Offrendo al Padre le sofferenze di Gesù si ottengono grazie grandi e insperate.
Angelo Barile
Uscire dalla vita
Uscire dalla vita come quando
s’esce di chiesa
in un finale d’organo: s’avventa
l’anima a scale prodigiose, trova
il piede sulla soglia
un bianco che vi palpita: e la luce
è nuova.
Ma uscire non è dato in rapimento.
Ch’io possa almeno
lasciarmi dietro la mia stanza, un poco
volgendo il capo a riguardarla, alfine
pulita, sgombra
d’ogni discordia, in ordine sereno
come la chiesa ora vuota: le croci
fanno una chiara ombra
sul pavimento.
Poesie (1930-1963), Scheiwiller, Milano 1965, p. 137.
Gratitudine
Estasi mistica? Una riflessione su spirito e sensualità.

di Danilo Di Matteo
Elogio del sesso
Una spinta è il sesso
sollecitazione
sangue che scorre,
un andare verso,
un sovrastare,
uscita del corpo da sé stesso
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Ma voi?
(Mark Rothko)
“In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.” [Mt 16,13-20] Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 5
La Morte 5. Un accenno di inchino
In una stanza chiusa, dai pesanti tendaggi, dai fitti parati, dai mobili di pregio, una signora accarezza, lieve, le fotografie dei defunti disposte in semicerchio sul tavolino, tra rosari sgranati, piccoli crocifissi e resti di candele. In un’altra casa, in un altro paese, in una stanza che appare più ampia ma meno sontuosa, forse una cucina, teli coprono un lavabo con il relativo rubinetto, il tubo a vista di una stufa penetra nella parete, parenti e amici vegliano addolorati le spoglie di un uomo adagiato in una bara scoperta. Continua a leggere
Diffusori
Il settimo senso. Visioni, epifanie e tracce di spirito nel cinema. # 4

di Giulio Bruno
Il volto oltre il dossier: etica e fallibilità ne Il caso 137
(Focus su Il caso 137 di Dominik Moll)
1. Il film come generatore di pensiero
Il caso 137 non è un film filosofico. È un’opera procedurale, rigorosa nella forma, ancorata alle manifestazioni dei Gilets Jaunes del dicembre 2018, che produce le condizioni in cui la filosofia diventa necessaria per rendere intelligibili tensioni altrimenti opache: la cecità di un’istituzione che funziona correttamente pur producendo ingiustizia, e una responsabilità morale che resta senza colpevole identificabile. Al centro di questa istruttoria cinematografica si pone la distinzione cruciale tra la crisi della verità — tesi spesso cavalcata dalla critica per descrivere il relativismo contemporaneo — e la fallibilità strutturale della verità stessa. Dominik Moll stesso dichiara di voler “opporsi all’idea di una verità non raggiungibile“, invitando a non arrendersi all’incertezza. Tuttavia, il film sembra muoversi in un interstizio più complesso: la verità del film è sufficientemente solida da orientare l’azione e il giudizio etico, ma sufficientemente fragile da non poter essere mai definitiva. Non siamo di fronte a un’assenza di verità, ma a una verità che ‘si mostra’ senza potersi ‘fondare’ su una prova inconfutabile.
Poveri
POESIA E POLITICA.46. JEAN SOLDINI

Senza batter ciglio
Gesticolano da un pezzo logiche sconsiderate,
prepotenze oltremisura dissimulate,
pretesti troppo sterilizzati per avere dignità d’alibi,
spavalderia d’ubriacature di primi della classe
capaci di partorire guerre-per-la-pace
senza batter ciglio.
Il giudizio
Il giudizio è una faccenda seria. Per esempio, il giudizio universale. Staremo lì, nella sala d’attesa, con l’emozione dei “quadri” di una volta, quel terrore che la prof mi rimandasse in matematica. La vita ci scorrerà davanti come un film, e capiremo come, quando e perché siamo caduti nel peccato, e la stupidità di averlo fatto. Perché il male è stupido: riduce la comprensione delle cose, equivoca, devìa dal senso originale. Come dice l’etimologia, manca il bersaglio.
Di fronte a un evento cosi clamoroso e coinvolgente, i giudizi quotidiani impallidiscono: che vuoi che sia se qualcuno pensa male, o mi calunnia? È un suo problema, e questo mi dispiace. Ma non tocca la mia identità, quella che Dio mi ha riservato. Siamo in bilico tra due giudizi: uno vero e uno falso. Entrambi ci ricordano che la verità è la sola cosa interessante.
Tandem
Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Ungaretti. 17
Di più
Le verità
di Stefanie Golisch
Esiste una verità, nessuna verità o una molteplicità di verità? Da sempre esiste la ricerca della verità e la parola stessa “verità”. In greco antico al?theia, che significa “ciò che non è nascosto”. Qualcosa, quindi, che già esiste e che è solo in attesa di essere svelato. Ma cosa fare con quella verità, meta del nostro desiderio intimo di scoprire la risposta a tutte le domande?
Vi sono delle conoscenze che aiutano a vivere e altre che equivalgono a una pugnalata.
La verità ultima.
Il tempo cessa e inizia l’eternità.
Ma siamo pronti a quell’inimmaginabile tempo non più tempo?
Parole grandi: verità, eternità.
Parole per filosofi che si concedono il lusso di ignorare il quotidiano in nome del sublime. Chi pensa non pela patate e chi pela patate non ha tempo per pensare.
Poiché anche questa è una verità: che nelle mani dei potenti può diventare un possesso da difendere contro tutto ciò che la mette in discussione.
Con mezzi legittimi e spesso non legittimi.
Con tutti i mezzi. Continua a leggere
Crescere e diminuire
A che serve
Strano, un Dio che serve. Ci saremmo aspettati, piuttosto, uno che dominasse con la forza, che sistemasse senza complimenti chi ti ha fatto del male. A che serve un Dio che serve? Non sarebbe più adatto uno che risolvesse ex cathedra tutte le questioni? Tu dentro, tu fuori, e chi s’è visto s’è visto. A che pro tante attenzioni? Non è più efficace il Dio degli eserciti del Primo Testamento?
Poi vai a vedere anche lì: a Gedeone lascia solo trecento combattenti; Davide va incontro al gigante con la pietra e con la fionda. Il vincente, agli occhi di Dio, è sempre il più debole, l’inabile, il secondo: Abele, Giacobbe, le donne sterili, gli anziani…
Dev’essere un vizio: il Servo di IHWH; eccomi, sono la serva del Signore; io sto in mezzo a voi come colui che serve. Per divino, insindacabile parere, uno che serve, serve.
Sempre
Claudio Damiani
Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
o cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.
















