Trittico della distanza, di Pasquale di Palmo


Prima di ogni partita e di ogni cielo

 

Bisognerà iniziare dall’epigrafe agostiniana per comprendere questo nuovo – essenziale, lucido, pietoso – libro di Pasquale Di Palmo, uno degli autori più parchi e intensi della sua generazione: «Quale uomo farà intendere ciò ad un altro uomo? Quale angelo a un angelo? Quale angelo a un uomo?». Ci troviamo nel capitolo conclusivo delle Confessioni: dopo aver ricapitolato il contenuto del racconto biblico della Creazione e aver reso grazie a Dio, Agostino pone l’accento sul mistero della misericordia divina (Tu vero, Deus une bone, numquam cessasti bene facere) e sulla contemplazione della sua perfezione: Tu autem bonum nullo indigens bono semper quietus es, quoniam tua quies tu ipse es («Tu invece, bene che non necessita di alcun bene, sei sempre in riposo, poiché tu stesso sei il tuo riposo»). Continua a leggere→

Formule


Sarebbe bello inventare formule per raggiungere obiettivi socialmente utili: trasformare le persone moleste in interlocutori sensibili e discreti; sfruttare l’energia di fissazioni insopportabili per l’alimentazione di batterie domestiche; concentrare l’adrenalina della paura in pillole per ammansire i cani rabbiosi. Si potrebbero trasformare le grida dei bambini a messa in canti gregoriani, o fare una raccolta differenziata di manovre dei furbi sul Grande Raccordo Anulare e incenerirle davanti alla sede della Motorizzazione Civile.
Ognuno dei progetti richiederebbe competenze specifiche e certificate. Bisognerebbe stabilire, per esempio, quand’è che una persona può dirsi indubbiamente molesta, quando le grida dei bambini sono incontrovertibilmente esagerate, e il momento in cui le fissazioni diventano oggettivamente equiparabili a istigazioni al suicidio (per chi le subisce). Bisognerebbe ideare e istituire laboratori, industrie, ministeri; poi anche associazioni sindacali per difendere i diritti dei fissati, dei bambini isterici, dei furbi compulsivi. Ci vorrebbe un organo mondiale preposto al discernimento delle differenze etniche, religiose, sociologiche, per stabilire confini precisi – e adatti a ogni paese – tra sincerità e molestia, enfasi e aggressività, profondità di analisi e mania.
In alternativa, considerato l’impegno economico e sociale richiesto da un simile progetto, si potrebbe utilizzare a largo raggio la ricetta della prima lettera ai Corinzi, capitolo 13:
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Il risparmio a ogni livello sarebbe evidente, e i risultati più certi e duraturi. La proponiamo?

Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini

[youtube=https://youtu.be/F2aeof_yBQA]

da qui

Pier Paolo Pasolini
Supplica a mia madre (Poesia in forma di rosa, 1964)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin – Prelude in f sharp minor (Op.11 Nr.8)
Vasily Gvozdetsky (piano)

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“Nuove eterotopie”, la nuova antologia connettivista

In uscita per la casa editrice Delos Digital, Nuove eterotopie, raccolta di sedici racconti scelti dai curatori Sandro Battisti e Giovanni De Matteo tra il meglio della produzione della corrente letteraria connettivista. Con la partecipazione di Bruce Sterling, teorico dei cyberpunk.

La copertina è di Ksenja Laginja.

L’opera verrà presentata a Sesto San Giovanni (Milano) domenica 15 ottobre alle ore 12,30 nel quadro del festival “Stranimondi” (presso UESM Casa dei Giochi, via Sant’Uguzzone 8).

Le eterotopie sono luoghi dischiusi su altri luoghi, spazi “connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano” (Michel Foucault). Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come i racconti qui racchiusi, che dissolvono i confini tra i generi in una miscela esplosiva di speculazione scientifica, anticipazione tecnologica, sperimentazione linguistica e proiezione sociologica.
Sedici nuove eterotopie, dunque.
Più una: un inedito di Bruce Sterling, scritto espressamente per quest’antologia.

Racconti di Giovanni Agnoloni, Sandro Battisti, Umberto Bertani, Roberto Bommarito, Simone Conti, Giovanni De Matteo, Fernando Fazzari, Francesca Fichera, Roberto Furlani, Lukha B. Kremo, Domenico Mastrapasqua, Marco Milani, Marco Moretti, Umberto Pace, Alex Tonelli, Francesco Verso. Un romanzo breve inedito di Bruce Sterling, tradotto da Marco Crosa.

Postfazione di Salvatore Proietti

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Sandro Battisti e Giovanni De Matteo sono stati con Marco Milani, nel 2004, gli iniziatori del connettivismo. Insieme hanno fondato Next, la rivista del movimento, da cui si è poi originato il web-magazine Next-Station.org. Entrambi vincitori del Premio Urania, insieme o da soli hanno scritto articoli e racconti, sceneggiato fumetti, curato antologie. Autori di diversi romanzi, i loro ultimi dati alle stampe sono Corpi spenti (De Matteo, 2014) e L’impero restaurato (Battisti, 2015), entrambi per i tipi di Urania.

Bruce Sterling, teorico del cyberpunk fin dall’avanguardistica esperienza di Cheap Truth e poi curatore dell’antologia-manifesto del movimento Mirrorshades(1986), prende parte a questa raccolta con un romanzo breve in anteprima mondiale che è la sua prima (ma speriamo non ultima) incursione connettivista: Robot tra le rose.

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La farfalla


Se fossi una farfalla vivrei poco, ma potrei capire molto. Non che lei sia capace d’intendere e volere come noi ma, girando e rigirando, s’imbatterebbe inevitabilmente in certi nostri misteri incomprensibili.
Noterebbe, per esempio, quanto siamo diversi a seconda delle situazioni: un modo a messa, un altro per strada, altri ancora sul campo da gioco o in biblioteca. Si chiederebbe dove e quando uno è se stesso, e perché si cambi faccia, tono, voce.
Poi, un po’ alla volta, si accorgerebbe dei pensieri; di come, facendo una cosa, ne abbiamo in testa un’altra: lavoriamo e pensiamo alla partita, parliamo con qualcuno e con la mente programmiamo la serata, o risolviamo un qui pro quo, o rifacciamo i conti di un bilancio che non quadra.
La farfalla scoprirebbe, anche, cose belle: un bambino che dice ciò che pensa; papà e mamme che inventano qualcosa per strappare un sorriso ai propri figli; il passante che conversa con un povero.
Impegnandosi un po’, capirebbe cos’ha in cuore l’uomo, le sue vere intenzioni, il segreto che lo spinge a dire “basta” o “ancora” o “proviamo un’altra volta”.
Alla fine del suo giro, sarebbe un po’ più saggia: si poserebbe sopra un fiore senza pensare ad altro, perché tanto le basta, nella sua vita effimera, per essere felice.

SUL TAMBURO n.53: Henry Ariemma, “Aruspice nelle viscere”

Henry Ariemma, Aruspice nelle viscere, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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La lettura delle viscere degli animali (uccelli come le colombe ma anche ovini come agnelli e montoni) costituiva una pratica comune tra gli antichi nell’ambito dell’attività divinatoria dei sacerdoti (maestri nell’aruspicina o estispicina erano stati gli Etruschi e la pratica sacra che li vedeva trovare responsi e verità nella profondità dei corpi degli animali sacrificati costituiva gran parte del rapporto tra il popolo e gli Dei da esso adorati). Gli aruspici trovavano nelle viscere e negli organi che le compongono le tracce di un futuro che solo la divinità poteva conoscere e che agli uomini si rivelava soltanto per accenni, per allusioni, per frammenti, per sospetti: i corpi dei volatili o degli ovini contenevano un segreto che solo occhi esperti e qualificati potevano scorgere e sanzionare.

Tale pratica divinatoria, forse, assomiglia a quella dei poeti che estraggono il futuro della lingua a venire dal corpo enorme dei vocabolari (o della lingua parlata) che sventrano e dissezionano per estrarne la verità nascosta.

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La colomba


Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare la Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si aggrappa con fede, per salvarsi.

“L’enigma di Pitagora e altre storie” di Filippo Radogna

Comunicato stampa

L’utopia e il mistero nell’antologia “L’enigma di Pitagora e altre storie” di Filippo Radogna

L’antologia, con prefazione di Donato Altomare e postfazione di Giovanni De Matteo, sarà presentata a Matera giovedì 28 settembre alle ore 10,00 nell’ambito del Women’s fiction festival all’ITAS Briganti. La scuola realizzerà un cortometraggio.
Un’antologia che contiene diciassette racconti visionari. Ciò che narra Filippo Radogna ne “L’Enigma di Pitagora e altre storie”  (ed. Altrimedia Matera, pagg. 192 – Euro 15) sono mondi utopici sospesi tra passato e futuro, ipertecnologia e mistero. L’ambientazione è tutta lucana e si svolge negli scenari della millenaria Città dei Sassi, l’altopiano delle Murge e le rive dello Jonio, mare che evoca l’antica mitologia. Una nuova chiave di lettura del territorio apprezzata dalla comunità del fandom fantascientifico. Anche questo ha portato lo scorso anno l’autore materano a vincere il Premio Italia, nella categoria su pubblicazione amatoriale, con il racconto fanta-noir “L’enigma di Pitagora”, che ha dato il titolo alla raccolta. Continua a leggere→

Parigi, autunno 1980


let love be brought to ignorance again
Lisel Mueller

A Parigi si arriva una volta sola, ma lei non
lo sa quando scende dal treno in una mattina
di primo autunno, lo zaino pesante di tante
cose sulle spalle. Ha viaggiato tutta la notte,
impaziente di cominciare una nuova vita.
Non sa che la vita è una sola e continua
sempre. Al contraio di quello che pensa, non
sa nulla. Ed è per questo che è così bella,
quando, una volta depositato il bagaglio
nella sua chambre de bonne, scende le scale
e, aprendo il portone di casa, esce sul
Boulevard S. Michel. In questo momento,
Parigi è tutta sua e subito dopo non più.
Ma lei non lo sa e cammina, cammina

Imagine


Penso a cosa sarebbe il mondo, se non ci fossi Tu, se gli atei avessero ragione, se tutto fosse emerso per caso, per una serie di azioni e reazioni sprigionatesi dal nulla. Un mondo materiale, in cui parole come anima, fede, vita eterna fossero l’armamentario di poeti e sognatori, buoni solo a far sorridere un pubblico distratto. Penso, per un attimo, a una vita che finisse con la morte, in cui nulla restasse della nostra essenza di persone, in cui al massimo si potesse conservare la memoria delle nostre azioni. Mi metto nei panni di chi combatte battaglie che dovrà lasciare a terzi, di cui non vedrà l’esito, così come di certi progetti; che entrerà a far parte della terra come cellula dispersa in altra materia, in un oblio completo della propria coscienza. Penso al fatto che dovrei concentrare tutto in pochi anni: affetti, relazioni, piani esistenziali, scritture e letture, opere benefiche, campagne politiche di liberazione o promozione umana, sapendo che di tutto questo non saprò più nulla, non mi riguarderà mai più, come se non fosse stato, e tutto ciò che ho vissuto equivalesse al sogno di una notte agitata, senza il dolce risveglio dall’incubo dissolto.
Penso a questo e sono ancora più felice di essere cristiano, di avere un Dio che da sempre crede in me, mi dona un mondo da vivere, in attesa di un Regno dove sarò felice con Lui e con coloro che in Lui si sono scoperti anima, fede, vita eterna. Penso che l’ateismo, grazie a Dio, sia una cosa che non fa per me. E che forse, in fondo in fondo, non faccia per nessuno.

Fiction 2 (seconda parte)


Questa è la seconda parte della recensione a Fiction 2, di Giulio Mozzi. È il seguito della prima, che Mozzi ha, forse, preferito escludere dal suo bollettino di letture e scritture, Vibrisse, dove ha invece pubblicato diverse risonanze sul medesimo libro (vedi qui, qui e qui).
Qualcuno potrebbe pensare che, per vendicarmi, in questa seconda puntata mi accinga a stroncare l’opera di cui ho parlato positivamente nella prima, con osservazioni importanti che forse il Mozzi non ha colto nel loro spessore. Ma non ho intenzione di perpetrare alcun tipo di vendetta: primo, per il ruolo che rivesto, e che suppone valori che non intendo rinnegare; secondo, perché Giulio è per me un punto sicuro di riferimento – per quanto secondario rispetto, che so, a Gesù Cristo -, e non voglio privarmene per futili motivi.
Detto questo, la seconda parte del libro Fiction 2, di Giulio Mozzi, mi sembra deludente. Non starò qui a descrivere le sfumature di tale delusione, che sono riconducibili, generalmente, al fatto che tanto la prima parte è avvincente, quanto la seconda mi è parsa un po’ debole, in netto contrasto con le aspettative del lettore.
Ciò non significa che Fiction 2, di Giulio Mozzi, sia un libro da evitare, tutt’altro – ogni suo libro ha molto da dire e ancor più da insegnare -, ma che al lettore convenga predisporsi, affrontando la seconda parte, a qualcosa che è al di sotto delle attese suscitate dalla prima.
Che Mozzi non abbia pubblicato la prima parte della recensione sospettando che la seconda sarebbe stata, inevitabilmente, un ridimensionamento della reazione appagata alla più coinvolgente sezione del suo libro?
Ironia affettuosa a parte, mi attengo al mio dovere di onesto recensore di un volume che ho cominciato a leggere con entusiasmo, e ho finito di scorrere saltando alcune pagine.
Ah! si potrebbe obiettare: sono proprio le pagine che hai saltato a collocare la seconda parte sullo stesso livello della prima. Tutto può essere: preferisco lasciare al lettore il giudizio formulabile esclusivamente in base al proprio, personale orientamento.
Per quanto mi riguarda, rimango dell’idea che Mozzi ritroverà la sua vena creativa, fino ad oggi perduta (quella di saggista è viva più che mai), solo se accetta di risolvere il problema del rapporto tra scrittura e vita, cui ho accennato nella prima parte – del tutto positiva – di questa bifronte e bistrattata recensione di un libro comunque e sempre da non perdere, come tutto ciò che Giulio scrive.

Daniele Abbiati recensisce la “Marca Gioiosa” di Roberto Plevano


di Daniele Abbiati

«Non che il mondo avesse bisogno di un altro romanzo storico di ambientazione medievale, certamente no». Non è falsa, questa modestia, perché modestia non è. È, invece, un giudizio da lettore esperto in materia, prima che da scrittore all’esordio nella medesima materia.
Lo ha espresso sul sito Nazione indiana, parlando del proprio romanzo, Roberto Plevano. Cinquantasette anni, vicentino, laurea in Filosofia a Pavia, «Licence in Mediaeval Studies» al Pontifical Institute di Toronto, ha lavorato in varie università italiane e statunitensi e da anni collabora all’edizione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto, un Doctor talmente Subtilis che spesso e volentieri anche gli addetti ai lavori fingono di non vederlo onde saltare a piè pari la sua opera… Continua a leggere→

Damasco


La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.
Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.
Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.
Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

Fiction 2 (prima parte)


Fiction 2, di Giulio Mozzi, è un libro che parla d’altro. È un testo che necessita di testi per spiegarsi, dunque è un testo al quadrato. Ma questi testi necessari sono a loro volta discutibili, per cui richiedono testi ulteriori delegati al lettore, che diventa in qualche modo autore. Il gioco procede all’infinito, fino a coinvolgere il libro dei libri, la Bibbia, anch’essa bisognosa di continuazione, come se l’ispirazione non s’interrompesse con l’ultima pagina, ma fosse destinata a traboccare dal sacro volume e perpetuarsi in storie successive, in cui lo Spirito continua a soffiare verità su verità, tanto Lui soffia dove vuole.
Fiction 2, quindi, è un libro fatto per moltiplicarsi, per partorire libri (di altri autori delegati e necessari): non a caso è segnato dal numero due, che non esclude il seguito di un tre, di un quattro e via crescendo, dando implicitamente l’impressione che la scrittura sia qualcosa impossibile da circoscrivere e che una qualunque conclusione non sia appunto che “finzione”.
Questo spiega perché la scrittura di Giulio Mozzi sia destinata ad esaurirsi. Delle due l’una: o riconosce la verità (che cioè la scrittura è senza fine), o accetta la finzione, che cioè un testo sia soggetto a conclusione, e perciò stesso a tacere per sempre.
La parabola di Giulio certifica che uno scrittore, per scrivere ancora, deve scendere a un certo compromesso: fingere che si possa mettere, a un qualsiasi testo, la parola fine, anche al libro dei libri.
Ma se non accetta compromessi, come pare che Mozzi voglia fare (ossia non fare) si riduce al silenzio (o a scrivere degli altri e per gli altri, cosa che lui fa benissimo).
Se vogliamo che Mozzi scriva ancora, non ci resta che sperare che si decida a fingere sul serio: cosa non riprovevole per un letterato, benché cattolico. Ecco la genesi possibile di Fiction 3, la vendetta, ossia il testo che accetta di essere testo e non una scrittura senza fine, come la Vita. Ne Il quinto evangelio, Mario Pomilio fa intuire che il libro dei libri è un testo concluso solo in quanto continua e s’incarna nella nostra storia.

[Continua. Confronta qui, qui e qui, per altre interpretazioni]

Il Michelone. Betty Perfumo intervista l’autore del nuovo dizionario del jazz


Domanda: Guido, quindi “Il Michelone” è il tuo nuovo libro, esattamente il 104° da te e scritto e pubblicato?

Risposta: Sì, credo di sì, nel senso che oramai per me è difficile tenere il conto, perché all’inizio della mia carriera ho anche pubblicato molti libri con altri colleghi (soprattutto universitari) oppure sono stato il curatore di un testo a più voci o mi sono trovato in tante situazioni ancora diverse. Mi ritengo comunque contento di aver raggiunto e superato, nel numero di pubblicazioni, ‘tale’ Andrea Camilleri, anche se le mie cifre, per quanto riguarda le vendite, non sono certo paragonabili alle sue. D’altronde pratichiamo due generi diversi. Continua a leggere→

La bella compagnia


Sei morto ma sei vivo. Il senso è tutto qui: vivere per morire, morire per vivere.
Hai lasciato una storia che mi riempie le giornate, che risuona ancora più della tua voce, e mi indica la strada. I morti, a volte, sono vivi più dei vivi. È bene che sia così, altrimenti tutto finirebbe con l’ultimo respiro, cosa inconcepibile. Sono talmente intriso della Pasqua, come tu mi hai insegnato, che non riesco nemmeno a immaginare una vita senza eternità.
È da lì che mi mandi messaggi, mi parli, mi proteggi. È la cosa più normale di questo mondo e anche dell’altro.
Nell’altro mondo, infatti, s’interessano di noi, perché sono consapevoli dei nessi: sanno – l’ho già scritto una volta – che quando si ama tutto è collegato. E che un atto d’amore è incancellabile, come dimostra la cipolla che Gruscenka regala al mendicante. Dostoevsky ha afferrato la sostanza di ciò che non finisce.
Neanche tu, Mario, finisci. Anzi, sei appena iniziato. Mi guardi dal cielo come quando eravamo al tavolo della Nuova Capricciosa, davanti alle pennette al salmone e alla Peroni chiara. Ci scambiamo parole silenziose, che hanno un’eco profonda nella storia. La tua voce fa tremare le galassie: la possono ascoltare solo i puri di cuore e i gatti rossi cui davi gli avanzi della pasta al sugo.
Anch’io ti consegno a questa pagina, perché il lettore possa stare tre minuti con noi, nella bella compagnia dell’Infinito.

Il sussurro delle streghe, di Elisabetta Bordieri


Quella sera stessa, ogni singolo strato dolomitico di certezza si era polverizzato. Lamine di singulti sostavano eretti sull’atrio del tempio della mia anima coagulata dal logorio del tempo. Sentivo come denti asserragliati di mostri impazziti dilaniarmi lo stomaco. Tutt’intorno un’aria pesante e sabbiosa catramava i miei polmoni. Sensazioni oleose e impure che non avrei mai voluto provare, e poi per cosa e per chi? Alla fine avevo chiamato i soccorsi. Non pentita. Solo consapevole. Lo avevano portato via da poco. Io ero ancora lì bloccata in casa mia, seduta, appoggiata al tavolo dove nemmeno poche ore prima stavo cenando. Con lui. E aspettavo. E parlavo. Continua a leggere→

Lector in fabula


La scrittura ha qualcosa di magico. Ora, per esempio, metto in fila una parola dietro l’altra e il lettore è curioso di sapere dove andrò a parare. Con me gli va bene, perché scrivo testi sintetici e si sa presto come va a finire.
Mettiamo, però, che cominci a scrivere cose senza capo né coda: che so, che il Napoli ha battuto la Lazio fuori casa. Il lettore rimarrebbe sconcertato: a parte napoletani e laziali – che sorriderebbero o s’incupirebbero – gli altri non sarebbero minimamente interessati. Ma continuerebbero a leggere, perché una storia deve avere un senso.
C’è un patto di lealtà fra scrittore e lettore: il primo deve dare un messaggio decifrabile, in qualche modo utile, il secondo s’impegna ad andare fino in fondo.
Forse anche per questo ho scelto la misura breve, per facilitare il rispetto di un contratto implicito che lega me con voi: io non vi rubo tempo, e voi, ogni giorno, mi fate compagnia in questo cammino verso il Senso, che per me si chiama Dio.

Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 5

[youtube=https://youtu.be/5kNGs_jzQyA]

da qui

Pablo Neruda – Poema XII
Per il mio cuore basta il tuo petto
Venti poesie d’amore e una canzone disperata
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine : Edward Weston,
The White Iris (Tina Modotti) (1921)

Quarto movimento da la Suite Barroca
arrangiamento di Karl Scheit
Autore anonimo
GuitarraChitarra Continua a leggere→

SUL TAMBURO n.52: Giorgio Delia, “In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana”

Giorgio Delia, In partibus infidelium. Appunti su alcuni poeti in dialetto dell’Italia repubblicana, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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Ci sono zone della cultura italiana contemporanea e, in special modo, quelle legate alla poesia dialettale che sono spesso considerate dei continenti misteriosi, ancora inesplorati, dagli studiosi e dai critici letterari che dovrebbero o potrebbero occuparsene e non lo fanno per difficoltà endogene ed esogene. Quelle endogene sono costituite dalle poesie stesse in esame e dalla loro più o meno esplicita cripticità, ermeticità o difficoltà espressiva; quelle esogene, esterne, invece sono legate alla scarsa conoscenza dei dialetti usati che, per effetto dell’omologazione culturale, del disuso e della disaffezione nei loro confronti non sono più effettivamente ben conosciuti neppure tra gli esperti di storia della poesia italiana.

Giorgio Delia non appartiene al novero di tali studiosi disattenti, anzi ha investito molte delle sue energie di critico letterario, oltre che nello studio di Benedetto Croce come cultore di letteratura, in quello del poeta che predilige tra tutti: Albino Pierro.

Il suo ultimo libro raccoglie, infatti, scritti e approntati su «opere di poesia edite fra il secondo Novecento e l’inizio del Duemila», in un arco di tempo non vastissimo ma sicuramente sufficiente a far comprendere il metodo di lavoro e la prospettiva di poetica di alcuni di essi (il saggio “Come lavorava Pierro” – alle pp. 67-112 del volume– è emblematico al riguardo) . Gli autori esaminati e analizzati non sono stati prescelti sulla base di limiti geografici o storici di sorta e sono stati esaminati a partire dal «meridiano più a sud dell’Italia», da luoghi inseriti in una dimensione ben definita della Basilicata (Albino Pierro, Domenico Brancale), della Calabria (Giacinto Luzzi, Dante Maffia), della Sicilia (Nino De Vita), e «nel momento in cui ne hanno avvertito maggiormente lo stato di abbandono perché giammai rassegnati alla morte dei dialetti» (p. 7).

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