di Fabrizio Centofanti
Le stelle sono mappe di sogni: non basta farli, bisogna dargli un nome. Il grande carro è il tavolaccio dove preghi, prendi il caffè coi biscotti al cioccolato, snoccioli pensieri che dovrebbero servire a dare un volto plausibile al futuro. La Stella Polare è Cristo, che non entra mai abbastanza nella vita e bisogna allinearlo con Merach e Dubhe, i Puntatori: i sacramenti e la preghiera, che guidano, indirizzano, porgono, quasi, la luce del Messia. Guardando in alto – o in basso, secondo la stagione – appare Cassiopea, con la sua forma a zig zag, a memoria delle piroette, i salti mortali, le chicane da affrontare a intervalli regolari, come se la vita fosse uno slalom o una corsa di formula uno da decidersi all’ultimo metro. Dell’Orsa minore vedi solo Kochab e Pherkad, le altre rimangono nascoste, come con Dio, che ti chiede di procedere a tentoni, ignorando di che tipo sia la prossima stella da incontrare: gigante rossa, nana bianca, buco nero o pulsar. Il tempo passa e tu sei ancora lì, a dare un nome alle luci lontane e tremolanti, simili a sogni irraggiungibili. E invece sono elenchi dei tuoi desideri più profondi, destinati ad avverarsi, quando il Cristo ti avrà attratto nell’orbita abbagliante del suo abbraccio.