Un libro in cartella: Gli eroi imperfetti di Stefano Sgambati

Libri in cartella: letture raccontate in 2000 battute.

Non vi aspettate “l’uomo medio che lotta per la sopravvivenza in una giungla metropolitana”: gli “eroi imperfetti” di Stefano Sgambati (Minimum fax, 2014) sono persone normali che non hanno in apparenza nulla di eccezionale. Ma scavando scavando rivelano nevrosi, inquietudini, meschinità ed esistenze al limite; lottano a modo loro contro ingiustizie, piccoli soprusi, convenzioni sociali, perdite e mancanza di sentimenti.

Il romanzo ha tre voci: un narratore equilibrato e consapevole, lungi dall’essere saccente e “onnisciente”; Irene, che nasconde la sua fragilità in una spocchia senza fine; e in ultimo Corrado che tentando di uscire dalla monotonia si trova in una situazione ingestibile ? ai limiti del giallo – per la quale l’unica soluzione per lui è quella di attendere, e per il lettore cercare di capire. La struttura è molto interessante e originale, matura, e non imbriglia la storia come spesso accade, ma la rende libera di evolversi entro confini flessibili. Continua a leggere→

La poesia nel piano jazz di Billy Childs


Riflessioni attorno al nuovo album Rebirth

 

di Guido Michelone

 

Sin dalle prime registrazioni durante gli anni Ottanta, Billy Childs si afferma come uno dei jazzmen più interessanti nella realtà americana, a livello di pianista, bandleader, compositore. Come non bastasse si rivela pure un raffinato autore di musica sinfonica, benché la firma di Childs resti impressa negli straordinari jazz tunes (utilizzati anche da molti colleghi) che rimangono vividi, nella mente e nella memoria dell’ascoltatore, per complessità strutturale, immediatezza squillante e lirismo cristallino. Continua a leggere→

Per miracolo


A far caso alle voci, ai rumori, ai suoni anche quasi impercettibili che arrivano alle orecchie, c’è sempre da imparare. Ora, per esempio, sento il prete della stanza accanto che bofonchia qualcosa. Parla da solo? Ha più di novant’anni, a quell’età è normale. Con lui devo cogliere le variazioni più insignificanti: un sospiro potrebbe essere l’ultimo, un colpo sordo il segno di uno svenimento, e io sono tenuto a intervenire, in qualità di orecchio più vicino.
L’abitudine a vegliare mi rende consapevole dei segnali più neutri: il ticchettio della sveglia, il sibilo della luce al neon, il brusio sommesso del televisore proveniente dalla camera del laico consacrato che alloggia dirimpetto.
Lo sfrecciare delle automobili sull’Ardeatina è spesso infarcito di colpi di clacson ripetuti, soprattutto la mattina presto, quando il traffico è più rado e tutto lascerebbe pensare che fosse più tranquillo: quando mancano i problemi, è il momento giusto per andarseli a cercare.
Ogni tanto si sente l’acqua scorrere: è un rubinetto, una doccia, lo scarico di un water. Chissà cosa pensano di me, che mi lavo intorno alle cinque del mattino.
Smaltiti i suoni che vengono da fuori, c’è il rumore che viene da dentro: un ricordo gradevole, un impeto di rabbia, un sussulto di gioia per un’idea risolutiva.
Ma l’orecchio si apre veramente solo se capta la tua Voce: è allora che intorno si forma un’armonia, e le note più stridenti si trasformano in canto, per miracolo.

Luigi Maria Corsanico legge Rainer Maria Rilke. 4

[youtube=https://youtu.be/BjpRc5FyceY]

da qui

Rainer Maria Rilke
Canto d’amore
dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941
Liebes – Lied / “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Scultura di Yves Pires
Scriabin 24 Preludes Op.11 – No.12 in G sharp minor

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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Qualcosa che comincia


La fanciulla non è morta, ma dorme. Mi ha sempre colpito questa frase di Gesù. La morte è un sonno. Quindi, per chi crede, la risurrezione sarà come un risveglio.
Quando ci si sveglia, si è sempre intorpiditi. Forse anche allora ci stireremo gli arti, scoprendo di non averne più, perché sarà la nostra anima a lasciare il corpo, a volteggiare nella stanza di casa, o d’ospedale. Il corpo lo riprenderemo, più giovane, più bello, quando lo deciderà l’Alto sul trono, benedetto il suo Nome. Dicono che in paradiso abbiano tutti sui trent’anni, esclusi i bambini.
Eppure, saremo tutti bambini, finalmente, creature nelle mani del Creatore, benedetto il suo Nome. A poco a poco, la nostra faccia smarrita, spaventata, pronta a scoppiare in pianto, si aprirà al sorriso.
Svegliarsi dalla morte, credo, sarà un’esperienza impossibile da dimenticare. La prima parola che salirà alla bocca, che in quel momento non avremo, sarà grazie. Non ci saranno problemi a pronunciarla. Sarà un grazie tondo, sicuro, di quelli che non ti puoi più rimangiare.
Ci guarderemo intorno, con un cuore libero dalla paura e dal dolore. Incontreremo amici, parenti, persone viste una volta soltanto, che sentiremo come gente conosciuta da sempre.
Quando ci risveglieremo, andremo nella piazza d’oro dell’Apocalisse, illuminata dall’Agnello: guarderemo Gesù, anzi, sarà Lui a guardare noi, a farci una carezza. Sarà il segno di qualcosa che comincia, per non finire più.

New entry

Segnaliamo l’ingresso in redazione di Luigi Maria Corsanico, che si è guadagnato sul campo, con le sue splendide interpretazioni di testi letterari, la cittadinanza onoraria di Lpels.
Benvenuto Luigi!
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“Per quanto vi diciate assolti” di Ivano Porpora

PER QUANTO VI DICIATE ASSOLTI

A cura di Ivano Porpora, che ringrazio.

LARNED, CARTER (HEADLIGHT), 1904, work clothes for train engineer

Due parole sulla questione Weinstein, ma non solo.
Ho avuto modo di rifletterci allontanandomi dall’Italia per tre giorni per motivi di lavoro – sono stato in Francia a Loriol-Sur-Drôme, un paesino di 5800 abitanti e nessun bar o forse uno; al ritorno, dopo due notti di sonni saltati e connessioni ballerine, ho visto che l’hashtag #quellavoltache è stato sostituito da #metoo (per comodità, per dargli una immagine più internazionale, perché proposto fuori confine: non lo so).
La cosa che ho pensato è che, come spesso succede, le riflessioni che sono giunte hanno creato una sorta di diversione rispetto al tema principale. Qualcuno si è attardato sulle differenziazioni tra violenza e molestia (è il caso di ripeterle?), qualcuno sul fatto che la differenza tra provarci e molestia è sottile (e sì). Qualcuno ha suggerito che ogni maschio sia sottilmente molestatore, cosa che mi rifiuto anche solo di prendere in considerazione.
Il mio pensiero per poter essere discusso ha bisogno di tre punti fermi, e non prescinderò da questi tre punti fermi in alcuna risposta (ossia: se dovessi venire tirato in ballo in qualsiasi commento che neghi i tre punti fermi, non perderò il mio tempo rispondendo). Continua a leggere→

Parole


Ogni parola ha molte facce. Se dico albero, ognuno pensa a una cosa differente. A me vengono in mente i pini; anzi, più che venirmi in mente, li vedo appena mi volto verso la finestra. Una parola, dunque, è un sipario che si apre su un mondo da scoprire. Dovremmo esercitarci a pronunciare un vocabolo chiedendoci cosa significhi per me, per te, per gli altri.
La parola amore è la più difficile di tutte. Oggi tutto si spaccia per amore, anche la prassi materiale, il semplice contatto fisico: mi piace, quindi è amore. I Padri della Chiesa, che la sapevano lunga, sostenevano che si diventa esseri spirituali quando si scorge, nel volto sfigurato di Gesù crocifisso, il più bello tra i figli dell’uomo. Stare in croce difficilmente può piacere.
Mi torna in mente una poesia di Prévert, Cet amour, in cui le immagini si rincorrono, lottano le une con le altre, contraddicendosi, abbracciandosi, in una unione dei contrari che lascia senza fiato. È una buona introduzione a un tema complesso, che bisogna affrontare, prima o poi.
Per me l’amore è la piazza d’oro di cui parla il versetto ventuno del capitolo ventuno dell’Apocalisse: solo da quel pozzo di luce si può guardare in faccia il buio che ci minaccia, ciò che non ci piace, l’ombra che che ci insidia fino all’ultimo respiro.

Vivalascuola. Nun te reggae più

https://www.youtube.com/watch?v=ArTpNj0hasI

Questo è il seguito della puntata della nostra rubrica dedicata alla Malascuola (vedi qui). Presentiamo scene vere di Malascuola e una esortazione alla rabbia di Giovanna Lo Presti: “Rabbia, rabbia, rabbia. Da un quarto di secolo non altro che rabbia di fronte allo stillicidio di “riforme” e di interventi che toccano la scuola italiana; e non c’è stato ministro dell’Istruzione che non abbia voluto legare il proprio mandato a presunte “novità”, sotto le quali si nascondeva un unico progetto di rimodellamento della scuola pubblica, sempre più piegata alle esigenze del mondo esterno, sempre meno legata alle proprie radici ed alla peculiarità della cultura del nostro Paese. Che questo scellerato progetto di omologazione della scuola abbia dato soltanto frutti velenosi, pare non interessare i “decisori politici”. Tanto, loro, nelle aule scolastiche non vivono tutti i giorni. La riforma Berlinguer, la riforma Moratti, la riforma Gelmini, e poi gli interventi di Profumo e Giannini dovevano precipitare necessariamente laddove il tanto affaticar fu volto, nell’abisso orrido della “buona scuola” di Renzi. Là tutti i fili sono stati tirati, tutti i nodi sono venuti al pettine, tutto ha trovato una sua abborracciata sistemazione: ha visto il suo trionfo un abbozzo incompiuto, quel disegno di legge Aprea che auspicava la chiamata diretta, che esaltava la “meritocrazia”, che rendeva l’accesso all’insegnamento una gimcana lunga, complicata, con numerosi trabocchetti che potevano interrompere la gara in ogni momento. Il premio finale: un lavoro da 1.400 euro circa al mese, per governare masse di bambini, ragazzini, adolescenti intossicati dall’uso di cellulari, computer, videogiochi”.
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Il libro


Non scriviamo mai il libro che vorremmo scrivere. Ma ce lo abbiamo in mente. Lo accarezziamo, lo nutriamo, gli lasciamo spazio quando sembra che ci colga un flash, un’ispirazione inaspettata, quelle che tecnicamente chiamiamo epifanie. Una pagina alla volta, il volume cresce dentro noi, lo correggiamo, facciamo fotocopie metaforiche, rileghiamo il tutto con la colla delle speranze e dei ricordi. È un libro che permettiamo di leggere anche agli altri, a frammenti, in poche righe, che bastino a indovinare il tono, la tensione narrativa. Ogni tanto qualcuno chiede di vederlo tutto, ma questo è impossibile: sono opere da immaginare, più che da toccare o possedere. Si manifestano sotto forma di schegge, brani, lacerti, che vorrebbero esaurire il tema, o almeno centrare l’essenziale, e invece rimandano alla prossima puntata, al mattino del giorno successivo.
La vita è così: vorremmo capirla in una volta, afferrarne per sempre il bandolo segreto, diventarne padroni. E invece dobbiamo metterci alla scuola di Qualcuno che ne sa di più. Il libro che vorremmo scrivere s’incrocia col suo sguardo, si lascia plasmare, parola per parola, finché ci accorgiamo che le dita battono sulla tastiera guidate da una forza che le supera.
Il libro che vorremmo scrivere lo scrive Qualcun altro: ogni mattina ci si siede accanto e sussurra le frasi, l’atmosfera che gli sembra opportuna, la misura adatta a un pensiero, a una preghiera.
Poi tutto è inserito nelle stampatrici, le rotative del cuore, per assumere una forma che non è più la nostra, o meglio, è quella che avremmo voluto, senza mai saperlo, quello, insomma, che siamo veramente.

Il Centro


Loreto è in cima a un colle. Girandole intorno – dall’autostrada, dalle vie che attraversano i paesi, dall’Adriatica -, la scorgi come il segno di qualcosa, una memoria che s’impone o si propone, secondo lo sguardo.
Loreto è Dio, l’Annunciazione, la Santa Casa della famiglia nazarena, una vertigine di Cielo che sconvolge l’agenda mediocre del terrestre. È impossibile pensare a Loreto senza che scombini i progetti ordinari, gli obiettivi che rivelano, in un confronto impari, la loro inconsistenza.
Loreto è anche il segno della Storia, epoche in cui si era costretti a costruire mura per difendersi dai Mori, come allora si chiamavano. Oggi viviamo tempi simili: città, nazioni, continenti sotto assedio, ma nemmeno lo scudo antiatomico basta per proteggersi.
Loreto è lo spirito; il terreno circostante – pieno di ulivi – è la psiche; l’immensa campagna che arriva fino al mare è il corpo. Non puoi fare a meno delle tre dimensioni, ma il centro è la Casa, il punto in cui convergono il ritmo monotono dell’onda, l’oro effimero dei girasoli, i difetti e i pregi, la fragilità e la forza della nostra umanità.
Ogni volta che guardo Loreto, mi ricordo di don Mario: era lui che con fatica, dalle fughe del corpo e della psiche, mi riportava al Centro.

Sporcarsi col tempo per partecipare alla vita. La fine del Diario di Sarah Manguso

Andanza

I libri di Sarah Manguso – Andanza è il secondo tradotto in Italia, sempre da Gioia Guerzoni, sempre per NNE – rappresentano per il lettore una sfida con i propri pensieri più intimi, uno scavo sottopelle operato con quello strumento multiforme che è la prosa dell’autrice americana. La Manguso che finora abbiamo conosciuto (più tardi NN pubblicherà anche certi racconti, quelli di Hard to Admit) non scrive fiction, ma neppure semplici memoir o saggi. Andanza, come Il salto (in Italia nel 2016), rappresenta una prosa filosofica, strutturata a guisa di aforismi, a tratti, di mezze pagine di diario, di annotazioni, di chiose illuminanti fatte di quella stessa tagliente epifania che si legge in certi poeti ermetici. Continua a leggere→

Scarpe


Il Cantico delle creature colpisce perché vede il bello ovunque. Facilmente avviene il contrario: siamo bravi a cogliere difetti, magagne, le mille falle che si aprono nel mondo e ne fanno, ci sembra, una scarpa vecchia, quasi da buttare. Il Cantico afferma il contrario: il mondo è bello, perché Dio l’ha creato, e da Lui non può uscire che bellezza. È una fiducia che i santi conoscono bene, loro che tornano bambini, come chiede il Vangelo. Il bambino non ha difese o maschere: è lì, esposto alla realtà, pronto a recepire quello che gli viene dato. Dio vede il bambino che è in ognuno di noi e fa di tutto per estrarlo dalle macerie dell’adultità. L’adulto, infatti è spesso adulterato, un prodotto in scadenza pronto per finire tra i rifiuti. Una scarpa vecchia, insomma. In questo senso, Dio è un rigattiere che tiene da parte molte cose inutili, inservibili, con infinito amore. Aspetta il momento opportuno per riprenderle in mano, lavorarci sodo, e sposta di qua, incolla di là, spolvera e lucida, alla fine, oplà!, ecco una cosa tutta nuova.
Il Cantico dimostra che persino la morte è una scarpa malridotta che si può risuolare. A patto che desideri davvero riprendere il cammino:
“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Angeli


Gli uomini mi rappresentano sempre con le ali, ma io sono puro spirito, quindi non ho ali né braccia né quella veste lunga e bianca con cui non possono fare a meno di pensarmi, tradendo una scarsa fantasia. I terrestri guardano più all’esterno che all’interno: sono attratti dalle belle forme, si perdono nella contemplazione di un’auto o di un gioiello. Noi no, andiamo al sodo, abbiamo un’attrazione invincibile per l’anima.
Siamo per la continuità, per la gioia, per la ricchezza straordinaria dell’infinito da cui proveniamo. L’uomo e la donna valgono per questo. È vero, sono costretti a fare i conti con il corpo, che ha le sue pesantezze, perfino le sue tare, a causa della colpa d’origine. Lottano con la forza deviante del peccato, cercano di farla confluire nell’alveo voluto dall’Altissimo, sia benedetto il suo Nome, di custodirla dall’assalto dell’altro genere di spirito, satana, l’essere malvagio che si traveste da angelo di luce per ingannare il mondo.
Noi, angeli fedeli, non abbiamo vesti bianche né ali: indossiamo l’energia potente del Santo Immortale, sia sempre benedetto il suo Nome. Ricordiamo agli uomini e alle donne, ai vecchi e ai bambini che nessuna conquista, nessun successo, nessun piacere, in questo mondo, è superiore a quella perla di valore inestimabile che è l’anima. Una sola cosa increspa lievemente la nostra eterna gioia: che l’essere umano, spesso, dimentica di averla.

CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi

di Massimo Maugeri

La letteratura, l’ho sostenuto altre volte, ha la capacità di abbattere qualunque tipo di barriera spazio-temporale. È così anche nel caso dell’ottimo romanzo di Sabina Minardi, “Caterina della notte” (Piemme, pagg. 384, € 18,50) in cui l’autrice catanese residente a Roma collega due donne che vivono in epoche e in luoghi diversi.
La prima di queste donne compare sin dall’inizio del romanzo e si presenta con queste parole: “Mi chiamo Catherine e ho quasi quarant’anni. Sui miei documenti c’è scritto Caterina, ma in Italia ci sono solo nata, e a nessuno verrebbe in mente di chiamarmi così. Ho un lavoro che mi piace, un amore ufficiale e qualcuno clandestino, il tempo da inseguire ogni giorno e una camera d’albergo per rinchiuderlo: o almeno, per illudermi di riuscirci. La mia casa è al numero 2 di Redcliffe Square, Kensington, Londra”. Continua a leggere→

Duetto


La vita è un canto a due voci. L’equivoco, che può protrarsi per anni, sta nel cantarsela da soli, nel modulare all’infinito una voce che magari incanta, convince, sprona a grandi azioni, ma ha quel vizio di fondo: fare da sola.
Il cammino dell’uomo, per usare un’espressione consacrata dall’ebreo Buber, è una ricerca ostinata, a volte disperata, di un tesoro che sta sotto la stufa, nella cucina di casa: è l’immagine geniale con cui Buber ci ricorda che il nostro perderci in rotte sempre più esotiche, strambe e inconcludenti, è una fuga dall’incontro. Gesù lo spiega bene attraverso la sua polemica coi riti: non serve a nulla lavarsi le mani fino al gomito, come facevano i giudei, se si dimentica il contenuto dell’azione, cioè l’incontro, appunto, con Dio.
L’esistenza è un moltiplicarsi di gesti apotropaici, con cui vorremmo attingere a una sorta di salvezza personale. Un giorno, però, sentiamo l’altra Voce, e ne restiamo finalmente presi, affascinati. È l’intimità con Dio, che comincia a trasformare i nostri vizi in virtù. Di queste, la più decisiva è, come s’è detto, non cantare da soli.
La vita è un duetto in cui le voci s’intrecciano, si fondono, fino a diventarne Una più bella, l’unica che davvero ci appartiene.