SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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Il tema


Il tema in classe è un genere letterario intramontabile. L’arte dell’insegnante consiste nel proporre tracce che risveglino, nello studente, la capacità di vedere le cose in modo personale. In questo senso, anche a noi farebbe bene. Gli argomenti non mancano, ma vanno scelti con cura. Ricordo vagamente quelli assegnati da bambino: la mia famiglia, i miei nonni, una vacanza. I risultati erano cronache prive di spessore, una piatta descrizione di tratti neutri e concentrati di abitudini: il padre che lavora, la madre che cucina, litigi o giochi tra fratelli. Pensiamo a come sarebbe diverso, oggi, il nostro svolgimento: ne uscirebbe un romanzo, una saga sul tipo dei Buddenbrock, o dei Guermantes. Questo è il motivo per cui i temi si danno ai piccoli e agli adolescenti, che hanno poco da dire, a meno che non si chiamino Giacomo Leopardi o J. R. R. Tolkien, che scrisse la sua opera prima tra i sei e i nove anni. La vita ci raffina, ci rende più complessi: per questo, oggi, un testo breve può emergere soltanto da minuscole porzioni di mondo. Ma può darsi anche il contrario: affrontare argomenti universali esprimendoli in pochissime parole, come fossimo ancora quei bambini chini sul banco, con gli occhi nel vuoto, alla continua ricerca di una perduta verità.

Ahmet Altan: Mi possono imprigionare, ma non mi possono tenere

“Un oggetto in movimento non è né là dov’è, né là dove non è.” – così recita il famoso paradosso di Zeno. Già quando ero ancora molto giovane ho dedotto che questo paradosso, più che la fisica, riguardasse la letteratura e in particolare la posizione dello scrittore.
Sto scrivendo nella cella di una prigione.
Se si inserisse la frase “Scrivo nella cella di una prigione” nel testo di un racconto, assumerebbe immediatamente una tensione interiore vibrante, il suono di una voce che si alzerebbe in modo spaventoso da un mondo oscuro e misterioso, una voce che parlerebbe del coraggio di una vittima e che chiederebbe in modo inequivocabile pietà.
Prima di cominciare ad impietosirvi, però, ascoltate ciò che ho da dire.
Questa è una frase pericolosa che facilmente può essere utilizzata per sfruttare i sentimenti delle persone. Anche gli scrittori non sono sempre immuni davanti alla tentazione di usare la lingua e le emozioni che queste evocano in funzione dei propri interessi. Continua a leggere→

La vita a cipolla


Uno scherzo interessante sarebbe fingersi una statua – come quelle che si vedono nei centri storici, che prendono vita all’improvviso – e ascoltare i discorsi che si fanno per non essere sentiti. È curioso notare che siamo fatti a strati, come cipolle, e comunichiamo a ognuno una certa percentuale della nostra persona e della nostra storia. È inevitabile, ma crea imbarazzi, distanze, pregiudizi. Se l’altro mi conosce solo in superficie, tra noi ci sarà sempre il mare del non detto, saremo isole da cui scambiamo messaggi in bottiglia che rischiano di perdersi, o peggio, di confondersi tra loro: sono le sabbie mobili dei pettegolezzi, delle maldicenze, in cui il groviglio diventa inestricabile, non ricordi più nemmeno cosa, a chi e in che modo hai riferito. La vita a cipolla è un dato ineluttabile, ma bisogna conoscerne i risvolti perché non faccia lacrimare. Grazie a Dio c’è una statua vivente che ascolta tutto quello che diciamo, e ci assicura che quanto sussurriamo in segreto sarà gridato sui tetti. È la bella trasparenza di Dio.

Vivalascuola. Malascuola

In questa puntata presentiamo la Malascuola: ne parlano Alvaro Belardinelli, Anna Angelucci, Emanuele Rainone, Franco Toscani, Luigi Capitano. E’ la scuola che ci ritroviamo in questo inizio d’anno scolastico e con cui dobbiamo lottare per sopravvivere e per limitarne le ricadute (i danni) sui nostri studenti. Quella che i governi chiamano la “Buona Scuola“, anche se purtroppo il nome non può cambiare la sostanza. Sarebbe meglio chiamarla Non-Scuola, come suggerisce Luigi Capitano. In essa ai vecchi mali della scuola italiana si sono aggiunti quelli della Legge 107, la cosiddetta “riforma” renziana. Ci piacerebbe che leggessero questa puntata non solo quelli che lavorano nella scuola, ma tutti, affinché tutti conoscano cose che hanno dell’incredibile e nessuno si sorprenda delle ricorrenti inchieste giornalistiche che dicono che i giovani sono sempre più ignoranti. Non potrebbe essere altrimenti: la “riforma Gelmini” ha tagliato l’equivalente di un anno di scuola e l’alternanza scuola lavoro ha tagliato due mesi e mezzo di scuola. E per il futuro? E’ in programma il taglio di un altro anno di scuola superiore. Sarà già tanto se i giovani tra qualche anno sapranno parlare anziché esprimersi solo a grugniti o a bip bip. Per questo gli studenti hanno scioperato il 13 ottobre, adesso tocca agli gli insegnanti. Continua a leggere→

Operai


Le cose, a volte, vanno male. T’eri fatto un quadro roseo di quella situazione, immaginando che l’armonia fosse perfetta, che tutti vivessero felici e contenti. Poi arriva chi pronuncia la parola inaspettata e che, secondo te, rovina tutto. Una sera avevo celebrato una messa a mio parere ispirata: s’era creata l’atmosfera giusta, come se aleggiasse in chiesa l’aria delle origini, quando tutto era cosa molto buona; ma estraendo dal tabernacolo al centro dell’altare la pisside grande – che al Santuario antico è veramente grande – , ho fatto una mossa impercettibile, sbagliata, e l’enorme coperchio è rotolato giù, fino alla panca che sta accanto al presbiterio, con un rumore assordante che ha infranto ogni incantesimo.
Sono questi imprevisti, le falle che si aprono nella presunta perfezione delle nostre azioni, che ci conducono alla verità degli altri e di noi stessi, ci strappano di colpo all’illusione d’essere noi a produrre qualche forma di bellezza. Come disse San Paolo, siamo solo collaboratori della gioia, umili operai nella vigna del Signore.
Ricordo queste parole dette all’indomani della sua elezione da Benedetto XVI: lui aveva capito, ma noi siamo più tardi, ci accorgiamo solo dopo dello splendore discreto – quello sì, divino -, e oggi sempre più dimenticato, di ciò che definiamo virtù.

Lei chi è


Pensa se non ci fosse Maria. Maria chi? Vedi, ognuno ha le sue priorità. Per me, se non ci fosse Maria, sarebbe un dramma. Sì, ma Maria chi? Mi accompagna in ogni cosa, mi fa sentire amato, mi basta nominarla per sentirmi al sicuro, perché so che qualcuno pensa alla mia vita. Mi difende dai pericoli, mi permette di chiamarla quando voglio, e non si fa aspettare. Mi spieghi chi è questa Maria? Non puoi capire come cambi l’esistenza un incontro come questo: è come se tutto andasse a posto, dopo il disordine imperante e la rassegnazione a vivere nel caos. Sono contento per te, ma vuoi dirmi, per favore, chi sia questa Maria? La penso appena mi alzo: leggo uno dei messaggi che fanno assaporare la bellezza della sua presenza. Sono così semplici che persino un bambino può capirli. Purtroppo, abbiamo dimenticato cosa significhi essere bambini. Tutto bello, amico mio, ma se non mi dici chi sia questa Maria, resto all’oscuro. E soprattutto, mi libera dagli attacchi del serpente. Ma quale serpente? Fai l’incantatore? È l’unica che mi fa sentire in pace. Insomma, vuoi dirmi o no chi sia questa Maria? Comincio ad arrabbiarmi!
È mia Madre, e anche la tua. Ora è più chiaro?

Uova colorate


Chissà perché mi è rimasto impresso l’odore delle uova. Intendo le uova che la maestra Spina ci faceva colorare in prima elementare, anzi, “in primina”, come si diceva. Il cuore seleziona con criteri imperscrutabili. Magari, in quell’odore, c’era qualcosa che cercavo inconsciamente, assecondando una premonizione di quelle consentite a cinque anni, quando il mondo è qualcosa di fantastico che ti viene incontro e tu non sai se abbracciarlo o fuggirne spaventato. A giudicare dalla faccia che avevo da bambino, si direbbe che vincesse il timore. Ma ero forte, già da allora. Combattevo con le armi che il Signore mi aveva consegnato, e che solo più tardi avrei imparato a utilizzare al meglio.
Il mistero della vita è qui: nelle uova colorate che non sai perché ti attirano, né perché l’odore ti sia rimasto impresso fino ad oggi; che ti sfidano a trovare un senso, a inseguire una domanda che solleva paure e desideri, e ciò che spetta a te è guardare e sentire, d’ora in poi, ogni odore, colore, ogni manifestazione bella o brutta, sana o insana della vita lasciando che sia Dio a decidere se prendere o scartare, perché tu sei ancora il bambino con la faccia scura, ma adesso sai che quel combattimento non è il tuo, che un Guerriero più forte lotta insieme a te.

Sera di ottobre, dall’autobus

di Stefanie Golisch

Breve storia di una finestra illuminata
con gatto sdraiato decorativamente sul
davanzale. A cena si mangia con le mani
aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza. Ognuno
parla per conto suo e a un certo punto si
accendono le luci e c’è chi all’improvviso
sembra più bello e chi sparisce svergognato
dietro gli specchi. Anche tu sei cresciuto
in questo vicolo cieco all’odore di verdure
cotte e mele al forno. Uno, a occhi chiusi,
comincia a fischiare e uno si gratta la
schiena con la matita. Tentiamo di essere
sempre noi stessi, recita una voce da vecchio,
ma la sagezza non è di tutti, si sa. A letto
si va sempre alla stessa ora: chi è già nato
e chi impaziente attende ancora. Tutti insieme
ci infiliamo sotto coperte pesanti di notti
altrui come se il destino fosse uno soltanto

Esercizi


Immaginare fa bene. Chi ci vieta, per esempio, d’intravedere l’odio mutato in amore, il rifiuto in accoglienza, la violenza in mitezza?
Di punto in bianco, quella persona potrebbe salutarti, l’impianto acustico del Santuario sarebbe rinnovato, un progetto di viabilità cancellerebbe gli incubi dell’Ardeatina o della Cristoforo Colombo. Il dittatore coreano, alzandosi dal letto, si scoprirebbe più maturo; le manovre clericali, i sotterfugi, la prassi di farsi le scarpe ad ogni piè sospinto (metafora ardita), sarebbero sostituiti da azioni trasparenti e coraggiose. I mendicanti sarebbero assunti in servizi socialmente utili, i cellulari non squillerebbero al momento della consacrazione, la pia donna intonerebbe il canto con la nota giusta.
Più seriamente, i malati guarirebbero, i giornalisti direbbero la verità, i politici si occuperebbero del bene comune.
Chi vieta di immaginare un mondo senza guerre, università senza baroni, società senza mafie? E perché non sognare miliardari filantropi che abolissero la fame nel mondo, librerie con più clienti dei Bingo, Superenalotto in cui vincessero i poveri?
In fondo anche Dio ha concepito un uomo che sa amare, una natura rispettata, una vita eterna per tutti…

Paura che non lascia senza parole

Parla, mia paura, Simona Vinci, Einaudi Stile libero Big, 2017

L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno.

Quando si ha paura ci si sente disorientati, la vita perde il suo centro e ci si sente sbilanciati, sull’orlo di un precipizio, come la donna nella stupenda copertina di Re Falcinelli.

Simona Vinci, in dieci capitoli, ha dato una voce profonda e generosa alle sue paure, prendendoci tutti per mano; per farci capire meglio come affrontarle? Per condividere un’esperienza? Per dirci in faccia ciò che non avremmo il coraggio di chiedere, o di ascoltare, di fronte a un parente, un amico depresso o che progetta di morire? Per capire come affrontare le angosce?

L’autrice ha dato voce alle paure, ai sentimenti sepolti sotto quel tappeto dell’anima che si cerca di non spostare mai. Perché quando si sposta, vengono fuori i mostri. Continua a leggere→

La poesia di Lingomania. Brevi riflessioni sul nuovo album Lingosphere


di Guido Michelone

 

Fa piacere constare che riemerga di nuovo un bel gruppo musicale italiano a distanza di oltre un quarto di secolo. E che tale rinascita avvenga con un album, Lingosphere, di tutto rispetto nel panorama jazzistico internazionale. Dopo il quintetto Perigeo, attivo negli anni Settanta, Lingomania va infatti ritenuta la miglior fusion band nel cosiddetto sincopato tricolore; in vita fra la seconda metà degli Eighties, con tre dischi eccellenti – Riverberi (1986), Grr…expanders (1987), Camminando (1989) – la formazione all’inizio comprende Maurizio Giammarco, Umberto Fiorentino, Furio Di Castri, Roberto Gatto e Flavio Boltro; successivamente escono Boltro e Di Castri sostituiti da Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli; infine ne esce Gatto rimpiazzato da Alberto D’Anna. Continua a leggere→

Viaggiare


“Tuttavia non esiste uno stile ben definito, la brevità è la linea guida sin dall’antichità, ma esistono aforismi composti da poche parole (micro aforismi) come ad esempio «Soffrire è produrre conoscenza» di Emil Cioran, fino ad arrivare ad aforismi che potrebbero riempire intere pagine, come quelli di Arthur Schopenhauer”. (da Wikipedia, voce “aforisma”).
Ho chiesto a un amico professore a che genere potrebbero rifarsi le bazzecole che scrivo ogni giorno. Mi ha detto che sono aforismi.
Mi piace concentrare in poche righe un pezzo di mondo, come fosse possibile comprenderlo solo in minuscole porzioni. Forse, mettendo insieme le tessere effimere di un mosaico in corso di realizzazione, ne risulterebbe una verità di qualche peso.
O forse l’aforisma fa pensare gli altri, è un appello a venire allo scoperto, a calare sul tavolo le carte per entrare nel vivo della sfida, per scoprire un altro scorcio, un’inedita e intrigante prospettiva.
E perché non pensare a una sorta di enciclopedia a puntate, stile Wikipedia, in cui ognuno proponga una quota di sapere, nella speranza, sempre frustrata, di giungere all’essenza della situazione, della persona o della cosa?
In mezzo a questa ridda di ipotesi, io seguito a scrivere, condividendo l’intuizione che un mio omonimo ha consegnato a una canzone nomade: per la stessa ragione del viaggio viaggiare.

Luigi Maria Corsanico legge Paul Éluard. 2

[youtube=https://m.youtube.com/watch?v=u22KJEgueqc]

da qui

Paul Éluard(1895-1952)
Ti alzi…
(Facile) 1935
Traduzione di Marcello Comitini

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Anne W Brigman
The Bubble, 1907. Source

Scriabin – Prelude Op. 15, No. 4 in E major

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La loro vera storia


Molti sognano di scrivere il libro che nessuno ha scritto, di dire parole che nessuno ha detto, perché a nessuno interessa il già scritto, o il già detto. Il mondo è pieno di frasi usate, di trame logore, di personaggi apparsi vecchi sulla scena. A volte, si ha la sensazione di recitare una commedia in cui ognuno ha un ruolo ben preciso, che deve rispettare. La mancanza di creatività intristisce, perché siamo a immagine e somiglianza di Dio, il Creativo per antonomasia.
Bisognerebbe prendere Lui come modello, il suo Libro intramontabile. Si obietterà: la Bibbia l’hanno scritta gli uomini; sì, ma ispirati da Lui, com’e chiaro ne “L’evangelista Matteo” del Caravaggio – prima versione – dove un uomo, all’apparenza rozzo, viene assistito passo passo da un angelo che guida la sua mano. Il problema, infatti, non è ripetere parole dette, scrivere cose già scritte, ma lasciarsi visitare, fidarsi, in modo che anche un semplice saluto risulti un evento tutto nuovo.
La Parola di Dio non stanca perché è il dono di una mano che ti fa incidere una lettera alla volta, come accadeva da bambini. Torniamo sempre là: davanti a Dio siamo piccoli che coccola e accarezza, finché non comincino a scrivere, sorprendendo tutti, la loro vera storia.

L’approccio alla parola. Un (audace) accostamento tra la poesia e il pensiero ebraico


di Raffaela Fazio

Iniziamo dalla parola. Parola in ebraico è DaBaR (si scrive DBR, perché la scrittura ebraica è solo consonantica). Ma DaBaR, parola, vuol dire anche evento. Una parola evento. Come fa la parola a diventare evento? Iscrivendosi nel tempo, non rimanendo “lettera morta”, accettando i rischi del divenire e dell’incontro. Come la parola poetica, che, per vivere, si apre a molteplici letture e interpretazioni, cerca un’accoglienza che la rinnovi, non una comprensione che ne fossilizzi il senso. Continua a leggere→

Desideri


Mettiamo che non ci fossero i preti. Che il sacro fosse bandito. Che proibissero di parlare di Dio. Chi venisse trovato in possesso di una Bibbia, verrebbe passato per le armi, senza accesso al sacramento della confessione. Non ci sarebbero chiese, templi, simboli anche solo vagamente collegati a realtà trascendenti. Non si potrebbe pregare, perché leggerebbero i pensieri, né compiere alcuna attività connessa, magari con fili sottilissimi, alla prassi religiosa: fare l’elemosina, organizzare una lotteria benefica o una fiera del dolce. Sarebbe interdetto parlare male di qualcuno, diffondere pettegolezzi, dire guarda questo e guarda quello, in quanto abitudini diffuse in contesti religiosi, com’e noto. S’impedirebbe d’iniziare un discorso con cari fratelli e di concluderlo con sia lodato Gesù Cristo. Nessuno potrebbe pentirsi, sperare, perdonare, dire Oddio!, congiungere le mani, benedire, chiedere una cosa a una suora – non ci sarebbero suore – , fermarsi davanti a un’edicola della Madonna – non si troverebbero più edicole, forse nemmeno di giornali, e certamente sparirebbero Famiglia Cristiana, il Bollettino Salesiano e gli Araldi del Vangelo. Proibirebbero di credere in qualunque cosa: nell’onestà dei politici o in una vita dopo la morte.
In quel giorno, il desiderio di andare a messa, di dire un Padre Nostro, di affidarsi a Dio, sarebbe così forte che qualcuno potrebbe morirne, approdando in paradiso senza permessi, concessioni o certificati da esibire. Solo perché lo desidera davvero.

Cambiamenti


In quel tempo, essere razzisti era un dovere. Se incontravi uno zingaro – li chiamavano così – non dovevi salutarlo né parlarci, anzi, eri tenuto a guardarlo di traverso, comunicando un senso di disprezzo. Se una persona non era pronta a comprendere quello che dicevi – da dietro uno sportello, in una sala d’attesa, dall’altra parte del confessionale – dovevi irriderla, infierire sulla sua dabbenaggine, convincerla a farsi curare da uno bravo. Se qualcuno era in difficoltà economiche, bisognava fare di tutto per sprofondarlo in un abisso senza uscita, aumentando le tasse, i ticket, il canone sul televisore fuori uso. Se era anziano e guidava, bisognava tampinarlo, suonare il clacson a distesa, costringerlo a finire fuori strada ed evitare accuratamente di soccorrerlo. Si doveva tenere il punto su conquiste faticosamente raggiunte: la violenza sulle donne, la discriminazione dei disabili, la colpevolizzazione sistematica dello straniero. Se un bambino, in classe, non reggeva i ritmi degli altri, bisognava metterlo dietro la lavagna con le orecchie d’asino e costringerlo a ragliare ogni mezz’ora. La vita era semplice: i più ricchi e sani avevano ragione e i deboli dovevano pagarla: come si permettevano d’intralciare il traffico, di far perdere tempo alla gente che contava, di pesare sul bilancio degli altri?
Non ricordo come andò a finire, quell’andazzo. So che, oggi, il presidente del consiglio è dislessico, il Papa è balbuziente, come Mosè, e il canone Rai lo paga solo chi ha un televisore che funziona.

Legione


Dovremmo esercitarci a togliere. Sono rimasto all’improvviso senza cellulare, per un problema al display, e si sono aperti scenari inusuali: potenzialità accresciute, tempo dilatato, orizzonti interiori ampliati e rifioriti.
Il male tende a restringere la visuale, a fissare una sola prospettiva: la pubblicità attira l’attenzione in modalità ripetitive. È il famoso uomo a una dimensione, schiacciato sul lato materiale delle cose. La molteplicità carnale s’impossessa di te, diventi un fascio d’istinti, che finiscono col dominarti: come ti chiami? Il mio nome è Legione, perché siamo in molti, risponde a Gesù l’indemoniato di Gerasa.
Ecco il senso del digiuno: togliere, orientarsi all’essenziale, ritrovare il gusto dei sapori, degli odori, del tatto, riscoprire a uno a uno i sensi interiori. “Certi demoni si scacciano solo con la preghiera e col digiuno”, ossia con la relazionalità e la sobrietà.
Gli istinti portano al vizio: quello dell’ossesso geraseno era la violenza, insita in tanti atteggiamenti di persone prese dalle “cose”. Ecco perché è importante il cammino contrario, verso la virtù. Oggi persino il termine è in disuso, figuriamoci l’esperienza concreta. Eppure l’alternativa è secca: o cadi nel vizio o persegui la virtù.
Personalmente parlando (“imparate da me”), Gesù ne proponeva due: la mitezza e l’umiltà. Potremmo partire da qui, cioè da Lui, che è l’Inizio e la Fine, per cui dove peschi, peschi bene.

Un fiore


Certe volte, ti vengono in mente i fallimenti. Ti chiedi come hai potuto compiere quel gesto, cosa ti ha spinto a pronunciare quella frase, quale oscura energia ti ha travolto in eventi da cui oggi fuggiresti. La vita è spesso un mistero inafferrabile, sul quale non abbiamo potere.
È bene non poter cambiare ciò che è stato, bere fino alla feccia il calice del male, sentirne il sapore rivoltante, il bruciore che esplode nello stomaco e ti toglie il respiro.
I Padri parlavano del penthos, l’energia potente che si oppone alle seduzioni del demonio, alla falsa bellezza del peccato. Il pentimento ci connette alla natura originaria, ci espone alla Pasqua, alla trasfigurazione che il Signore opera con la sua morte in croce. Il suo drammatico, apparente fallimento ingloba ogni nostro insuccesso, le disfatte in cui abbiamo ceduto agli attacchi del Nemico.
Solo così, pensando agli errori del passato, siamo investiti dal flusso dello Spirito, che inonda il terreno arido di una natura corrotta dal peccato originale.
Il Cristianesimo è bellezza, fiore che sboccia nel deserto, come cantava il poeta, ops!, il profeta Isaia.