Tempo fa, grazie all’internet, mi sono casualmente imbattuto in un video che mi ha colpito moltissimo: una performance musicale di un genere a me ignoto. Si tratta del genere qawwal, una forma poetico-musicale, prevalentemente di contenuto religioso, ma non solo, molto diffusa nel mondo islamico, e soprattutto tra Pakistan e Iran. Essa è inquadrabile nella tradizione sufica, ovvero in quella componente del mondo islamico in cui (spesso in polemica con la maggioranza legalista) si perseguono la sapienza e il rapporto diretto con Dio. Continua a leggere
Archivio mensile:Giugno 2007
Domenico Lombardini – inediti
Propongo con piacere qui alcune poesie inedite di Domenico Lombardini fattemi conoscere da Fabrizio Centofanti. Poesia lucidamente attenta alla realtà attuale che si fa dolente ricordo di chi non c’è più come nella prima poesia dedicata a Ninetto Davoli in cui il poeta si rivolge con umile canto nel ricordo disperato: “Inutile dire che mi manchi. E la neve degli anni/ algidi sotto coltri hanno sepolto il ricordo – il tuo – […]”. In questa poesia diventa quasi ossessiva la ripetizione del verso “non ci sei” e il poeta si sente “come un pària” ; parola che ricorda una splendida raccolta di Bellintani. Continua a leggere
Mario Adorf, un attore con le spalle larghe
Recentemente ho rivisto con piacere il miglior film dell’avvocato pugliese Fernando Di Leo, re del B movie d’azione italiano, girato nel 1972 in una Milano livida e crudele. Di Leo – scomparso nel 2003 – è stato anche un importante sceneggiatore del nostro cinema popolare e un bravo scrittore: dietro al grande successo dei primi film western di Sergio Leone c’è infatti lui. “Milano Calibro 9? – ecco il titolo del film, rubato a Scerbanenco, e dico rubato perchè dei racconti dell’ “uomo di Kiev” Di Leo non ha preso che questo- è un noir fatto e finito, a corda tesa dall’inizio alla fine. Contrapposto al protagonista Ugo Piazza (Gastone Moschin) c’è Mario Adorf, che interpreta la parte di Rocco Musco, un “picciotto” della onoratà società al soldo dell’Americano (Lionel Stander).
Death Proof, di Quentin Tarantino
di Mauro Baldrati
Si parla, a proposito di Quentin Tarantino, di “exploitation” (dal nome delle sale dove si proiettavano due film al prezzo di uno), un genere che usa di proposito linguaggi bassi, eclatanti ed eccessivi, indifferenti alle regole stilistiche classiche. In realtà Grindhouse, l’ultimo – e per alcuni il più scarso – suo film nelle sale, che dovrebbe essere intitolato Death Proof perché l’edizione originale americana comprende anche un episodio crudelmente tagliato di Robert Rodriguez (l’autore di El Mariachi, Dal Tramonto all’alba, Sin City), sfugge ai generi di contaminazione: è un film anni ’70 duro e puro, forse addirittura un telefilm, girato con la fotografia di quell’epoca, con pellicola sgranata e sfregiata (non manca qualche salto, voluto dal regista che qui debutta anche come direttore della fotografia): auto, arredi, tutto è calato nell’atmosfera anni ’70, un’epoca, uno stile, un’estetica che Tarantino afferma di ammirare fino all’idolatria.
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Provocazione in forma d’apologo 23
Durante un tragitto in auto in una zona che conosceva poco Erre si smarrì quasi nel nulla a causa di una grande nebbia calata d’un tratto.
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In terza persona di Giovanni Nuscis – Recensione di Marco Scalabrino
In terza persona
Giovanni Nuscis
Manni 2006
La terza persona di cui al titolo non dia adito a fraintendimenti!
Essa infatti, lo si apprende sin dai versi d’esordio e lo si reitera per tutta la silloge, <questa giungla bestiale / di pali e fili, gemiti e carne>, <scintillio di idee e muscoli, missili, e dollari>, <vuoto che s’invera giusto il tempo / di uno scampanio di sensi>, non è la comoda, equidistante, vaga postura di chi osserva dall’alto, da distanza, con distacco; non è “maschera”, passività, spocchia. È piuttosto il tratto ponderato della contemplazione, dell’approccio critico alle “cose”. Continua a leggere
Estate

di Giorgio Morale
La vera estate cominciava quando scoppiava il canto delle cicale e vinceva ogni cosa. Per tutta la stagione esse seguivano chi andava per il paese, dalle campagne della periferia ai cortili, dai giardini pubblici alle piazze. Ovunque c’erano alberi, le fronde risuonavano, enormi sonagli agitati dalla campagna al cielo per un invito a una festa. Quel ritmo, uniforme, assordante, conteneva ogni musica. Il cielo rispondeva mescolandovi i suoi raggi, scroscianti, abbaglianti. Continua a leggere
Marco Molinari
Marco Molinari, SEGUIAMO E ACCAREZZIAMO, Il Ponte del Sale 2007
Capita, col passare del tempo, che la nostra idea di poesia si appuntisca e si chiarifichi. A volte questo avviene ascoltando una musica e facendo risuonare le parole nella lettura silenziosa.
Dove si legge un libro? E quando? Ho qui con me le canzoni di Chopin: una voce, un pianoforte. Sono ancora su un treno. Può essere, questo, un modo per leggere le poesie? Forse queste, sì. Basterebbe anche una scrivania, una finestra aperta su un campo; in una stagione particolare. Forse la primavera, non so …
Ho scritto altre volte e lo ribadisco. Coi libri si sta vicini. Tutti ne dovrebbero scrivere; anche il lettore meno avveduto. La critica non è un mestiere. E’ un esercizio dello sguardo. “La vita e la letteratura sorelle gemelle allora come ora, per sopravvivere”, scrive Marco nelle note.
Attilio Bertolucci (1911-2000)
Lasciami sanguinare
Lasciami sanguinare sulla strada
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,
attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno
quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
INSTANT FICTION E DROGHE PESANTI
di Valter Binaghi

Finalmente l’instant fiction approda anche da noi, grazie all’avanguardismo mediatico dell’ottimo Mentana che, per la puntata di Matrix del 18 giugno, ci promette una ricostruzione filmata con tanto di attori della strage di Erba. A paragone di questa, il plastico dello chalet di Cogne approntato a suo tempo da Bruno Vespa per i telespettatori di Porta a Porta sembrerà una scacciacani di fronte a un bazooka, o uno spinello rispetto a una pipata di crack.
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La locanda (di Luca Tassinari)
Mi trovo in una locanda buia e fumosa. Che sia una locanda, a dire il vero, è solo una mia supposizione. Cosa sia veramente questo luogo, se di luogo si tratta, non saprei dirlo con esattezza. Più che fumosa, poi, dovrei dirla nebbiosa o indistinta o vaga: attorno a me vedo soltanto i contorni sfumati di oggetti presumibili, ma di esistenza assai incerta. Vedo tracce labili di tavoli potenziali; odo frammenti di suoni che alludono a voci; fiuto uste deboli e confuse di qualcosa che assomiglia al vino, o forse all’idea del vino, o a un suo lontano ricordo. Quanto all’oscurità, sarebbe più corretto definirla penombra, o meglio ancora citazione di una penombra traslucida, lattiginosa, opalescente.
Tra censimento e antologia. Per un macrotesto epocale…
“Di ogni libro pubblicato, l’editore trasmetterà al Sistema informatico nazionale per l’editoria il previsto format contenente i dati dell’opera ed un suo estratto non superiore ai trenta KB. Il format sarà inserito nel Sistema entro quindici giorni dalla sua ricezione. I dati contenuti nel Sistema – distinti per genere (narrativa, poesia, saggistica, varia) e organizzati in modo da favorirne la più ampia elaborazione – sono resi accessibili attraverso Internet ai soggetti pubblici e privati.”
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Cade per caso
Sanguina il dito
impronta su carta
assorbente
Assorbe la linfa
una goccia scappata
Pesa di meno
la vita (ora)
Quell’attimo mi sovrasta
sorpassa il presente
Ritorno al mio dito
L’indice
indica il rimedio
Continua e straripa
Lago (rosso di sera)
dispera di guarire
chè il futuro non vede
e un’altra goccia
cade per caso
e piove la vita
Una lunga estate di tanti anni fa
di Loris Pattuelli
Tempo di anniversari. La Summer of love compie quarant’anni. La più lunga estate del millennio ebbe inizio sabato 14 gennaio 1967 nel Golden Gate Park di San Francisco con The First Human Be-in (La prima Presenza Umana) e fu il frutto bello e santo della riunione tra la tribù degli attivisti politici di Berkeley e quella hippie di Haight Ashbury. L’estate dell’amore proseguì il 16-17-18 giugno a Monterey. L’occasione fu un eccezionale concerto rock all’aperto. Lo chiamarono the Monterey international pop festival, il primo di una non lunghissima e neanche fortunatissima serie di megaraduni. All’evento parteciparono Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Who, Eric Burdon, Simon & Garfunkel, Canned Heat, Buffalo Springfield, Mamas & Papas, Brian Jones, Ravi Shankar, Scott McKenzie, Byrds.
All’ingresso venivano offerte al pubblico orchidee hawaiane, sui sedili furono appoggiati mazzi di fiori purpurei e su uno striscione, sospeso da un lato all’altro del palcoscenico, c’era scritto: “musica, amore e fiori” (se vai a San Francisco metti senz’altro dei fiori tra i tuoi capelli. Scott McKenzie).
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Ecate, o del sonno
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I
Quale sibilla dirà per me nell’antro materno
le parole di bronzo di una legge che duri
o quale angelo mai verrà dal cielo feroce
con la notizia della fine eterna? Continua a leggere
Amanuense, di Massimo Sannelli
Già altrove dissi che davanti alla scrittura di Massimo a me pare di trovarmi di fronte a un Libro d’Ore, da sfogliare in ascolto e in riverenza. La suggestione dell’immagine, che mi convince ancora, e di più ad ogni lettura, mi sorse dall’analogia per me naturalissima tra la sua poesia – e la poesia che nella sua prosa si trasfonde – e l’evoluzione storico-artistica degli antichi libri di preghiere medievali. Continua a leggere
“Per soglie d’increato” di Francesco MAROTTA
Una sensazione di luminosa accoglienza si avverte leggendo questo libro, una scrittura la cui tensione di ricerca va di pari passo con la sua attitudine a suscitare ascolto nel lettore – spesso in debito d’ossigeno nello sforzo di decrittare il linguaggio poetico. Senza per questo ridurne la complessità ad usum delphini. Continua a leggere
Simone Weil, 3 poesie
A UN GIORNO
Dal filo di ogni esile
erba il silenzio salga.
E poi si unisca ai
deserti illuminati.
Anche il cuore ne trema:
se l’improvviso aspetto
atteso del mattino
eliminerà l’ombra! Continua a leggere
Come dei fessi a fissare
E’ successo il mese scorso che ero al cinema con i miei amici e che così per caso ho preso a guardare non il film, ma gli spettatori. Per tutto il corso della storia proiettata sullo schermo ho fissato gli occhi della gente.
Le loro teste ogni tanto si muovevano, ma tuttalpiù le persone stavano ferme a guardare. Stavano lì come dei fessi a fissare le storie degli altri o meglio le storie inventate da altri.
L’arte dell’omissione
Ernst Meister è il maestro dell’ omissione.
Sempre più corte diventarono le sue poesie nel corso della sua vita, trascorso quasi interamente nella assai insignificante città di Hagen, dove nacque il 3.9.1911 e dove morì il 15.6.1979, 28 anni fa. Continua a leggere

