Attaccamenti


A volte penso che la vita sia soltanto una questione di buon senso. Abbiamo necessità di dimostrare che l’universo sia stato creato da Qualcuno? La straordinaria ricchezza e complessità della realtà si è inventata da sola?
Dal mondo fisico al mondo morale. Il peccato è una trasgressione della logica: cadere in tentazione significa non stare in piedi, e l’uomo è caratterizzato dalla posizione eretta. Nello stesso ambito, un altro verbo è cedere: se una cosa cede, non funziona, è logora, avariata.
I peccati della carne dovrebbero essere aborriti in un mondo di vegetariani e di vegani. E comunque la carne non si può separare dal contesto: lo spirito, la psiche.
È peccato non rubare quando si ha fame, cantava De André, e posso essere d’accordo; ma negli altri casi non ha senso: esiste il mio e il tuo, anche se portano in sé una vocazione – onesta e trasparente – a diventare “il nostro” (vedi il pane del Pater).
Uccidere è il massimo della contraddizione: chi mi autorizza a togliere all’altro quello a cui sono più attaccato?
Questo è un punto critico: un omicida, sarà davvero affezionato al vivere?
Forse la questione va affrontata da un’altra prospettiva.
A cosa vale la pena essere attaccati? Cosa amo, sul serio, nella vita? Da ciò dipende, in ultimo, l’ordine della mia esperienza. Ciò che amo, lo metto al primo posto, e da lì discende la mia scala di valori. Ora, se questo mondo lo ha creato qualcuno che chiamiamo Dio; se Lui ha plasmato la bellezza che ci affascina, in mezzo alle bruttezze che abbiamo avuto il coraggio di produrre; se la logica suprema, dunque, di ciò che ci circonda giace nel fondo del suo “cuore”; allora sì, mi viene da credere che la scelta più coerente stia nell’essere attaccati a Lui, amandolo con tutta la mente, il corpo e l’anima. Altro che rubare, uccidere o commettere peccati della carne.
Conviene più fidarsi del Padrone di casa, che ha le chiavi di ogni stanza, ed è tanto sicuro di sé da metterle nelle nostre mani.

Creavo lacrime artificiali con la saliva – di Max Ponte

Creavo lacrime artificiali
con la saliva
e le dispensavo 
ai tuoi occhi che
pativano diserti
eri la mia Indonesia
e il mio oriente nelle
alture gli elephanti
i declivi nei regni
serenissimi di
navigatori di pianura
creavo lacrime artificiali
con la saliva e le
dispensavo ai tuoi occhi
di mandorla estiva

***

poesia inedita, per info e pubblicazioni  consultare il blog dell’autore

Piacevolevolissimevolmente


Satana punta molto sulla vanagloria. L’uomo è fatto così, ha bisogno di essere approvato. In certi casi, esaltato, idolatrato. Si fa presto, in questo senso, a cadere nel ridicolo.
Oggi tutto è amplificato dalla cassa di risonanza della rete: si pubblica un post per far sapere che cosa si è mangiato, se si ha il mal di pancia o l’emicrania. Esigenza di condivisione? Spirito comunitario che viaggia con il web?
Spesso viviamo di ciò che di noi pensano gli altri. Siamo molto preoccupati di porgere un’immagine, accuratamente predisposta. Se riceviamo un “like”, siamo appagati: abbiamo fatto accogliere il messaggio a cui tanto tenevamo.
Sarebbe utile tentare l’esperimento opposto: mettere in piazza quello che di noi disapproviamo, c’imbarazza, o di cui ci vergogniamo. In fondo, l’amicizia è accettare l’altro per quello che è realmente, non accontentarsi della maschera.
La vanagloria introduce in una vita parallela, dove tutto fila liscio, è piacevole, suscita adesione spontanea e simpatia: un mondo virtuale, appunto, che poco ha a che fare con la nostra esperienza quotidiana.
Il passaggio salvifico sarebbe quello dal mondo virtuale al mondo virtuoso, scaturito dall’esercizio delle tre colonne della vita cristiana: verità, carità e libertà. Essere se stessi nell’amore significa essere finalmente liberi: non m’interessa il giudizio degli altri, ma quello che mi sembra il loro bene. Non cerco la loro approvazione, ma la scoperta delle nostre ricchezze, il tesoro spesso sconosciuto, nascosto nel campo incolto delle anime.

Ridere

di Antonio Sparzani

Conosceva storie di lingue, a pezzi e bocconi, qua e là nel mondo. Aveva letto che presso gli Inuit la perifrasi ridere con te significava far l’amore con te e gli era sembrato molto bello, perché i migliori amori che gli erano capitati nella vita erano stati densi di buonumore e il ridere spesso gli piaceva, altro che il riso abbonda ecc. dello stupido adagio latino, lui non lo credeva vero per niente.
Un giorno erano, lui e Gabriella, in un rifugio di montagna a dormire insieme in un grande camerone stipato di cuccette come spesso nei rifugi, con altri amici, tra i quali c’era un altro pretendente, o un passato amore, di Gabriella. Il numero di cuccette era inferiore di uno al numero di persone, così lui trovò naturale distendersi vicino a lei, che tendeva a chiudersi nel suo bozzolo, nella sua cuccetta. Quando fu spenta la luce fu altrettanto naturale continuare a parlarsi sottovoce, anche un po’ abbracciati, così che lui trovò modo di dire la sua informazione eschimese, con tono casuale. Gabriella sorrise e lui interpretò al meglio: una grande risposta, pensò, di chi vuole mettere in pratica, mostrarti come si può sorridere bene, anche in un rifugio quando si è tutti imbacuccati. Continua a leggere→

Semplice


A volte è utile semplificare. Che nella testa girino pensieri non sempre gradevoli o graditi è un dato di fatto; che spesso ci lasciamo appesantire da preoccupazioni, reazioni negative, scoraggiamenti e depressioni, è altrettanto incontestabile. Ci siamo certamente posti, prima o poi, la fatidica domanda: perché è tutto così maledettamente complicato?
Se siamo arrivati a questo punto, possiamo passare alla fase successiva: la ricerca di una soluzione.
Tempo fa uscì un libro, che acquistai assecondando la mia curiosità vorace: “Simplify your life”. Era una frizzante proposta di alleggerimento degli ambienti e delle modalità di relazione. Un classico esempio – per me, almeno – di risposta al di sotto delle aspettative. Di quella lettura, non rimase niente.
I manuali che promettono di rendere la vita più piacevole, di fornire ricette infallibili per la realizzazione personale, non si contano più. Sono formule che lasciano tutto come prima, senza incidere in nulla su ciò che vi è di più importante.
Poi torni al Vangelo e trovi, al riguardo, istruzioni interessanti: ti ringrazio, Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli, e le hai nascoste ai sapienti e agli intelligenti; beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; gli ultimi saranno primi e i primi ultimi; venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi.
La semplificazione più efficace e radicale si nasconde in questo libro. È come se l’arte della vita consistesse soprattutto nel togliere: quante realtà riteniamo indispensabili?
Marta, Marta, tu ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola è quella che conta. Quale? Quella che ha scelto Maria: ascoltare Gesù, conversare con Lui. Se Cristo diventasse il nostro confidente; se è vero che – soddisfatte le necessità primarie – l’amore è tutto ciò che serve; se vivendo nell’amore autentico non si sente più bisogno d’altro, avremmo risolto definitivamente ogni problema: Lui è amore infinito e onnipotente, basta e avanza. Semplice, no?

Ragionamenti dalla stiva

E così dopo Olanda, Norvegia, Gran Bretagna e Germania anche la Francia ha dichiarato che dirà addio alle auto a benzina entro il 2040. Il futuro della locomozione, perlomeno in Europa, sarà elettrico.
Quello che da tempo si stava preparando, e a cui per anni abbiamo guardato con un misto di desiderio e paura, si realizzerà nella prima metà di questo secolo e comporterà conseguenze inimmaginabili, se non per associazione (e qui uso la parola con tutti i limiti che separano i termini dalla loro realizzazione nella Storia) con eventi del passato quali il crollo dell’Impero Romano o l’avvento della Rivoluzione Industriale: l’età di un mondo dipendente dal petrolio è prossima alla fine, sostituita da quella dell’elettricità e della cosiddetta energia pulita.
Ma la conclusione di un’epoca, soprattutto di un’epoca che tanto in profondità ha determinato gli equilibri del pianeta e delle fonti di potere ad esso connesso, implica sempre una sequela di avvenimenti che finiscono per spazzare via in maniera troppo spesso drammatica i presupposti che l’hanno resa possibile. È la Storia. E la grande fascinazione che l’avvolge non sarebbe tutt’ora materia di studio se così non fosse. Continua a leggere→

In cammino verso la Marca gioiosa (I)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il primo è un episodio della vita di Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis, 1155 – 1234), liberamente tratto da Radulphi de Coggeshall Chronicon Anglicanum. De expugnatione terrae sanctae libellus. Thomas Agnellus De morte et sepultura Henrici regis Angliae junioris. Gesta Fulconis filii Warini. Excerpta ex otiis imperialibus Gervasii Tileburiensis, London 1875.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Al cammino ascoltando storie allora. I racconti su Arelate serpeggiavano tra un carro e l’altro. Ad Arelate il maresciallo dell’Impero chiudeva un occhio, e anche l’altro, davanti a ogni nefandezza del vescovo. Il maresciallo era un anglico, un chierico di nome Gervasio: alla frequentazione dei cittadini preferiva la compagnia dei suoi libri. Altre compagnie aveva ricercato in gioventù.
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Quando


Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con l’ambulanza, disse a mio fratello: dài un bacio a tutti. Ecco, dare l’ultimo bacio, sapendo che qualcosa resterà dopo l’addio, la partenza spogliata della tranquilla certezza del ritorno.
Quando ce ne andremo, però, avremo anche gli occhi conficcati nel futuro, pronti ad accogliere l’affidabile promessa del riposo. In fondo, la vita è un lavoro impegnativo, e a un certo punto ti chiedi: quanto manca alla pensione?
Sì, quando sarà tutto finito andremo alla pensione paradiso, dove il vitto è gratuito, e i cornetti non finiscono. C’è gente che ti tratta bene, che ti ama: sarà curioso sentirti amato da tutti quelli che incontri, come se la rabbia, l’odio, o il saluto negato, la parola maldicente, il giudizio temerario, non fossero che un ricordo sbiadito, da guardare con una certa tenerezza.
Quando saremo di là, sarà normale pensare a quelli che ancora si stanno arrabattando, che a quest’ora della sera mettono in fila parole come soldatini, sul pavimento freddo della casa paterna: scrivere è giocare con la guerra che in te combattono i dolori e gli squarci improvvisi di allegria.
Quando sarà tutto finito, riporremo il nostro esercito nella scatola blu, e finalmente Qualcuno scriverà, in fondo all’ultimo racconto, la parola pace.

Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 3

[youtube=https://youtu.be/TAWBMHO2BPw]

da qui

NÂZIM HIKMET
ANGINA PECTORIS (1948)
Traduzione di Joyce Lussu da “Tradurre Poesia” (1967)

Interpretazione di Luigi Maria Corsanico

Johann Sebastian Bach
Cello Suite No.4 in E flat major, BWV1010
4.Sarabande
Robert Cohen

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Dia-logos


I dialoghi sanno di miracolo. Sembra facile capirsi, ma ognuno ha un suo punto di vista, un’esperienza irripetibile, una serie di filtri che ne orientano, in un senso o in un altro, l’attenzione: speranze, paure, desideri. Eppure il rischio si corre, intravedendo un possibile guadagno, un incremento d’essere, un ampliarsi di orizzonti.
Se non dialogasse, che sarebbe l’uomo? Si scoprirebbe rinchiuso nel suo mondo con le idee ibernate, le parole logore, la convinzione che nulla possa esistere al di là del suo modo d’intendere la vita.
Invece no, ci proviamo, nonostante tutto: equivochiamo, litighiamo, ci togliamo la parola, ce la rendiamo a stento.
Il dialogo è battaglia, trappola, sorpresa: ti metti in discussione e affini le tue armi, sei costretto a scrutare più a fondo, a ipotizzare ostacoli, a misurarti con dubbi ed obiezioni, a farti togliere e a ricevere qualcosa. Finché ci si ritrova esausti e ci si guarda a fatica, come pugili all’ultima ripresa.
Dialogare è scommettere che oltre la mia idea, oltre la tua, c’è una realtà che in tanto si avvicina in quanto ci lasciamo trasformare dai botta e risposta, dalla mano che gesticola, dal tempo che passa e ci scolpisce come il vento le dune del deserto.
Ecco, siamo dune sotto il sole del Senso. In principio era il Logos; con Lui viene il dia-logos, la parola che passa, ferisce, uccide, risuscita in una formula più pura, rarefatta, miracolosamente comprensibile, appetibile, come un pane spezzato sulla tavola, prodigiosa, come un fiore sbocciato nel deserto.

Breve lettera dalla frescura_

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

108. Specialisti


Ogni tanto arrivavano notizie che suonavano come una conferma di ciò che da tempo sapevamo. Ma quello che più caratterizzava il clima del momento era un intimità maggiore col Signore, una coscienza che tutto sarebbe stato unito, assunto in Lui, trasformato in materia vivente, in molecole di amore: l’Eucaristia anticipava il mondo a venire, che si apriva al di là della barriera della morte, e che grazie alla Pasqua di Cristo si poteva vivere già qui.
Di fronte a una tale prospettiva, tutto il resto appariva scolorito: era questa la scala di valori che prendeva corpo nella nostra impresa, tutta giocata tra fallimento umano e gloria incorruttibile del Progetto eterno di Dio. Solo in questa luce diventava vivibile un contesto in cui prosperava l’esatto opposto della profezia: una visione materiale che tradiva sempre più la propria inconsistenza, e che pareva inaccessibile a qualsiasi istanza di rinnovamento. Ecco, allora, che i segnali di cui sopra si mostravano per quello che erano: un appello al cambiamento, un richiamo urgente a una revisione totale della propria vita. Serviva un cataclisma per smuovere le acque? Per convincere l’uomo che l’unico vero Dio non avrebbe potuto essere lui, anzi, che lui, di fronte a questo Dio, avrebbe avuto una sola chance realistica, cadere in ginocchio, implorando la salvezza? Come sempre, non restava che attendere, e noi, ormai, eravamo diventati specialisti dell’attesa.

La Legge


Il mondo è fatto così: d’inverno piove, d’estate c’è il sole. È vero che esistono, oggi, vistose anomalie, ma insomma: il bue muggisce, il cavallo nitrisce, non ci sono santi. Il fatto che la realtà funzioni così, e non altrimenti, continua a sembrarmi degno di attenzione. Si danno leggi che non possiamo ignorare, fuori e dentro di noi. Tutto sta a capire il loro senso, la loro direzione. Si è parlato tanto di teoria evolutiva, della sopravvivenza del più forte; nel nostro tempo, diversi uomini di scienza tendono invece a difendere il principio di collaborazione, preferendolo a quello antagonista. Mi sembra un passo in avanti decisivo: nell’essere tutto è collegato, ogni cosa corrisponde a un’altra, un meccanismo perfetto governa l’universo, altrimenti non staremmo qui a parlarne.
Contemporaneamente, ci accorgiamo di come, in questo quadro armonico, si aprano falle: terremoti, cataclismi cosmici, carestie, siccità, fenomeni più o meno disastrosi arrivano a sconvolgere il libero e tranquillo fluire dell’energia universale. C’è qualcosa che turba la pace, e che forse è ancora più visibile all’interno dell’uomo e della rete dei rapporti che costituiscono il suo mondo: conflitti, incomprensioni, odi, omicidi, guerre, stragi ed olocausti segnano la storia con una scia di sangue senza fine.
Qual è il segreto dell’ordine, del buon funzionamento di tutta la realtà, il principio affidabile che ispira ogni buona condotta, all’altezza del Progetto originario?
A chi gli chiede quale sia il comandamento più importante, Gesù risponde: l’amore per Dio, per se stessi e per il prossimo. Questa è la Legge, aggiunge subito.
Se la Legge è l’amore, vuol dire che tutto ciò che va in direzione dell’amore tiene insieme l’universo; tutto ciò che gli si oppone, invece, causa dissidi, catastrofi, la tragedia del male di cui arriva notizia ogni momento.
In fondo, come sempre, sta a noi scegliere di quale legge lasciar innamorare il nostro cuore.

Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere→

Scommettiamo?


Per un momento, immaginiamo che tutti credessero in Gesù. A ben vedere, non è così impossibile. Ha insegnato l’amore, la speranza, la fiducia. Ha detto che la vita non finisce con la morte, che la bontà viene premiata, e la cattiveria è votata al fallimento.
Non pochi atei hanno intravisto in Lui una figura straordinaria: Nietzsche ha scritto che c’è stato, nella storia, un solo cristiano, ed è morto in croce. Sono famose le canzoni dedicategli da Fabrizio De André, culminanti nel coro finale della “Buona Novella”: “non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”.
Se tutti credessero in Gesù, il mondo sarebbe migliore. Solidarietà, pace, non violenza, diverrebbero realtà quotidiane; il pane si moltiplicherebbe e i malati sarebbero guariti. Tutto da guadagnare, a prima vista. Ma dev’esserci un anello che non tiene, perché, in fin dei conti, non sono poi tanti quelli che lo seguono davvero.
Pensa che ti ripensa, mi pare che una parte di responsabilità ricada sui credenti. Il peccato ha una sua bellezza, come ricorda Genesi: il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. Come rinunciare a tanto allettamento? Solo imbattendosi in qualcosa di più bello. Agostino d’Ippona, santo e genio, ha stabilito una volta per tutte che la fede è desiderio. Finché non desidera il bene più del male, l’uomo ignora la proposta di Cristo: chi glielo fa fare?
Non resta che invitare i credenti a mostrare la bellezza di Dio, il fascino irresistibile dell’essere cristiani. Qualcuno in più ci crederà. Scommettiamo?

Aprire la mente


di Riccardo Ferrazzi

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.
Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno parlò di catastrofe, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati cominciarono a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia. Continua a leggere→

Due bocche


Se l’uomo ha due occhi, un naso, una bocca, ci sarà un motivo. Due bocche avrebbero fatto comodo, magari: se in una i denti si fossero cariati, avremmo masticato con l’altra. Per i dentisti ci sarebbe stato più lavoro. O forse meno?
Qualcuno ha dichiarato che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dio non sarebbe d’accordo. Ne aveva progettato uno senza malizia, violenza, dominio di un essere sull’altro. Il paradiso terrestre è qualcosa da considerare attentamente: l’idea di Dio è sempre la migliore.
C’è chi, però, ha qualcosa da ridire. Il mondo vuole farlo lui, pensare che sia così o così. Un giorno, forse, farà un uomo con due bocche e con tre occhi, di cui uno dietro la testa. Come mai Dio non ci ha pensato? Forse perché, nel paradiso terrestre, non c’era bisogno di guardarsi le spalle. O forse, meglio ancora, per insegnare a fidarsi, a credere più in qualcun altro che in se stessi, come fa il bambino.
Pensando al mondo, a volte, mi commuovo. Vedo che Dio ha fatto buona ogni cosa, ma noi siamo portati, quasi eroicamente, a rovinare tutto. Forse perché c’è un nemico. È quello che dice la parabola della zizzania: un nemico ha fatto questo. Il bello di Dio è che fa esistere il Nemico, gli lascia spazio, lo lascia lavorare. Poi arriva uno e dice: Dio non esiste, perché, se esistesse, non permetterebbe questo male.
È difficile capire l’amore, quella cosa che dà la libertà di contraddirti, e a volte di ucciderti. Se Dio non avesse amato, non sarebbe morto in croce. Il grido di liberazione – Dio è morto! – è dunque l’atto di fede più appassionato e convincente nella sua esistenza amante, talmente potente da risorgere ogni volta. Con un bocca sola.

SUL TAMBURO n.49: Adam Vaccaro, “Seeds (Semi)”

Adam Vaccaro, Seeds (Semi), selected, edited, translated and Introduced by Sean Mark, New York, Chelsea Editions, 2014

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di Giuseppe Panella

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Da molti anni, Adam Vaccaro conduce una ricerca attenta, sofisticata e puntuale su un’idea di poesia che lo contraddistingue e alla quale si è consacrato con risultati eccellenti: da La vita nonostante (Milano, Studio d’autore, 1978) a La casa sospesa (Novi Ligure (AL), Joker, 2003) la sua attenzione di poeta è stata concentrata su una serie di nozioni teorico-psicologico-esistenziali culminanti nell’idea di adiacenza poetica, idea che presuppone la condivisione espressiva di sentimenti ed esperienze che si fanno realtà concreta nel momento in cui vengono trasformate in parola viva e senza ulteriori mediazioni. Al centro del pensiero poetico di Vaccaro, allora, si trova questa nozione-chiave che indica la condivisione di una tendenza, di una capacità di cogliere le radici di ciò che è presente senza sterili tradizionalismi o rivendicazioni del passato ma alla luce di un impegno di redenzione del futuro. Scrive Sean Mark nella sua utilissima introduzione alla raccolta, un saggio dal titolo emblematico di “Accendere segni”. Sulla poesia di Adam Vaccaro:

«Spendiamo qui qualche parola per spiegare un concetto chiave della poeta vaccariana, quello dell’“adiacenza”. Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza o oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità (ad-jacere), e da questa prossimità ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo. Atmosfere, suoni, parole, fonemi e il linguaggio, anche scarno e frammentato, tendono ad approssimarsi il più possibile all’evocare la Cosa, o un particolare paesaggio, scenario o esperienza: adiacenze che colgono una molteplicità di percezioni» (p. 12).

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La pioggia


Capisci l’importanza della pioggia se c’è la siccità. Fino ad allora te n’eri lamentato: che seccatura! L’ombrello, il fastidio di bagnarsi in ogni caso. E che tristezza! Vuoi mettere un bel cielo azzurro, che comunica allegria anche quando i pensieri cattivi annebbiano la mente.
È un criterio generale. Ci lamentiamo dei preti, ma quando un moribondo invoca l’unzione degli infermi, ne cerchiamo anche uno scalcagnato.
Facciamo di tutto per girare al largo dal tipo sgradevole, quello con la voce chioccia e la tendenza alla polemica, ma quando ci dà l’informazione che solo lui conosce, lo vediamo con gli occhi di chi ha ricevuto un beneficio.
La suocera neanche la saluti, ma quando sua figlia – tua moglie – ti lascia perché ne ha fin sopra la punta dei capelli, diventa una risorsa a cui ti pieghi persino volentieri.
Tutto ha un rovescio: se prendessimo l’abitudine di sospendere il giudizio, di lasciare che la faccia nascosta delle cose arrivi a palesarsi, forse la vita sarebbe meno amara.
Che in origine sia stata orientata proprio a questo? Che il senso riposi nella sintesi di due elementi, come se ogni realtà unilaterale celasse una falla, una mancanza, una parzialità fatale per la lettura dell’essere?
Da quando ho compreso che significhi, concretamente, che Cristo è vero Dio e vero Uomo, la mia vita è cambiata. Unirsi a Lui vuol dire entrare in contatto con la nostra umanità e ritrovarsi guariti dalla sua divinità. Significa essere se stessi, come Lui ci ha immaginati.
Capisco meglio, da allora, la pioggia, i preti, le persone sgradevoli, le suocere. Li vedo, nello stesso tempo, con gli occhi di un uomo e gli occhi di un Dio.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 6

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Malombra, Antonio Fogazzaro (1881)

In uno spettrale castello sulle rive di un lago lombardo vive, segregata dallo zio Cesare d’Ormengo, la marchesa Marina di Malombra. Per caso Marina viene in possesso di una lettera scritta da sua nonna Cecilia, anch’ella segregata dal marito, come punizione per essersi innamorata di un giovane ufficiale di nome Renato. Marina finisce per identificarsi con Cecilia e rivive la tragedia della sua morte. In un lento ma progressivo stato di allucinazione, la marchesina comincia a credere di essere la reincarnazione della nonna. In preda alla follia ucciderà lo zio e lo scrittore Corrado Silla, che di lei si era innamorato — credendolo la reincarnazione di Renato.

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