Archivio mensile:Luglio 2007

Intervista a Rossella Messina

Rossella Messina è nata a Bari il 15 gennaio 1974, abita a Roma dove temporaneamente e a progetto lavora per Città Aperta Edizioni come ufficio stampa, anche se preferirebbe passare in redazione (a buon intenditor…). È laureata in giurisprudenza, dottorata in filosofia del diritto. Ogni tanto scrive qui e là. Dal suo blog Pensavopeggio è stato tratto il libro Pensavopeggio, Sironi 2007.

Posso intervistarti?

Cioè questa mail intendevi proprio scriverla a me, o mi arriva per sbaglio? Tipo che volevi mandarla a Gaja e invece la leggo io. Comunque certo che sì. Ma perché?

Scusa neh, non sono granché pratico di interviste, ma non dovrebbe essere l’intervistatore a fare le domande?

Dipende dalle domande. Non ho fatto molte interviste, ma una volta una giornalista ha esordito così. Prima domanda (e naturalmente ultima): «Se mentre lui e lei fanno l’amore lui non la bacia qual è il problema?». E io che ne so. Boh. Ma ti pare? ….Luca, senti, ma dobbiamo essere seri?
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A FUTURA MEMORIA # 1 – IL LIBRO DEL BUIO di Tahar BEN JELLOUN

A FUTURA MEMORIA # 1 – IL LIBRO DEL BUIO di Tahar BEN JELLOUN

stella cadente

Tahar BEN JELLOUN – Il libro del buio, traduzione di Yasmina Melaouah, Torino, Giulio Einaudi Editore, Supercoralli, 2001 // Ediz. Orig.: Cette aveuglante absence de lumière, Paris, Éditions du Seuil, 2001

Capitolo I

A lungo ho cercato la pietra nera che purifica l’anima dalla morte. Quando dico a lungo, penso a un pozzo senza fondo, a un tunnel scavato con le dita, con i denti, nella tenace speranza d’intravedere, anche solo per un minuto, per un lungo ed eterno minuto, un raggio di luce, una scintilla che mi si imprimerebbe nell’occhio, che le mie viscere custodirebbero, protetta come un segreto. Continua a leggere→

Un racconto di Anna Mallamo

Il matrimonio di mia cugina

E io che mi pensavo. Io che sì, d’accordo, m’ero comprata l’abitino glam glam (che poi tanto si può sempre riciclare per il tango) e le scarpine di raso nero, ma la borsilla no (in vernacolo sarebbe la buzzitta, che s’accoppia di solito alla cappottina, ma qui entriamo diritti nella leggenda), avevo quella di mia mamma, una bustina nera con una minuscola tartarughina di smalto. Dentro, c’è ancora il menù d’una cena sociale di sette anni fa: continuo a portarmelo dietro, come tutto il passato trasparente, il bagaglio vasto e immateriale, pesantissimo e invisibile che ci segue ovunque.
Dritta sui miei tacchi di nove centimetri, fresca di messimpiega, stringendo la bustina dei ricordi, ho trattenuto per un attimo il respiro, sulla soglia dell’albergone imbandierato specializzato in matrimoni. Alla calabrese, si capisce.

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IN MORTE DI NAPOLEONE (E DELLA STORIA)

di Valter Binaghi

napoleone

Milano, 5 maggio 1997

Liceo Scientifico legalmente riconosciuto “Bonifacio VIII”, ore 9.10

-….. Non vi pare una coincidenza straordinaria, ragazzi? –
La voce dell’anziano professore si levava nel silenzio della classe udendosi distintamente sin nell’ austero corridoio stuccato del vetusto edificio, e perfino sul pianerottolo presidiato da un usciere in livrea, statuaria sentinella per i rampolli della migliore borghesia milanese.
– Insomma, il fatto che la data di oggi, anniversario della morte di Napoleone, cada proprio nel giorno preciso in cui dovevo spiegare la politica espansionistica del Direttorio e l’inizio della Campagna d’Italia? – Il professor De Lellis, visibilmente commosso, slacciò il primo bottone della camicia e allentò il nodo della cravatta mentre sotto i suoi occhi Birindelli Fabrizia piegava accuratamente il bigliettino e passava alla compagna di destra.
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Cintura

Quando ti infili la cintura
sembra di ricomporre i pezzi,
(ancora sopiti) chè il sopra e sotto
appaiono avvitati per incanto,
sino a sera,
quando un letto
ti riporta allo spoglio del puzzle,
già sporcato dall’ovvietà delle cose
e quella cintura
ci libera dalla consuetudine
confusa della follia.

Poetas. Racconto a puntate di un viaggio poetico – III

di Alessandro Seri

La Sala Grande Dos Actos me la ricordo di un rosso mattone ampia più d’una navata e decorata da terrazzini rivolti verso l’interno, e mentre ci si siede un po’ alla volta i cinque poeti si avvicinano al gran tavolo e alle sedie loro destinate come se fossero indifferenti all’accadere ma siamo coscienti tutti che c’è clima elettrico e pulsante ed i miei occhi carezzano i passi di Cristina che portano zig zag verso la sua lettura.

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Post-Crack, di Franz Krauspenhaar

                                                         
One.

Nella notte, si scarica la tensione… Ma no, non è mica vero. Son fili tesi e impalpabili, come quelli del vecchio, perso, desueto, anacronistico, morto, taciuto e ormai zitto da tempo telefono satellitare, fili invisibili, fili persi nell’etere… Da qualche parte, nel cielo, avvistamenti di Unidentified Flying Objects. Continua a leggere→

Sottovoce

streubel.jpgLe poesie di Manfred Streubel parlano sottovoce, senza nessuna intenzione di imporsi. Nascono nel quotidiano: il loro centro interiore è l’uomo debole, insicuro, fallibile, l’uomo girovago, all’eterna ricerca di qualche cosa che intuisce ma non sa.
Nessuna certezza. Continua a leggere→

Madre di creature ferite

bambini

Da: Madre di creature ferite

(A Gabriele/Gibril)

[…]

“insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria
conto i millenni a manciate
le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai
la terra stanca
di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
sacrificate per il pasto dell’abisso”
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Nomi “eterocliti”

anelli-2.jpgI lettori che non sanno di greco strabuzzeranno gli occhi alla lettura del titolo – scelto a bella posta – e si domanderanno quale significato recondito nasconda. Nessuna “sorpresa”, gentili amici, eterocliti sta per “irregolari”, anche se non è questo il significato letterale del termine.
Sono cosí chiamati, infatti, i nomi – ma non solo questi – che nella flessione non seguono la regola generale. Vediamo, innanzi tutto, di focalizzare l’aggettivo “eteroclito”, adoperato solo in linguistica e riferito a sostantivi, aggettivi o verbi che si flettono o si coniugano con piú temi oppure che hanno desinenze diverse da quelle comuni e che sono, per tanto, irregolari (il verbo “morire”, per esempio, è eteroclito in quanto muta il tema: io muoio, noi moriamo).

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Una casa editrice anfibia

vibrisselibri logoLo slogan di vibrisselibri è “la carta non è tutto ma aiuta”. In questa breve frase si concentrano lo spirito e l’essenza della casa editrice-agenzia letteraria concepita da un’idea di Giulio Mozzi, il 15 giugno 2006 e nata il 16 novembre dello stesso anno. vibrisselibri pubblica on line con la formula del copyleft e cerca anche un approdo cartaceo ai suoi testi, convinta com’è che il vero libro sia “di carta”. Dove finisce il lavoro della casa editrice, quindi, inizia quello dell’agenzia letteraria. Con tutte le difficoltà del caso e con la consapevolezza di essere una casa editrice anfibia.
Non a caso la collana di narrativa di vibrisselibri si chiama Sans Papier, mentre quella di saggistica, per l’appunto, Anfibi.

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I PACCHI DI D’ORRICO: RIO – di Alessandro Bertante

L’articolo è comparso su PULP LIBRI n. 67, maggio-giugno 2007.

rio

Molto atteso e preceduto da uno sconcertante servizio di Antonio D’Orrico sul Magazine del Corriere, sciagurato soprattutto per l’autore, arriva in libreria Rio, il nuovo romanzo dello scrittore romano Leonardo Colombati. Scrittore che nel 2005 fu incensato da gran parte della critica italiana per il suo lavoro di esordio Perceber (Sironi), romanzo che in pochissimi hanno letto, compresi i critici affetti da piaggeria, e che lo lanciò come uno dei più interessanti autori italiani della nuova generazione.
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Poesia religiosa #1

rebora05.jpg

Inizia oggi una rubrica sulle linee poetiche del Novecento che sarà ripresa continuamente con nuovi aggiornamenti e nuove poesie: un work in progress. La prima puntata è sulla poesia religiosa con tre poeti: Rebora, Betocchi e Turoldo.

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L’ideografia del bello quale presupposto di una critica letteraria? – “Ars poetica” di Ezra Pound (traduzione di Cristina Campo)

waterhouse-psyche-box.jpg

I
La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso. Continua a leggere→

Non c’è

di Emanuele Kraushaar

tevere_ponte.jpg

E poi in effetti il Tevere quel giorno aveva uno strano ritmo. Voglio dire scorreva ad una velocità insolita. Il mio amico di Milano, il giornalista, avrebbe detto che era nervoso. Certo anche tutte quelle sirene dalle parti dell’Isola Tiberina…
Fatto sta che proprio in quell’atmosfera (e c’era anche un tramonto quasi grigio a fare da contorno) ho deciso di telefonarle.
“Non c’è” mi ha riposto la madre.
Così ho riattaccato e ho ripreso a respirare con regolarità.

Shakespeare visto da Carlandrea

William Shakespeare

XXIX

When in disgrace with fortune and men’s eyes
I all alone beweep my outcast state,
And trouble deaf heaven with my bootless cries,
And look upon myself, and curse my fate,

Wishing me like to one more rich in hope,
Featur’d like him, like him with friends possess’d,
Desiring this man’s art, and that man’s scope,
With what I most enjoy contented least;

Yet in these thoughts my self almost despising,
Haply I think on thee,– and then my state,
Like to the lark at break of day arising
From sullen earth, sings hymns at heaven’s gate;

For thy sweet love remember’d such wealth brings
That then I scorn to change my state with kings.

Carlandrea, aka severino cimitero

XXIX

Quando in cagnesco con fortuna e fama
deploro a solo la magra vendemmia –
impreco invano a questa luna grama,
mi specchio e sprezzo con una bestemmia

sospirando la sorte di chi gode,
i molti amici, il lustro che l’onora,
invidiando a chi l’arte, a chi la lode,
più sguarnito di quel che più m’incuora.

Ma quando più il pensiero mi deplora
ecco che penso a te – la mia memoria,
lieta come l’allodola all’aurora,
dall’impuro all’empireo canta il Gloria.

L’amorosa memoria tanto vale,
che dei fasti d’un re ride e non cale.

Questo lacerto scespiriano fa parte di un’opera ignota d’autore sconosciuto. Parlo del traduttore, naturalmente.
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IL GUERRIERO

prato

Aspettavo un amico in un campo di Briga,  le suole  nel fango e il cappuccio alla fronte.  C’era pioggia quel pomeriggio benedetto, l’acqua cadeva  silenziosa. Come la gente di queste parti, mi venne da riflettere. “Come il guerriero  sepolto qui sotto”, mi lesse dentro Gilberto,  venendomi incontro. Scoppiai a ridere e presi a burlare:
 “Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il melograno …”
Non volevo ferire la sua passione per l’archeologia,  lo giuro, mi uscì  di getto, vuoi perché al  guerriero celtico sepolto in quel campo  non  credevo  e sia  per  il  misto  di paura e ilarità  di fronte al mistero. 

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Quattromila ore di web

pelikan.jpgIn queste prime quattromila ore di web ho attraversato mari di dolori e di illusioni, ma anche effimere gioie e solidi legami. Ho scritto parole che svaniranno nella ferraglia del futuro, col rumore di cose che rotolano per strada e nessuno si sente in dovere di raccogliere. Ho visto volti in uploads, sorrisi che venivano da vite molto più segnate dalla cronaca del mondo, perché qui ogni giorno è un insieme di luci che si accendono e si spengono, e un sentimento si forma come un’onda vicino alla battigia. Ho scoperto la musica in real player, come il bambino che rigira tra le mani la prima stilografica. Si chiamava Vincenzo il compagno di banco con la pelikan macchiata nera e verde, invidiata con molta sobrietà, la rassegnazione che si tollera solo nell’infanzia. Ora che so molte più cose di questa macchina infernale, mi viene una preghiera, come quella del naufrago che abbraccia la carcassa e ne avverte l’effimera natura di salvezza intramondana, eppure sempre salvezza, con la gioia puerile delle ginocchia sulla sabbia, del bacio umido mentre l’anima grida:”terra! terra!”.
In queste prime quattromila ore di web ho pensato nella forma del richiamo, quando ogni occasione persa diventa rimorso nel poeta che sente voci sempre più lontane, respiri che avrebbero il diritto di apparire sulla scena, diventare lettura, seppure di un momento, perché nell’attimo ci dev’essere un segreto che l’intuito malinconico di un paziente osservatore può infine trasformare in memoria.
In queste prime quattromila ore di web ho conosciuto il vuoto del silenzio e il terribile pieno di menzogne bambine, la solerzia dell’inutile difesa e il canto dell’anziana sirena, che Ulisse ormai non teme, ma ascolta con l’ultima riserva di tenace tenerezza.