
Gesù è felice se gli sorridiamo, come un padre che accoglie il sorriso della sua bambina. Ci vuole poco a trasformare l’attimo in eterno, la routine in gioia.
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In quei giorni c’era uno strano miscuglio di eventi e sentimenti, come se l’apice del non senso, la libertà sfrenata, la noncuranza dei valori si scontrassero per la prima volta, dopo anni di pace fittizia, con il baluginare delle armi, l’incubo della bomba, scenari da tempo rimossi e ora tornati prepotentemente alla ribalta, come se i nodi dovessero venire al pettine comunque. C’era un’aria di precarietà, nessuno si azzardava a lanciare programmi, a formulare progetti, cercando, semmai, di salvare il salvabile, di costruire bunker psicologici che difendessero da quella che sembrava un’appropriazione indebita di serenità. Tutto questo accadeva per rovesciare le false sicurezze, per smascherare le precarie architetture dell’uomo senza Cristo. Qualcuno, addirittura, parlava della comparsa dell’anticristo sulla terra, una figura ambigua che sotto una patina di cordialità e correttezza nascondeva l’antiprogetto del demonio. Questa ipotesi avrebbe spiegato molte cose, anche certe derive della Chiesa, che sembrava aver perso la solidità di convinzioni millenarie e si lasciava trascinare in un infido commercio con il mondo. I criteri più certi parevano cadere a uno a uno, concessioni imprudenti confondevano il confine tra la vita e la morte, il bene e il male. La gente era ogni giorno più disorientata e gli stessi ministri del culto dissentivano tra loro, creando scandalo tra i semplici, che non sapevano più a quale santo votarsi né se i santi potessero ancora dirsi tali. Si moltiplicavano le pubblicazioni contrarie alla sana dottrina, mentre qualcuno già auspicava la convocazione di un concilio che dirimesse le questioni più urgenti e moderasse gli animi più accesi. Ne saremmo usciti? Tutto questo accadeva perché stava per aprirsi un’era nuova, in cui la menzogna sarebbe stata vinta per sempre da un semplice rintocco di campana.
Dal basso
Intervista a Roberto Deidier
Intervista a Roberto Deidier
Domanda a bruciapelo. Se tu dovessi presentare la tua poesia a chi non ti conosce, quali tratti metteresti in evidenza?
Cominciamo con la domanda più difficile. Forse la prima cosa che direi sarebbe che scrivo i versi con le maiuscole. Lo spiegherei dicendo che non mi piace improvvisare. Un poeta autentico, per me, non è soltanto un artista, è anche un artigiano della parola, del ritmo. Lo fanno anche gli inglesi. Un verso esatto non ha bisogno di essere urlato, dunque la mia poesia non ha bisogno di gridare. E questo è l’altro tratto importante, che riguarda non solo il lavoro sulla parola, ma l’identità stessa della poesia. Plutarco, nei Dialoghi delfici, ci dice che l’oracolo perse di autorità quando i sacerdoti non seppero più confezionare esametri esatti. Non fatico a credergli. Continua a leggere
L’appello
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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.
5 maggio

Sei ancora qui, presente, come allora:
mi chiedi come sto, mi accendi
il cuore, come la porta aperta
sul paesaggio dei colli, dove gente
come me cerca qualcosa,
e non riesce a immaginare che è vicino,
molto vicino il senso. A me lo dici,
perché continuo a essere il cuore
del tuo cuore e mai ti ho perso,
neanche per un attimo. Gli uccelli
cantano imperterriti, lo sanno
che c’è sempre una ragione, come quando
fumasti la prima sigaretta, in ospedale,
e la suora ti sorprese dietro l’angolo:
quanto riso rubato alla tristezza,
quanta sana rivolta a malattie
mortali che avrebbero stroncato
il più robusto degli esseri. Auguri, amico mio,
grazie d’esserci ancora, in barba al tempo,
caparra dell’eterno, che mi viene già incontro
col tuo volto.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 43
Mite e umile
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Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.
Cuore
Poesie di Elena Branda
Elena Branda nasce ad Alessandria il 23 luglio 1997. Giovane medico e scrittrice appassionata di poesie, racconti brevi e canzoni, ha pubblicato le raccolte “A cuore aperto” (2021) e “Crisalidi” (2022).
ALGEBRA
Se quantificassi l’amore
lo farei
in bicchieri di vino
quel vino rosso che
iniziamo a ridere e
smettiamo solo se
quando
mi baci
Lo farei
in baci
in baci del buongiorno
ti amo
ogni mattina
di più
per ogni bacio
in più
Lo farei
in carezze
in Andrà tutto bene
Lo farei
in piatti sporchi,
in abbracci notturni,
in antipasti condivisi,
in panni stesi sul terrazzo,
in sorrisi
in lacrime
Se quantificassi l’amore
ti direi:
ti amo
mille bicchieri di vino,
un mare di lacrime,
un cielo di sorrisi,
un milione di baci
e di carezze Continua a leggere
Talenti
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Il Coro canta a squarciagola ed è inutile chiudere finestre o mettere i tappi nelle orecchie: le note medievali giungono fin qui a ricordarci che nel mondo c’è qualcosa di estraneo, d’imprevisto, come quella volta che restammo soli in casa, nel luogo di vacanza, e cominciammo a sentire rumori che identificammo con serpenti, come se certi rumori potessero farli solo loro, e quando papà e mamma tornarono non riuscivano a capacitarsi di quella paura immotivata, ma noi sì, perché da piccoli tutto è possibile, soprattutto spaventarsi. Il coro fa una pausa: il direttore assomiglia a Branduardi, ma non ha più quel cespuglio di capelli che oscillava come la chioma della quercia in certi pomeriggi di novembre. Guardo la pila di libri avanti a me: forse è vero che cerchiamo la parola che spieghi ogni cosa, e invece ci troviamo con le note che corrono lungo il corridoio, in questa fine del mondo che non è altro che la fine di un mondo, il mondo dei poteri, dello sfruttamento, dell’ennesima scusa per spadroneggiare. Ora che mi affido alla memoria delle storie rimosse, ecco che è finito, il coro: si sente il rumore delle sedie riportate ai propri posti, come se l’immenso franare del mondo conservasse un ordine segreto, e i poteri corrotti si dessero un ultimo tocco di cipria prima di precipitare nell’inferno. A ben vedere, è questo il tempo delle guerre, dei capovolgimenti che porranno la parola fine al folle abuso, all’estrema zampata del maligno, l’ignobile sopruso di occupare la terra, di dire questo è mio, come fanno i bambini quando affermano un possesso che – puoi esserne sicuro – perderanno presto. Il silenzio è caduto all’improvviso nella stanza in cui si sente soltanto il rumore intermittente del vecchio aeratore, mentre l’ospite, il male, ricomincia a snocciolare i suoi ricordi, ed è bene, allora, fissare gli occhi su Gesù, chiedere a Lui dove diavolo si siano ficcati il buon senso e l’equilibrio, e perché tutto sia sospeso sotto un cielo di cartone, questo corpo che arde, come don Mario la domenica mattina che suonava il campanello chiedendomi di portarlo in ospedale. Quanto tempo è passato, ma siamo ancora lì, a sfrecciare su una strada seminata di semafori finti, almeno per noi due, che dovevamo arrivare prima che morisse. Ora che sei morto davvero mi parli più di prima, e il pianto che allora non usciva mi lascia con gli occhi ormai annebbiati, e il volto, il Tuo Volto, si mette avanti a me e mi dice, con la voce calma di sempre: non ti preoccupare, Io sono qui, il Primo e l’Ultimo, il Vivente.
Passaporto
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Che poi il caos ti insegue, ti si aggrappa addosso, quando meno te lo aspetti. Le nevrosi del mondo ti prendono per la collottola e t’ingiungono di fare questo o quello, ti succhiano la vita fino a lasciarti esausto. Se tutte le malattie del mondo si radunassero qui, in questa piazza cotta dal sole, si potrebbe fare un gran falò, una colonna di fumo che raggiungerebbe le case, le camere, e tutti sentirebbero l’odore acre della follia, il senso dell’umanità per ciò che è fuori del limite, che non tollera rinunce o restrizioni, che invade, che ingombra, e tu stai lì che speri di farla franca, almeno questa volta. La dinamica è la stessa: puoi fare questo? puoi fare quello? e ti chiedi quale sarà la posta in gioco, se sia più alta, se perderai tutto in una volta, o continuerà lo stillicidio, il dissanguamento progressivo.
I passerotti continuano a parlarsi, forse parlano a noi, ci ricordano che c’è salute, in qualche posto, che forse siamo noi l’unico angolo malato, mentre il resto è Regno di Dio, Suo progetto, bellezza incompresa in questo mondo di mostri, di guerre, di violenza. Chissà da dove viene il male, dove attinge la sua forza, le sue motivazioni, dove trova la forza di opporsi a un disegno così chiaro, un’unione, un’armonia, un essere gli uni per gli altri e non nemici, diffidenti, pronti a pensare male del prossimo che arriva, come se nel fondo dell’uomo e della donna ci fosse una tenebra invincibile, mentre è vero il contrario e allora perché non rischiare sul prossimo che arriva, questo ragazzo confuso, aggressivo, che denuncia il male che lo assedia, e tu gli dici aspetta, siamo noi che dobbiamo custodire, abitare la luce, e lui ci crede, se ne va sovrappensiero, come se il canto degli uccelli gli avesse ricordato qualche cosa, come se il progetto fosse emerso all’improvviso in tutto il suo splendore, e per un momento, per un solo momento, il paradiso fosse qui, un angolo di paradiso in questo giorno di merda, come aveva detto entrando, poco prima.
Convolare
Poesia italiana del XXI secolo

Italo Testa è nato nel 1972, vive a Milano. Tra i suoi libri di poesia: quattro, Oèdipus, 2021; Teoria delle rotonde, Valigie Rosse, 2020; L’indifferenza naturale, Marcos y Marcos, 2018; Tutto accade ovunque (Aragno, 2016); i camminatori, Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013; La divisione della gioia, Transeuropa, 2010; canti ostili, Lietocolle, 2007; Biometrie, Manni, 2005. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, tedesco e cinese, e sono inclusi nell’antologia di poesia europea Grand Tour. Eine Reise durch die junge Lyrik Europas, Hanser, 2019. Dirige la rivista di poesia L’Ulisse, ed è coordinatore del lit-blog leparoleelecose. Insegna Filosofia teoretica all’Università di Parma.
- Foto di Dino Ignani.









