporre che il Marco Rocca del tuo romanzo non sia il giornalista che scrive di automobili su Quattro Ruote. Si tratta di un personaggio di pura fiction o ti sei ispirato a qualche cronista d’assalto dell’epoca? E di suo fratello Riccardo? Continua a leggere

“Imprigionato nell’istante simultaneo di decollo e atterraggio” di Paul Wu

Immagine di Jessica Lindgren-Wu

Ho conosciuto Paul lo scorso novembre sull’isola di Gotland, proposto da un produttore come direttore della fotografia per girare una sequenza di un mio film. Mi ha colpito immediatamente come persona interessante, buona e misteriosa.
Lungo la strada abbiamo parlato di tante cose finché a un certo punto, mentre il sole mi abbagliava, ho avuto un’intuizione repentina e gli ho chiesto se scrivesse. Paul è rimasto molto sorpreso ma anche intimidito dalla mia domanda inaspettata, e mi ha risposto con cautela che sì, gli piaceva scrivere, anche se… eccetera.
Ma ormai avevo capito che potevo fidarmi dalla mia intuizione. Gli sono stata un po’ addosso ma nicchiava, finché qualche giorno fa ha pubblicato un post su fb che mi ha folgorata. Poche righe dolenti, con un timbro che mi ha ricordato David Foster Wallace, uno di quegli autori che ogni traduttore sogna di interpretare. E gli ho chiesto il permesso di tradurre il pezzo e pubblicarlo qui. Mi ha dato il suo consenso e lo presento oggi a voi, in italiano e in lingua originale. Buona lettura!

Imprigionato nell’istante simultaneo di decollo e atterraggio
Di Paul Wu

Chiudo gli occhi. La schiena contro un muro arancione inondato di buon mattino dalla luce di un sole spagnolo. Nelle mie orecchie il suono del fluttuare delle onde, ampie abbastanza da lasciare una pausa tra il fragore dell’acqua sull’acqua, e quello dell’acqua sugli scogli. Nel mio cuore c’è un grumo di tristezza che sale alle mie palpebre e le fa gonfiare. La persona che guida la meditazione ripete in un inglese non nativo: “L’amore è l’unica cosa che conti. Trova l’amore. Trova la luce dentro di te.”

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Minibiografia intellettuale

La prima maestra è stata la natura: m’incantavo a guardarla, e ho capito quasi tutto. A scuola t’insegnano a dimenticare ciò che hai appreso troppo facilmente. In primina, furono notevoli le uova di Pasqua colorate della signora Spina, una maestra di cui ricordo solo che era alta e bionda: memoria senza volto. Le uova, però, le ricordo benissimo: nelle narici, ho ancora il loro odore forte, inconfondibile, un odore che ha dato senso a un anno. Il resto delle elementari è stato il regno della Battistoni, di cui mi rimane l’aria dolce, ma anche la ferita del quattro in matematica, difficile da rimarginare. Il percorso che coprivo a piedi prevedeva il passaggio accanto a una caserma di pompieri, simbolo di qualcosa che minaccia sempre di spegnere il fuoco dello spirito. Continua a leggere

Guido Michelone dialoga con Remo Bassini sul romanzo “La suora”


Tra le novità letterarie, il nuovo romanzo di Remo Bassini, La suora, spicca per il felice impasto di narrativa gialla e realismo psicologico, dal momento che, come rivela il critico Massimo Novelli “Ciò che racconta Bassini, quasi sempre sul filo di trame all’insegna del noir, non ha molto in comune con le narrazioni di grandi romanzieri provinciali italiani, da Lucio Mastronardi a Pietro Chiara, ma un’affinità notevole con le storie di Georges Simenon e con certi romanzi, gli ultimi, di Giovanni Arpino (si pensi a Il fratello italiano). Dunque si traccia una provincia sentina più di vizi che di virtù…”.
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Le Muse nascoste di Nicola Vacca (Galaad Edizioni)

 

Cosa unisce Claudia Ruggeri ed Emiliy Dickinson, oppure Agota Kristof e Nadia Campana? Con il suo nuovo saggio militante, Nicola Vacca non azzarda un’antologia della poesia al femminile, facendo storcere il naso saccente di qualche accademico placido sulle proprie sicurezze letterarie. Muse nascoste – la rivolta poetica delle donne (Galaad Edizioni, 2021), è il catalogo di un Pantheon personale e intimo delle voci poetiche femminili più autentiche e per questo più lancinanti. Si intuisce, quasi in modo tattile, la consonanza delle esperienze che vengono proposte al lettore e la sensibilità dell’autore, poeta in rivolta egli stesso. L’importanza di questa raccolta di profili biografici si lascia apprezzare più intensamente se la si inserisce prospetticamente nel lavoro di ricerca e condivisione che Vacca conduce ormai da alcuni anni. I suoi saggi più recenti, infatti, ci permettono una ricostruzione non convenzionale del Novecento letterario, integrale, non amputata delle testimonianze più coraggiose e per questo più vivide e feconde. Le ricerche di Vacca non inseguono rassicuranti e pigre conferme, le sue letture contengono sempre delle pagine inedite e inattese. Insomma, non ci ripropone riscaldati pezzi del secolo scorso estratti dal congelatore alla bisogna. La lettura di questi bio-testi possiede essa stessa una stimolante carica di (ri) esplorazione.

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Isacco TURINA, Non come luce. Recensione di Antonio Fiori

Isacco Turina

Non come luce

Terra d’ulivi, 2021

 * 

Sembrerebbe per Turina un momentaneo abbandono della sociologia per far posto alla poesia. Invece scopriamo che anche qui – nella collana Deserti luoghi di Terra d’ulivi diretta da Giovanni Ibello – avanza con piglio deciso dentro la società, dentro la polisemia della nostra lingua e dentro gli enigmi della relazione amorosa (L’amore è la linea/ più lunga fra due corpi). Il poeta dunque resta sociologo e il sociologo accoglie il poeta, come d’altronde dovrebbe accadere sempre, perché la poesia estende lo sguardo e non accetta recinzioni.

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“Anatomia del ritorno”, di Paolo Ciampi

Recensione di Francesco Improta

Paolo Ciampi, Anatomia del ritorno (Italo Svevo Edizioni, 2021)

Paolo Ciampi, narratore di viaggi o meglio di luoghi come egli ama definirsi, in questo libro dal titolo fin troppo eloquente torna a occuparsi di viaggi ma da un’ottica diversa. Non racconta esperienze, incontri o avventure capitate durante il suo girovagare ma si sofferma a indagare e a riflettere sul senso del viaggio e del ritorno, prendendo spunto dall’isola in cui si trova a trascorrere una settimana di relax e dalla lettura di un libro di Luigi Malerba, Itaca per sempre. Continua a leggere

In ricordo di Cristina Annino

E’ venuta a mancare la poetessa e pittrice Cristina Annino. E’ stata un voce poetica discreta ma significativa. Vogliamo ricordarla riproponendo la sua poesia per Poesia italiana del XXI secolo, con una nota di Rosa Salvia e una riflessione di Stefano Guglielmin.

Cristina Annino, all’anagrafe Cristina Fratini (Arezzo 1941), a Firenze si laurea in Lettere moderne e frequenta il Caffè Paszkowski dove entra in contatto con il Gruppo 70. Nel 1969 con le Edizioni Tèchne di Firenze, pubblica il suo primo libro di poesia, Non me lo dire, non posso crederci. Nel 1984 Walter Siti la include nel terzo volume di Nuovi poeti italiani (Einaudi). Nel 1987, grazie ad Antonio Porta pubblica Madrid (ed. Corpo 10). Nel 2001 Franco Loi e Davide Rondoni la inseriscono nell’antologia Il pensiero dominante – Poesia Italiana 1970 – 2000 (Garzanti, 2001). Fra le sue raccolte poetiche più recenti Magnificat, raccolta antologica di tutta la sua produzione (puntoacapo, 2009 – Premio Lorenzo Montano nello stesso anno); Chanson turca (LietoColle, 2012); Poco prima di notte, plaquette (Arca felice, 2013); Anatomie in fuga (Donzelli, 2016). Le sue opere in prosa: Boiter, l’affarista della sua pace (Forum/Quinta generazione, 1979); Connivenza amorosa (Greco§Greco, 2017). Appassionata pittrice, ha curato numerose mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero. Continua a leggere

Senza di Lanfranco Caminiti (minimum fax, 2021)

“Se non raccontiamo l’inverno, non arriverà mai primavera”. Parto da qui, da questo post che Lanfranco Caminiti ha lasciato in bacheca il 1 gennaio.
Dicono che un lutto vada “elaborato”. Credo invece che vada attraversato, e questo piccolo e prezioso romanzo ne è la dimostrazione nero su bianco.
Attraversare un lutto significa prendere coscienza del “fatto” che la persona amata non ci sia più, che non si possa più parlare con lei (con Paola, nel suo caso), abbracciarla, programmare il futuro, anche quello più prossimo e in apparenza banale, come andare a fare la spesa insieme.
Quindi, è utile ripercorrere la strada prima del lutto, senza dimenticare che “quel” cammino è finito e si deve scegliere un altro sentiero. Impervio, accidentato, ma necessario.

Mia nonna diceva sempre: “Amaru a ccu mori? Amaru a ccu resta!”. Chi resta deve infatti fare i conti con il vuoto, che si riempie solo di mancanza; un puzzle di tutti i momenti passati insieme, scampoli di vita che si cercano di mettere da parte, e a volte si tracciano, nero su bianco, come fossero puntini da unire per rileggere il passato e cercare di immaginare un futuro anche “senza”. Ed è quello che fa Lanfranco Caminiti in questo romanzo molto atteso: traccia una mappa della mancanza e racconta la trasformazione di un’unione, un matrimonio, in vedovanza.

Il romanzo inizia con uno spartiacque, tangibile, concreto, fra la vita “con” e la vita “senza”:

L’avrebbero vestita le sue nipoti. Io diedi loro l’abito che aveva comprato da poco e una camicia di percalle. L’abito era rosa antico e smanicato. E Paola non girava mai a braccia nude, le sembrava poco elegante.

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OSIP MANDEL’STAM. QUADERNI DI MOSCA

Osip MANDEL’STAM

Quaderni di Mosca

Giulio Einaudi editore 2021

A cura di Pina Napolitano e Raissa Raskina

 

*

 

Armenia

11

Mai più ti rivedrò,

miope cielo armeno,

non guarderò più a occhi stretti

la tenda da viaggio dell’Ararat,

e mai più aprirò

nella biblioteca di autori vasai

il libro cavo della terra stupenda

su cui studiarono le prime genti. Continua a leggere

Silvia Pareschi e l’arte del tradurre: cinque domande che avrei voluto farle a suo tempo.

Sono passati oramai più di 6 anni dall’intervista che feci a Silvia Pareschi, traduttrice dall’inglese all’italiano di grandissimi autori – da Jonathan Frazen a Zadie Smith, da Junot Díaz a Julie Otsuka, da Nancy Mitford a Don DeLillo (e molti altri ancora), e autrice di una raccolta di racconti dal titolo I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, Giunti, 2016.

L’ho ricontattata di recente, per porle alcune domande che non le avevo fatto allora, oltre ad altre che avrei voluto farle adesso. Ne è venuta fuori una breve chiacchierata che spero vada a completare quella, più corposa, fatta nel  2015.

Dunque, Silvia, quello del traduttore è un viaggio nella mente e nella sensibilità di un altro scrittore, prima ancora che nelle sue storie, al punto che, forse, ci si potrebbe spingere a dire che chi traduce finisca per arrivare a conoscere aspetti di un autore che sfuggono all’autore stesso. Dal 1992 al 2021 hai tradotto cinque romanzi di Jonathan Franzen (l’ultimo, “Crossroads”, è uscito quest’anno per Einaudi). Cosa ci puoi dire di Franzen e del mondo che racconta?

Il mondo di Franzen, lo sappiamo, è la famiglia. La famiglia che viene analizzata, dissezionata, sviscerata, della quale vengono mostrati i meccanismi distorti, ma alla quale si ritorna sempre come nucleo fondante della società e delle storie. Dalla famiglia si partiva per un viaggio nei temi della contemporaneità: nelle Correzioni il passaggio della società americana da un’economia industriale a un’economia basata sul Continua a leggere

L’inizialità dell’inizio iniziale, di Alberto Fraccacreta

                                               

La cosmogonia deve spiegare l’amore nella sua forma                                                    più alta. Altrimenti è falsa. 

                                               David Foster Wallace

 

Un signore distinto, con lineamenti gradevoli, bei baffi, viennese, il nome roboante di un enfant prodige: Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), trasparente e abissale nella sua décadence. Ecco alcuni versi: «— O che potremmo entrare in un nuovo,/ significante rapporto con tutto il creato,/ se cominciassimo a pensare col cuore». A quale ‘significante rapporto’ si fa riferimento? Be’, innanzitutto, il dato pratico: si tratta dell’esergo di Nel centro d’ogni cosa. Poesie 1890-1910 (traduzione e cura di Andrea Landolfi, Del Vecchio Editore, pp. 279, € 19,00), prima vera grande selezione della produzione lirica di Hofmannsthal a cinquant’anni dall’edizione Einaudi a cura di Elena Croce.  Continua a leggere

Per Vitaliano Trevisan


di Franz Krauspenhaar 

É morto Vitaliano Trevisan. Grande scrittore, gran rompicoglioni, litigava con molti (figurarsi se non ci siamo mandati al diavolo, a un dato punto, via Facebook, questo quadernone infinito, a quadretti come la forma dei profili dentro i quali stiamo tutti a vista, col nostro nome e cognome stampato sulla porta.) Non voglio parlare di me, voglio parlare di lui attraverso la piccola, per nulla significativa storia della nostra breve e virtuale conoscenza. A modo mio, e a grande distanza, lo stimavo; ma è stato un bene che non ci siamo mai incontrati. O forse no. Nessuno può dirlo. Pare fosse una persona di grande, profonda dolcezza, certo era un fuoriclasse non soltanto della letteratura e del teatro, ma anche della vita: una vita dura, da scrittore d’altri tempi, di uno che s’era dovuto industriare in tanti lavori, soprattutto umili; e abbastanza tardi, come me, si era affacciato al mondo segnato da graffi felpati nella gabbia di matti della letteratura. Che lo stesso fanno male, molto. Avevo sempre ammirato quella sua gioventù di lavoratore, di self made man, arrivato alla letteratura per destino, e non per appoggi e parentele (anch’esse destinali, spesso, ma in maniera ben diversa). Continua a leggere

Cinque chiavi per aprire senza richiuderle le porte di “A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli

di Jean Portante

C’è già nel titolo del nuovo libro di Loretto Rafanelli, A ogni stazione del viaggio (Jaca Book), una densa paradossalità, o, piuttosto, una dialettica: la stazione che rimanda verso l’immobilità, mentre il viaggio parla di movimento. Gli opposti non si oppongono, ma si nutrono l’uno con l’altro. Non stiamo parlando solo di un ossimoro. Si tratta di viaggiare nell’immobilità, e, allo stesso momento, di essere immobile nel viaggio. Lì giace il mistero della poesia. Rafanelli lo dice così, nel primissimo testo del libro, come per avvertirci immediatamente. “Vita che giungi nel segreto dell’attimo / che ordini le trame e i vasti lungomari, / che porti gli estremi sipari, / che attraversi i secondi nella fissità / del nominare”. Perché sì, la poesia è un nominare intimo, nel quale è possibile immergersi nell’attimo per cogliere la vastità, di attraversare il tempo stando fisso, rendere mobile ciò che è fermo. O fermo ciò che si sposta. Una sola parola può dire l’eternità, e a volte ci vuole una poesia intera per parlare di un attimo. Qui stiamo nel territorio poetico della vita. Perché sì, in ogni instante si apre, nel vivere, una botola segreta, che ci fa scendere nel misterioso e vasto sottoterra dell’esistenza. Questo mi sembra essere la prima chiave per aprire le poesie di Rafanelli. Ma di chiavi, ce ne sono più d’una. 

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