SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

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Lagunario di Isabella PANFIDO. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il Lagunario di Isabella Panfido

«Tutto era finalmente inghiottito, geografia e memoria scomparivano dagli occhi e dalla mente e la lasciavano vuota a respirare quella mistura d’acqua di cielo e di mare, micronizzata in sospensione.
Quel fiato lento e salato che stagnava sul Canale di Santo Spirito le arrivava come una […] inalazione di nebbia medicamentosa.» Continua a leggere→

Il filo rosso


Il filo rosso della vita è Dio. Spesso non ce ne accorgiamo. Ogni tanto si riaffaccia, come un fiume carsico che era sparito e a un certo punto toh! eccolo lì, che te l’eri scordato.
Dio è il fiume carsico che si affaccia e riaffaccia, che continuamente si propone, senza imporsi, senza invadere la privacy.
Nell’Apocalisse c’è una bella immagine: io sto alla porta, e busso.
Certo, dopo decenni di testimoni di Geova, di Vorwerk Folletto, di proposte di ditte alternative, facilmente si diffida di chi suona alla porta. Dio accetta anche questo. A volte, scostando leggermente la tendina, lo vediamo lì, che aspetta. Il postino suona sempre due volte, Lui soltanto una. Poi, però, ripassa; scosti la tenda e dici: ancora lì?
L’amore è bussare alla porta, aspettare, e accettare che l’altro non ti apra, come fossi un nemico, o almeno un seccatore. Dio è il filo rosso della vita: torna e ritorna, perché ha qualcosa d’importante da comunicare. Non lasciarlo fuori fino all’ultimo, perché vuole dirti chi sei. Come ho scritto una volta, la porta del Regno si apre solo dalla nostra parte.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 4

[youtube=https://youtu.be/sc1zNWzlLaE]

da qui

Fernando Pessoa – L’amore è una compagnia
O amor é uma companhia
(10 luglio 1930)
da “O Pastor Amoroso”,
in “Poemas de Alberto Caeiro”
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
da: UN’AFFOLLATA SOLITUDINE
POESIE ETERONIME
Bur Rizzoli
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Tudo isto é fado (versão curta) por António Cobra

Tamara de Lempicka – The Dream, 1927

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Film


C’è un film, ormai introvabile, che tutti dovrebbero vedere. È tratto da un libro il cui autore è morto poco dopo averlo scritto. Anch’io ne scrissi, anni fa, e non sono morto. Ricordo, tuttavia, che in me finì qualcosa, e qualcos’altro nacque.
Trattava di un mendicante, della sua redenzione, della luce che in modo straordinario invade un’anima al buio.
L’occasione si affaccia per tutti. È una questione di cuore. Spesso lo mettiamo in cose che non valgono la pena: hanno l’effetto di inquietarci, di suscitare conflitti, di ridurre l’esistenza a un gioco di equilibri precari e complicati. Sono tanti i motivi: l’ambizione, le attrazioni sbagliate, i sentimenti di rivalsa. Quello che i preti chiamano “peccato”, e che è ingannevole: promette mari e monti, ma ti consegna paludi insalubri e discariche infestate.
Poi, un giorno, succede qualcosa: capisci che il tuo cuore è altrove, e non te n’eri accorto. Lì ti senti intero, le potenzialità dormienti si mobilitano, riemergono insieme dall’oblio. Non hai più paura di perdere, l’inquietudine è un ricordo, il vero io riposa in una serenità mai sperimentata.
Di fatti simili hanno parlato Paolo, Agostino, Pascal. Ma anche Luigi, Anna, Giancarlo, Alberto, Elisabetta… Sono racconti che sembrano film.
A proposito, all’inizio mi riferivo alla “Leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth. Ermanno Olmi ne ha fatto un film che tutti dovrebbero vedere, se non fosse ormai introvabile.

Salgari al Borgo Medievale di Torino

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di Max Ponte

Si è aperta al Borgo Medievale di Torino “Salgari. Il viaggio continua…” una piccola grande mostra su Emilio Salgari, dopo quella già dedicata al libro Cuore. L’allestimento è stato realizzato nella piccola chiesa del Borgo (il Borgo Medievale, ricordiamo, è  il capolavoro neogotico di Alfredo D’Andrade costruito in occasione dell’Esposizione Generale Italiana del 1884). Potrete ammirare in particolare libri d’epoca e alcuni documenti autografi di Salgari, che visse a Torino e di cui si ricorda ancora la casa in corso Casale dove è presente una targa che lo ricorda. Lo scrittore è noto ai più soprattutto come autore della saga di Sandokan animati dal celebre Kabir Bedi, ma tante sono le opere dell’immaginifico Salgari che senza viaggiare descrisse con dovizia di particolari anche geografici le lande dei suoi romanzi. Si riporta nella mostra anche la Cabiria del film di Pastrone, poetata da D’Annunzio, con un soggetto tratto per buona parte dalla “Cartagine in fiamme”.

Una mostra che assomiglia alla vetrina di una libreria antiquaria e anche per questo particolarmente adorabile, realizzata grazie ai prestiti del MUSLI – Museo della Scuola e del libro per l’infanzia.

L’ingresso alla mostra è libero, potete visitare “Salgari. Il viaggio continua…” al Borgo Medievale di Torino dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle ore 18, dal 28 settembre 2017 al 18 febbraio 2018.

Per visitare invece il Borgo e la Rocca consultate il sito qui

Foto di copertina M.P.

Zosima


Ci ripetono spesso che il profeta non predice il futuro, ma parla del presente. Niente di più vero. Sul futuro non possiamo agire: è nelle mani di Dio, soprattutto in questi tempi che qualcuno definisce apocalittici, di resa dei conti, di nodi che verranno al pettine, di diavoli che fanno le pentole ma non i coperchi e via sentenziando.
Mai come in questi periodi il futuro può essere una causa di nevrosi, un vortice che rischia di fagocitare talenti ed energie.
Il profeta, dunque, invita a far tesoro del presente, l’unica realtà che abbiamo saldamente nelle mani: non perché possiamo dominarla, disporne a piacere, ma perché siamo direttamente responsabili di un atteggiamento che orienta alla salute psichica e spirituale o spinge verso i buchi neri del non senso.
Qui si colloca la nostra scelta, di importanza vitale per noi e per coloro con cui siamo in relazione. Se di fronte alla violenza dilagante diventiamo cinici o c’incattiviamo, facciamo il gioco del “Bisha” (maligno, in aramaico. Prima o poi cercherò di capire se ha a che fare con la nostra biscia: sempre di serpente si tratta). Se invece rafforziamo ancor più la nostra fede in chi ci chiede d’essere miti e umili di cuore, collaboreremo al grande progetto di ricostruzione.
Dostoevskij, che aveva compreso il meccanismo, mette queste parole sulla bocca dello starec Zosima, ne “I fratelli Karamazov”:
“Abbraccia la terra e ama senza tregua e senza riposo, ama tutti, fino all’esaltazione… Amate tutta la creazione di Dio, amatela nella sua entità, amate ogni granello di sabbia, ogni foglia, ogni raggio di Dio, amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Amiamo ogni cosa e in ogni cosa conosceremo il mistero di Dio”. Questa è profezia.

Su “Fatti vivo” di Chandra Livia Candiani

Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

Segnalo su Carmilla una mia lettura di Fatti vivo (Einaudi 2017), la nuova raccolta poetica di Chandra Livia Candiani.

Già il titolo è una sveglia: Fatti vivo. L’incontro delle due parole determina quella che Jurij Lotman chiama “esplosione di senso”, “provocata dall’intersecarsi di immagini della realtà che non potrebbero intersecarsi altrimenti”. Il titolo esercita la duplice funzione di presa di contatto con il lettore e di esortazione. Occorre “farsi vivi” e “farsi vivi” richiede una pratica quotidiana che bandisca inerzie e narcisismi. Con Fatti vivo Chandra Livia Candiani manifesta piena consapevolezza della propria poetica (“Il nudo / lo spoglio / ha splendore”) e rende esplicite urgenze implicite ne La bambina pugile (Einaudi 2014). Continua a leggere→

Dio e il bambino


Grazie a Dio parliamo la stessa lingua, tra connazionali. Ci sforziamo di farci capire, di comunicare al meglio ciò che abbiamo dentro. Ci riusciamo?
I bambini inventano un linguaggio, e tra loro s’intendono: è istruttivo vederli impegnati in gesti e suoni fuori degli schemi, a volte accalorandosi, o litigando per non si sa che cosa. Studiando il loro mondo, c’è sicuramente da imparare.
Anche noi dovremmo attingere a quella lingua arcaica, fatta di smorfie, di pianti, di sorrisi: cominciare da capo, prendendo l’altro seriamente, attenti a ogni minimo dettaglio della comunicazione verbale e non verbale.
Penso sempre a Gesù. Mi viene in mente la scena in cui una povera vedova, in mezzo a tanta gente, fa la sua offerta al tempio. Il Cristo se ne accorge. Vede che la questua è di due spiccioli. Sa che è tutto il denaro che possiede. Capisce che lo ha fatto per amore, e non per chissà quale motivo. Chi di noi avrebbe compreso tutto questo? Solo a un bambino e a Dio può capitare.
Proviamo a capirci come fosse la prima scena che guardiamo, come fossero le prime parole che ascoltiamo. Dio e il bambino hanno in comune questo, innanzitutto.

La poesia della musica brasiliana. Riflessioni attorno al disco MPB! di Arnesano e Abbracciante


di Guido Michelone

 

Registrato tra il 2015 e il 2016 a Lecce, ma uscito solo ora su CD, ecco MPB! una bella celebrazione della musica popolare brasiliana – dai locali abbreviata in MPB – che va dall’inizio del XX secolo fino ai nostri giorni: è un vero gioiellino del duo pugliese composto dalla cantante Paola Arnesano e dallo strumentista Vince Abbracciante: insomma swingante omaggio alla miglior Musica Popular Brasilera, rispettivamente alla voce (da sempre in luce per questo genere) e alla fisarmonica (intesa come strumento storico ideale per molti generi caratterizzanti la cultura sonora verdeoro). Continua a leggere→

Quando sei morto

[youtube=https://youtu.be/xWF7Px4I6eA]

da qui

Quando sei morto, si capisce meglio chi sei stato. Si sfronda l’aura polemica che circonda inevitabilmente i tratti di una vita: gli antagonismi, le incomprensioni, le proiezioni che sempre operiamo su chi incrocia la nostra strada e può avervi una pur minima influenza.
Quando sei morto, sei morto: non dài più fastidio. La tua voce è fissata per sempre in una memoria imbalsamata, incapace di nuocere, o anche solo di turbare i sentimenti altrui.
Ecco perché i profeti vengono elogiati quando non sono più: si fa a gara a ricordarne le parole che prima ci offendevano o ferivano, perché incombevano come spade di Damocle sulle nostre scelte.
Quando sei morto, invece, è bello pensare che ci hai messo in crisi, che sei arrivato quasi a cambiarci, che mancava un dettaglio, un’ultima, piccola spinta per farci scivolare dalla parte opposta dell’invidia, dell’incapacità di condividere, di provare una sincera ammirazione.
Quando sei morto, emergono con chiarezza i tuoi difetti, l’incompletezza congenita dell’umanità, che ha bisogno dell’estremo abbraccio di Dio per riconoscersi integra, approdata all’immagine e somiglianza originaria.
Per questo l’elogio funebre è insensato: è una mistificazione, un occultamento delle falle che si aprono comunque in ogni umana cosa.
Quando sei morto, nessuno può sottrarti all’unico sguardo veritiero, quello che affranca da ogni inadeguata considerazione della tua persona; come cantava De André: il punto di vista di Dio.

CATALUNYA. IL REFERENDUM NEGATO E IL DIRITTO DELLE PERSONE DI DARSI UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE SOCIALE

La persona, le persone ed i popoli sono sovrani.
A loro spetta decidere leggi, costituzioni, istituzioni, accordi internazionali. A loro spetta modificarli: non con un urlo, un fischio seppure corali, ovviamente, se no vivremo nella precarietà e nel caos assoluti.
Ma a loro e solo a loro spetta, civilmente e sulla base di regole e meccanismi da rivedere nel tempo con metodo democratico, e con la più ampia partecipazione. Continua a leggere→

Luigi Maria Corsanico legge Pierluigi Cappello (1967-2017)

[youtube=https://youtu.be/l_oU-ypVM9s]

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ISOLA
PIERLUIGI CAPPELLO

Dentro Gerico, Presentazione di Giovanni Tesio, Tavola di Sergio Toppi, La barca di Babele, 8, Circolo Culturale di Meduno, 2002, pp. 63, s.i.p.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Antonio Vivaldi, Concerto per oboe in do maggiore RV452 – Adagio
Die Toteninsel, Arnold Böcklin Continua a leggere→

Il tempo e il carciofo

ordine del tempo

Il tempo di Carlo Rovelli perde strati come i libri-carciofo indicati da Italo Calvino – Gadda, Rabelais, per dirne due soli tra i grandiosi epos del Moderno –, perché è la realtà stessa a presentarsi “ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti”. Ci sono tuttavia affinità e differenze: i libri-mondo che Calvino cercava di sfogliare (nel senso etimologico del termine) assomigliano, certo, al concetto di tempo che Rovelli sfronda – più per noi non addetti ai lavori che per la comunità scientifica –, e tuttavia il procedere di Calvino puntava dritto allo svelamento della complessità (che sempre fugge come l’Angelica dell’Ariosto), mentre L’ordine del tempo di Rovelli (Adelphi, pp. 207, € 14), almeno in apparenza, procede, consonamente al rigore della prosa divulgativa, non solo alla razionalizzazione ma anche alla semplificazione – intesa come pulizia – di un concetto sul quale troppe sbavature si sono sedimentate. Continua a leggere→

Carbonara di mare


La carbonara di mare non l’avevo mai mangiata. Non sapevo nemmeno che esistesse. Mettere insieme le uova, la pancetta, i gamberi e altri frutti di mare è un colpo di genio, come quando scopri collegamenti cui non avevi mai pensato: cosa passa tra Dio e un telecomando? E cosa c’entra la preghiera con il Nordmende dell’albergo?
C’entra, perché nella nicchia del telecomando ci ho messo il volto di Gesù, e alla TV ho attaccato le immaginette con le mie preghiere.
La vita è così: il mondo ci propone i suoi simboli, strumenti di decifrazione del reale, ma possiamo sostituirli con i nostri, scoprendo la Parola che va oltre le parole, l’Icona che racchiude e trasfigura ogni altra immagine.
Se facciamo così, a poco a poco, tutto parla di Dio: il Riopan gel sarà la memoria quotidiana che chi trasforma l’acidità in benessere è il Signore; un’auto che non si ferma alle strisce pedonali è il segnale che solo Dio rispetta fino in fondo la nostra libertà, e si restringe per permetterci di esistere. Gli ebrei lo chiamano “tzimtzum”, il ritirarsi del Signore: si fa da parte per lasciare a noi l’iniziativa, sperando sempre che, al telecomando, preferiamo il suo Volto, che confidiamo più nel suo potere che nei ritrovati della chimica, che impariamo ad apprezzare un universo in cui convivono pancetta e gamberi, umano e divino, leggendo nei simboli del mondo la presenza di Lui he ti fa spazio, e si china su di te come un padre con il suo bambino.

L’ultimo

di Stefanie Golisch

Nella mia città natia, l’ultimo era una donna
chiamata Hunde-Martha che viveva con i
suoi cani non si sapeva dove. A volte, nel
pomeriggio, si andava alla sua ricerca, ma
il luogo non fu mai trovato. A Monza,
l’ultimo è un uomo di età incerta, piccolo,
scuro, peloso, vestito casualmente. Non so
nulla di lui, così come allora non sapevo
nulla di lei. Gli ultimi non hanno una storia
da raccontare. Ci sono e poi non ci sono più
e quando ci si accorge, non c’è nessuno a
cui chiedere delle loro sorti. All’improvviso
manca qualcosa che non si sa, ma è destino
che ci si dimentichi presto di chi abita il
mondo senza contare le ore

La patria


I proverbi sono utili, li ha usati anche Gesù. “Nessuno è profeta in patria” è un detto antico e sempre attuale. Perché fra patria e profeta non c’è accordo?
La prima tende a conservare, a dare sicurezza. Casa dolce casa, è un proverbio anche questo. Se uno è a disagio si sente fuori luogo, come un pesce fuor d’acqua, un cavolo a merenda, espatriato, insomma. L’uomo non vive senza patria, e guai a chi gliela tocca (come la corona di Napoleone). È il grembo materno, l’alveo in cui trovare ciò che è noto, familiare, e per questo rassicura.
Poi arriva il profeta e mette tutto in discussione: scardina principi, sconvolge la mentalità, mette in crisi i poteri. Il minimo che si possa fare è portarlo sul ciglio di un burrone e cercare di buttarlo giù, come accadde al Cristo nella sinagoga di Nazaret. Il tentativo fallì: non si muove foglia che Dio non voglia, si suol dire.
Si dà anche il movimento contrario: la nostra patria è nei cieli, come dice la lettera agli Ebrei. Il cielo è Dio, la fede. In questo senso, abbiamo soltanto una certezza, quello che un tempo chiamavamo – e ancora oggi, almeno noi, chiamiamo – il “depositum fidei “, cui si potrebbero accostare – adattandole – le parole pronunciate da Napoleone il ventisei maggio del milleottocentocinque: Dio ce lo ha dato, e guai a chi ce lo tocca.
Non passerà neppure un iota o un apice della Legge, dice Gesù. Di questi tempi, dovremmo farne un proverbio. La nostra patria è la verità, senza di lei siamo cavoli a merenda, pesci fuor d’acqua. Ma l’unico pesce capace di vivere fuor d’acqua è l’?????, che, come molti sanno, è l’acronimo di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. È lui la nostra Patria, e guai a chi ce lo tocca.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 8

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, Giacomo Leopardi (1824)

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi è, insieme alle Operette morali, un trattato di filosofia politica, che racchiude, come pure la raccolta di poesie dei Canti, la sintesi del pensiero del poeta di Recanati. Il punto di partenza della riflessione leopardiana è la conseguenza dell’Illuminismo sulla morale comune: «la distruzione o indebolimento de’ principi morali fondati sulla persuasione». Il secolo dei Lumi, in altre parole, privando ogni valore umano di un proprio principio fondativo originario e dislocando l’origine di ogni discorso sull’uomo nella sola constatazione dei fatti ha dato un colpo definitivo alla tradizione — cosa pure meritoria se si pensa a quanto espresso nei versi de La ginestra — ma ha, allo stesso tempo, colpito a morte i costumi, i valori universali.

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LETTERA APERTA AL CASEIFICIO DI PASTORELLO DI CUPI, NEL COMUNE DI VISSO (MC)

Gianluca Bonazzi ha scritto questa “lettera aperta”, in vista della visita di sabato 30 settembre, insieme al Sindaco di Monzuno, in rappresentanza del suo comune, a Visso di Macerata, paese colpito dal terremoto.
Monzuno ha adottato un caseificio importante, Pastorello di Cupi, proprio nel comune di Visso.
La lettera sarà letta all’inaugurazione e verrà distribuita. Ecco il testo.

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Caro Pastorello,

intanto si può dire che mi sembra di scrivere a Gesù Bambino la lettera per Natale, oppure ad uno di quei pastorelli che, quando c’era una volta, alternava il tempo della scuola con quello di portare le pecore a pascolare.

Altri tempi e spazi, impossibili quasi da immaginare oggi, perché riguardano tutto un altro mondo, di cui ogni tanto però dovremmo ascoltare delle storie, perché c’è qualcosa di epico in esse che potrebbe insegnarci molto, come accade ancora coi canti di Omero e della Divina Commedia.

Io sono il Ravanatore Poetico, cioè scovo elementi di poesia e di creatività nella vita di ieri e di oggi, credendoli fondamentali per l’animo umano, quando invece nessuno li nota più.

Un “pastorello” del pittore Stefano Bruzzi (1835-1911) (da archimagazine.com)

Se il mondo contadino evocava la casa e la terra attorno lavorata, quindi una vita sedentaria scandita dal ritmo ciclico, quello della pastorizia evocava il cielo sotto cui le persone attraversavano terre, perciò una vita nomade scandita da ritmi completamente diversi, anche irregolari.

In comune avevano una tensione per la vita che oggi ci risulta estranea, precaria, povera, anche misera, affamata, ma che in un certo modo sta dolorosamente ritornando, sotto altre forme.

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Parole sante

[youtube=https://youtu.be/feg1vrP5kWA]

da qui

Gli idoli si possono smontare: è un esercizio da compiere ogni giorno. Tutti tendiamo a mettere su un piedistallo qualcosa o qualcuno, e sbagliamo, come insegna la buona religione. Il primo comandamento ricorda di amare Dio con tutto il cuore, la mente, l’anima e le forze. Si potrebbe obiettare che così non resta spazio per niente e per nessuno, ma è vero il contrario, perché Dio è amore purissimo, dunque è l’unico che non toglie agli altri, ma aggiunge.
Il problema si pone quando al posto di Dio mettiamo qualcosa o qualcun altro: non essendo puro, contamina le nostre facoltà, riduce il talento, accorcia la vista spirituale, che ci mette in contatto con l’inconscio.
Come si smonta l’idolo? È un’azione da non svolgere direttamente (trovando punti deboli e difetti, che comunque non mancano), ma coltivando l’unico amore che non basta mai, quello con cui amiamo Dio.
Un metodo che utilizzo spesso, per ravvivarne la memoria, è pregare con il “Padre nostro” in aramaico. Lo schema è semplice: prima recito il versetto in italiano e poi lo ripeto nella lingua originale. Così:
Padre nostro, che sei nei cieli/ Avu-n d-b-ishmajja/ sia santificato il tuo nome/ nèt-qaddash shimmu-kh/ venga il tuo regno/ té-teh malciutu-kh/ sia fatta la tua volontà/ néh-ve sovjanu-kh/ come in cielo/ eiciàna d-b-ishmajja/ così in terra/ ap b-arah/ dacci oggi il nostro pane/ hàl-la-n làkhma/ quotidiano/ d-sunkàna-n jumana/ e rimetti a noi i nostri debiti/ u-shvùq la-n khobèi-n/ come noi/ eiciàna d-ap-àkhnan/ li rimettiamo ai nostri debitori/ shvùqqan l-khajavì-n/ e non indurci nella prova/ u-llà télla-n l-nessjuna/ ma liberaci dal maligno/ élla pàssa-n mén Bísha.
Parole sante, potenti, che rovesciano gli idoli e danno la priorità a chi se la merita.