Archivi categoria: Scritture

Il mondo di FK. Brasilia


di Andrea Caterini

Per chi conosce l’opera di Franz Krauspenhaar, leggere il suo nuovo romanzo, Brasilia (Castelvecchi), potrebbe apparire spiazzante. A partire dal titolo, ci sembra quanto meno particolare che uno scrittore tanto legato nel suo immaginario alla sua Milano si sia spostato così lontano, addirittura cambiando continente, in una metropoli che siamo quasi certi l’autore non conosca direttamente. Ma è necessario rinunciare alle proprie idee, attenerci a quanto leggiamo. Brasilia, nel libro, è una città archetipo – non tanto, o non solo, lo spazio scenico di una vicenda, ma un luogo, per così dire, ideale. Brasilia è il mistero; una città doppia: la nuova e modernissima capitale, con la sua architettura futuristica, e ciò che dietro quel lustro di novità si nasconde (non solo le favelas, ma proprio il suo enigma demonico). È con questo doppio che fanno i conti i personaggi del libro: Ernesto, un figlio (il giornalista che al principio è in Italia, e guarda caso a Milano), e suo padre Juan, che lo prega di tornare in Brasile perché deve svelargli segreti che li riguardano. Continua a leggere

Nel giardino dell’amore

di Costanza Lunardi

Enrico Salfi, Cantico dei Cantici, 1900-30 ca


[La mia cara amica d’infanzia Costanza Lunardi, da tempo pubblicava sull’edizione bresciana del Corriere dei deliziosi quadretti letterari attorno al mondo delle piante, adesso quella rubrica è stata chiusa per ragioni economiche; io sono felice di averla convinta a passarmene qualcuno di nuovo da pubblicare qui. a.s.]

“Io sono un fior di campo/ sono il giglio delle convalli….Come un giglio tra i rovi,/ così l’amica mia tra le fanciulle./”

Cantico dei cantici (2, 1-2). Il canto altissimo. Il canto del giardino. Dove l’amore chiamando a raccolta il creato, definisce, grazie al dialogo continuato tra i due amanti, un confine intorno alla bellezza, che la tensione travalica con la pienezza del desiderio, oltre colline e deserti. Le analogie del canto biblico, attribuito al IV secolo a.C., variando nel ritmo della natura, fioriture e frutti, sapori e profumi, addensano una sensuale polifonia cosmica intorno alle figure dei due amanti. Giardino nel giardino, forse richiamo all’Eden perduto quello cui viene paragonata l’amata, “sei un orto conchiuso/ bella mia/ una sorgente sigillata, occulta..” (4, 12), che nutre melograni, nardo, croco, aloe, e “tentanti balsami”. Luogo sacro da proteggere e da cui l’amante teme di essere escluso. Il giardino dell’amore è un richiamo al bisogno di nutrimento, tra linfe che scorrono nella natura, baciati sorrisi tra labbra e guance di melagrana, albe a scoprire se fioriscono i meli, notti per fuggire come cervi “sui monti profumati” (2, 17).

[la traduzione del Cantino dei Cantici è quella di Cesare Angelini, che appare nell’edizione Einaudi, Torino 1973.]

Buon compleanno Giulia (Niccolai)!

di Kika Bohr

Giulia nel 2007 al compleanno di mio padre Olaf

Oggi sarebbe il compleanno di Giulia e mi suona veramente strano non poterle mandare quel “messaggino” (sms) o brevissima mail che ero solita mandarle. Da alcuni anni eravamo d’accordo tra di noi che quel giorno non le telefonavo per non “intasarle le orecchie”. La data era facile da ricordare tanto più che nell’87 avevo tradotto Autoritratto, un “Frisbee” di Giulia per la rivista francese Doc(k)s, (che qui trascrivo nella versione originale):

Sono nata il 21 – 12 – ‘34
21 e 12 sono anagrammati
e poi abbiamo anche 1,2,3,4,
Potrebbe essere elegante morire a 56 anni
per poter fare 1, 2, 3, 4, 5, 6.
Avrò 56 anni nel ’90.
Il 1991 però andrebbe meglio.
Farebbe da pendant al 21 – 12.
In questo caso sarei favorevole
a una lapide così concepita:
Nata il 21 -12 – 1934
Morta il 3 – 4 – 1991.
Difficile scegliere tra 56 anni
e il 1991.
Ma Giulia,
non si può avere tutto dalla vita!

Questo l’ha scritto negli anni ottanta. Alla fine però è morta a quasi 88 anni, nel 2021. Continua a leggere

“Il pazzo che si crede Dante”. Enzensberger sul Titanic

di Giovanna Menegùs
Pubblicato su Avamposto. Rivista di poesia, nella rubrica Odiare la poesia
Immagine: Ercole Milanese (Ostiense, Porto fluviale)

Il volume, con la bella sopracoperta bianca dei Supercoralli Einaudi macchiata, un po’ strappata, lo trovo alla vigilia del primo lockdown su una bancarella di libri usati. Lo scelgo e me lo porto a casa con il senso cupo e ansioso con cui si decidono le ultime provviste prima di rinchiudersi nel bunker. Sapendo che poi per molto (quanto?) tempo non sarà più possibile ritrovarsi così liberamente, oziosamente fra libri veri: freschi di stampa o polverosi e ingialliti che siano poco importa. Del resto essere un reperto, un oggetto salvato e consunto, per un poema dedicato all’affondamento del Titanic – 15 aprile 1912 – fa parte del codice genetico.
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Il mondo di FK. La presenza e l’assenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Domenica Barbato

Siamo a Milano.

Il protagonista è l’ex poliziotto Guido Cravat, uomo di cinquant’anni che da un mesetto ha deciso di mettersi in proprio diventando un investigatore privato.

Un giorno viene contattato dall’amministratore unico della E.PU.D.O., il facoltoso Rossano Tommei: “Un bell’uomo di una cinquantina d’anni, alto e grosso. Occhi azzurrissimi e freddi. Capelli biondogrigi. Naso alla Principe di Galles. Completo blu quasi aeroportuale. […] è davvero cordiale” Continua a leggere

Barbara Pesaresi, Avrò cura di te.


Attualmente il mio microcosmo è abitato da tre ottantaseienni: i miei genitori e uno zio. I risultati di questo mio stare in mezzo a loro a fare da bussola non sempre sono soddisfacenti, lo ammetto.

Cosa significa vivere accanto a persone che ogni giorno di più dipendono da te? Significa che a volte l’angoscia ti stritola il diaframma e il peso può essere difficile da portare. La vecchiaia è una faccenda complessa. Ma da qualche parte dentro di te, tu sai che è proprio quel peso che ti tiene ancorata alla terra, senza non sapresti dove andare. Continua a leggere

Il cammino per l’uomo, di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane


Il senso del libro di Fabrizio Centofanti e Sabrina Trane è tutto nel titolo: la conversione è un cammino per l’uomo – qui un prete alle prese con la sua fragilità umana, ma anche dell’uomo in generale, Adam, per intenderci, che non a caso prende il nome da adamà, la terra, impastata di imperfezioni e per questo bisognosa del cielo. Queste pagine sono la testimonianza di come Dio ribalti, nell’esistenza concreta di uomini e donne, situazioni apparentemente compromesse. Ciò non avviene senza costi altissimi: la sofferenza necessaria per il riscatto di una vita, e la tenebra che sempre avvolge chi entra in contatto col peccato. Gli ebrei hanno una parola struggente per dire conversione: shub, il gesto del tornare, dopo essere partiti per un paese lontano. Questo è il racconto di un ritorno, del lungo cammino dalla carestia all’eucaristia. Che possa essere d’aiuto per tutti i pellegrini della terra.

[Si può ordinare ovunque]

Francesco Forlani. L’estate corsa

di Roberto Plevano

Francesco Forlani si presenta come un dandy cosmopolita tra Parigi e Napoli, spazi geografici e sentimentali – e tanti sono i legami sotterranei, elusivi, imprevedibili, che si stringono tra le due capitali –, ma il suo lavoro di scrittore è assai lontano da un cliché di decadentismo.

La prosa sciolta, accattivante, è il prodotto di un progetto di radicale integrità del narrare, debitamente esposto nella citazione di Giambattista Vico in esergo al suo ultimo romanzo, L’estate corsa (Felici Editore, 2021) e compiutamente eseguito: in forza d’una corpolentissima fantasia, i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, fingendo criavano le cose, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona creatori. Questa natura criativa della finzione (narrativa) era ben chiara agli antichi. Una citazione di Tacito funge un po’ da guida intellettuale del protagonista del racconto, Frank, uno scrittore (verrebbe da dire, come tutti, ma Frank pare davvero un bravo scrittore, come pochi quindi): fingunt simul creduntque, “credevano in ciò che avevano appena immaginato”.

Queste serie premesse teoriche non introducono tuttavia un romanzo accademico e libresco. La storia che Forlani racconta ha piglio, inventiva, ritmo; le coordinate culturali, umanisticamente solidissime, sono il telaio su cui Forlani tesse una narrazione che potrebbe farsi tra le piacevolezze di un gruppo di amici intorno a un tavolo, buon cibo e ottimi vini.
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La vecchia barbona

di Nino Alecci

In un logoro cappotto stinto
di almeno 3 misure più grandi
su una panchina di un giardino pubblico
siede una donna
ha con sé una misera valigia di cartone
e un vecchio caddie della spesa
pieni di ricordi e solitudine
chiunque passa, affretta il passo
lanciando uno sguardo distratto
ma nessuno si ferma
nessun gesto, alcun sorriso
solo curiosità , forse pena
invisibile, spesso, agli occhi degli altri
sta lì, su quella panchina
a far passare le ore
serenamente senza alcun tremore
gli occhi persi nel vuoto
guardano lontano
rincorrendo chissà cosa
si passa una mano tra i lanosi capelli
come per scacciare un’ombra cattiva
e rivolge lo sguardo altrove
forse a ricordare un amore o un vivo dolore
a nessuno interessa la sua vita di vecchia barbona
solo a quella cornacchia appollaiata sul ramo
che attende pazientemente l’ora fatale
per rubarle di mano quel pezzo di pane.

Tutto quello che so su Francine

di Kika Bohr

L’ho vista una sola volta a Nizza circa una decina d’anni fa. Era molto amica della madre di una mia cara amica. Aveva più di ottant’anni ma mi è sembrata meravigliosa. La sua bellezza, certo un po’ cosciente di sé, allo stesso tempo molto curata ma con un non so che di leggero, mi è parsa l’incarnazione dello charme francese. Eravamo andate a prenderla con la Cinquecento alla sua residenza per anziani (di lusso ma fuori città) e lei era parsa molto felice di fare un giretto con noi, lei che aveva posseduto una MG era salita con grazia sul mio “catorcio”. L’amica mia ogni tanto mi dava sue notizie – eravamo entrambe in ammirazione per il suo atteggiamento positivo verso la vita che scorre – e mi raccontava ad esempio il suo entusiasmo nel frequentare il corso di yoga al centro anziani, lei che da giovane praticava lo Sirsasana, la verticale sulla testa. Immaginavo la sua figura slanciata capovolta – sempre in tuta aderente nera, mi assicurava l’amica comune. E poi c’è stato il Covid… Continua a leggere

Il Padre e i due figli

 

Parabola del Padre (Lc 15, 11-32)

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli”.

È il modo biblico per parlare della scelta, sempre necessaria. Il libro dei Salmi comincia con questo tema: le due vie. In qualunque momento della nostra vita siamo chiamati a scegliere tra bene e male, amore ed egoismo, verità e menzogna, costruzione e distruzione. “Pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male”, leggiamo nel libro del Deuteronomio (30,15). Lo spirito è l’intenzione, l’orientamento, la motivazione: cosa cerchiamo nella vita, cosa ci spinge, dove siamo diretti?

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Convergenze

Gesù ci aspetta: come il Padre della parabola, tiene gli occhi fissi su di noi. Dobbiamo solo ricambiare. Ecco perché il versetto cruciale della Bibbia è quello della Lettera agli Ebrei: “tenendo fisso lo sguardo su Gesù”. Far convergere lì la propria vita: più di questo non c’è.

Desiderio


La vita è desiderio: dipende da ciò che amiamo, perché il cuore va in quella direzione. Se amiamo l’Amore, tutto è a posto. Ama e fa ciò che vuoi, diceva Agostino, e non aveva torto.

Prossima pubblicazione. Il cammino per l’uomo.


Ho inviato a cinque case editrici la mia storia di peccato e di grazia. Attendiamo le risposte. Questo che segue è il primo capitolo. Il libro, scritto con Sabrina Trane, s’intitola Il cammino per l’uomo.

 

Forse non è il momento migliore per cominciare un libro. E’ una giornata di quelle in cui vorresti buttare tutto all’aria, in cui ti sembra che la fatica, le rinunce, i sacrifici, siano solo uno spreco di energie. Non sai neanche prevedere se questa storia starà in piedi o sia destinata a disgregarsi, come le stelle che vedi cadere e non sai dove, anzi, non potresti nemmeno giurare che siano proprio stelle e non, magari, mozziconi lanciati dall’auto che sfreccia avanti a te. Questo della macchina è un simbolo importante: una memoria di evasioni folli da una vocazione che non sentivo mia, che mi ero ritrovato addosso quasi casualmente, una sera in cui il mio amico sacerdote era arrivato con l’agenda rossa su cui annotavo i miei pensieri e mi diceva: ecco, questa è la frase che aspettavo.
Quanti eventi, da allora, si sono succeduti, e quanti se n’erano già verificati! L’ictus di don Mario, la precarietà della parrocchia, il panico di non poter prevedere se il faro della mia esistenza si sarebbe svegliato vivo o morto, la mattina. Il tempo, come dice la Bibbia, s’era fatto breve; non era più possibile tirarla in lungo, e anche se il segno chiesto nel santuario di Loreto (“facciamo così: se celebra quel sacerdote vuol dire che la chiamata è vera”) aveva dato parere negativo, il dado era tratto: sarei entrato in seminario.
Fu un problema anche questo: al Capranica non mi vollero accettare, probabilmente a causa del prete che avevo abbandonato per don Mario; si vendicava così, non avendo altri modi per sfogare la sua rabbia. Fu allora che contattai il rettore del Seminario Maggiore: mi accolse come un padre, dimostrando come gli uomini di Dio siano sparsi a macchia di leopardo, e che puoi ritenerti fortunato se ne trovi uno che faccia al caso tuo. Per don Mario la fortuna si chiamava Provvidenza, e io ci credetti, come a tutto il resto. Ormai ero sicuro che il Padreterno mi volesse sacerdote, e se oggi non è il giorno più indicato per cominciare un libro, se un macigno più pesante del solito mi appesantisce il cuore, devo dire che ci credo ancora, che in quello che successe dopo, in mezzo al crollo di tutti i punti fermi, fu questa l’unica certezza, come se la frase sull’agenda rossa non l’avessi scritta io, ma il dito dello Spirito Santo, che a volte s’infila così nelle pagine gualcite della vita.

“Senza” di Lanfranco Caminiti

Ho iniziato Senza ieri sera, prima di addormentarmi. Nel sonno la cadenza delle parole pronunciate con l’accento scillacariddico di Lanfranco Caminiti ha continuato a suonarmi nelle orecchie, svegliandomi presto stamattina, da un sogno pieno di rimpianto e nostalgia. E ho finito di leggere.

Senza è un memoir della perdita di qualcosa che va oltre l’amore, è un canto dell’appartenenza. Non c’è altro filo che non quello delle fasi del ricordo e del pungolo del dolore, non c’è cronologia in queste lettere spaiate che sono all’improvviso tu eri e poi invece lei era, come ogni volta ci fosse un destinatario diverso, ma alla fine sono per tutti e di tutti, col loro tornare incessante di onde sulla riva, irregolari come singhiozzi. Lettere di amore e di morte di cui si ricorda la distanza infinita del prima e l’impossibile presenza dell’oggi. Continua a leggere

Bomba al cuore di Göteborg

[NB. L’articolo è stato aggiornato il 30 settembre a seguito degli sviluppi sulle indagini poliziesche]

Ieri mattina poco prima delle cinque, mentre tutti dormivano, qualcuno ha fatto scoppiare un ordigno nell’androne di un palazzo in pieno centro, nel cuore benestante di Göteborg.
Conosco a memoria il brusio di ogni neon, il click di ciascun pulsante, la voce registrata degli annunci dell’ascensore e il cigolio di ogni porta, di quell’androne. Ci ho abitato per cinque anni, fino all’anno scorso.
Il palazzo è degli anni ’70 e interamente dedicato a ospitare appartamenti da affitto, in una zona altrimenti popolata da sontuosi palazzi primo novecento abitati dalla élite gossemburghese. Continua a leggere

Lirico terapia. Giorgio Bassani


Saluto a Roma

Addio, arena di calce, addio diamante,

il tuo cielo su me è un chiuso volto;

lascia ch’io torni al mio paese sepolto

nell’erba come in un mare caldo e pesante.

 

Porte roventi nel cielo distante,

nero è il tuo sole, nera è la tua luna.

Carne senza rimpianti, riso senza nessuna

memoria: addio città senza speranza.

 

Perché io so le tue vie, diritte spade, i suoni

delle tue piazze celesti; ma so il vento

che ti affila, il lamento

delle tue nascoste stazioni.

 

No, la tua fronte non splende di grazia.

Chi ti raccoglierà, grido di giubilo?

L’iride che ti specchia è senza nubi.

Sei sola, dentro le tue mura di spazio.

La città cambia a seconda dello sguardo. Questo è lo sguardo dei versi di Giorgio Bassani sulla capitale.

L’uomo che conosco


(creazione di Daniela Smiroldo)

L’uomo che conosco guarda il mare
Da una piazza spezzata, pensilina, ferro,
Lo intravede tra i platani del primo tratto
Del viale, il mare è dentro il porto, chiuso,
Da un remoto settembre azzarda conoscenza
Dell’anima del luogo, da un vento costante
Da oltre il Faro di Raineri, vento ora spento
Come le voci, nella prossimità di una lontananza.