Due poesie kitchen di Francesco Paolo Intini e Giorgio Linguaglossa

 

Due poesie kitchen di Francesco Paolo Intini e Giorgio Linguaglossa, Commento di Marie Laure Colasson

 

Francesco Paolo Intini

Un Cappotto Taglia 110 per Beethoven

Flex e il violinista si piantano sul balcone.
All’aereo che passa mandano un saluto ultravioletto

È giorno di cieli rotti e rifacimenti in nero.
Mattonelle scendono sugli abeti, riempiono i cortili
Un passero rovista nel riciclabile. Manca un led alla rabbia finale.

Il potere si concentra in un motore poi passa di mano in mano
Ma non saprà dirci, con tutta evidenza,
Cos’è quest’allegrezza nel fil di rame.

Si tratta di prolegomeni. Quello che accadrà ai nervi.
Se interroghi una scocca il parafango brandisce dubbi.

Dentro l’uovo cresce un velociraptor: TRRRRRR…
Spaccherà il guscio dell’Europa
Cosa vuoi che sia un trapano?

Toc..Toc… fa l’inizio di un bussare alla serranda:
che ci fanno i Cristi nella banda?

C’è sempre il lancio dal quinto piano
Previsto per il 15 dicembre.

Si aprono i lapsus e nel fuggi-fuggi dei violini
Beethoven azzanna un violoncello:
per i figli-dice- quelli che verranno.

Sulla bacchetta spunta una rapa
tra le orecchiette, le acciughe al sale
e patacche d’oro da inghiottire all’alba. Continua a leggere→

Simboli


Consoliamo Gesù nei momenti della Sua Passione: imprimerà il Suo Volto nell’anima, come sul velo della Veronica. I simboli guidano. Maria è la symballousa, colei che mette insieme: ci insegna i segreti dello Spirito.

Francesco Di Ciaccia, recensione di “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

Un pensiero intorno al diario poetico “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

 

Seguire giorno dopo giorno la malattia della propria madre, fino alla sua “nascita”, non è senza tensione, senza tremore, senza dolore.

Ma non è senza certezza. La certezza della ri-nascita. 

La prima immagine che si presenta, polivalente e pregnante, è proprio quella della “nascita” – termine usato dal poeta –, che è ri-nascita.

La ri-nascita corre tra il tempo del credere e il non-tempo del vedere, il vedere che è il sapere diretto, chiaro, inequivocato e inequivocabile, “quando non saremo ciechi, quando tutto sarà finito” (2 dicembre 2021), cioè quando sarà finito il tempo della opinione, del pensare secondo le nostre costruzioni mentali. Continua a leggere→

Una Antologia di poesia italiana contemporanea sulla perdita della Memoria storica

How the Trojan War Ended I Don’t Remember, An Anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century, Edited by Giorgio Linguaglossa, Chelsea Editions New York, 2018

 

Una Antologia di poesia italiana contemporanea sulla perdita della Memoria storica

È uscita negli Stati Uniti la prima «Antologia della poesia italiana contemporanea» curata da Giorgio Linguaglossa e tradotta da Steven Grieco Rathgeb con prefazione di John Taylor, edita da Chelsea Editions di New York, 330 pagine complessive, How the Trojan Ended I Don’t Remember, titolo che ricalca la omonima Antologia uscita in Italia nel 2017 per Progetto Cultura, “Come è finita la guerra di Troia non ricordo”. I poeti si dispiegano lungo un arco generazionale di circa cinquant’anni, dal 1926 anno di nascita di Alfredo de Palchi (il primo libro è del 1967, “Sessioni con l’analista”) passando per Anna Ventura il cui primo libro è del 1978 “Brillanti di bottiglia”. I poeti sono: Alfredo de Palchi, Chiara Catapano, Mario Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Renato Minore, Gino Rago, Antonio Sagredo Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura e Antonella Zagaroli. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Marco Ercolani

Realtà e surrealtà

 

La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo di ogni parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra nella roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi di dare a quel sogno un ordine possibile, nato da uno stato di trance: quell’ordine è l’universo fluttuante di una poesia. Al poeta, da sempre naufrago, tocca in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza. Continua a leggere→

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Epifania

?“[I Magi] fecero ritorno per un’altra strada.” (Mt 2,12)

 

C’è sempre una strada che separa il desiderante dall’oggetto desiderato.

Unica traccia è l’attrazione del desiderato sul desiderante. Seguirla implica uno spaesamento. Uscire dalla propria terra. Uscire. E andare verso.

Non è noto l’oggetto dell’attesa, è noto solo il desiderio. Per esso si attraversano deserti, si scavalcano montagne, portando con sé ciò che si ha. Quale gioia, quale struggimento per via.

Si segue una stella. “Se ben ch’i sia mortal corpo di terra, lo mio fermo desir ven da le stelle”, dice Petrarca. E come ogni stella, è lontana, è oltre. Come il desiderio, viene da un oltre e ad un oltre conduce. Continua a leggere→

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Zbigniew Herbert, Mandel’štam

Mandel’štam

E alla fine come tutti i grandi poeti è diventato un buffone

alla corte dei muschi e dei licheni nel reame sovrano

della tundra

desta l’allegria generale quando a quattro zampe come

un cane

cerca gli avanzi di cibo vecno nenažratyj

e così per la gioia dei prigionieri compagni di sventura il

poeta canta come un gallo

fa le capriole si mette sulle mani a testa in giù

quando gli manca l’inventiva semplicemente fa l’ebreo

Sono passati decenni nessuno più ti cerca

adesso forse il signor Brodskij nell’aldilà cerca di ritrovare

una traccia

è sempre stato così preciso il tempo e il luogo lo hanno

abbandonato

contava le sillabe come un avaro ma parlava anche con le

ombre

E Mandel’štam balla per la gioia degli urka

con la camicia mortale della paura i torsoli

gettati in faccia

dimenticato sul fondo del mar rosso

che si è chiuso su di lui non vedrà Jerusalem

gettati in faccia

E Mandel’štam balla per aumentare la gioia di

esistere

e Mandel’štam balla da solo scalzo sulla neve

[1996-1997]

La parola ai poeti. Gianluca Garrapa

Innanzitutto ringrazio Fabrizio Centofanti per l’invito. 

 

Un piccolo avvertimento per la lettura di quanto segue: quel che leggerete è esso stesso una forma poetica, ovvero una forma di scrittura desiderante che cerca di illustrare il tema proposto. Quanto vado scrivendo  è esso stesso desiderante-poetico; il discorso intorno alla poesia è, a mio parere, sempre contorno del desiderio, passeggiata intorno e dentro uno spazio del desiderio: ancor prima di essere metrificata, storicizzata, conclusa in un ‘genere’ contraddistinto dalla prosa, la poesia è lo spazio del desiderio, spazio che è anticamera di ogni inconscio, ogni Dio, ogni materialismo. Lo spazio del desiderio è, in sostanza, l’anticamera di sistemazioni di comodo che etichettino il modo e il mondo poetico in.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Isabella Bignozzi


Poesia è anelito al vero, preghiera collettiva che va mendicando un luogo in parola. Poeta è colui che tenta, in piena inadeguatezza, di farsi tale luogo, radicando il suo dire in lacerti d’assoluto, oltre le orizzontalità e contingenze del tempo.

Al pari d’ogni altro essere umano, chi vive in poesia è anima colata in un corpo, e come tale sente, nel punto d’incontro tra membra e soffio del pensiero, una tensione, una sdrucitura. È in questo divario che s’annida il conato del dire: tra l’essere verticale e trasparente, parte di un tutto, e l’esserci nel fluire, forma che scorre. Continua a leggere→

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