Da Di lentissimo azzurro di Angela Caccia (Campanotto Editore, 2024)

 

La poesia di Angela Caccia si inserisce nella tradizione ma con una naturalezza che rende la sua lirica familiare eppure inedita. Radicata nella sua terra è priva di qualsiasi ristrettezza regionale. Inspira le sue origini e espira un’anima universale. E’ come se guardasse il mondo da una finestra che delimita ma non chiude.

(Pasquale Vitagliano)

Sarà servito a qualcosa

leggere Omero farsi disturbare
il sonno da una mail
vivere
fino la ferita
e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?
Sarà servito
innamorarsi spartire
in due il peso di sé stessi
modellarsi uno all’altro
sino a fare
del dubbio l’unico fronte di liberazione?
… come Giacobbe e la sua anca rotta
poter lottare col proprio Angelo
per guadagnarsi un nome

 

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I senza-peccato

 

«In quel tempo, Gesù si avvio? verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»  [Gv 8,1-11] Continua a leggere

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 4

La Solitudine 4. Le scoperte dell’occhio

È fatta di tante cose una città. Cose che risultano avvinghiate da legami antichi, misteriosi, viscerali; assieme ad altre casualmente apparentate, una vicinanza creata dal tempo, dalle occasioni, uno stare assieme senza metodo, senza ragioni apparenti. Continua a leggere

Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 248.

In questa raccolta di saggi critici scritti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il novissimo Alfredo Giuliani, “poeta, docente universitario, critico letterario del quotidiano “la Repubblica”, passa in rassegna – con puntuali sortite nel nucleo più profondo dell’ “ispirazione” e della poetica dei singoli – grandi e piccoli, massimi e minimi esponenti di questa italiana e letteraria fine di secolo suggestivamente definita dall’Autore “autunno del Novecento”. Né dimentica, Giuliani, che lo scarso o ricco raccolto è sempre preparato, in qualche modo, dalle stagioni precedenti: ecco perché Saba, Svevo, Cardarelli, il futurismo, sono qui presenti a ricordarci e a parlarci di quella che del Novecento è stata la primavera o, al massimo, l’estate. Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Salvatore Cantone

Addio

Ogni cosa ripete
sommessamente
nell’aria addio,
e addio toccherà
anche a me pronunciarlo
ogniqualvolta rivivrò
nel suono e nel sapore
del tuo labbro
che più non torna.
Quell’ultimo bacio
mi lasciò vibrare,
ascolta, ti prego ascolta
il mio cuore,
scordato strumento
che suonò d’amore.

da Morire d’Amore (RPlibri 2023) Continua a leggere

Lirico terapia. Antonio Maria Pinto

da Le carabattole dei carabi

Le assemblee degli insetti

Nel conclave delle mosche
gli armadilli ammogliati
divorziano dalle zanzare,
lo scarafaggio rompicollo
aggredisce le fragole ercoline.
Nell’assise delle farfalle
lo scarabeo ammosciato
dagli scartafacci dei poeti
rosicchia paroline metricate
e rigurgita acrostici aromatici.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Mi alzerò”

«In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
 Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
 Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». [Lc 15,1-3;11-32]

[nell’immagine, Giorgio De Chirico: Il Figlio prodigo] Continua a leggere

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A noi basti la gioia di cantare

di Fabrizio Centofanti

Questo libro va letto. Non tutti i libri vanno letti. Ce ne sono di quelli che ti attraggono, e arrivi fino alla fine; altri che lasci a metà, o dopo poche pagine. Un libro promette qualcosa. C’è gente che ne ha la casa piena. Io ho creato, dal nulla, una biblioteca nella mansarda del Santuario, e la mia stanza è ingombra di volumi. Ma non tutti sono da leggere. Alcuni restano in attesa come ristoranti vuoti, e magari il locale vicino è stipato fino all’ultimo centimetro. Questo libro è una mensa imbandita, un pranzo con i piatti che hai sempre preferito, con il vino che ti piace. Ci sono libri che leggi e vedi il mondo con occhi diversi, come se avessero lenti che permettono di vedere l’invisibile. All’improvviso, ti senti come se per anni avessi perso tempo, ma non c’è da aver paura. Il tempo comincia nel momento in cui s’incrocia con l’eterno. Personalmente, ho fatto la stessa esperienza di Massimiliano: un Amore con l’iniziale maiuscola, che mandava al macero ogni malizia e violenza. Quando capita questo, il mondo assume un altro aspetto, e la tua voce si trasforma in canto. Non ti serve più nulla. Per noi è così. Ed è così che si può essere felici. A noi basti la gioia di cantare.

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Se nella fioritura del mandorlo, del ciliegio, non intuiamo la presenza di un amore antico, di una forza segreta che matura negli occhi di chi osserva…
Se non sentiamo il cuore fiorire insieme ad ogni fiore, se non sbocciamo, anche noi, ogni primavera, allora guerre, pandemie, catastrofi, sono gli ultimi dei nostri problemi, perché nessuna morte mai potrà davvero toccarci: non può morire chi non è mai nato.

E non può fiorire chi non viene sotterrato (p. 17).

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Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, peQuod 2025.

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo (LIC)

di Fabrizio Centofanti

Enrico Ghidetti, Il caso Svevo. Guida storica e critica, Bari, Laterza, 1984, pp. 218.

Dopo il saggio Italo Svevo. La coscienza di un borghese triestino (Roma, 1980), Enrico Ghidetti torna a portare ordine nella storia di un destino: un destino letterario tormentato e singolare, specchio di una vita altrettanto complessa nella quale Schmitz, il commerciante, convive in qualche modo con l’artista, ma in una zona più esterna, più superficiale, che non affonda le radici in quell’anima ebraica naturalmente e impietosamente analitica cui solo Svevo, lo scrittore, può approdare. E lo scrittore ben sapeva che non era Schmitz la sua vera vocazione, il suo essere autentico: si spiega, in questa luce, l’« atto di ribellione », l’appello all’amico celebre che dopo la pubblicazione dell’Ulisse non è più lo “strambo professore di inglese” che butta via il suo tempo nelle bettole con operai e portuali. Fino a quel momento, ricorda Ghidetti, per la Coscienza di Zeno solo sei frettolose recensioni, la più sostanziosa delle quali parla di “lingua alquanto dura e strana e da doversi compatire”. Le millecinquecento copie della prima edizione, intanto, gravano nella soffitta dell’autore. Ultima speranza: una segnalazione anonima sul “Corriere della Sera”, in cui si parla di libro « abbastanza interessante, ma scucito ». È a questo punto che il Nostro scrive a Joyce, aprendo così, con la forza della disperazione, quello che fu e rimarrà nella storia letteraria come « il caso Svevo ». Continua a leggere