Archivio mensile:Aprile 2007

Solitudini di Dario De Albertis

“Gradisce del tè alla verbena …. o forse dovrei offrirle del limoncello?
Fatto come una volta, sa? Mia cugina lo prepara secondo la ricetta originale, con i grandi e succosi limoni della costiera amalfitana.” mi dice Amelia o piuttosto Amèlie come ama farsi chiamare “ e mai dimentica di farmene omaggio…” soggiunge vezzosa, abbassando per un momento i grandi occhi scuri per poi sollevare il viso di
lato, osservandomi in tralice.

 

Continua a leggere→

Immagini dell’Amore

L’amore ha tradizionalmente due significati: solidarietà con gli umiliati e attrazione verso un’altra persona. Prendiamo Socrate: nel Simposio di Platone, amore è figlio di povertà ed espediente, vive contemporaneamente l’estrema indigenza – non è autosufficiente – e l’estrema sagacia, cioè ha bisogno dell’altro e questo gli dà un surplus di vitalità e di soggettività. Poi c’è un’altra figura dell’amore, quella della letteratura arabo-musulmana: Majnoun si innamora di Leili, ma il suo è un habitus più profondo che lo induce a vedere in ogni donna l’incarnazione di Leili. Infine c’è l’amore tragico di Romeo e Giulietta, che porta alla riconciliazione post mortem delle famiglie. Data questa galleria, come considerare l’amore?

SULLA POESIA DI ANDREA ZANZOTTO – di Luigi Metropoli

zanz.jpg

Il nulla maiestatico e i senhal. Parte II

Il non luogo, sede della poesia, in questo componimento è tutt’uno con la selva, ma, dato ancor più importante, il connubio tra selva e poesia riguarda la destabilizzazione del soggetto che partecipa della loro dislocazione («è così che bosco e non-bosco in questa pazzia tu coltivi»). Il bosco è un labirinto di stradine, è sempre uguale a se stesso, ma porta irrimediabilmente altrove: è il luogo del perdersi e ciononostante è invito-a-luogo, dove «ognuno potrà trovarsi» (meglio: ritrovarsi in uno stato di condivisa partecipazione ad un tutto unitario Read the rest of this entry

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi 2007

Un esordio sorprendente per una serie di ragioni. E’ il primo libro di versi di un narratore noto (e che ha scritto uno dei più bei racconti che abbia mai letto in vita mia: I palloni del signor Kurz). E’ un canzoniere sull’amore platonico, tanto impossibile quanto intenso, quindi anacronistico ma moderno nello stesso tempo.

Continua a leggere→

Roberta Tarquini – Tre grotte

2005-08-meschia-demoni.jpg

Sarà per questa croce che mi scruta
con i suoi bracci bianchi
che io mi guardo e scavo
con i miei bracci bianchi,
così che dentro mi sono tutta vuota.
Una grotta di nicchie e loculi mi abita,
dimora di certi spiriti le cui vette
alimentano un culto polveroso;
presso l’urna stuccata di bianco
si prostra come damerino si prostra
ai piedi del suo altare imbellettato
quando s’accosta per baciarlo
al mottetto funebre guantato di bianco. Continua a leggere→

Scendere dalle scale lungo la via Emilia…

sirwaxrschneidercaliffa.jpg

di Luca Ariano & Franz Krauspenhaar

Scendere dalle scale lungo la via Emilia
– col gatto grasso come un vitello a graffiare
il portone;
l’odore di olio e gomme dell’officina sono
una foto della Gazzetta anni ’50,
il caldo fuori stagione da smaltire una sera
al Parco Martini, coi ragazzini ancora sudati
dell’ultimo calcio, d’una pallonata metallica. Continua a leggere→

L’orrore (di Alessandro Ansuini)

orrore

Mio cuore mio cuore, la pioggia sul fienile
le cucine illuminate dal sole mentre
bevevi acqua dalla gola del rubinetto
le ricordi le primavere che ti coglievano di sorpresa
i cortili assolati nella giungla, il pallone
che rotolava da sotto al letto e bastava?
non contavi i giorni, credevi una mela una mela
ed eri innaturale, osceno, in due parole:

Continua a leggere→

Domani

Domani sarò come oggi.
Dopodomani mi prenderà
la voglia di scherzare con
il passato in questo gioco
di stagioni che non mutano.
Nel reclinare il capo da una parte
guarderò il sonno
che mi stringe a sé
e mi conduce nel suo tempo
da cui imparerò a vedere la mia
pellicola a ritroso
e la forbice taglierà
il non ricordo delle cose morte
e un ago ricucirà
l’unico fotogramma vivo
nel prenatale limbo di un cordone
che mi lega all’origine celata.

Tratta da: M. Balsamello, D. Cipriano, A. Iftimie, M. Saya, 4 POETS, Roma, Il Filo, 2003]

ETERNO FEMININO – FINALE CON TUFFO

labbra

Pagina sedici del Corsera, due colonne in cronaca.
E’ storia di ieri l’altro, bambina e già puttana
del vicino di casa, dello zio e di quant’altri noi.
Femmina tredicenne, antroinfernale,
ti vogliamo fatale, per stuprarti innocenti.
Dal quarto piano schiantò sull’asfalto
di schiena, morta sul colpo, la nuca spappolata.
Ma nello scempio del volto restavano le labbra rosse
e il sorriso gelido della Medusa
che irretì il fotografo, maschio lui pure.

Lettera ai poeti

Essere stati al centro di una guerra non va bene: si tradiscono posizioni acquisite, si tradisce (e sembra nulla, pochissimo) un percorso, che ha una lingua, che produce testi, che non sono aggiunti solo ‘politicamente’ a quello che siamo. Quei testi sono un luogo e non sono un mestiere. Ma costa fatica arrivare a capirlo, noi stessi. Costa fatica farlo capire. In questi ultimi anni i poeti sono diventati amici, ed è giusto, e si tratta di alcune delle amicizie più forti che possano esistere; ma alcune amicizie, viste dall’esterno, non si comprendono: come fanno a stare insieme? hanno letto veramente i rispettivi testi? Continua a leggere→

Faccenduola d’inedia (di Marina Pizzi)

*
([a tutti i morti della data odierna])

uccidimi con un cielo di grandine
con la dimestichezza del cacciatore
toro infilzato solo per spianto,
uccidimi con la mira del boia
con lo iato del buio senza voce né paura.
uccidimi con la presa più dimessa
con la piramide di mozzo più mozzata,
aggrappami alla pace delle scimmie
meticolose di banane e noccioline
con la sapienza della giraffa
faccenduola d’inedia sguardare a terra.
*

IN ITINERE – Nicola PONZIO

pi600.jpg
IN ITINERE – Nicola PONZIO

Nicola Ponzio
(Napoli, 1961)

*

“Scrivere forse è sottrarre dal buio
l’identità dell’alba.”

*

Testi tratti da Gli ospiti e i luoghi, Varese, Nuova Editrice Magenta, 2005

Il falegname Zimmer

I

Diversi troveremo insieme un luogo.
(Terribile e affettuosa,
al di là di quelle case,
oltre la cinta si offrirà
la luce in un riparo – giustizia
affine agli alberi – sottile
pertinenza di un destino). – Ospiti
noi stessi di quell’altro
che ci parla mentre in lui
nel nostro volto ci guardiamo.
Continua a leggere→

Patagonia d’agonia, di Marina Pizzi

*
con il martirio del sasso ti guardo penelope di stiva
tacco di cambusa senza blusa per il vento del gelo.
mostriciattolo di coma il salto della corda
oggi non uso presso i bambini senza più
le strade del sotto casa.
*
everlasting il tallone lo stinco lo zoccolo del boia
questa stima del sole che arde germoglio
una madre di tredici figli
retaggi di pietre morali dentro il deserto
di un capanno qualunque pre o post di qualcosa
salatissimo comunque. e quale apostrofo
toglierà il tatuaggio a fuoco del mandriano
ariano africano italiano americano
padrone ladrone con androne
adorato sul Canal Grande.


* Continua a leggere→

Sogno come vita o come fuga da essa?

Matisse, Il sogno, 1940

Sogno, fenomeno affascinante, carico di mistero, fonte di grande suggestione con l’evocazione del sovrannaturale nella tradizione mitologica e religiosa e di alta e profusa ispirazione in quella artistica e letteraria; accreditato, inoltre, di un potere magico, divinatorio, passibile di essere svelato, e quindi di grande presa nella cultura popolare delle varie civiltà, dalle più antiche alle più recenti, fino ai nostri giorni. Poi, in seguito all’opera di Freud, strumento della psicoanalisi per penetrare nel profondo dei segreti della psiche, e infine oggetto di grande interesse nella ricerca neurofisiologica che ha aperto nuovi orizzonti per documentare, nella veglia e nel sonno, lo svolgimento dell’attività cerebrale e per meglio comprendere le manifestazioni della mente che da questa derivano. A voi la parola: “Sogno come vita o come fuga da essa?”.

Saturnalia (di Simone Lago)

Ho voglia di una luce che si accenda nei cieli e annunci
la venuta di un bimbo già morto
che renda vano viaggiare
per i deserti e la speranza dell’acqua dimenticare la vita
stessa. Ho bisogno di cambiare il mio nome in Tommaso
toccarti e dire amore non è vero, io non credo
ma sento il sudore colare le vene pulsare e a questo cedo,
per questo rinuncio a consolazioni e null’altro bevo
che i tuoi umori.

Continua a leggere→